Aise, 30 gennaio 2015
Verrà presentato il 3 febbraio prossimo a Roma il volume di Patrizio Gonnella "Detenuti stranieri in Italia. Norme, numeri e diritti". Durante l'incontro verranno illustrati i dati relativi alla presenza dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, suddivisi per nazionalità e per credo religioso, oltre che per età, legame famigliare e titolo di studio. Verrà inoltre riportato il dato relativo a quanti di questi detenuti siano in custodia cautelare, quanti appellanti e ricorrenti, quanti in esecuzione penale e in esecuzione penale esterna. Altro dato che sarà presentato è quello del tipo di reato per il quale vengono reclusi gli stranieri nel nostro paese.
Sarà presentato inoltre il quadro normativo che, nel corso degli anni, ha fatto sì che il numero di stranieri nelle nostre carceri sia progressivamente aumentato.
Il volume, realizzato grazie all'attività di ricerca dell'Associazione Antigone con il sostengo di "Open Society Foundation" ed edito dall'Editoriale Scientifica, è il primo lavoro di questo genere realizzato in Italia. La presentazione si terrà alla Libreria del Viaggiatore, via del Pellegrino 78, a partire dalle 11. Insieme all'autore interverranno Silvana Sergi (Direttrice del carcere di Regina Coeli), Marco Ruotolo (Ordinario di Diritto Costituzione, Università Roma Tre) e Abudl Matahar (Mediatore culturale Associazione Medea).
La Libreria del Viaggiatore, è la redazione della Round Robin, casa editrice che da anni promuove iniziative letterarie nelle carceri. Con il progetto "un libro ti fa evadere" la Round Robin ha raccolto, grazie ai suoi lettori, decine di volumi poi inviati nelle carceri che ne hanno fatto richiesta. Contestualmente la giovane casa editrice ha promosso presentazioni di alcuni titoli in catalogo, proprio all'interno delle carceri incontrando i detenuti.
Agenparl, 30 gennaio 2015
Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria sostiene e promuove i progetti sportivi nelle carceri italiane ed è impegnato in un attento recupero degli impianti affinché in tutti gli istituti penitenziari lo sport possa diventare una pratica diffusa e occasione di una sempre maggiore partecipazione della società alla vita detentiva. Lo sport in carcere offre alle persone detenute la possibilità di contribuire al benessere psico-fisico e ad apprendere il rispetto per le regole e per l'avversario. Sport come attività individuale ma anche come gioco di squadra, rispetto delle regole e dell'avversario. Grazie al contributo di società e associazioni sportive, delle Federazioni e del Coni, nelle carceri italiane nel tempo si sono costituite vere e proprie squadre sportive, dal calcio, al volley al rugby, che partecipano a campionati "ufficiali" e che gareggiano con squadre esterne nelle strutture sportive degli istituti penitenziari.
Il rugby è tra gli sport che negli ultimi anni ha maggiormente attirato attenzione e curiosità anche nella stampa sportiva; attualmente viene praticato in otto istituti. La prima partecipazione a un campionato ufficiale di una squadra composta da detenuti risale al 2011. Nata nella casa circondariale di Torino "Lorusso-Cutugno, "la Drola", questo il nome della squadra, è nata per volontà della direzione e dell'associazione "Ovale oltre Le sbarre", facendo da apripista alle altre esperienze attive presso le carceri di Bologna, Monza, Frosinone, Terni, Bollate, Firenze, Porto Azzurro. Al racconto di queste esperienze è dedicato il libro "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre", di Antonio Falda, patrocinato dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dalla Federazione Italiana Rugby e dal Club Italia Amatori Rugby, dal 28 gennaio in libreria, un viaggio fra le carceri italiane alla scoperta del rugby, che si fa strumento sociale e occasione di recupero. Una ricerca appassionante su come la pratica sportiva incida nell'animo delle persone. Storie di detenuti che nel rugby cercano il riscatto personale, di operatori che impegnano il proprio tempo libero per andare a insegnare il rugby in carcere. Di uomini della Polizia Penitenziaria che queste attività le hanno volute, permesse, promosse.
L'autore si è recato nel carcere minorile di Nisida, e negli istituti detentivi di Terni, Torino, Monza, Frosinone, Porto Azzurro, Bollate e Firenze. Lì ha incontrato gli operatori esterni, gli educatori/allenatori, i direttori, i comandanti della polizia penitenziaria e naturalmente i detenuti, per vivere direttamente queste esperienze.
Il Capo del Dipartimento Santi Consolo ha accolto con grande interesse i risultati positivi fin qui raggiunti dalla pratica del rugby negli istituti penitenziari ed ha già impartito direttive, affidando al responsabile del gruppo sportivo della Polizia Penitenziaria "Fiamme Azzurre" Marcello Tolu l'incarico di effettuare una ricognizione degli impianti sportivi esistenti; sarà così predisposto un piano di recupero di quelle strutture che necessitano di interventi di ristrutturazione al fine di estendere l'esperienza, in collaborazione con la federazione italiana Rugby.
Direttive programmatiche sono state concordate con il responsabile delle Fiamme Azzurre per migliorare gli impianti sportivi dell'Amministrazione e renderli fruibili al personale di Polizia Penitenziaria e alle loro famiglie, con previsione di specifiche attività sportive, supportate dagli atleti delle Fiamme Azzurre; saranno previsti corsi di rugby, in collaborazione con la Federazione Italiana Rugby.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 30 gennaio 2015
Oggi abbiamo tutti il dovere di stare dalla parte di Erri De Luca. Non perché sia particolarmente simpatico o perché sia un poeta particolarmente ispirato o perché capace di avere il coraggio delle proprie idee. No. Abbiamo questo dovere in quanto mi pare davvero assurdo che egli sia stato rinviato a giudizio - e venga ora giudicato - per aver detto pubblicamente che la Tav va "sabotata". Apriti cielo! Reo di aver toccato ciò che non lo può essere, De Luca è stato accusato di istigazione a delinquere e viene perciò processato, rischiando la pena della reclusione da uno a cinque anni.
Ora, bisogna sapere che il reato di istigazione a delinquere non solo pone gravi problemi - da sempre - circa i limiti della condotta punibile, ma soprattutto rappresenta la tipica espressione della punizione di un pensiero espresso ad alta voce, con tutti i dilemmi giuridici che ciò comporta. Si può punire il pensiero, sia pure espresso a voce alta? In Italia, si può. So già cosa si potrebbe rispondere: molti direbbero che anche attraverso il pensiero espresso ad alta voce si possono commettere illeciti: si può, per esempio, ingiuriare, diffamare, calunniare. E si può appunto anche istigare altri a commettere un reato.
Tuttavia, occorre che siano presenti alcune condizioni specifiche che, peraltro, la giurisprudenza ha elaborato in modo abbastanza preciso e concorde. È stata infatti la Corte di Cassazione a precisare che occorre innanzitutto che il pensiero espresso abbia in sé la capacità di indurre davvero alla commissione di un reato. Nel caso specifico, il termine sabotare può avere in lingua italiana diversi significati, non necessariamente legati ad atti di violenza materiale o personale. Si dà il caso, infatti, che esista anche il sabotaggio in senso politico, sotto forma di ostruzionismo parlamentare; in senso mediatico, sotto forma di silenzio-stampa; in senso intellettuale, sotto forma di opposizione ideale. E allora?
Come si fa ad affermare con certezza che il sabotaggio di cui parlava De Luca volesse istigare alla violenza e solo alla violenza ? Non basta. È sempre la Cassazione a pretendere - ai fini della configurazione del reato di istigazione a delinquere - che l'espressione adoperata sia capace di innescare concretamente nei suoi destinatari il proposito effettivo di commettere un reato. Non è sufficiente una generica approvazione né una difesa di un eventuale illecito, ma è necessario che esista fra chi si esprime e i destinatari di quella espressione una relazione tale da far sorgere il proposito concreto di commettere quel determinato reato.
Ebbene, non ci vuole molto a vedere come nel caso contestato a De Luca né la prima né la seconda condizione siano presenti, rendendo davvero incomprensibile lo svolgimento del processo. Ciascuno sa bene infatti che De Luca è un poeta e che - giustamente - vede il mondo con gli occhi del poeta, è un pensatore solitario ma socialmente solidale che dice ciò che pensa spesso in modo provocatorio e controcorrente. Ma davvero è possibile scorgere in lui, fonte delle espressioni incriminate, il bieco germinatore di orribili delitti? E che sia addirittura capace, in modo dopo tutto vigliacco, di spingere gli altri a commetterli, mentre lui se ne sta comodamente seduto davanti al caminetto?
In realtà, a pensarci viene da ridere, per l'abnormità del ruolo che l'accusa vorrebbe cucirgli addosso come nulla fosse. Ed invece, da ridere c'è poco, pochissimo, perché si sta celebrando un vero processo penale. Dobbiamo aggiungere che se ci trovassimo in un sistema di "common law" - ove il pubblico ministero, prima di agire, deve preoccuparsi di come e quanto l'accusa saprà reggere alla prova di un dibattimento - questo processo non sarebbe neppure stato pensato, immaginato: infatti, il pubblico ministero avrebbe da temere non solo le reprimende pubbliche del giudice e il biasimo della compagine sociale, ma anche gli effetti negativi che di sicuro si determinerebbero sulla propria professione.
Ma l'Italia è un Paese diverso. Qui è possibile imbastire, tranquillamente e sapendo di non aver nulla da temere, un processo sbagliato in partenza perché delle due l'una: o si concluderà con una assoluzione di De Luca, ed allora saranno tempo e risorse sprecate; oppure si concluderà con una condanna, ed allora si sarà posata una pietra tombale sulla libertà di pensare e di parlare. Capisco bene che a molti va bene così. Ma non a quelli che hanno a cuore le ragioni della giustizia, di questa dea negletta e misconosciuta, dalla quale tuttavia dipende la vita associata di tutti noi.
di Enrico Novi
Il Garantista, 30 gennaio 2015
Su una rivista specializzata non sarebbe mai uscito, ma è costato troppo e lo difenderanno con i denti, anche se è una bufala.
C'è o non c'è? Sulla prova regina contro Giuseppe Bossetti si rischia di aprire un processo bis. Stavolta i ruoli dell'accusa e della difesa rischiano di assumerli direttamente i genetisti. Sul banco degli imputati ci finisce l'esame del dna effettuato dal Ris dei carabinieri. Secondo la perizia meno entusiasta, in quel test c'è più di un elemento poco chiaro.
Almeno due anomalie, sostiene il dottor Carlo Previderé, genetista dell'università di Pavia incaricato, per giunta, dalla Procura. Secondo altri scienziati non cambia nulla: è questa per esempio l'opinione di Giuseppe Novelli, dell'università di Tor Vergata. Abbiamo intervistato il professor Alessandro Meluzzi, docente di genetica del comportamento, il quale dice: "Nel dna niente di scientifico, ma hanno speso troppo e non lo ammetteranno mai".
L'avvocato di Bossetti, Claudio Salvagni, sostiene che la Procura non intende riconoscere contraddizioni più che evidenti. Il procuratore capo di Bergamo Giuseppe Dettori dichiara invece che "la prova del dna non è in discussione", in accordo dunque con quanto sostengono il professor Novelli e numerosi altri scienziati.
Come finirà al processo vero? Impossibile stabilirlo a furia di perizie che sembrano affermare l'uno il contrario dell'altra. Si può provare con un giudice terzo. Un non genetista, possibilmente. Alessandro Meluzzi, psichiatra ed ex parlamentare di Forza Italia, è immune dal "vizio" di essere un vero e proprio tecnico della materia, condizione che come si è visto non aiuta a fare chiarezza. "Ma vorrei fare delle considerazioni generali, anche sulla base del fatto che oltre ad esercitare la professione di medico psichiatra ho insegnato Genetica del comportamento umano alla scuola di Psicologia clinica dell'università di Siena. La logica della materia non mi sfugge".
Ecco, professore: chi ha ragione secondo lei?
"Il fatto stesso che esistano delle anomalie dovrebbe spingerci a non considerare come assoluto il valore dell'esame del dna effettuato nelle indagini per la morte della povera Yara".
Quindi non si può dire che quell'esame sia una prova contro Bossetti.
"Direi di no. Se in un esperimento c'è un dato controverso, questa controversia si irradia su tutto il resto. Se fosse uno studio da pubblicare su una rivista scientifica, l'esame del dna effettuato dal Ris dei carabinieri sarebbe buttato via".
Secondo lei non ha validità scientifica?
"Hanno comparato il dna mitocondriale delle formazioni pilifere trovate sui leggins della bambina con quello di centinaia di donne, non con quello di Bossetti. In quei reperti non c'è nulla che rimandi all'indagato".
E poi c'è la questione del dna nucleare di Bossetti trovato sugli slip di Yara che non è accompagnato dal dna mitocondriale.
"È una discordanza significativa. Il dna mitocondriale è sicuramente di provenienza materna. Avremmo dovuto trovare un dna mitocondriale uguale a quello della madre di Bossetti. Alcuni studiosi tendono ad avvalorare comunque il test e dicono che possono essersi verificati eventi di vario tipo, a cominciare dalla degradazione biologica. Può esserci stata una contaminazione, ma anche un errore sperimentale. Un test del genere andrebbe ripetuto più volte Chi conosce la medicina sa che essa contiene l'errore".
Quindi Bossetti verrà assolto?
"Sono sicuro del contrario. C'è un quadro che tende a cristallizzarsi, ed è tutto a lui sfavorevole. Negli Stati Uniti sarebbe già stato scarcerato. Una prova come quella del dna, in America, non può portare alla condanna. Il motivo? Semplice: è una prova non ripetibile in dibattimento. Quando cioè possono verificarne la correttezza entrambe le parti".
Torniamo all'esame, scusi: lei dice che non dà certezze assolute, a maggior ragione in questo caso.
"Non bisogna trasformare la prova scientifica in un idolo. L'esame del dna non va ipostatizzato. È un elemento penetrante ma non esaurisce il processo. Andrebbe confrontato con gli altri dati. Nello specifico, il movente, la dinamica. Con il fatto per esempio che nel furgone di Bossetti non ci sono tracce riconducibili a Yara. E poi il testimone che parla 4 anni dopo".
Cosa farebbe al posto degli avvocati?
"Tenterei la strada dell'incidente probatorio. Farei rifare a Bossetti tutto quello che ha fatto quella sera".
La famiglia Gambirasio ha avuto un comportamento esemplare.
"Non metto in dubbio che si tratti di persone davvero corrette. Il che però non può far escludere un'altra cosa. E cioè che sospettino tutto un altro retroscena".
A cosa si riferisce?
"Il papà di Yara era presidente della commissione edilizia. Sovrintendeva a cantieri in cui lavoravano centinaia di immigrati, molti dei quali irregolari. Lui stesso potrebbe sospettare che all'origine di quel mostruoso delitto ci fosse la volontà di intimidirlo. Non sembra si tratti di uno stupro".
Sulla base di cosa può dirlo?
"Alcuni aspetti. Quei segni dietro la schiena, che ricordano certi segnali mafiosi. Lo scenario di cui dicevo un attimo fa, che finora l'inchiesta ha sottovalutato. Il fatto che dovremmo trovarci di fronte a un predatore sessuale che arriva alle soglie dei quant'anni senza accumulare un solo precedente specifico. Si innamora perdutamente di una bambina di 13 anni e poi la uccide in quel modo. È un quadro che non mi ha mai convinto, neanche un po'. L'unico dato che si presume granitico? Quello del Dna. Che però inizia a sgretolarsi".
Non la pensano così molti genetisti.
"Non parlano chiaro, non spiegano davvero cosa potrebbe essere successo. La loro è una sorta di esoterismo".
A cui, dice lei, si associa il fideismo con cui gli inquirenti scommettono su questa prova.
"Una cosa è la scienza, altra è lo scientismo. E qui ne vedo molto. Ha mai sentito parlare di un ospedale in cui non si commettono errori? Possibile che l'unico in cui non se ne verificano è il laboratorio dei carabinieri? Allora affidiamo a loro la ricerca sul cancro. Ho l'impressione che a questo punto si tratti anche di un problema di soldi".
Cosa intende dire?
"Il fatto che per questo esame del dna sono stati fatti investimenti ingentissimi. In laboratorio sono state eseguite 21mila prove. Se si scoprisse che non sono servite a nulla la cosa risulterebbe sconveniente. Eppure, ripeto, con le anomalie che la perizia del dottor Previderé ha fatto emergere, se si trattasse di un lavoro per una rivista scientifica chiederebbero agli autori dello studio se per caso hanno trovato la provetta in un gabinetto. Come si fa a costruirci sopra una condanna?".
di Davide Milosa
Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2015
Dopo il pronunciamento della Cassazione, il fotografo rischia di dover scontare 13 anni di carcere, l'ultima speranza è il nuovo Capo dello Stato.
In carcere ci sta da due anni. Casa circondariale di Opera (Milano), struttura di massima sicurezza che accoglie ospiti di riguardo come Totò Riina. Certo Fabrizio Corona non è recluso al 41 bis. La situazione resta comunque grave. Vuoi perché l'ex re dei paparazzi soffre di problemi psichici, vuoi perché ora, dopo la sentenza della Cassazione che ha bocciato lo sconto di pena a nove anni disposto dal gip di Milano, Corona rischia di dover scontare un cumulo di tredici anni. Lo sconto era stato definito circa un anno fa.
E, dunque, prima dell'ultima decisione dei supremi giudici, considerando il periodo già trascorso in carcere sommato alla detenzione preventiva scontata per "Vallettopoli" a Corona mancavano 6 anni e 8 mesi. Poi la doccia fredda da Roma. I legali del fotografo hanno fatto sapere che a breve invieranno al capo dello Stato una richiesta di grazia parziale. In sostanza non si chiede la liberazione, ma quantomeno gli arresti domiciliari se non addirittura i servizi sociali. Ad oggi, infatti, Corona non può accedere a pene alternative a causa della condanna a cinque anni per estorsione aggravata.
Insomma, se la pubblica opinione ormai sembra aver perdonato i colpi di testa del fotografo, non paiono della stessa opinione i giudici che non fanno sconti. I guai per Corona iniziano nel 2006, quando da Potenza rimonta lo tsunami "Vallettopoli" che travolgerà buona parte dello star system milanese. Nella bufera giudiziaria finisce anche il fotografo. Guai e fama vanno di pari passo.
Entrambi aumentano esponenzialmente. Il fascicolo riguarda ricatti legati a foto rubate. Corona finisce coinvolto. Nel corso delle varie istruttorie gli vengono attribuiti diversi tentativi di estorsione. Alla fine, l'unica che reggerà in Cassazione è quella all'ex calciatore della Juventus David Trezeguet, costretto a pagare 25mila euro per non far uscire alcuni scatti (baci, in fondo, innocui). Sul caso dell'estorsione indaga e ottiene la condanna la Procura di Torino. Il 18 gennaio 2013 la Cassazione conferma. Nello stesso momento Corona scappa. La sua latitanza dura una settimana. Finirà in Portogallo. Rientrato in Italia, il fotografo viene trasferito al carcere di Busto Arsizio. Da quel momento in poi, su Corona piovono diverse altre sentenze definitive. Il 10 aprile 2013 vien condannato a tre anni e dieci mesi per la bancarotta della sua agenzia fotografica Coronàs. Mentre il 4 giugno dello stesso anno va definitiva la condanna a un anno e due mesi per il caso delle foto fatte nel carcere di San Vittore.
La vicenda risale al 2007 nel periodo in cui il fotografo era in regime di detenzione preventiva per "Vallettopoli". In quel frangente Corona corrompe un agente per farsi dare un cellulare. Quegli scatti, tempo dopo, finiscono su alcune riviste. Per tutte queste condanne, un anno fa il gip di Milano aveva ridotto il cumulo totale sostenendo la continuazione tra il reato di estorsione e altri compiuti da Corona.
Ora la Cassazione ha annullato sostenendo che "l'ordinanza impugnata viene annullata limitatamente al riconoscimento della continuazione tra i reati di estorsione e i restanti reati oggetto delle sentenze dell'8 marzo 2010 del gip del tribunale di Milano e del 7 giugno 2012 della Corte d'Appello di Milano, e si rinvia per nuovo esame al gip del tribunale di Milano". Il 22 gennaio scorso, Corona si è recato in tribunale per chiedere l'affidamento ai servizi sociali. Ai giudici ha detto: "Sto male, vi chiedo di darmi un'opportunità".
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 30 gennaio 2015
"Obiezione vostro onore: l'accusa ha letto un messaggio dell'imputato ma senza l'emoticon che c'era alla fine". E il giudice accoglie il rilievo: quel faccino sorridente ha una sua rilevanza davanti alla giuria. Che, sballottata tra fatti reali e realtà virtuale fatica a seguire il percorso di un processo nel quale si parla di indirizzi IP, configurazioni, Bitcoin, Torrent e Codebase. Tanto che a un certo punto il giudice che presiede invita le parti a concordare un glossario da mettere a disposizione dei giurati.
Telecamere stradali, intercettazioni telefoniche e ambientali, sorveglianza di Internet ed esami del Dna hanno cambiato il modo di indagare e di assicurare i criminali alla giustizia. Ma, oltre a innovare il lavoro delle polizie, le tecnologie digitali sono destinate anche a sconvolgere i processi per molti crimini, soprattutto quelli informatici.
Il procedimento in corso a New York contro Ross Ulbricht, giovane genio informatico accusato di aver creato e gestito un sito di compravendite anonime, "Silk Road", diventato un hub clandestino per la compravendita di droga, è una finestra aperta su questo sorprendente mondo. Un universo nel quale i giurati si perdono in un gioco di specchi elettronici. In apparenza tutto è chiaro: un neolaureato che vorrebbe continuare gli studi ma poi smania per trasformare il suo genio in business model. Ma, a differenza dei leggendari "garage" della Silicon Valley dove sono nate Apple e Google, la start up di Ross va male.
Lui ha bisogno di soldi e cambia rotta: inventa la sua creatura clandestina, ricorre per i pagamenti ai Bitcoin, la valuta virtuale non tracciabile che circola sul web, e si nasconde dietro lo pseudonimo Dread Pirate Roberts. Poi deposita, in un angolo del suo computer, un diario a futura memoria con la ricostruzione delle sue gesta fino al collaudo di "Silk Road" con la compravendita di funghi allucinogeni da lui coltivati.
Ma nella realtà impalpabile del web, eccepisce la difesa, nulla è come sembra: Ross ha concepito sì il sistema di transazioni segrete, ma poi qualche hacker si è sostituito a lui vendendo droga al suo posto e creando false identità, compresa quella del pirata Roberts. Dissertazioni degli ingegneri dell'Fbi e difesa che non vuole che una chat venga equiparata a una telefonata: "Non c'è un timbro di voce che puoi riconoscere, al massimo puoi ricostruire uno stile di scrittura". E una giuria sempre più disorientata. Il futuro della giustizia è anche questo.
Ansa, 30 gennaio 2015
"Restano stabili a quota 5.600 i detenuti presenti nelle 14 carceri del Lazio con un sovraffollamento che, seppur lontano dalle cifre del passato, segna sempre un +500 di presenze rispetto alla capienza regolamentare (fissata a quota 5.114)".
Lo rende noto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando i dati del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap). "Al 22 gennaio 2015, negli Istituti della Regione erano presenti 5.619 reclusi, 19 in più rispetto al 31 dicembre 2014, ma ben 1.200 in meno rispetto ad un anno fa (la rilevazione del 4 febbraio 2014 indicava 6.856 presenze). Rispetto allo stesso periodo del 2014, il Lazio perde una posizione nella graduatoria delle Regioni italiane con più detenuti, passando dal terzo al quarto posto (dietro Lombardia con 7.871 presenze, Campania con 7.238 e Sicilia con 5.969).
Dai dati emergono ulteriori spunti di riflessione. Continua a scendere la percentuale dei detenuti in attesa di giudizio definitivo: nel Lazio sono 2.101 (37,39% del totale), il 4,6% in meno rispetto a febbraio 2014: 988 sono quelli in attesa di giudizio di I grado, e 1.113 i condannati non definitivi. I condannati definitivi sono invece 3.503, il 62,34%, con un +3% rispetto allo scorso anno. Se da un lato è innegabile che ci sia un calo delle presenze che ci ha portato lontani dall'emergenza sovraffollamento degli anni scorsi - ha detto il Garante Marroni - dall'altro bisogna prendere atto che siamo ancora lontani dal garantire condizioni accettabili di vivibilità all'interno di gran parte delle carceri della Regione. Le aggressioni agli agenti di polizia penitenziaria segnalate a Frosinone, la difficile realtà denunciata dai sindacati a Velletri e quella segnalata dalla delegazione dei radicali italiani a Latina, sono tutte spie di una tensione che, in troppe realtà, resta ancora troppo alta".
www.livesicilia.it, 30 gennaio 2015
Un detenuto di 26 anni, Ciro Carrello, napoletano, si è suicidato nel carcere palermitano di Pagliarelli. L'uomo, in cella con l'accusa di rapina, si è tolto la vita impiccandosi con in lenzuolo. Da una ventina di giorni si stava confidando con i magistrati della Procura di Palermo. Aveva ammesso di avere compiuto i reati che gli venivano contestati ed aveva iniziato a parlare di episodi che coinvolgevano altre persone.
Si è impiccato con un lenzuolo mentre si trovava in infermeria. Una vicenda dai contorni misteriosi. Altri due detenuti dello steso penitenziario, considerati legati alla mafia, sono indagati perché lo avrebbero minacciato con dei bigliettini che qualcuno era riuscito a fargli recapitare in cella. Lo invitavano a stare "sereno" e a prendersi cura solo ed esclusivamente dei suoi familiari. Alla luce di quanto accaduto nella notte, intorno alle 3, ora del suicidio, quei messaggi vengono interpretati come dei veri e propri avvertimenti. Uno, in particolare, era giunto a destinazione quando l'uomo non aveva ancora iniziato a parlare con i magistrati.
Anzi, probabilmente era stato proprio il messaggio a convincerlo dell'opportunità di collaborare visto che la sua decisione era maturata nelle ore successive alla lettura del biglietto. E così le celle dei due detenuti ora sono state perquisite. Gli agenti hanno sequestrato alcuni scritti che meritano un approfondimento investigativo. Fino a ieri sera, l'uomo era stato sentito dai pubblici ministeri di Palermo e non aveva mostrato segni di nervosismo che potessero fare presagire intenti suicidi. A breve il detenuto sarebbe stato trasferito in un altro carcere.
Detenuto napoletano si impicca: stava collaborando con i magistrati (Il Mattino)
Da poche settimane aveva cominciato a collaborare con i magistrati rivelando i nomi dei componenti di una sorta di gruppo di fuoco a cui Cosa nostra si rivolgerebbe da tempo per mettere a segno le rapine. Oggi gli agenti penitenziari del carcere Pagliarelli l'hanno trovato impiccato con un lenzuolo nella cella in cui era in isolamento. Una morte tutta da decifrare quella di Ciro Carrello, 26 anni, nato a Napoli ma residente a Bagheria, arrestato a novembre nell'ambito di una inchiesta sui favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro che coinvolse anche il marito della nipote del padrino latitante.
I magistrati vogliono vederci chiaro e indagano per capire se si sia trattato di un suicidio o se qualcuno abbia voluto eliminare l'aspirante pentito. Per lui l'accusa era di rapina aggravata dall'avere favorito Cosa nostra: insieme a un gruppo di complici derubò un deposito della Tnt di Campobello di Mazara di proprietà di una ditta riconducibile a Cesare Lupo, uomo d'onore fedelissimo dei boss Graviano.
Al pm Carlo Marzella, che lo ha arrestato a novembre, Carrello avrebbe cominciato a raccontare i particolari di una serie di colpi eseguiti da una banda che farebbe capo ai clan. Nipote del pentito Benito Morsicato, ex affiliato del clan di Bagheria, Carrello avrebbe lasciato in cella un bigliettino che ora è all'esame degli inquirenti. I magistrati disporranno l'autopsia sul corpo del detenuto.
Ristretti Orizzonti, 30 gennaio 2015
"Difficoltà a raggiungere il carcere di Bancali per la distanza, soprattutto in presenza di bambini o quando i familiari hanno condizioni di salute precarie. Impossibilità di effettuare regolari colloqui per i costi dei viaggi che durano intere giornate.
Con queste motivazioni alcuni parenti dei detenuti cagliaritani, trasferiti a Sassari-Bancali oltre due mesi fa per favorire lo spostamento in giornata dei reclusi dalla Casa Circondariale di Buoncammino a quella di Uta, chiedono che i parenti possano essere portati nel Villaggio Penitenziario dell'area industriale di Cagliari". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", facendosi interprete del disagio espresso dalle famiglie.
"Non riusciamo a spiegarci - hanno riferito - perché i nostri familiari debbano restare a Sassari quando la nuova Casa Circondariale di Cagliari-Uta è ormai entrata a regime. Del resto quando i nostri parenti hanno cambiato sede è stato comunicato loro che si trattava di una misura temporanea adottata solo per semplificare il trasferimento. Abbiamo affrontato le difficoltà consapevoli che si trattava solo di un sacrificio transitorio, ma adesso non ce la facciamo più. Le istanze di trasferimento a Cagliari dei nostri congiunti restano senza risposta e stiamo rinunciando alle trasferte perché sono diventate molto pesanti ed esose".
"La richiesta di poter riprendere regolari rapporti con i familiari privati della libertà - osserva Caligaris - è un'esigenza non solo condivisibile ma necessaria proprio per rendere più incisiva, come del resto recitano l'ordinamento penitenziario e le circolari ministeriali, l'azione rieducativa del carcere. È evidente che condizioni socio-economiche difficili condizionano negativamente la possibilità di svolgere regolari colloqui con i parenti generando nei reclusi instabilità emotiva".
"È innegabile che l'avvio della nuova mega struttura di Cagliari-Uta richieda un periodo di assestamento, anche perché sono ancora in fase di allestimento alcuni locali perfino dell'amministrazione. L'auspicio è che, aldilà delle questioni organizzative, si provveda al più presto a garantire la territorialità della pena soprattutto in considerazione delle esigenze delle famiglie. Non si può infatti dimenticare - conclude la presidente di Sdr - che i detenuti hanno perso la libertà ma hanno diritto a mantenere i rapporti affettivi indispensabili per il loro reinserimento sociale".
di Riccardo Porcù
Il Secolo XIX, 30 gennaio 2015
I nomi li ricordano a memoria. Alì, Vladimir, Vito, Francesco. Sono i loro ragazzi, i volontari della Croce. E poco importa che siano qui grazie ai progetti di detenzione esterna delle carceri genovesi, con la tuta arancione addosso non sono diversi dagli altri, parte della pubblica assistenza. I responsabili della Croce Azzurra di Fegino ripetono la storia e i nomi di tutti i giovani passati da qui e poi tornati al lavoro.
Un esempio riuscito di progetto di reinserimento a cui da tempo la pubblica assistenza dedica il proprio impegno. Chi è arrivato non resta con le mani in mano, viene chiamato per le mansioni d'ufficio ma anche per accompagnare i membri con maggiore esperienza e specifiche abilità nel soccorso, negli aiuti agli anziani e alle persone in difficoltà. Poi, quando le chiamate iniziano a diminuire, c'è il tempo per fare una pausa. Due chiacchiere, un breve riposo, le risate e gli sfottò sulle partite di campionato.
Anche questo è un modo per conoscersi e parlare per i tanti ragazzi che da mesi hanno sostituito le pene detentive in carcere o le multe per reati minori al volontariato nella sede della pubblica assistenza. Una normalità che in molti pensavano utopia. Invece ora nella sede della pubblica assistenza in via Castel Morrone i giovani si avvicinano alle ambulanze con sapienza, conoscono gli strumenti e hanno imparato le basi del primo soccorso. Alcuni non sono rimasti soltanto perché "obbligati", anzi, hanno deciso di restare anche nei giorni liberi, una volta scontata la pena, per partecipare ai corsi di urgenza. Per diventare in tutto e per tutto militi della Croce.
"Sono arrivato qui a dicembre, mi avevano dato un Daspo per aver scavalcato senza biglietto all'esordio della Samp, nel giorno del ritorno in A - racconta Francesco Trimarchi, 23 anni, avvolto nella divisa con il simbolo azzurro a campeggiare sul braccio - Mi hanno fermato anche se avevo pagato per un posto nella Nord.
Ad ogni modo, l'obbligo di restare lontano dallo stadio era scaduto ma mi è arrivata una multa da 1.800 euro, che però non posso pagare. Per questo mi hanno proposto, come pena alternativa, di iniziare a far parte della pubblica assistenza". Abbassa lo sguardo quasi a volersi giustificare per il reato sanzionato dal giudice.
"Quando mi hanno dato questa possibilità ho subito accettato e, sinceramente, anche se qui diciamo che "non ci sono voluto venire" ma mi ci hanno mandato, mi trovo molto bene. Anzi, vorrei restare anche una volta finito questo periodo obbligatorio che è stato un po' un momento di prova. Ma, ripeto, è un'esperienza davvero importante". Come Francesco al momento sono sei i ragazzi dei progetti di reinserimento, calati perfettamente nella realtà del soccorso, insieme ai tredici dipendenti e ai cinquanta volontari della Croce Azzurra che copre un bacino di circa tremila persone, tra Borzoli, Trasta e la stessa Fegino.
"Da noi i giovani vengono per quattro o cinque ore. Magari hanno commesso una semplice "bravata" e vogliono rimediare. Non so, un furto di cellulari o qualcosa di simile. Noi accogliamo tutti a braccia aperte, senza chiudere gli occhi. Sono in tutto e per tutto dei componenti della Croce, con obblighi e doveri. Non siamo accondiscendenti e nemmeno permissivi. Li trattiamo semplicemente come gli altri - spiega Silvano Mastroianni, il presidente della pubblica assistenza di Fegino.
Ecco perché, per esempio, non possiamo prendere solo per un paio d'ore, sarebbe poco logico. Con noi si impegnano e lavorano. E, sinceramente, penso che questo sia una delle formule di reinserimento migliori che la giustizia italiana abbia varato".
Un progetto che prosegue ormai da oltre tre anni qui a Fegino, con ottimi risultati per i quindici ragazzi transitati da via Castel Morrone. "Certo, anche noi abbiamo avuto dei momenti di difficoltà, alcuni giovani venivano sporadicamente, altri volevano fare i furbi e magari passare una volta ogni due - ribadisce Mastroianni - In tutti quei casi però la chiarezza è stata fondamentale, abbiamo spiegato quanto fosse importante l'occasione che gli era stata concessa e si sono messi quasi tutti in riga. Non solo per un'imposizione ma anche per una voglia di fare del bene agli altri".
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