Vita, 24 luglio 2019
La richiesta congiunta di Cairo Institute for Human Rights Studies, Asgi e Arci è stata recapitata alla Commissione africana sui diritti dell'uomo e contiene anche l'auspicio che si ordini al governo di unità nazionale libico di cessare immediatamente qualsiasi abuso contro rifugiati e migranti detenuti nei centri di detenzione.
Cairo Institute for Human Rights Studies, Asgi e Arci hanno presentato una richiesta congiunta alla Commissione africana sui diritti dell'uomo e dei popoli affinché svolga un'indagine sulle gravi violazioni dei diritti umani che rifugiati e migranti subiscono nei centri di detenzione libici. Le tre Ong hanno anche chiesto alla Commissione, come misura provvisoria in attesa di un'indagine approfondita, di ordinare al governo di unità nazionale libico di cessare immediatamente qualsiasi abuso contro rifugiati e migranti detenuti nei centri di detenzione sparsi in varie città della Libia, tra cui Tajoura, Zawiya e Zintan.
La richiesta è il risultato della stretta collaborazione e dell'unità di intenti nata tra organizzazioni africane ed europee, ed è parte di una campagna più ampia volta a contestare le politiche illegittime di contenimento dei flussi migratori, campagna intrapresa dal Cairo Institute in cooperazione con la Libyan Platform Coalition, da ASGI attraverso il progetto Sciabaca, e da ARCI attraverso il progetto
#externalisationpolicieswatch. Altre azioni giudiziarie, già intentate di fronte a tribunali interni e internazionali, riguardano la responsabilità dell'Unione europea e di singoli Stati, in particolare dell'Italia, per atti quali la delega alla guardia costiera libica dei respingimenti di migranti in mare, e il contributo dato al sistema di campi di detenzione per stranieri in Libia.
Le accuse contenute nella richiesta sono fondate sia su informazioni pubblicamente disponibili sia su dichiarazioni di persone che si trovano attualmente detenute nei centri di Tajoura, Zawiya e Zintan. Le loro testimonianze parlano di torture, carceri che versano in condizioni disumane e dove mancano acqua, cibo, cure mediche e assistenza legale. I tre centri sono ufficialmente gestiti dal Ministero dell'Interno del governo di unità nazionale libico con base a Tripoli e riconosciuto dalla comunità internazionale. In Libia, oltre ad una rete di oltre venti centri ufficiali, vi è un numero imprecisato di luoghi di detenzione controllati direttamente da milizie armate, nei quali i migranti subiscono sistematicamente torture e altri abusi.
Le agghiaccianti violenze commesse contro gli stranieri in Libia sono state ampiamente documentate e condannate da tutte le principali agenzie internazionali, tra cui gli Alti Commissariati delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) e per i Diritti Umani (Ohchr), ma anche da organizzazioni non governative del calibro di Amnesty International, Medici Senza Frontiere e Human Rights Watch.
La richiesta evidenzia molteplici violazioni di diritti fondamentali garantiti dalla Carta Africana dei Diritti dell'Uomo e dei Popoli, tra cui il divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti (articolo5), diritto alla libertà personale e divieto di arresti arbitrari (articolo 6) e il diritto ad un equo processo (articolo 7). Le tre Ong imputano al governo di unità libico sia le violenze commesse nei centri di detenzione ufficiali, sia la mancata prevenzione o repressione di quelle commesse dalle milizie nei centri non ufficiali.
La Commissione Africana, che in questi giorni è riunita a Banjul, in Gambia, per la sua ventiseiesima sessione straordinaria, potrebbe decidere di aprire formalmente un'indagine ed eventualmente portare la situazione all'attenzione della Corte africana dei diritti dell'uomo e dei popoli.
di Giangiacomo Schiavi
Corriere della Sera, 24 luglio 2019
Due canestri sono una goccia nel mare per San Vittore, ma se ai nuovi canestri si aggiunge un impegno per i giovani detenuti under 25, una serie di incontri con i campioni dello sport, la disponibilità di due bandiere del basket come Meneghin e Marzorati per qualche tiro libero in carcere, allora vuol dire che la generosità di Milano incrocia anche il sentimento di chi vuole ridare fiducia e speranza a chi l'ha persa.
Accade questo dopo una lettera alla Cronaca di Milano del Corriere (pubblicata il 13 luglio) con l'appello a sostituire i canestri ormai inservibili per il campetto di basket. A un piccolo gesto se ne aggiungono tanti altri, quasi per dire che in questa città ma anche nel Paese c'è attenzione e non indifferenza nei confronti dei bisogni e delle persone che cercano di rialzarsi dono una caduta.
Si è messo subito in moto il Comitato nato in memoria di Cesare Cadeo: il fratello Maurizio, ex assessore comunale, con Paolo Taveggia, neo presidente dell'Idroscalo, hanno trovato sponsor e attrezzature. Canestri e campo per San Vittore saranno forniti dalla ristorazione Fabbri spa; maglie e palloni saranno portati direttamente da Dino Meneghin.
Nel primo incontro a San Vittore con il direttore Giacinto Siciliano e il direttore regionale Pietro Buffa si è parlato di sport in carcere e della validità di rafforzare lo spirito sportivo, raccontando esperienze e cogliendo dai carcerati quelle insolite intuizioni che spesso nascono con la privazione di tempo e spazio.
Un'idea che Cesare Cadeo, nella sua stagione da assessore provinciale allo Sport, aveva adottato con l'allora direttore Gigi Pagano, realizzando la prima palestra in carcere. Ma la catena solidale non si è fermata qui: tante email hanno segnalato la disponibilità di persone e associazioni. I giocatori di Maxi basket Milano over 55 hanno offerto una sottoscrizione; Pierluigi Marzorati, icona della pallacanestro Cantù, si è detto pronto al primo tiro libero; il cappellano dell'Aviazione civile, don Fabrizio Martello, ha mobilitato gli staff di Linate e Malpensa. Basta poco, a volte, per creare momenti di solidarietà. Due canestri per San Vittore sono una piccola cosa. Ma hanno spinto gruppi di persone a muoversi e ad agire concretamente. C'è sempre qualcosa da fare per gli altri. Quando si vuole, si può fare.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 24 luglio 2019
Mentre l'attenzione mondiale si concentra sulla crescente con Usa e Gran Bretagna, in Iran la repressione interna prosegue senza sosta. L'ultima pessima notizia riguarda due attiviste per i diritti umani, Atena Daemi e Golrokh Iraee Ebrahimi, che si sono viste aumentare la condanna di tre anni e sette mesi per "offesa alla Guida suprema" e "propaganda contro lo stato".
Secondo il Centro per i diritti umani in Iran, le due donne sono state punite per aver protestato, tramite una lettera aperta, contro le esecuzioni di tre prigionieri politici - Ramin Hossein Panahi, Zanyar Moradi e Loghman Moradi - avvenute nel settembre 2018 e per aver cantato l'inno rivoluzionario "Oh martire" in onore dei prigionieri messi a morte, un gesto che è stato giudicato dal giudice Iman Afshari, della 26ma sezione del tribunale rivoluzionario, un'offesa nei confronti della Guida suprema Ali Khamenei.
Atena Daemi sta scontando una condanna a sette anni, inflittale nel novembre 2016, per aver incontrato familiari di prigionieri politici, aver denunciato il "massacro delle prigioni" del 1988 e aver criticato il governo su Facebook. Avrebbe potuto uscire dal carcere, grazie agli sconti di pena, il 4 luglio 2020 e la prospettiva ora è che ci passi altri anni.
Le sue condizioni di salute sono preoccupanti. Ha un grumo al seno molto sospetto, che secondo i medici del carcere di Evin dovrebbe essere costantemente monitorato con mammografie ed ecografie. Ma dall'ultima volta che le è stato consentito di fare una visita fuori dal carcere sono passati mesi. Succede così a molti detenuti, purtroppo.
Golrokh Iraee Ebrahimi era stata condannata a sei anni nell'ottobre 2016 per aver scritto un racconto sulla lapidazione, peraltro mai pubblicato e scoperto in bozze durante una perquisizione nel suo appartamento, sulla lapidazione: una donna vede il film "La lapidazione di Soraya M." - basato su una storia vera - e s'indigna a tal punto da dare fuoco a una copia del Corano. Nell'aprile di quest'anno era stata inaspettatamente scarcerata su cauzione. Non è chiaro se e quando verrà chiamata a servire il resto della pena con l'aggiunta dei tre anni e sette mesi. Entrambe hanno annunciato che presenteranno appello.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 24 luglio 2019
Populismo penale. Torna per Meltemi il "classico" "Criminologia critica e critica del diritto penale" di Alessandro Baratta. Un'analisi delle politiche del controllo anticipatrice dell'età "neoliberale", scritto nella stagione della più grande avanzata delle lotte operaie e sociali dal Dopoguerra. La legge, il potere, il diritto, l'economia non sono mai innocenti. Difendono la società intesa come insieme di valori e interessi omogenei. Chi squarcia il sipario è criminalizzato come accade ai poveri, subalterni e migranti che sono considerati devianti o nemici. Questo libro oggi è un potente antidoto ed è un contributo al rapporto virtuoso tra i saperi critici e i movimenti.
"In galera, gettate la chiave, fateli marcire in cella". Il piacere della gogna e del supplizio aizzato da schiumanti ministri contro latitanti dagli anni Settanta, capitane delle navi delle Ong o migranti sopravvissuti ai naufragi e ai campi di concentramento in Libia, è l'espressione del populismo penale. L'uso demagogico e punitivo del diritto oggi trasforma i dissenzienti, e non solo i responsabili di un reato, in criminali, nemici dell'umanità, colpevoli di condotte contrarie al volere del potere, indipendentemente dal fatto che le sue leggi rispettino i diritti fondamentali delle persone.
Il "salvinismo", variante di questo populismo, è una contraddizione nella storia dell'illuminismo giuridico di Beccaria, nucleo fondante della cultura giuridica del XX secolo. Il suo autoritarismo non è tuttavia estraneo a questa storia illuminata. Al contrario, è uno dei suoi risvolti. La legge, il potere, il diritto, l'economia non sono mai innocenti. Sono dispositivi che difendono una società intesa come un insieme di valori e interessi omogenei. Chi squarcia il sipario di questa finzione è considerato un deviante, talvolta un "nemico". Prima che il diritto egli contraddice il "bene" che unisce la comunità. Sono tutte credenze, contrarie allo stato di diritto costituzionale, che addebitano la causa del reato a una "naturale" propensione alla devianza da parte dell'oppositore e comunque del diverso.
Questa strategia risponde all'ideologia della difesa sociale, il cuore di tenebra dello Stato di diritto. Punto di arrivo di una lunga evoluzione del pensiero penalistico e penitenziario, questa ideologia organicistica riproduce un'idea astorica della società funzionale alla riproduzione del potere del momento. Formalmente difende gli interessi dei cittadini (il "popolo"). In realtà garantisce i dominanti in nome della trinità: proprietà, confini e sovranità. È in nome di queste leggi che nascono i processi di criminalizzazione guidati da chi ha il potere di definire i subalterni, i poveri o i migranti attraverso uno stigma, un'etichetta, lo status sociale di "criminale".
La critica di questa ideologia oggi è necessaria, considerata la sua aggressività e il vistoso arretramento della capacità di interpretarla e combatterla. Gli strumenti utili per realizzare una simile impresa si trovano in uno dei capolavori del pensiero critico che è stato finalmente ripubblicato. Parliamo di Criminologia critica e critica del diritto penale di Alessandro Baratta (Meltemi, pp. 311, euro 20). Insieme a Carcere e fabbrica di Dario Melossi e Massimo Pavarini; Sorvegliare e punire di Michel Foucault (Einaudi); Pena e struttura sociale di Georg Rusche e Otto Kirchheimer (Il Mulino), il libro di Baratta permette di comprendere il potere come una manifestazione del controllo sociale e del governo della forza lavoro che integra e reprime, socializza e punisce, educa e cambia la mentalità attraverso il sistema penale, il carcere, la scuola o il mercato del lavoro.
Scritto nella stagione della più grande avanzata delle lotte operaie e sociali dal Dopoguerra, il libro riprende la genealogia del potere disciplinare e la analizza alla luce delle nuove tendenze del "tardo-capitalismo", quella che più tardi sarebbe stata definita come la sua svolta "neoliberale" o "postfordista". Baratta vede la discontinuità evidenziata nel dibattito tra Foucault e Gilles Deleuze sul passaggio dalla società disciplinare a una società del controllo. Il carcere, oggetto della sua riflessione, è considerato parte di una "rete" di poteri - definita da Foucault "panottico" - dove l'individuo ha la funzione di (auto)disciplinarsi e controllare gli altri. Strumento di inclusione ed esclusione della forza lavoro, esso fa parte di un'"economia politica della pena e della criminalità" e risponde ai "rapporti di produzione".
In questa cornice è vibrante la polemica contro la criminalizzazione dei movimenti sociali creata dal diritto penale dell'emergenza contro il terrorismo. Baratta critica i "partiti operai" (il Pci in Italia, l'Spd in Germania) che scelsero nel corso degli anni Settanta di farsi coinvolgere nella "politica dell'ordine pubblico corrispondente alla logica del capitale e dei suoi interessi". Questa impostazione serve oggi per ricostruire la storia politica del giustizialismo. Di solito si considera solo una parte di questa storia, considerata come un'involuzione della magistratura nel suo rapporto con il potere politico. La critica del diritto penale, che è anche critica dell'uso politico del diritto fatto dai suoi attori, inserisce tali vicende nella più ampia trasformazione del capitalismo "che ha bisogno, per motivi ideologici e economici, di disoccupati e di un'emarginazione criminale".
Pubblicato nel 1982, questo libro non è solo un classico della "criminologia critica", un approccio a cui ha dato un solido inquadramento teorico insieme a Melossi, Pavarini, Giuseppe Mosconi o Tamar Pitch in Italia. È anche uno dei più importanti contributi al rapporto virtuoso tra i saperi critici e i movimenti sociali. Questa opera ha lo stesso valore di quella di Franco e Franca Basaglia a sostegno dell'abolizione dell'istituzione totale del manicomio, quella di Foucault contro il carcere e la repressione, di Marx nella critica dell'economia politica del capitalismo o della scuola di Francoforte nella teoria critica della società. La consapevolezza della sintesi, e delle differenze tra questi approcci, emerge in un testo fondamentale tanto per gli studenti, quanto per chi è alla ricerca di una politica che passi all'attacco e non resti a difesa dei principi.
Criminologia critica e critica del diritto penale è stupefacente per la sua capacità di offrire strumenti utili per smontare la strategia bipartisan del securitarismo. Si tratta dell'esito virulento della nostra società neoliberale che ha concepito il rischio come un'opportunità e consuma la libertà (economica) che pretende di produrre cancellandola con un'escalation di sanzioni, repressioni e politiche di polizia. Il libro di Baratta è un antidoto "alla Lombroso renaissance potenziata dall'uso delle gogne mediatiche sui social network e del risentimento sociale", scrive la curatrice del volume Anna Simone.
La chiave di questo classico sta nell'adottare il punto di vista delle classi subalterne, seguendo la trasformazione della loro oppressione, senza trascurare il fatto che tale oppressione è anche il risultato dell'interiorizzazione dei comportamenti che rendono i subalterni lo specchio di ciò che vuole il potere. Obiettivo della "teoria materialistica della devianza", scrive Stefano Anastasia nella postfazione, è una "politica criminale alternativa" fino "alla prospettiva della massima contrazione e, al limite, del superamento del sistema penale". La tensione tra la prospettiva dell'abolizionismo penale e l'adozione di un "diritto penale minimo" è uno dei punti problematici e vivi di questa ricerca. La libertà del suo autore indica comunque una tendenza alternativa al diritto penale della diseguaglianza, lo scandalo che ha generato anche il populismo penale oggi al potere.
"Il programma di Baratta - scrive Dario Melossi nella prefazione al volume - ha come bersaglio il populismo penale che, inventato Oltreoceano alla fine del secolo scorso, come accompagnamento penale alle tesi neoliberiste, è infine approdato sulle nostre coste sotto le bandiere del "sovranismo", proprio nel momento in cui Oltreoceano se ne sta cominciando a fare la critica".
vaticannews.va, 24 luglio 2019
Per la Commissione nazionale della pastorale penitenziaria della Conferenza episcopale cubana, è un gesto di misericordia per il reinserimento delle persone nella società. La Commissione, insieme a vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, "si unisce alle famiglie che, con gioia e affetto, accolgono i loro cari privati della libertà che sono stati beneficiati dall'indulto concesso dal Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba a 2.604 persone". La nota. ripresa dall'Agenzia Fides, è firmata da mons. Jorge Enrique Serpa Pérez, vescovo emerito di Pinar del Río, presidente della Commissione.
Seguendo gli orientamenti della nuova Costituzione della Repubblica, che favorisce il reinserimento sociale delle persone detenute, il Consiglio di Stato ha concesso un indulto a 2.604 condannati a pene effettive di privazione della libertà. Dell'indulto usufruiranno i condannati, sempre per reati lievi, che hanno tenuto un buon comportamento durante la reclusione. Inoltre è stato valutato il tempo trascorso dalle sanzioni, i fatti per i quali sono stati condannati, l'età e le malattie di cui alcuni soffrono. Sono stati inseriti soprattutto donne, giovani e anziani. In tutti i casi si tratta di persone che hanno già scontato almeno un terzo della sanzione imposta dai Tribunali.
"L'indulto, che in se stesso è un gesto umanitario di misericordia - prosegue il comunicato della Commissione - mostra come questa, essendo superiore all'animosità, favorisce il reinserimento nella società delle persone che ne beneficiano ed una migliore convivenza sociale, secondo quanto ci ha insegnato Papa Francesco nell'Anno della Misericordia e nella sua indimenticabile visita al nostro paese, nel settembre 2015, come Pellegrino di Misericordia". Infine la nota sottolinea che questo indulto costituisce "l'occasione per sensibilizzare le comunità verso una maggiore attenzione e appoggio a questo impegno specifico della pastorale penitenziaria, che trova fondamento nell'insegnamento di Gesù: Ero prigioniero e mi avete visitato".
di Nicola Ferri
Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2019
Il Ministro della Giustizia Bonafede ha presentato al Consiglio dei Ministri un disegno di legge di riforma della giustizia civile e penale che comprende anche la modifica del sistema elettorale del C.S.M. e la disciplina dei rapporti tra magistratura e politica.
ansa.it, 22 luglio 2019
Il sovraffollamento nelle carceri? "La situazione è molto complessa. Sto cercando un punto di equilibrio, ma la soluzione non è, come è stato fatto in passato, "apriamo le carceri", perché il detenuto si trova spaesato senza un percorso di recupero alle spalle. Questo è un punto in cui secondo me in passato si è sbagliato. In quei casi il rischio di recidive è altissimo".
di Lina Palmerini
Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2019
Ancora ieri il leader leghista manteneva un clima da crisi virtuale e lasciava tutti sul filo: colpiva e affondava Toninelli, additava i 5 Stelle come "quelli del no", prendeva le distanze dall'Europa non partecipando al vertice Ue sui migranti. Come se si stesse sfilando piano piano per prepararsi al colpo di teatro.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 luglio 2019
Il Tribunale di sorveglianza di Sassari ha accolto il reclamo di Domenico Gallico. Per il giudice l'unico divieto da rispettare è quello relativo alla stampa locale dell'area geografica di appartenenza del detenuto.
Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2019
Assistenza e beneficenza pubblica - Prestazioni assistenziali - Assegno sociale - Straniero extracomunitario - Spettanza - Allontanamento momentaneo - Irrilevanza. Al cittadino extracomunitario in possesso del permesso del permesso di soggiorno spetta l'assegno sociale anche se si è allontanato temporaneamente dall'Italia.
• Corte di cassazione, sezione Lavoro, sentenza 5 luglio 2019 n. 18189.
Assistenza e beneficenza pubblica - Prestazioni assistenziali - In genere assegno sociale - Straniero extracomunitario lungo-soggiornante - Spettanza - Condizioni - Residenza anagrafica in Italia - Necessità - Esclusione. Lo straniero extracomunitario ha diritto al riconoscimento dell'assegno sociale di cui all'art. 3, comma 6, della l. n. 335 del 1995, alla sola condizione del possesso della carta di soggiorno a tempo indeterminato, ora permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo, senza che sia necessaria anche la residenza anagrafica in Italia.
• Corte di cassazione, sezione Lavoro, sentenza 4 giugno 2019 n. 15170.
Assistenza e beneficenza pubblica - Prestazioni assistenziali - In genere - Assegno sociale - Cittadino straniero titolare di permesso di soggiorno - Diritto al beneficio - Allontanamento temporaneo - Irrilevanza - Fondamento. Ai fini del riconoscimento dell'assegno sociale, l'equiparazione tra cittadini italiani residenti in Italia e stranieri titolari di carta o di permesso di soggiorno, prevista dall'art. 39, comma 1, della l. n. 40 del 1998, non richiede per questi ultimi il requisito della stabile dimora, sicché è irrilevante l'allontanamento temporaneo dello straniero in possesso dei predetti requisiti, in quanto, ove si versi in tema di provvidenza destinata a fare fronte al sostentamento della persona, qualsiasi discrimine fondato su requisiti diversi dalle condizioni soggettive violerebbe il principio di non discriminazione posto dall'art. 14 della Convenzione dei diritti dell'uomo.
• Corte di cassazione, sezione Lavoro, sentenza 29 agosto 2016 n. 17397.
Assistenza e beneficenza pubblica - Prestazioni assistenziali - In genere - Cittadino straniero legalmente soggiornante in Italia - Assegno sociale - Carta di soggiorno - Titolarità - Necessità - Fondamento. In materia di assegno sociale di cui all'art. 3, comma 6, della l. n. 335 del 1995 non è irragionevole la previsione dell'art. 80, comma 19, della l. n. 388 del 2000, applicabile "ratione temporis", laddove ne subordina la concessione agli stranieri, legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato, al requisito della titolarità della carta di soggiorno, trattandosi di emolumento che prescinde dallo stato di invalidità e, pertanto, non investe la tutela di condizioni minime di salute o gravi situazioni di urgenza.
• Corte di cassazione, sezione Lavoro, sentenza 30 ottobre 2015 n. 22261.









