Il Mattino di Padova, 2 marzo 2015
La Commissione Giustizia della Camera ha avviato in questi giorni l'esame di due proposte di legge in materia di relazioni famigliari e affettive delle persone detenute. È un piccolo passo importante, avvenuto grazie soprattutto alla campagna di informazione partita dalla Casa di reclusione di Padova, dalla redazione di Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, ma sono state anche le migliaia di firme di persone detenute, di loro famigliari e di cittadini attenti e sensibili a sollecitare la politica a occuparsi degli affetti delle persone detenute, delle loro famiglie, delle sofferenze a cui sono condannate se non vogliono abbandonare i loro cari.
di Ferruccio Sansa
Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015
Il punto è uno: noi italiani vediamo nei giudici chi ci punisce e non chi difende i nostri diritti. Il punto è che ci identifichiamo nell'imputato e non nella vittima. È un sentire profondo. Vi hanno contribuito i socialisti anni '90 - tra i primi a puntare su separazione delle carriere e responsabilità dei giudici - che dovevano difendersi da Mani Pulite. Allora i colpevoli erano i pm e non i corrotti che avevano rubato miliardi allo Stato e a noi. Poi è arrivato Berlusconi che ha incarnato il paradosso di un potere dello Stato - l'Esecutivo - in lotta con un altro - il giudiziario.
di Silvia Barocci
Il Messaggero, 2 marzo 2015
L'ultimo errore giudiziario "inescusabile" che lo Stato dovrà risarcire chiama in causa il sindaco di Napoli ed ex "toga" Luigi De Magistris. La legge Vassalli sulla responsabilità civile dei magistrati, da pochi giorni soppiantata dalle nuove norme del governo Renzi, ha concluso i suoi 27 anni di applicazione con un caso clamoroso: Palazzo Chigi dovrà risarcire 22.400 euro (circa 26mila con le rivalutazioni Istat), tra danni e spese legali, in favore di Paolo Antonio Bruno, magistrato di Cassazione che la procura di Catanzaro, nel 2004, aveva perquisito e indagato per concorso in associazione mafiosa. A firmare quel provvedimento, poi rivelatosi abnorme, erano stati l'allora procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi (deceduto nel 2011), il pm De Magistris (dimessosi dalla magistratura a fine 2009 per entrare in europarlamento con l'Idv di Di Pietro) e l'aggiunto Mario Spagnuolo (ora procuratore capo a Vibo Valentia).
di Antonio Manzo
Il Mattino, 2 marzo 2015
Lo Stato solo nel 2014 ha risarcito 1,6 milioni di euro per gli errori dei giudici. Nove errori giudiziari riconosciuti ne gli ultimi dieci anni. Neanche uno all'anno. Ora il decimo è quello dall'ex pm De Magistris che, in pratica, è anche l'ultimo del vecchio "regime" della legge Vassalli.
di Sergio Izzo
Il Corriere della Sera, 2 marzo 2015
È una presa in giro. Questo ti viene da pensare dopo aver scoperto che negli ultimi sei anni lo Stato, le amministrazioni locali e le società pubbliche hanno recuperato appena l'1,4 per cento della somma derivante dalle condanne della Corte dei conti per danno erariale. E fa ancora più rabbia se si pensa alle dimensioni di quella cifra, non lontane da quelle di una manovra economica.
Adnkronos, 2 marzo 2015
Il sottosegretario alla Giustizia, rimuovere subito qualsiasi minaccia o proselitismo in Rete Roma, 1 mar.) - "Internet non può essere trasformato da straordinaria opportunità per stabilire contatti, acquisire informazioni, diffondere cultura a strumento ideale per le organizzazioni terroristiche e criminali, che se ne servono per fare reclutamento e propaganda".
È quanto osserva il sottosegretario al ministero della Giustizia, Cosimo Ferri per il quale "è necessario che si instauri un clima di collaborazione con i big del web come Twitter, Facebook e Google, in modo da rimuovere e oscurare subito qualsiasi possibile minaccia o proselitismo che le organizzazioni terroristiche facciano sulla rete". Ferri sottolinea che "l'Italia si è già impegnata per la definizione di un quadro normativo comune e verso un sempre maggiore scambio di informazioni, a livello di organi giudiziari e forze di polizia. I vili attentati di Parigi ci hanno insegnato quanto sia vitale riuscire a trasformare la Rete in uno strumento di protezione, nel rispetto delle libertà individuali, per sventare azioni che hanno come protagonisti soggetti sempre più inseriti nel nostro tessuto sociale e perciò più difficili da individuare".
di Rosario Sorrentino (Neurologo)
Corriere della Sera, 2 marzo 2015
Le recenti, agghiaccianti azioni degli estremisti dell'Isis sembrerebbero porci di fronte alla contrapposizione tra questa o quella religione, questo o quel monoteismo. Ma così non è. C'è, purtroppo, qualcosa di più inquietante: lo sgretolamento della faticosa e travagliata conquista, a lungo sorvegliata speciale, che chiamiamo civiltà. Quello a cui stiamo assistendo, con tutto il suo macabro repertorio di crudeltà è l'azione, il prodotto di un cervello, un "genio del male", un intellettuale del crimine, ormai in totale abbandono, come il peggiore dei predatori, del suo istinto di uccidere.
Perché, quando lo fa, prova un piacere irresistibile, soprattutto quando poi esibisce le sue vittime, come trofei, dilaniate dalla sua furia omicida. Il suo è un cervello senza empatia, senza pietà, che tratta gli esseri umani come oggetti, come povere cose, su cui avventarsi guidato da un atavico impulso. Ma c'è dell'altro, ed è il diverso modo di interpretare e intendere l'esistenza stessa; da una parte, c'è la cultura della vita, dall'altra quella della morte e al centro (e questo costituisce il grande vantaggio degli estremisti), l'aver sublimato la madre di tutte le paure, quella di morire.
Non amo le censure, né mi considero proibizionista: ma ritengo che sia necessaria e urgente una sorta di no fly zone della comunicazione. Un consapevole e responsabile autocontrollo, da parte nostra, nel diffondere a ripetizione, certe immagini raccapriccianti. Perché quelle immagini certificano ed esaltano la loro forza e purtroppo confermano la nostra debolezza.
Prendiamone atto: il nostro mondo sta velocemente cambiando e la globalizzazione dell'informazione ci conferisce una percezione a volte un po' deformata della realtà. Rischiamo di prestarci al gioco dei terroristi anche perché non siamo certo preparati a vivere a pochi chilometri da un pericolo incombente, che ogni giorno ci viene documentato e descritto come reale. È forse giunto il momento di rilanciare e di ribaltare il nostro rapporto con la paura, quel "fattore P", sempre più presente nella vita di ognuno di noi. Questo ci aiuterebbe ad utilizzare consapevolmente la paura evitando così di negarla.
Questa emozione rappresenta infatti una straordinaria risorsa, grazie alla quale abbiamo vinto le nostre più importanti battaglie evolutive. Solo così possiamo avere libero accesso a quel repertorio naturale di risorse genetiche, neurobiologiche e comportamentali che vanno sotto il nome di resilienza, la cui finalità è quella di aiutarci a ripartire dopo aver subìto eventi sconvolgenti trasformando uno svantaggio in un vantaggio per noi.
di Carlo Bertini
La Stampa, 2 marzo 2015
Miracoli del bicameralismo perfetto: un anno dopo che la Camera ha varato in prima lettura un testo di legge contro i reati ambientali, era il febbraio 2014, solo ora - forse - la norma riceverà il timbro finale. Dodici mesi per superare la via crucis dell'iter parlamentare, scavalcare gli ostacoli del calendario, sempre tiranno, dove i decreti e le emergenze la fanno da padroni; e arrivare finalmente in aula al Senato. "Questa settimana dovrebbe essere la volta buona", sospira Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente di Montecitorio, che spera di veder approvata senza nessun pasticcio (viceversa ripartirebbe la "navetta" tra le due Camere) la legge contro le "eco-mafie" di cui è stato promotore.
Ma per capire quanto sarebbe stato meglio veder pubblicato prima in Gazzetta Ufficiale questo nuovo giro di vite basta sentire cosa contiene "una normativa che avrebbe impedito la sentenza della Cassazione sul caso Eternit e reso più efficaci gli interventi sulla Terra dei Fuochi in Campania". Prevede, tra l'altro, un innalzamento delle pene, il raddoppio dei tempi di prescrizione e l'introduzione nel nostro codice penale dei reati di inquinamento ambientale, disastro ambientale e traffico di materiale radioattivo. Un tema quello dei reati ambientali, che riguarda da vicino anche la Capitale dopo la scoperta di una "terra dei fuochi" romana a ridosso del raccordo anulare.
di Marco Ventura
Corriere della Sera, 2 marzo 2015
La scorsa settimana la Corte suprema degli Stati Uniti ha sentito le parti di una causa che dura da sette anni. Era diciassettenne, Samantha Elauf, quando la famosa casa di abbigliamento sportivo Abercrombie & Fitch si rifiutò di assumerla. La giovane avrebbe voluto indossare il velo islamico nelle ore lavorative. L'azienda impose il proprio codice di condotta. Oggi Samantha chiede una condanna esemplare di Abercrombie & Fitch in nome della libertà religiosa. La religione finisce spesso in tribunale anche da questa parte dell'Atlantico.
Si attende nei prossimi mesi il verdetto della Corte d'appello di Bruxelles sulla Chiesa di Scientology: si tratta di un'organizzazione criminale che spreme persone vulnerabili, o di una Chiesa come le altre cui i fedeli affidano anima e sostanze? In ogni tempo la giustizia s'è misurata con la religione, ma sembra oggi in crescita il numero di chi ricorre ai giudici per difendere e testimoniare la propria fede. Si combattono in tribunale maggioranze e minoranze, atei e religiosi, cristiani e musulmani, fedi vere e fedi false. Il tema è al centro di un'iniziativa della Fondazione Studium generale Marcianum di Venezia.
Proprio nella città lagunare, dal 9 all'11 marzo prossimi, si svolgerà la Moot Court Competition in Law & Religion, una simulazione processuale durante la quale si sfideranno squadre di studenti provenienti da atenei americani, europei e italiani. Gli studenti si daranno battaglia su una controversia riguardante la libertà religiosa, come se si trovassero davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo o alla Corte suprema degli Stati Uniti.
Gli studi di diritto canonico al Marcianum, negli ultimi anni, hanno preparato il terreno per lo sviluppo a Venezia, come altrove in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, di attività volte a una migliore comprensione dei diritti dei credenti. Sotto l'egida del Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, la Fondazione del presidente Gabriele Galateri di Genola considera proprio i rapporti tra diritto e religione una delle aree d'interesse su cui investire.
Il caso assegnato agli studenti, il licenziamento di un'impiegata le cui opinioni contrastano con la fede religiosa del datore di lavoro, è inventato, ma riflette un tipo di conflitto molto attuale di qua e di là dell'Atlantico. In società secolarizzate, in cui la legge protegge gli individui dalla discriminazione sulla base di opinioni, sesso, religione e orientamento sessuale, è sempre più frequente lo scontro tra lavoratori e aziende i cui titolari sono cristiani conservatori. Sarà molto vero il processo simulato di Venezia.
di Paolo Berizzi
La Repubblica, 2 marzo 2015
Da Parma, dove è detenuto al 41 bis, l'ex boss della Camorra accusa: "I miei segreti fanno tremare tutti. Chi è al comando oggi è stato messo lì da chi veniva a pregarmi". "Se parlo ballano le scrivanie di mezzo Parlamento". Dopo trent'anni? "Molti di quelli che stanno adesso ce li hanno messi quelli di allora venivano a pregarmi". Non indossa più pantofole con le iniziali ricamate. "Per dignità non mi sono mai venduto ai magistrati. Se la sono legata al dito e hanno buttato la chiave".
Essendo sepolto vivo, Cutolo non ha un volto né un corpo. Puoi solo immaginarlo per come lo descrivono. La moglie, Immacolata Iacone, tecnicamente "vedova", e l'avvocato avellinese Gaetano Aufiero. Sono gli unici, oltre alla figlia Denise, che vedono "don Raffaè". Gli unici autorizzati, degli altri parenti non si vede più nessuno. "Al mio difensore ho chiesto di non venire più. Non ho più carichi pendenti, il mio saldo con la giustizia è in pari. E il 41 bis ho smesso di impugnarlo, tanto è inutile" dice rinserrato nella sua dimensione post-crepuscolare Raffaele Cutolo detto 'o professore.
Parla con Repubblica attraverso la moglie e il legale. Adesso è a Parma. Tredicesimo carcere della sua vita. Tredici come gli ergastoli. Record italiano di lungodegenza carceraria. Il "Professore di Ottaviano" che comandava e distribuiva croci e terrore, e lo Stato lo combatteva e intanto lo accreditava. "Mi hanno usato e gonfiato il petto, da Cirillo a Moro che, a differenza del primo, hanno voluto morto e infatti mi ordinano di non intervenire. Poi mi hanno tumulato vivo. Sanno che se parlo cade lo Stato". Misteri italiani. Segreti italiani. A Parma ci sono anche Riina, Bagarella, il "Nero" Massimo Carminati. E Dell'Utri. Cutolo è invisibile. Da primo rigo sull'indice della letteratura camorristica a caso da antropologia di laboratorio. "Anche un albero che non dà più frutti serve sempre - lascia galleggiare le parole Cutolo, figlio di contadini e poi Criminale d'Italia a cui Fabrizio De André dedicò versi da epica brigantesca in Don Raffaè - Lo lasci lì l'albero secco, può fare legna".
Più della botanica la condizione unica di Cutolo - 51 anni in cella a parte un anno di latitanza tra il 1977 e il 1978 dopo la fuga dal manicomio giudiziario di Sant'Eframo, 36 anni in isolamento totale (dall'82 e quindi dieci anni prima del 41 bis), un numero imprecisato di omicidi commissionati e nove assoluzioni negli ultimi nove anni, fa venire in mente la gabbia di Ivan Pavlov. Il Nobel russo per la medicina, quello degli esperimenti sul cane: stimolo neurologico, riflesso condizionato.
"Mi è talmente entrata sotto pelle questa condizione di defunto in vita che ormai non mi va nemmeno più che la gente mi veda. Ai processi rinuncio alla videoconferenza". Autoisolamento indotto. "Salto anche l'ora d'aria. Se per respirare un'ora devo farmi perquisire e sottopormi a controlli umilianti, preferisco stare in cella. Allo Stato servo così. Pensano sia ancora legato alla camorra.
Ma quale camorra?". La Nco di Cutolo era diventata pre-Sistema, anti Stato. "Pagina chiusa dal 1983, quando ho sposato Tina nel carcere dell'Asinara (presente un giovane Luigi Pagano, oggi vice capo del Dap). Pago e pagherò fino alla fine. Ma non sono un pericolo. Sarei pericoloso se parlassi, ma non ce l'hanno fatta a farmi diventare un jukebox a gettone: il pentito va a gettone. Parla e guadagna. Un ulteriore oltraggio alla memoria delle vittime".
Se lo contendevano negli anni d'oro Cutolo, quando sempre dal carcere, a cavallo tra 70 e 80 guidava il suo esercito di 7 mila affiliati nella guerra sanguinaria (persa) contro la Nuova Famiglia. E anche dopo, nell'81. Mezza Dc gli chiede di far liberare l'assessore regionale napoletano all'edilizia Ciro Cirillo, uomo di Antonio Gava sequestrato dalle Br. Sulla trattativa tra servizi segreti, Cutolo e brigatisti - accertata nel 1993 da un'ordinanza del giudice istruttore Carlo Alemi - l'ex boss ha detto e non detto. "È stata la prima trattativa Stato-mafia. Forse anche la mia vera condanna".
In cella ha quattro fotografie: due papi - Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - quella della madre, e una della moglie Immacolata con la figlia. "Ho una telecamera puntata sul gabinetto. Non posso avere in cella più di tre paia di calzini e mutande. Vorrei mi spiegassero il senso. Ho sempre tenuto a essere in ordine. Sono figlio di contadini ma la cura di sé è importante. La insegnavo ai miei uomini". Casillo, Alfonso Rosanova il "santista", Pasquale Barra 'o animale, il boia delle celle morto due giorni fa.
"È una forma di rispetto essere sempre impeccabili: ho ammirato Andreotti. Testimoniai per lui al processo Pecorelli. Nemmeno un grazie, ci sono rimasto male. Alcuni suoi colleghi mi mandavano gli auguri a Natale. Tutti parolai i politici. L'ultimo che ho stimato è stato Berlusconi".
Più magro, capelli bianchi, stessi occhiali, un disturbo alle mani che ha fiaccato l'indole grafomane: basta poesie. La retorica del boss istruito e ispirato. "Pazzo intelligente", si descrisse con ghigno sardonico al microfono di Enzo Biagi. Il primo raptus criminale: "24 settembre 1963, otto colpi di revolver contro Mario Viscito, giovane ottavianese come me. Una rissa, mi parte la testa. Ventiquattro anni. Ne avevo 22".
Autonoleggiatore abusivo, soprannome Rafaele 'e Monaco in quanto figlio di Giuseppe Cutolo, detto 'o Monaco per la sua religiosità. "Volevo rifondare il Regno di Napoli. Uno Stato sociale indipendente dove chiunque potesse avere da mangiare". In una lettera recente l'ha chiamata in un modo ancora più paradossale: "La mia rivoluzione". "Ho smesso di essere personaggio. L'idea della dimenticanza non mi dispiace, vorrei solo che questo avvenisse nel rispetto della dignità di un uomo".
Ragiona l'avvocato Aufiero: "Il 41 bis è una misura che si applica a chi è pericoloso e ancora collegato alla criminalità organizzata. Come si può ritenere ancora pericoloso un uomo che è dentro da mezzo secolo, in isolamento da 36 e che ha commesso l'ultimo reato 34 anni fa?". Curiosità nella monotonia sepolcrale della vita ergastolana: la staffetta con Bernardo Provenzano. "Ci scambiano le celle. Va via lui arrivo io. Vado via io arriva lui". Ha una frase mantra, Cutolo. "Mi sono pentito davanti a Dio ma non davanti agli uomini". Aggiunge. "Non ho imperi, non esistono più i cutoliani. Cutolo è morto. Resuscita per un'ora solo quando viene sua figlia e gli da una carezza".
Se n'è appena andato Pasquale Barra, il suo boia di fiducia. Anche il primo a tradirlo: "Ognuno fa le sue scelte. Barra ha avuto un'infanzia difficile. Ma ha rovinato il povero Tortora. Che Enzo Tortora era innocente lo dissi da subito. Chiesi ai magistrati di essere interrogato. Non mi vollero nemmeno sentire".
- Giustizia: malore in cella per Veronica Panarello, è ricoverata all'ospedale di Agrigento
- Lettere: "cosa muore nel tradimento", gruppo di analisi con condannati per reati sessuali
- Toscana: carceri... a volte funzionano, il report delle visite effettuate dal Garante dei detenuti
- Piemonte: Protocollo sulle carceri, è l'undicesima Intesa promossa dal Ministero della Giustizia
- Lamezia Terme: il Consigliere regionale Salerno "opportuno riaprire il carcere della città"









