di Luca Cecconi
La Nazione, 6 giugno 2026
“Il carcere di Massa è uno dei migliori tra quelli che ho visitato fino ad oggi”. Sono le prime parole del deputato Fabrizio Benzoni di Azione all’uscita dalla Casa di reclusione di via Pellegrini a Massa dove ha effettuato una visita istituzionale. “La struttura di Massa - ha proseguito l’onorevole bresciano - è un buon esempio di quello che dovrebbe essere un carcere. Non solo un luogo di detenzione ma di recupero e reinserimento. Perchè qui i detenuti possono lavorare nella produzione di tessuti e lenzuola, nell’orto e nella formazione grazie all’accordo con l’istituto alberghiero. Ci sono spazi, capannoni. Insomma, ci sono le premesse affinché coloro che entrano in questo carcere non debbano poi tornarci. E questo si deve alla volontà della direttrice e di tutto il personale”. Benzoni, che da anni si batte per la giusta detenzione, cita alcuni dati significativi. “Nelle carceri dove si lavora davvero e dove ci sono relazioni di questo tipo con il mondo esterno -afferma - solo il 5% dei detenuti torna in carcere, altrimenti la recidiva sfiora il 70%. Purtroppo bisogna tener conto che in Italia lavora meno dell’8% dei detenuti. È soprattutto una battaglia culturale. Non si può dare un calcio al detenuto e dire ‘arrangiati’. È una sconfitta per la nostra società, un fallimento del sistema carcerario e un grande problema per tutti, perché poi queste persone tornano a delinquere e viene meno la sicurezza di tutti. Inoltre i costi sono sempre più alti”.
Corriere di Verona, 6 giugno 2026
Il caso di un detenuto di 70 anni senegalese affetto da tubercolosi e trasferito in una struttura ospedaliera senza che i familiari venissero tempestivamente allertati. E ancora quello di un 40enne tunisino, morto per un tumore in fase terminale mercoledì, che aveva chiesto col suo difensore circa due mesi fa al tribunale di sorveglianza di ottenere la sospensione della pena o di vivere gli ultimi giorni in detenzione domiciliare. Sono due storie portate alla luce dall’associazione Liberi Liberi Art. 27 che esprime “profonda indignazione per quanto accaduto all’interno della Casa Circondariale di Montorio. Non vogliamo alimentare polemiche, ma pretendiamo risposte. Il carcere è una pena stabilita dalla legge, non una sospensione dei diritti fondamentali. La salute, l’informazione ai familiari, l’assistenza e il rispetto delle persone devono rimanere principi inviolabili”.
di Francesco Alberti
buonasera24.it, 6 giugno 2026
Alla Casa Circondariale è partita la 9ª edizione dell’iniziativa ideata dall’avvocato Giulio Destratis: il 27 giugno il quadrangolare con magistrati, avvocati, agenti penitenziari e detenuti. È ripartito nella Casa Circondariale di Taranto il progetto “Fuori…gioco!”, iniziativa dedicata al percorso rieducativo dei detenuti attraverso lo sport e la condivisione dei suoi valori. La 9ª edizione del programma, negli anni sostenuto anche dal patrocinio del Ministero della Giustizia e dell’Associazione Nazionale Magistrati, punta ancora una volta a promuovere il rispetto delle regole, dell’avversario e della convivenza civile.
di Giulio Sensi
Corriere della Sera - Buone Notizie, 6 giugno 2026
L’istantanea scattata dall’ultimo censimento Istat presentato giovedì 4 giugno dice che in Italia ci sono 368 mila istituzioni non profit attive che danno lavoro a 949.200 (più 10% rispetto all’ultima rilevazione. Quasi 7 su 10 sono di natura solidaristica: si occupano di promozione e tutela dei diritti, del sostegno e del supporto ai soggetti deboli, della cura e dello sviluppo dei beni comuni. È una crescita costante e solida quella del non profit in Italia. L’Istat ha presentato i risultati dell’ultimo censimento svolto (anno 2024) su un campione di 60.000 organizzazioni. Le istituzioni non profit attive in Italia sono 368.367 con una crescita rispetto al 2019 dell’1,6% con 949.200 dipendenti aumentati di ben il 10,1%.
di Rita Rapisardi
Il Manifesto, 6 giugno 2026
Reato di blocco stradale. La pm di Torino Pazé chiede di sollevare la questione di legittimità costituzionale. Ad aver evidenziato profili di incostituzionalità sono stati giuristi, avvocati e associazioni. Ora a chiedere il parere alla Corte Costituzionale è la procura di Torino. Il contendere è il decreto sicurezza dell’aprile 2025, quello che ha introdotto, tra gli altri, il reato di blocco stradale di cui sono state accusate diciotto persone che hanno preso parte a una manifestazione del 17 maggio dello scorso anno in solidarietà con la Palestina, un corteo finito poi sulla tangenziale torinese. La pubblico ministero Elisa Pazé prima dell’emissione dei decreti penali di condanna, con molta probabilità sanzioni pecuniarie, ha chiesto che sia valutata la legittimità costituzionale della norma. Adesso la palla passa al giudice delle indagini preliminari che, qualora valutasse fondata la questione, girerà il tutto alla Consulta, chiamata a decidere se i principi della Costituzione siano stati rispettati o meno.
di Alessandra Algostino
Il Manifesto, 6 giugno 2026
Reato di blocco stradale. Dal pubblico ministero di Torino un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario. L’istanza del pubblico ministero di Torino con la quale si chiede al giudice di sollevare questione di legittimità alla Corte costituzionale sulla norma che considera reato il blocco stradale costituisce un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario. La pm solleva pesanti e argomentati dubbi sulla legittimità di una delle norme centrali di quel decreto sicurezza (uno dei tanti) che ha cominciato ad edificare tale regime.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 6 giugno 2026
Da Bologna a Milano: i pacchetti sicurezza piacciono ai pm, ma ora rischiano di essere mutilati. Il primo caso fu a Bologna, il 20 giugno dell’anno scorso. La legge che tra le altre cose rendeva un reato il blocco delle strade “corporale” (l’arma pacifica per eccellenza) era definitivamente entrata in vigore da dieci giorni e per un corteo di metalmeccanici che passò sulla tangenziale vennero denunciati tre sindacalisti. A settembre, a Genova, i denunciati per un sit pro Palestina in via Cantore sono stati oltre ottanta. Poche settimane fa, poi, la procura di Milano ha chiuso la sua inchiesta sulla manifestazione 3 ottobre 2025 in solidarietà con la Flotilla: tredici indagati, alcuni anche per blocco stradale. Anche l’ultima inchiesta, quella di Pisa che ha portato alla denuncia di 54 persone, parla della stessa cosa tra i tantissimi capi d’accusa.
di Simona Bonfante
Il Riformista, 5 giugno 2026
Se l’istigazione poi conduce a un omicidio in galera, chi deve pagare? Altro che scovare telefonini e stupefacenti: così si moltiplicheranno i reati. Immagina una norma in virtù della quale il vicino di casa, il collega d’ufficio, il compagno di università di tua figlia, il portinaio, la baby sitter fossero potenziali agenti provocatori, infiltrati nella tua vita personale per indurti a compiere un crimine. Tu non sai chi di loro sia l’infiltrato, sai che uno di loro potrebbe esserlo. Pensa se questi agenti sotto copertura non agissero su mandato di una procura ma su iniziativa di un dipartimento della pubblica amministrazione, cioè su mandato di un burocrate del Ministero. Se questo succedesse, non esisterebbero più relazioni sociali libere dal sospetto. Saremmo tecnicamente in un regime totalitario di polizia.
di Elisa Campisi
Avvenire, 5 giugno 2026
Sei persone detenute su 10 erano già state in carcere, una di loro da cinque a nove volte e qualcuno anche più di 10 volte. Solo il 29,3% delle persone in cella lavora. Sono dati come questi, del XXII Rapporto di Antigone, che mostrano quanto il sistema penitenziario italiano abbia bisogno di riforme urgenti. Una prima risposta ieri ha provato a darla il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in conferenza stampa al termine del Cdm, illustrando le misure contenute nel decreto sul lavoro dei detenuti, che ha avuto il via libera del Consiglio. “Mi preme parlare di un provvedimento che mi sta particolarmente a cuore”, ha specificato, introducendo “uno schema che riguarda la formazione professionale dei detenuti, la promozione del lavoro e l’organizzazione delle lavorazioni”.
di Manlio Lilli*
Left, 5 giugno 2026
Carissima amica mia Ale, ti mando l’inizio del nostro libro. Mi devi “dire solo la verità se va bene o no, ti prego. Ti ricordi? L’altro giorno ti dicevo che faccio sempre la stessa domanda: "Perché a me?" Posso dire dopo 8 anni e 7 mesi di carcere ingiustamente, ancora io cerco il senso di questa ingiustizia. Ma tu non devi sentire la responsabilità di questo mondo così brutto e ingiusto. Non puoi salvarlo”. Ho letto in una prima media la prima pagina del libro “Perché ero ragazzo”, (Sellerio) che Alaa Faraj ha scritto attraverso le lettere inviate ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto all’Università di Palermo e impegnata anche nei corsi destinati ai reclusi.
- Severino: “Dalla legalità all’IA, i giovani il motore del cambiamento”
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