Lidia de Angelis
Gazzetta di Caserta, 16 febbraio 2015
Il Ministro della Giustizia Orlando ha presentato in queste ore una relazione circa la ferma decisione di vedere chiusi gli Opg entro e non oltre il 1 aprile 2015, altrimenti le strutture penitenziarie saranno commissariate. È ferma intenzione del Governo, Regioni e istituzioni coinvolte di dare attuazione concreta e definitiva al superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari entro l'annunciato termine del primo aprile 2015.
E via alla procedura di commissariamento da parte del Governo per quelle Regioni che a tale data non sapranno garantire il completamento delle iniziative necessarie per la presa in carico dei soggetti dichiarati dimissibili e di quelli non dimissibili. Sono le conclusioni contenute nella seconda Relazione trimestrale sullo stato di attuazione dei programmi regionali relativi al superamento degli Opg, inviata al Parlamento dai ministri della Salute e della Giustizia ai sensi della legge 30 maggio 2014 n. 81. Il piano prevede per i soggetti dichiarati dimissibili l'affidamento ai dipartimenti di salute mentale (Dsm) delle Regioni di residenza, I non dimissibili saranno invece accolti e assistiti presso strutture residenziali appropriate (Rems), conformi ai requisiti previsti dal decreto ministeriale di ottobre 2012.
"Dare attuazione concreta e definitiva al superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari entro l'annunciato termine dell'1 aprile 2015 e via alla procedura di commissariamento da parte del governo per quelle Regioni che a tale data non sapranno garantire il completamento delle iniziative necessarie per la presa in carico dei soggetti dichiarati dimissibili e di quelli non dimissibili". Sono le conclusioni contenute nella seconda Relazione trimestrale sullo slitto di attuazione dei programmi regionali relativi al superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, inviata al Parlamento dai ministri della Salute e della Giustizia.
"Il piano - riferisce una nota del ministero della Giustizia - prevede per i soggetti dichiarati dimissibili l'affidamento ai dipartimenti di salute mentale (Dsm) delle Regioni di residenza. I non dimissibili saranno invece accolti e assistiti presso strutture residenziali appropriate (Rems), conformi ai requisiti previsti dal decreto ministeriale del 2012. Gli ospedali psichiatrici giudiziari ancora operativi sul territorio nazionale sono 6 al 30 novembre scorso vi risultavano detenute 761 persone". Vedremo se Aversa rispetterà la scadenza.
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 16 febbraio 2015
La Procura generale ricorre in Appello contro l'assoluzione dei 5 imputati: "Il detenuto non si suicidò, fu ammazzato". "Il detenuto Marco Erittu non si è suicidato, è stato ucciso".
Forti di questa convinzione i pubblici ministeri Sergio De Nicola e Gian Carlo Moi - rispettivamente sostituti procuratori della Procura generale nella sezione distaccata di Sassari e alla corte d'appello di Cagliari - hanno presentato appello contro la sentenza della corte d'assise di Sassari emessa il 23 giugno 2014 con la quale erano stati assolti dall'omicidio in concorso (per non aver commesso il fatto) gli imputati Giuseppe Vandi, Nicolino Pinna e Mario Sanna e dall'accusa di favoreggiamento (sempre in relazione all'omicidio Erittu) gli altri due imputati Giuseppe Sotgiu e Gianfranco Faedda. Il pm Giovanni Porcheddu aveva chiesto l'ergastolo per i primi tre e una condanna a quattro anni per gli altri.
L'appello. I due sostituti procuratori ricostruiscono e ripercorrono nella richiesta d'appello ogni tappa del processo di primo grado: perizie, testimonianze, comparazioni scientifiche. Ne evidenziano falle, contraddizioni, incongruenze. E al termine delle 244 pagine chiedono alla corte d'assise d'appello di Sassari di accogliere la loro impugnazione e di "disporre la parziale rinnovazione del dibattimento mediante l'espletamento di un'altra perizia medico legale sulla causa della morte e un accertamento tecnico sulla striscia di coperta in sequestro per la ricerca di tracce biologiche e l'estrazione del Dna per l'attribuzione alla vittima". Chiedono quindi ai giudici di "riformare la sentenza e per l'effetto dichiarare penalmente responsabili gli imputati".
La storia. Si sta parlando del caso Erittu, il detenuto trovato morto nella sua cella dell'ex carcere di San Sebastiano il 18 novembre del 2007. Caso inizialmente archiviato come suicidio e poi riaperto in seguito alle dichiarazioni del pentito Giuseppe Bigella che si era autoaccusato del delitto (è stato giudicato e condannato separatamente) chiamando in correità gli altri imputati. La corte d'assise aveva assolto tutti e nelle motivazioni della sentenza era stato chiaramente evidenziato: "L'istruttoria dibattimentale non ha consentito di acquisire, oltre alle dichiarazioni auto ed etero accusatorie di Bigella, elementi idonei dotati di un minimo di certezza tali da far ragionevolmente ritenere che la morte di Erittu sia da ricondurre a un omicidio piuttosto che a un suicidio, così come concluso nelle prime indagini del 2007". Sempre nelle motivazioni i giudici si soffermavano sulla causa della morte e in particolare sulle "diverse e contrastanti opinioni dei consulenti" di accusa e difesa "che hanno un limite in comune: hanno effettuato le loro valutazioni sulla base del corredo fotografico effettuato in sede di autopsia e quindi non sulla scorta di una osservazione diretta del corpo della vittima".
I dubbi della Procura generale. Ma la Procura generale della Corte d'appello di Cagliari ha più di un dubbio in merito agli stessi elementi. Scrivono, De Nicola e Moi: "Si parla di un detenuto rinchiuso in una cella liscia (singola e priva di suppellettili) che poche ore dopo è stato rinvenuto privo di vita per una causa mortis pacificamente non naturale (asfissia meccanica primitiva violenta) e che presentava al collo una striscia di coperta non agganciata ad alcun appiglio fisso (ma semplicemente poggiata all'asta della spalliera del letto) e che il dibattimento ha accertato non provenire dalle coperte presenti in cella".
Circostanze, queste, che "escludono in radice la possibilità che sia stato il detenuto a "costruirla" e a usarla contro di sé (e quindi il fatto stesso del suicidio) e rendono palese la natura omicidiaria dell'evento, in piena conformità con le dichiarazioni di Giuseppe Bigella che ha confessato di aver personalmente ucciso Erittu su mandato di Giuseppe Vandi oltre che con la collaborazione di Nicolino Pinna al quale spettava il compito di simulare un suicidio) e del poliziotto penitenziario Mario Sanna (che ha reso possibile l'ingresso in cella). Circostanze che rendono del tutto inaccettabili le conclusioni della sentenza circa la natura suicidaria del decesso".
Critiche al perito Avato. Contestano, tra le altre cose, le conclusioni cui era arrivato il perito Avato e in particolare le sue valutazioni sulla striscia di coperta: "La logica di Avato segue regole proprie - scrivono i due pubblici ministeri - ed è certamente distante dalla regola che vige in ogni processo: quella che ritiene imprescindibile per discernere tra responsabilità e innocenza, tra omicidio o suicidio o omicidio camuffato da suicidio, basarsi essenzialmente sui (veri) dati circostanziali che caratterizzano il caso concreto e la scena del crimine".
www.cn24tv.it, 16 febbraio 2015
Sabato 21 febbraio, dalle ore 9 alle ore 11.30 , una delegazione della Uil guidata dal Segretario generale Carmelo Barbagallo, effettuerà una visita alla casa circondariale di Catanzaro per verificare lo stato dei luoghi di lavoro della polizia penitenziaria.
Ad affiancare il segretario generale della Uil durante la visita - è scritto in una nota - ci saranno, tra gli altri, il Segretario Generale della UIL Pubblica Amministrazione Attili, il Segretario Generale della Uil-Pa Penitenziari Sarno ed il Segretario Regionale della Calabria Uilpa Penitenziari Paradiso. Durante la visita sarà effettuato un servizio fotografico che documenterà la situazione lavorativa. Si tratta dell'ennesima tappa di una iniziativa denominata "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori". Un tour che ha già toccato, in poco più di due anni, circa 50 istituti Penitenziari d'Italia documentando, in numerosissimi casi, le infamanti e difficili condizioni di lavoro cui sono costretti gli agenti penitenziari e le incivili condizioni della detenzione.
"Intendiamo contribuire alla diffusione di una verità troppo spesso celata dalle mura di cinta. I nostri servizi fotografici - spiega Eugenio Sarno, segretario generale della Uil-Pa Penitenziari - sono un momento alto di informazione. Riteniamo che le immagini, molto più delle parole, possano contribuire ad una presa di coscienza collettiva di come sia ancora distante la soluzione al dramma sociale delle condizioni di lavoro e di detenzione nelle nostre carceri. La presenza a Catanzaro , quindi, di Barbagallo ed Attili non solo conferma una storia ultraventennale di attenzione e sensibilità verso il mondo carcerario e di chi ci lavora di tutta la Uil, quant'anche una sollecitazione forte alla politica a risolvere, presto e bene, una questione sociale che, da più parti, è stata definita una vergogna per l'Italia".
Già nel novembre del 2013 una delegazione della Uil-Pa Penitenziari documentò, attraverso un servizio fotografico, lo stato dei luoghi di lavoro dell'istituto di Siano "ma da aprile dello scorso anno è stato attivato un nuovo padiglione - ricorda Sarno - che sarà il soggetto principale delle nostre rilevazioni fotografiche. Sul punto è bene sottolineare come la burocrazia impedisca di assegnare in via definitiva il personale necessario al funzionamento della nuova struttura e, in attesa di una auspicata revisione delle piante organiche, si è ripiegato sull'escamotage del distacco provvisorio per le 35 unità provenienti da altri istituti penitenziari d'Italia.
Così come è intollerabile che a distanza di un anno dalla chiusura del carcere di Lamezia Terme non vi sia ancora un formale decreto ministeriale di dismissione e che a sorvegliare una struttura inattiva vi sia un contingente di 6 unità di polizia penitenziaria che potrebbe essere destinato a compiti operativi più confacenti alle necessità, senza dimenticare - chiosa il Segretario della Uil-Pa penitenziari - l'esigenza del personale che ha perso la sede ad avere un quadro chiaro e certo del proprio futuro lavorativo" Copie del servizio fotografico effettuato durante la visita saranno distribuite nel corso di una Conferenza Stampa (a cui parteciperanno Barbagallo, Attili e Sarno) che si terrà nella sala conferenze del carcere di Catanzaro alle ore 12.00 di sabato 21 Febbraio 2015.
www.sassarinotizie.com, 16 febbraio 2015
L'audio documentario proposto da Tre Soldi - realizzato da Daria Corrias in collaborazione con Stefano A. Tedde - narra dell'esperienza fatta da sei detenuti della Casa Circondariale di Sassari impegnati in un progetto di riordino archivistico e riscoperta della memoria di una dismessa colonia penale che sorgeva a Tramariglio, località non lontana da Alghero, in un remoto angolo della Sardegna nord occidentale.
In questo penitenziario, attivo dal 1940 al 1962, sono stati ospitati circa 4800 detenuti in 22 anni di attività, sono stati bonificati e messi a coltura centinaia di ettari, oggi completamente ricadenti nell'area del Parco Naturale Regionale di Porto Conte.
A prima vista la denominazione "colonia penale agricola" sembra richiamare alla mente un luogo ameno, di virgiliana memoria, ove i detenuti potessero ritrovare nei lavori agricoli la perduta armonia interiore a seguito dei reati commessi. La realtà è ben diversa. La permanenza in tali strutture aveva le sue ferree leggi, a cui erano soggetti carcerati e guardie, che portavano alla perdita dell'individualità. Il numero di matricola che identificava il condannato appena entrato in colonia al posto del nome e cognome ne è un esempio lampante.
Il progetto, sviluppatosi dal marzo 2012 al settembre 2014 è frutto di un protocollo d'intesa tra Parco di Porto Conte, Archivio di Stato, Casa Circondariale di Sassari, ha visto i sei detenuti impegnati nell'insolita attività di archivisti, assunti attraverso cooperative sociali del territorio. A breve, grazie ad un finanziamento della Regione Sardegna al Parco di Porto Conte, sarà possibile concludere il lavoro di archiviazione e digitalizzazione, sempre con il coinvolgimento dei detenuti in articolo 21. Ad un primo ciclo di lezioni teoriche si sono succedute le ricerche nei tetri sotterranei del carcere delle carte pertinenti alla colonia di Tramariglio, documenti caoticamente custoditi in scaffali che contenevano anche documentazione di altri istituti di pena. Dopo la chiusura della colonia penale le carte vennero trasportare prima ad Alghero e in seguito a Sassari, nel carcere detto san Sebastiano, di recente chiusura.
Dimenticate negli umidi scantinati hanno ripreso vita grazie a questo progetto raccontato da Tre Soldi. Leggere i vecchi fascicoli, schedare e riordinare 1.400 registri ed oltre 5.000 fascicoli della vecchia colonia ha rappresentato per i detenuti un'esperienza singolare: apprendere notizie relative alla vita e al regime carcerario d'altri tempi li ha coinvolti intimamente, poiché quelle storie apparentemente lontane emergevano, si delineavano e confluivano nella quotidianità prossima a chi il carcere lo vive in continuazione, ne percepisce a sue spese tempi, difficoltà, problemi e dinamiche. Il sincretismo tra passato e presente determina la molla che fa scattare la curiosità, la voglia di conoscere, di sapere, il desiderio di poter illustrare ad altri quanto a poco a poco si stava apprendendo.
In seguito, con l'attivazione dell'articolo 21 (la possibilità di svolgere lavoro all'esterno per chi è recluso) i ragazzi sono potuti uscire per la prima volta dalla casa circondariale, per dirigersi nei locali del Parco, a quasi 50 km di distanza dal carcere sassarese. La maggior parte di loro non vedeva il mare da oltre 5 anni, non respirava più l'aria fresca, non sentiva più il maestrale graffiare il viso, e c'era persino chi si era dimenticato il colore delle colline. Un "tornado" di emozioni ha dato inizio alla fase forse più accattivante, pur con la certezza di dover rientrare ogni giorno tra le mura del penitenziario.
Al parco i detenuti hanno cominciato la digitalizzazione delle carte e la trascrizione sintetica di alcuni documenti, scelti fra tanti, che potessero illustrare vicende e aneddoti del carcere. Nel frattempo tre di loro hanno "chiuso il conto" con la giustizia, ottenendo chi la liberazione chi l'affidamento, ma hanno chiesto ed ottenuto di poter continuare a svolgere il lavoro archivistico e di digitalizzazione.
Si sono impostati i pilastri per un museo della memoria carceraria, che si sviluppa oggi nei locali che un tempo ospitavano le celle di punizione. L'esposizione si articola su più livelli: sia a carattere testuale, con pannelli luminosi che sintetizzano i vari argomenti trattati, sia con le teche che racchiudono alcuni documenti originali e testimonianze della cultura materiale (manufatti dei detenuti, attrezzi da lavoro, strumenti per la pesca, utensili, manette, schiavettoni o ferri da campagna), sia con le testimonianze orali di chi lavorò nella colonia, proiettate nelle celle attraverso i video. Ci sono anche i canti dei detenuti, carichi di dolore e rassegnazione, che rappresentano un'espressione della cultura immateriale comune ai reclusi in diverse parti d'Italia.
Attraverso i pad touch screen si possono leggere i giornali d'epoca, che narrano delle vicende legate alle evasioni, ai ritrovamenti, ai fatti di sangue capitati nella casa di lavoro all'aperto. L'esposizione è inoltre corredata di un importante strumento di consultazione: un catalogo di oltre 400 pagine, dal titolo La colonia penale di Tramariglio. Memorie di vita carceraria di Stefano A. Tedde, Angelo Ammirati e Vittorio Gazale insieme ai 6 detenuti in articolo 21 Davide Aristarco, Simone Silanos, Lorenzo Spano, Daniele Uras, Giuliano Usala e Roberto Varone (Carlo Delfino Editore, 2014), realizzato dai curatori della mostra con i contributi dei detenuti che hanno regestato la documentazione. Il volume raccoglie i documenti esposti e illustra la vita quotidiana dei condannati con foto, lettere, filmati. Attualmente sia il museo che e l'archivio (questo ancora in fase di riordino) sono fruibili presso la sede del Parco Naturale di porto Conte, un tempo diramazione centrale della colonia penale di Tramariglio.
Giornale di Vicenza, 16 febbraio 2015
Due detenuti del carcere San Pio X hanno prima sfasciato tutti i mobili e poi hanno dato fuoco ai materassi della loro cella. Due agenti sono stati portati in ospedale per il fumo respirato. Il sindacato: "Una situazione che sta diventando insostenibile".
Prima hanno sfasciato tavoli e sedie, poi hanno divelto i termosifoni dal muro. Alla fine hanno dato fuoco ai materassi ed è scoppiato il caos. Perché i nove metri quadrati di cella, in un istante, si sono saturati di fumo nero e tossico.
È accaduto venerdì, al San Pio X. E non è certo la prima volta. Capita che per protesta, esasperazione o per problemi personali qualcuno decida di appiccare il fuoco ai materassi delle brande. I motivi che hanno scatenato l'ultimo episodio non sono chiari. Tutto è stato risolto in meno di mezz'ora, le guardie carcerarie sono riuscite a spegnere il rogo con gli estintori e la manichetta di emergenza. Ma il risultato di quel gesto di protesta ha lasciato il segno: due agenti finiti all'ospedale per una intossicazione da fumo e la cella devastata, da rifare completamente. A far scatenare il piccolo inferno due detenuti italiani. Hanno dato in escandescenze, hanno rotto tutti i mobili e poi hanno appiccato il fuoco, usando una miscela alcolica fatta con frutta fermentata.
Ansa, 16 febbraio 2015
Un italiano di 41 anni detenuto per rapina nel carcere di Ivrea, nel Torinese, non è rientrato da un permesso per lavorare in una cooperativa di Torino. Doveva scontare ancora nove anni. A darne notizia è Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, che chiede che "dopo questi fatti la direzione del penitenziario esamini con più attenzione i criteri e le condizioni che vengono applicati per l'immissione al lavoro dei detenuti".
"Chiediamo inoltre al Dap - aggiunge il sindacalista - di voler verificare anche attraverso un'apposita ispezione alcuni fatti accaduti nei giorni scorsi a Ivrea, che a quanto sembra non sono stati ritenuti di interesse disciplinare, consentendo a detenuti responsabili di percosse tra loro di continuare a fruire del regime di lavoro esterno".
di Francesco Giappichini
www.lettera43.it, 16 febbraio 2015
Il numero degli italiani detenuti all'estero è in crescita. Ci descrive il fenomeno Katia Anedda, che presiede l'associazione "Prigionieri del silenzio".
L'Annuario statistico 2014 del Ministero degli Affari esteri fornisce dati drammatici sugli italiani detenuti all'estero: il loro numero è salito a 3.422, di cui 2.696 in attesa di giudizio. Buona parte di questi drammi individuali è la conseguenza di processi - farsa: spesso per i magistrati del luogo è preferibile far carriera con casi montati ad arte, che colpiscono cittadini stranieri. È il caso dell'Operação Corona, inscenata nel 2005 contro sei pugliesi in quel di Natal, nello Stato brasiliano del Rio grande do norte. Ci auguriamo ansiosi di ricevere querele e denunce al riguardo, sì da poter descrivere anche in sede giudiziaria quella sceneggiatura, riassumibile qui come la cronaca di una banale violazione dei diritti umani.
Come non bastasse, buona parte di queste tragiche vicende - almeno nei Paesi extraeuropei - vede l'inflizione di trattamenti penitenziari disumani. Restando in America latina, i Paesi col maggior numero di reclusi italiani sono - nell'ordine - Brasile, Venezuela, Argentina e Perù. Per chiarirci meglio i contorni del fenomeno, abbiamo sottoposto a una delle nostre interviste cult, Katia Anedda, presidente di "Prigionieri del silenzio. Quest'associazione, fondata nel 2008, lotta per la tutela dei diritti umani degli italiani detenuti all'estero.
Ci può descrivere - in estrema sintesi - gli obiettivi della vostra associazione?
"Gli scopi dell'associazione sono stabiliti dall'articolo 4 del nostro Statuto. In buona sostanza cerchiamo di difendere i diritti civili dei cittadini italiani detenuti nelle carceri di Paesi stranieri, sostenendo al contempo le loro famiglie, residenti in Italia. E poi puntiamo a creare un movimento di opinione pubblica, in qualche modo favorevole ai nostri connazionali, reclusi all'Estero. Scendendo più sul concreto, promuoviamo e attuiamo iniziative - di tipo sia economico sia sociale - sia per sostenere le famiglie nell'affrontare le spese legali e giudiziali, sia per il perseguimento di tutti gli altri obiettivi.
Attraverso interventi economici e non solo, ci occupiamo anche del reinserimento nella vita sociale di queste persone, dopo che abbiano già scontato la pena. Chiaramente cerchiamo di operare nei limiti delle nostre possibilità; del resto a volte non possiamo contare né sulla sensibilità del nostro Governo, né sull'appoggio delle associazioni costituite dai nostri connazionali all'estero".
Il numero d'italiani detenuti all'estero è in crescita. Crede che il Ministero degli Affari esteri stia affrontando questo problema sociale con la determinazione necessaria?
"Penso di no, le nostre Istituzioni hanno troppo cui pensare. Mi appaiono scollegate rispetto all'esigenza di salvaguardare i diritti civili dei nostri connazionali all'estero; e ciò è ancor più evidente per quelli che sono incappati nella matassa della giustizia penale. Le azioni necessarie sarebbero molto costose, mentre al mondo politico ne deriverebbero ben pochi benefici. Naturalmente, sullo sfondo di questo panorama, vi è la grave ignoranza che vige sulla problematica".
Il vostro sito ha pubblicato una drammatica missiva di quattro connazionali reclusi in Venezuela. In generale, cosa può dirci della situazione degli ottanta italiani detenuti in quel Paese?
"Sono in condizioni pessime, spesso ricattati dalle Istituzioni locali, e ignorati dal nostro Governo. Se non c'è un famigliare - o un amico - determinato a puntare i riflettori su di loro, sono abbandonati a se stessi. Come capita a molti, purtroppo, di cui non sappiamo nulla. E mai ne sapremo...".
Un reportage de L'Espresso, pubblicato in estate, descrive le condizioni inumane che vivono i quarantanove connazionali reclusi in Perù. Molti dei quali, costretti dalla crisi a trafficar droga. La vostra associazione ha altre notizie provenienti dal Paese andino?
"In Perù, nel dicembre del 2013, si contavano trentatré connazionali in attesa di giudizio e sedici condannati. Sono casi un po' critici, infatti, gran parte di loro è comunque colpevole di un qualche delitto. Seppur la pena e il trattamento siano sproporzionati rispetto al fatto contestato. Inutile dire che sia presso l'Ambasciata, sia presso la società civile, si tende a rimuovere casi come questi. L'opinione pubblica tende a credere che se uno è in prigione, qualcosa avrà pure fatto.
Il tutto condito dalla convinzione che tanto a noi queste cose non possono capitare. Sino a che non ci succede qualcosa in prima persona, non ci si rende conto che queste situazioni possono invece giungere - magari inaspettatamente - a stravolgere la nostra vita: ognuno di noi, potenzialmente, è un detenuto all'estero. Ci auguriamo che con le reti sociali - le quali spesso pubblicano quello che i media nazionali non ci dicono - la cultura inizi a cambiare, e la gente a capire. Noi seguiamo cinque casi in Perù.
Sono persone non giovanissime, hanno fatto qualcosa di sbagliato e sono state catapultate in una situazione più grande di loro. Ora però la stanno pagando più che cara... ma sono esseri umani. Sono convinta comunque che questo errore non lo ripeteranno. Spesso dai giornali sentiamo d'imprenditori che si tolgono la vita, così ci irritiamo contro il Governo, e ne nascono battaglie politiche. Ebbene, questo è un altro aspetto del suicidio: l'esito finale è stato diverso, ma i motivi che sono stati alla base del loro agire sono gli stessi. Molti di loro non hanno mai avuto problemi con la legge, e si sono trovati in una fase della loro vita, in cui hanno voluto rischiare. Spesso l'unico scopo era dar da vivere alla famiglia. Al posto del suicidio hanno deciso per un rischio estremo, che in un certo senso equivale a un suicidio".
La Camera ha approvato il disegno di legge di ratifica ed esecuzione del trattato sul trasferimento delle persone condannate, firmato da Italia e Brasile. Lo ritiene un passo avanti importante, considerando che nel Paese verde-oro sono reclusi ben ottantasette italiani?
"Circa la Convenzione di Strasburgo - e tutti gli Accordi bilaterali che vi s'ispirano - il mio parere è netto: sono norme che fanno letteralmente acqua da tutte le parti, perché sono troppo generiche e lasciano eccessivo spazio alle fumose legislazioni nazionali. E soprattutto ai loro ritardi. Spesso assistiamo a casi in cui il connazionale fa prima a scontare la pena in loco, che attendere il processo burocratico del trasferimento in Italia. Ricordiamoci poi che la decisione finale sul trasferimento è sempre a discrezione del Paese di condanna. E quindi nei delicati casi di connazionali volutamente incastrati, il sistema giudiziario straniero non avrà alcun interesse al trasferimento. Va poi aggiunto che spesso queste normative internazionali sono disapplicate nello Stato di nazionalità del recluso, che tende al rilascio anche quando non ve ne sarebbero le condizioni. Un fenomeno che provoca a sua volta l'irrigidimento dei Paesi di condanna, e in definitiva la quasi totale disapplicazione di questi accordi".
www.marketpress.info, 16 febbraio 2015
Come emerso di recente dal rapporto pubblicato dal Senato degli Stati Uniti "Programma di detenzione e interrogatori della Cia", l'agenzia di spionaggio americana utilizzata la tortura per ottenere delle informazioni dai detenuti. In una votazione in seduta plenaria l'11 febbraio, i deputati hanno condannato l'azione e hanno chiesto un'indagine per verificare se gli Stati membri fossero coinvolti.
Abbiamo incontrato Elmar Brok (Ppe, Germania) e Birgit Sippel (S&D, Germania), responsabili delle risoluzioni per i gruppi politici. Per prima cosa, il Parlamento europeo ha esaminato la presunta cooperazione degli Stati membri con la Cia nel 2006. Tuttavia, le recenti rivelazioni del rapporto del Senato americano sul "Programma di detenzione e interrogatori della Cia", ha portato i deputati a discutere di nuovo il 17 dicembre 2014 e votare l'11 febbraio. La risoluzione approvata domanda alle commissioni per gli Affari esteri e per i Diritti umani di riavviare le indagini. Clicca per maggiori informazioni da parte del Parlamento europeo.
Per la deputata Birgit Sippel "la fiducia tra gli Stati Uniti e l'Unione europea è stata gravemente tradita perché la tortura non è solo un crimine per gli standard internazionali dei diritti dell'uomo, ma chiama in causa anche i nostri valori, il rispetto dei diritti umani e la dignità. É vergognoso che alcuni Stati membri abbiano collaborato a questi atti criminali, sia fornendo luoghi di detenzione segreta o chiudendo un occhio sui voli segreti di prigionieri sul loro territorio. Ora questi stati devono avviare un procedimento penale contro i responsabili".
Dopo la votazione, il deputato Elmar Brok ha dichiarato: "É scandaloso che i socialdemocratici e i liberali abbiano fatto un accordo con i populisti di destra, gli anti-europei e i comunisti che isola Washington. L'america ha fatto un gesto significativo verso l'Europa e ha affrontato criticamente il programma di interrogatori e di detenzione della Cia. Il rapporto mostra un chiaro messaggio a sostegno di un sistema politico democratico". "Adesso starebbe a noi di inviare un segnale positivo all'America, perché è importante che collaboriamo nella lotta contro il terrorismo globale".
Giornale di Puglia, 16 febbraio 2015
"Dopo tre anni esatti, a parte la risoluzione approvata appena un mese fa dal Parlamento europeo riunito in assemblea plenaria a Strasburgo, nulla è cambiato per i nostri marò. Massimiliano Latorre è in Italia solo perché colpito da un ictus, ma dovrà far ritorno a breve in India dove è rimasto il suo compagno Salvatore Girone.
Avevamo sperato che finalmente qualcosa si muovesse davvero per i nostri due fucilieri di Marina, trattenuti nel Kerala senza che neanche sia stato mai formulato un capo di imputazione e in evidente violazione di leggi internazionali e dei diritti dell'uomo. Invece, l'Europa resta ancora a guardare, mentre il governo italiano si dimostra ancora incapace di agire con maggiore autorevolezza e sostanziali iniziative rispetto al passato. E neanche Federica Mogherini, prima in veste di ministro degli Esteri italiano, adesso addirittura nel ruolo di Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, sembra incidere diversamente. Anzi, continua, come il premier Renzi, ad arrampicarsi sugli specchi con le parole, le promesse, le autogiustificazioni e improbabili giochi di squadra. Mentre, in realtà. L'Italia è estromessa da ogni decisione che conta.
Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe veramente da ridere. Da tempo sosteniamo che i diritti umani dei nostri due marò siano stati violati, insieme al fatto che la competenza giurisdizionale debba essere attribuita all'Italia o, al massimo, ad un arbitraggio internazionale. Siamo rimasti inascoltati e il risultato è che a tre anni dall'accaduto, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono ancora detenuti e la restrizione della loro libertà stava per trasformarsi anche in tragedia per le note condizioni di salute di Latorre. Incredibile altresì che, dopo l'evidente indisponibilità delle autorità indiane a trovare una soluzione adeguata e ragionevole al caso, non si sia fatto ricorso al Tribunale internazionale del diritto del mare per sbloccare la situazione.
L'Europarlamento aveva sottolineato nella risoluzione che "i diritti e la sicurezza dei cittadini dell' Ue nei paesi terzi dovrebbero essere salvaguardati dalla rappresentanza diplomatica dell'Unione, che dovrebbe operare attivamente per la difesa dei diritti umani fondamentali dei cittadini dell'Ue detenuti in qualsiasi Paese terzo. Parole. Solo parole. Tanta pena per i nostri fucilieri e le loro famiglie. E tanta vergogna per l'Italia". Lo dichiara in una nota il sen. d'Ambrosio Lettieri, capogruppo Fi 12esima Commissione Senato.
Vito (Fi): il 19 riunirò Commissione Difesa spero con il Governo
"Finalmente, dopo mesi di silenzio, oggi si torna parlare di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in occasione dei tre anni dall'inizio della vicenda, tre anni trascorsi senza peraltro che siano stati provati il loro coinvolgimento o la loro colpevolezza. La commissione Difesa della Camera, che ho l'onore di presiedere, si riunirà per discutere del caso, mi auguro alla presenza autorevole dei rappresentanti del governo, Giovedì 19 febbraio, quando saranno trascorsi esattamente 3 anni dall'arresto in India dei due Fucilieri di Marina".
Lo sottolinea in una nota Elio Vito, deputato di Fi e presidente della commissione Difesa della Camera. "Tre anni di ingiusta detenzione e privazione della libertà - spiega - per nostri Militari impegnati a svolgere in acque internazionali funzioni loro assegnate e normativamente disciplinate, sono evidentemente un tempo inaccettabilmente lungo".
Secolo XIX, 16 febbraio 2015
Mentre negli Usa ci sono oltre 3mila condannati a morte, resta il problema dell'iniezione letale. Ma l'Utah ha la sua: il plotone d'esecuzione.
Le aziende farmaceutiche europee apertamente boicottano la pratica rendendo indisponibili i cocktail letali per le esecuzioni. E allora alcuni Stati degli Usa (che hanno assoluta discrezionalità sul tema) stano studiando le soluzioni. Nello Utah, si propone una decisione drastica. Se manca il farmaco necessario alla data dell'esecuzione capitale, ebbene si ricorrerà al plotone di esecuzione. La proposta, numero 0011, riporta in modo chiaro che "se le sostanze non sono in grado di portare avanti la pena di morte, essa sia portata con il plotone di esecuzione".
La legge dello Stato (dove il locale parlamento è controllato dai Repubblicani) è passato con 39 voti a favori e 34 contro alla Camera. Si attende ora il voto del Senato statale. Sul tema, però i leader politici non hanno rilasciato dichiarazioni. A parlare Paul Ray, che è stato il principale promotore della legge, dichiarando che "vista l'opposizione delle aziende europee a fornirci il farmaco letale, mi sembra che il plotone di esecuzione sia il mezzo più umano per eseguire pene di morte". Potrà sembrare strano ma l'esecuzione della condanna a morte in Utah via fucilazione è stata vietata solo nel 2004, e visto che non era retroattiva, nel 2010 un condannato ha chiesto, e ottenuto, di essere ucciso in questo modo. La regola della "fusillade" è che il detenuto venga messo al centro di un campo di tiro e colpito dai fucili di cinque agenti di polizia.
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