di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 29 marzo 2023
I decessi per arma da fuoco tra gli under 19 sono aumentati del 62% in quasi un decennio. In America record di 5,3 bambini morti ogni 100.000 (insegue a gran distanza il Canada con un tasso dello 0,8). Dopo lo choc e il dolore straziante, ora ai genitori dei tre bambini uccisi tra i banchi della Covenant School di Nashville tocca scegliere gli ultimi vestitini e le piccole bare per i loro figli sterminati da un killer entrato a scuola con fucili d’assalto e una pistola. Un’ennesima strage di bambini in un Paese dove le motivazioni che inducono alla violenza variano ma una cosa accomuna questi massacri: il facile accesso alle armi di chi li compie. Il risultato è drammatico: niente uccide di più i bambini americani delle pistole, le sparatorie sono la prima causa di morte tra gli under 19 negli Usa. Davanti persino agli incidenti d’auto. E non da ora. Sono passati più di 10 anni dalla strage nella scuola elementare Sandy Hook di Newtown, nel Connecticut: si pensava che l’indignazione per quei 20 alunni uccisi avrebbe finalmente portato l’America a limitare l’accesso alle armi. Invece la situazione nel corso degli anni non soltanto non è cambiata, è addirittura peggiorata. Da Sandy Hook le morti per armi da fuoco di bambini sono aumentate del 62% negli Stati Uniti. Nel 2012, le ferite da arma da fuoco hanno ucciso 2.694 bambini negli States, secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Un numero salito a 4.368 nel 2020 (ultimo anno per cui sono disponibili dati ufficiali sulla violenza armata), con un’impennata tra il 2019 e il 2020. Quella di martedì a Nashville, in Tennessee, è solo una delle oltre 130 sparatorie di massa avvenute finora negli Stati Uniti quest’anno, 13 delle quali nelle scuole.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 29 marzo 2023
Arrestato il fondatore dell’associazione PenPath che si batte contro l’analfabetismo. Le accuse dell’Onu al regime dei talebani. Matiullah Wesa, 30 anni, si batteva per l’educazione di bambini e giovani donne in Afghanistan. Una missione cominciata prestissimo, a 16 anni, quando insieme al fratello aveva fondato l’associazione no-profit PenPath che, dal 2009 a oggi, ha combattuto l’analfabetismo in tutto il Paese aprendo scuole, avviando progetti d’istruzione e distribuendo gratis libri nelle aree rurali. Matiullah Wesa è stato arrestato dalle autorità talebane appena uscito da una moschea nel quartiere di Khushal Khan, a Kabul.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 marzo 2023
Dal 2017 è entrato nel nostro ordinamento dopo le sentenze Cedu sulle violenze al G8 di Genova e nelle carceri. Processi e sentenze ne smentiscono la problematica applicabilità sollevata da Fratelli d’Italia. Una delle motivazioni addotte da Fratelli D’Italia per giustificare la modifica del reato di tortura, di fatto abolendolo, è che la Polizia penitenziaria rischierebbe di subire denunce e processi strumentali che potrebbero disincentivare e demotivare la loro azione contenitiva. Eppure, tale reato esiste da oltre vent’anni nel nostro codice penale militare di guerra nell’articolo 185-bis. Nessuno ha sollevato obiezioni del genere, a maggior ragione in un contesto decisamente più problematico.
di Mario Chiavario
Avvenire, 28 marzo 2023
Due questioni di civiltà e di buon diritto fatte di nuovo roventi. Detenute madri, figli incarcerati con loro e reato di tortura. Sono argomenti venuti in primo piano in questi giorni a seguito di parole e di iniziative di esponenti di prima fila dell’attuale maggioranza parlamentare e di governo: rivelatrici, le une e le altre, in ambo i casi, di una pericolosa tendenza ad alterare in peggio il già sempre precario rapporto tra severità e umanità nell’amministrazione della giustizia. Sul primo problema è difficile dissentire dalla puntuale analisi critica di Laura Liberto, pubblicata domenica 26 marzo su queste stesse pagine. Semmai si può sottolineare ulteriormente che è questo un test doppiamente significativo per verificare che cosa la legge intende fare, in generale, della giustizia penale: se uno strumento - checché se ne dica - semplicisticamente e ciecamente repressivo, o se un qualcosa che, attraverso percorsi non sempre facili, sappia appunto mostrare un volto umano, pur senza con ciò favorire a nessuno l’acquisizione di indebite impunità, e che s’impegni a dare un senso reale e non retorico alla finalità “rieducativa” prospettata dalla nostra Costituzione come obiettivo essenziale per l’intero sistema penale. Ma perché “doppiamente” significativo? Perché qui, se la soluzione è sempre e soltanto quella detentiva, sono due le persone a subirla; e, almeno una, del tutto innocente. E parimenti diabolica, d’altronde, è l’alternativa che si configura, se in luogo della detenzione per entrambe le persone le si costringe a un innaturale separazione allontanando il bambino dalla madre, che resta in prigione.
di Elena Cimmino*
Il Dubbio, 28 marzo 2023
Sembra incredibile ma in Italia, il Paese dove “la mamma è sempre la mamma”, i figli non sono sempre figli perché se sono figli di donne che hanno condanne da scontare in carcere, possono diventare piccoli detenuti. Questi figli non sono bambini da tutelare ma sono bambini “colpevoli” di essere nati da donne che hanno commesso reati.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 28 marzo 2023
Rigettate le istanze a Milano e Sassari sul differimento della pena per motivi di salute. Il difensore: “Ci appelleremo all’Europa”. Delmastro: “Partita chiusa, lo Stato ha affermato che non si piega”. Alfredo Cospito resta al 41 bis: i Tribunali di Sorveglianza di Milano e Sassari hanno respinto entrambi la richiesta di differimento pena per motivi di salute nella forma della detenzione domiciliare e quella di collocazione permanente nel reparto di medicina protetta dell’ospedale San Paolo di Milano, presentata dai suoi avvocati Flavio Rossi Albertini e Maria Teresa Pintus. I legali avevano indicato come residenza per gli eventuali arresti domiciliari la casa della sorella di Cospito, a Viterbo. Tale tipo di decisione non sembra inaspettata perché, come anticipato nei giorni precedenti, c’è giurisprudenza che nega questa richiesta quando a deteriorare lo stato di salute di un detenuto è il detenuto stesso. Ma vediamo nello specifico.
di Lorenzo Rotella
La Stampa, 28 marzo 2023
I problemi cardiaci definiti “artefatti”. Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito per i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano è “strumentale” e dunque, l’anarco-insurrezionalista detenuto ad Opera in regime del carcere duro (41bis), dovrà continuare a rimanere detenuto nelle stesse condizioni che non “confliggono col senso di umanità della pena”. Ma potrà farlo rimanendo non più in cella ma nel reparto detenuti dell’Ospedale San Paolo, dove già si trova dal 4 marzo scorso.
di Gianfranco Pellegrino
Il Domani, 28 marzo 2023
I giudici suggeriscono che chiunque si metta da solo in certe condizioni di disagio e usi queste condizioni di disagio non merita aiuto per alleviarle. Mi chiedo se ai giudici sia concesso di argomentare talmente tanto nel merito da non poter estendere la loro posizione ad altri. Perché se questa posizione si estendesse, ne deriverebbe che un cittadino che si espone volontariamente a pericoli (per esempio, un cittadino che si espone al contagio di un virus) non merita le cure dello Stato.
di Frank Cimini
Il Riformista, 28 marzo 2023
“La strumentalità della condotta che ha dato corso alle patologie oggi presenti è assolutamente certa al pari della motivazione che ha indotto la forma di protesta” scrivono i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano rigettando la richiesta di Alfredo Cospito in sciopero della fame dal 20 ottobre scorso di ottenere il differimento della pena e gli arresti domiciliari a casa di una sorella. Cospito resta al 41 bis. Le sue precarie condizioni di salute è il ragionamento del collegio presieduto da Giovanna Di Rosa sono il frutto di una deliberata e consapevole scelta sulla quale permane un discreto compenso cardio-circolatorio. Attraverso il ricovero in ospedale si permette il più attento monitoraggio clinico concepibile.
di Vincenzo Maiello*
Il Dubbio, 28 marzo 2023
Il dibattito pubblico sui temi della giustizia, in un paese governato da principi e regole della democrazia costituzionale, dovrebbe rispecchiarne i caratteri identitari. Quelli idonei a promuovere un modello di società aperta, fondata sul pluralismo e la libertà di opinione che espone le forme del potere al controllo dialettico nel teatro della polis.
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