di Mariangela Pala
L'Unione Sarda, 22 luglio 2019
Al centro dell'appuntamento testimonianze, lettere e pensieri dei detenuti del penitenziario. Lettere di detenuti, testimonianze e storie che raccontano la vita dei detenuti nelle carceri dell'isola dell'Asinara. Martedì 23 luglio alle ore 9.30 presso la sede del Parco Nazionale dell'Asinara a Porto Torres, si terrà un breve incontro in occasione della ripresa del lavoro di studio e digitalizzazione dei vecchi archivi del carcere dell'isola da parte di 4 detenuti in regime art. 21.
Saranno presenti il vicepresidente Antonio Diana, la responsabile dell'area educativa del carcere di Bancali Ilenia Troffa, la direttrice dell'archivio di stato Federica Puglisi, il responsabile dell'Area marina protetta dell'Asinara Vittorio Gazale e la presidente della cooperativa Andalas de Amistade. Una ricerca in continuità con un progetto iniziato nel 2012 nella carcere di Sassari - prima a San Sebastiano e poi a Bancali - che ha visto la stretta collaborazione dell'area educativa del carcere, l'Archivio di Stato e i Parchi dell'Asinara e di Porto Conte, per il recupero dei vecchi archivi delle ex colonie penali della Sardegna.
L'attività ha permesso il ritrovamento e lo studio di un eccezionale materiale inedito contenente le storie più svariate, le testimonianze, le lettere, i pensieri, le varie tipologie comportamentali dei reclusi che si sono succeduti nel tempo, che hanno permesso di ricostruire molteplici momenti di vita carceraria quotidiana da fine '800 a oggi, l'allestimento di due musei carcerari - Asinara e Tramariglio - e la pubblicazione di alcuni volumi divulgativi.
di Fernando Massimo Adonia
livesicilia.it, 22 luglio 2019
La giornalista e scrittrice catanese Katya Maugeri è andata negli istituti di reclusione. Ecco cosa ha scoperto. "Liberaci dai nostri mali. Inchiesta sulle carceri italiane: dal reato al cambiamento" (Villaggio Maori Edizioni). Un tema forte, difficile da affrontare e raccontare perché riguarda a tutto tondo le regioni oscure dell'umanità. Che succede quando si chiudono le porte del penitenziario? La giornalista Katya Maugeri ha attraversato le mura di cinta per consegnarci una fotografia in bianco e nero dalle periferie esistenziali di questa società. "Non è un libro sul perdono, assolutamente - spiega immediatamente - Lo dico a scanso di equivoci. Io non sono dalla parte dei detenuti, in quanto uomini che hanno commesso un reato. Tuttavia ci sono delle realtà che vanno comunque fotografate. Almeno per averne un'idea".
Appunto perché molti di noi non ci sono mai entrati, com'è il carcere?
Non è un hotel cinque stelle come purtroppo spesso si pensa. È brutto, tanto brutto: sia strutturalmente sia emotivamente.
Quale scopo ti sei data quando hai deciso di indagare su questo mondo?
Di far emergere quella che è una realtà che in fondo noi non conosciamo. Soprattutto noi giornalisti. Scriviamo tanto di arresti, processi e reati. Ci fermiamo al prima, ma non sappiamo cosa succede negli anni a venire. Giustamente, identifichiamo l'uomo e la donna per il reato commesso. Poi però finisce lì. Invece, ho voluto scavare dentro le loro vite.
Cosa hai trovato?
È emerso che molti di loro avessero il destino segnato. Guarda, molti provengono da famiglie già disagiate, con i padri al 41 bis. Un ragazzo mi diceva: sono stato condannato a morte sin dalla nascita. Lui, ultimo di 10 figli, è nato in una famiglia totalmente coinvolta nel traffico di droga. E lui stesso mi diceva: non mi sono ribellato perché non potevo ribellarmi.
Per un detenuto com'è lasciarsi intervistare?
Intanto non è facile presentarsi come giornalista, perché dal loro punto di vista siamo il male. Siamo quelli che li sbattiamo in prima pagina e quindi distruggiamo la loro dignità. Con loro tuttavia ho fatto un percorso, non sono arrivata lì e li ho subito intervistati: prima li ho voluti conoscere. Alcuni di loro si sono prestati volentieri, soprattutto gli ergastolani.
Perché gli ergastolani?
Forse perché sanno che, arrivati ad una età avanzata, per loro è finita. Sono loro stessi a dirti che è giusto che stiamo pagando un prezzo con la giustizia. Ti spiegano però che è stata la vita che hanno deciso di intraprendere a portati lì: per la sete di potere, la droga, le donne, il prestigio. Uno di loro racconta che si sentiva importante quando passava per le vie del suo paese Quando vedeva la gente abbassare lo sguardo. È chiaro che un uomo così, ridotto in cella, perde tutto.
La corazza?
Sì, perché tu puoi avere il portamento, ma una volta dentro non c'è più il boss. Sei un detenuto.
La sensazione che per alcuni, il carcere, sia una sorta di università del crimine l'hai avuta?
Sì, loro stessi lo dicono che il carcere sia una scuola. Molti di loro continuano a essere dei capi anche da dentro. Convinti che se sono in carcere è proprio perché sono delle persone importanti. Insomma, la galera è una sorta di certificazione.
Il carcere è però anche un luogo di sofferenza...
Nelle interviste è emerso, sì. Loro mi raccontano che, all'inizio, sono stati rinchiusi in celle da 20 posti, dove si dormiva nei letti a castello e l'ultimo è come se dormisse sul pavimento, appunto perché aveva il naso schiacciato sulle muffe del tetto.
Questo cosa ti fa pensare?
Che se un uomo lo incattivisci all'interno di una struttura nata per rieducare, questa persona tornerà in società incattivito e la società stessa sarà costretta a riprendere un uomo che non ha capito ciò che ha fatto. Anzi, lo riprenderà peggiorato.
Com'è per una donna entrare in carcere e incontrare uomini che non vedono una donna da tantissimo tempo. Ti sei sentita in qualche modo imbarazzata o minacciata?
Non ho provato alcun senso di pericolo, mai. Ho percepito semmai il loro imbarazzo, legato però soprattutto al fatto di dover raccontare vicende che li riguardassero. Con loro dunque non ho avuto problemi. Lavorando invece con i minori, ma si tratta di altri progetti, ho percepito degli occhi più maliziosi. Ma nulla di più.
Quale messaggio vuoi mandare ai lettori?
Vorrei che il mio libro fosse una goccia affinché si impari ad approfondire le cose. Non dobbiamo per forza accettarle, o giustificarle, dobbiamo quantomeno conoscerle. Una volta che conosci una situazione puoi avere un tuo parere. Ma non puoi condannare così, a priori.
Abbiamo comunque a che fare con persone che hanno commesso cose terribili...
È normale che nella mente di chiunque ci sia l'auspicio affinché un criminale sconti la pena nel peggiore dei modi possibili perché ha creato tantissimo dolore. Però, poi, deve subentrare un'etica che ci fa capire che non siamo come loro. Credo che sia importante fare emergere la differenza.
di Massimiliano Panarari
La Stampa, 22 luglio 2019
Lo spirito dei tempi volge sempre di più all'odio, in Europa e in America. E in un periodo di intolleranza crescente e di identitarismi che stigmatizzano il diverso non poteva non ritornare l'allarme sull'antisemitismo.
Con una peculiarità inquietante: accanto al dilagare del populismo di estrema destra e dei neofascismi non si è ancora rimarginata la ferita dell'antisemitismo di sinistra. Anzi, si moltiplicano indizi che vanno in una direzione preoccupante.
Come evidenzia la lettera di denuncia sottoscritta da numerosi componenti della Camera dei Lord e parlamentari del Labour Party sui frequenti rigurgiti antisemiti nel partito sotto la guida di Jeremy Corbyn. Come ribadiscono alcune ricerche recenti del Kantor Center for the Study of Contemp orary European Jewry dell'Università di Tel Aviv e dell'ufficio di Bruxelles dell'European Union for Progressive Judaism, dove viene segnalato come l'antisionismo costituisca il paravento dietro il quale una certa sinistra occulta pulsioni antisemite.
E, ancora, come mostra la demonizzazione di George Soros in vari ambienti dell'ultrasinistra. L'escalation dell'avversione per gli ebrei è anche un indicatore di un più generale clima d'opinione di fastidio verso il pluralismo e le minoranze, e aderisce perfettamente alla logica (narrativa e mediale) della creazione del nemico che costituisce un pilastro della propaganda popul-sovranista. Proprio per questo il riaffacciarsi di una "questione ebraica" in seno all'universo progressista appare una spia grave. E, dunque, un problema da affrontare una volta per tutte per definire con precisione, in questi tempi confusi, il proprio campo politico e culturale.
Le radici di questo antisemitismo goscista, come noto, sono di lunga durata, e vanno dall'antico retaggio cristiano del deicidio sino, nella modernità, alla supposta equazione tra finanza, "speculazione" ed ebraismo. E, all'indomani della fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e, poi, dei processi di decolonizzazione, si è aggiunto anche il filone antisionista del terzomondismo, spesso alimentato dall'Urss erede di quella Russia zarista dove l'antisemitismo era diffusissimo (e la cui polizia segreta aveva fabbricato il falso storico dei Protocolli dei savi anziani di Sion).
Ultimamente, la retorica giudeofobica ha rispolverato il trasversalismo, mettendo insieme il radicalismo di destra, l'islamismo e l'estrema sinistra antagonista, e potendo contare sulla viralità del web, fertile terreno di coltura per cospirazionismi e complottismi di ogni genere. Ecco perché, nell'epoca attuale colma di suprematismi razzisti, la credibilità della sinistra passa ancor più fortemente per il rigetto di ogni lascito di un passato antiebraico.
Nella battaglia culturale con i nazional-populismi che hanno riesumato un'altra presunta equivalenza (quella tra l'ebraismo e il cosmopolitismo "senza radici") una sinistra moderna deve rivendicare con ancora più decisione i valori illuministici, il liberalismo e i diritti degli individui e di coloro che non appartengono alla "maggioranza".
E dovrebbe quindi separare integralmente, senza residue ambiguità, la propria strada da qualunque reminiscenza mascherata di antisemitismo, che - come avviene in certe frange del Partito laburista inglese - si ammanta di radicalismo anti-mercato e antieuropeista. Un buon modo anche per onorare l'appena scomparsa (e importante filosofa antitotalitaria di origini ebraiche) Agnes Heller.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 22 luglio 2019
Il Garante dei detenuti: in calo i migranti che l'Italia riporta negli Stati d'origine. Salvini ne promise 600 mila. Al rallentatore i charter verso la Tunisia, primo Paese per arrivi via mare. E si ingrossano le file degli irregolari. Rimpatriamo albanesi, innanzitutto.
Ed è una sorpresa scoprire non solo che i rimpatri di migranti irregolari sono in calo rispetto all'anno scorso, ma soprattutto che riguardano solo in parte chi arriva via mare. "Per la prima volta i rimpatri sono più degli sbarchi", uno dei ritornelli del ministro dell'Interno Salvini in questi mesi. Non è vero.
Fermando pure a 3.000 gli arrivi da gennaio a giugno sulla rotta mediterranea, di irregolari rimpatriati il monitoraggio volo per volo del Garante dei detenuti Mauro Palma - stando alla relazione depositata nei giorni scorsi in commissione Affari costituzionali alla Camera - ne ha contati 2.839. E tra questi i più numerosi (680, cioè uno su quattro) sono albanesi. Non certo arrivati su barchini e men che mai su navi umanitarie.
Di quei migranti lì, di quegli "Espulsi!" col punto esclamativo di cui i social salviniani danno ogni giorno notizia, ne rimandiamo a casa molti meno di quanti dovremmo, stando alle promesse elettorali del leader leghista (ne aveva promessi 600 mila). Ma anche molti meno di quanti potremmo, stando agli accordi con i Paesi d'origine.
Che pochi erano e pochi sono visto che, in più di un anno al Viminale, Salvini non ne ha siglato neanche uno nuovo e delle sue missioni in Africa non si è più saputo nulla. L'unico che, in qualche modo, funziona è l'accordo con la Tunisia che, come l'anno scorso, è il Paese da cui arriva la maggioranza dei migranti che entrano in Italia via mare.
Quasi tutti migranti economici, quasi tutti senza diritto all'asilo. Sono i più numerosi, e anche quelli che più facilmente potremmo rispedire indietro, visto che i patti esistenti prevedono due voli charter a settimana da 40 persone ciascuno. Fatto un rapido calcolo, al ritmo di 80 a settimana, fino a metà giugno avremmo potuto rimpatriare più di 1.900 tunisini irregolari. Invece ci siamo fermati a 510, con soli 17 voli sui 48 previsti.
Pochi giorni fa il vicepremier, messo in imbarazzo dal gran numero di barchini e barconi provenienti dalla Tunisia che entrano indisturbati nell'Italia dei porti chiusi, ha chiesto al presidente tunisino di aumentare il numero di rimpatri concordato, utilizzando anche le navi commerciali che due volte a settimana fanno la spola dalla Sicilia.
La risposta è stata la stessa che in passato: "Ma se non riuscite neanche a riempire i voli concordati, perché prevedere rimpatri ulteriori mescolando i migranti a viaggiatori e turisti?". Il che, evidentemente, richiederebbe una scorta internazionale adeguata. Proprio questo, utilizzo di personale e costi spropositati, è l'altro punto dolente.
Sui 26 voli charter effettuati nel 2019 verso Tunisia, Nigeria, Egitto e Gambia sono saliti 566 migranti scortati da 1.866 poliziotti, uno a tre. Gli altri, diretti in Albania, Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria, sono stati espulsi su voli commerciali. Anche scorrendo la lista dei 6.398 irregolari rimpatriati nel 2018 ( in ribasso rispetto ai 6.514 del 2017), balza agli occhi che circa un terzo del totale sono stati rispediti in Paesi d'origine ben diversi da quelli che la narrazione salviniana collega a una presunta "invasione": ai primi posti ancora Albania, poi Ucraina, Perù, Georgia, Moldavia, Brasile, Cina, tutti i paesi sudamericani e persino Stati Uniti, Svizzera e Singapore.
La media, si diceva, è di 500 persone al mese: se confermata, porterà a fine anno a un totale intorno ai 6.000. A conferma, se ce ne fosse bisogno, che gli oltre 40.000 nuovi irregolari creati dal Decreto sicurezza con 1'80% di richieste d'asilo respinte sono andati a ingrossare l'esercito dei fantasmi che vagano nelle periferie. E di nessuna efficacia si è rivelato finora l'aumento dei tempi di trattenimento dei migranti da espellere nei Centri di rimpatrio.
Più della metà, dopo 6 mesi di detenzione, vengono lasciati liberi con un foglio di via che nessuno rispetta. Osserva Palma: "A colpire è la mancanza di correlazione tra durata della permanenza nei centri e effettività del rimpatrio. La media dei rimpatri di persone detenute realmente eseguiti ha sempre oscillato attorno al 50%.
Più della metà di chi vi ha passato periodi spesso lunghi, in situazioni precarie e senza tutele, è stata privata della libertà inutilmente e, aggiungo, illegittimamente. Solo un po' di sofferenza inflitta, quasi un avvertimento. Per le donne peggio: l'anno scorso, solo il 13% di quelle ristrette è stato effettivamente rimpatriato".
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Non esiste più una sfera privata sottratta ai tentacoli del potere. In compenso tributiamo un culto ridicolo della privacy e sprechiamo tonnellate di carta per dichiarazioni inutili. Con l'invenzione dei pannolini muniti di sensori che segnalano se il bebè ha fatto pipì o popò si realizza la profezia di un controllo totale sulla vita di ciascuno dalla culla alla tomba.
La "vita privata", meravigliosa creatura culturale e psicologica della civiltà borghese oramai in via di estinzione, è tristemente arrivata al suo capolinea. Si materializza il sogno - l'incubo - totalitario e oppressivo dell'assoluta trasparenza di ogni aspetto, anche il più minuto, della nostra esistenza. Si instaura il regine di sorveglianza universale e assoluta descritto da Michel Foucault. Potere politico, poliziesco e giudiziario e potere economico si danno una mano per convergere su un obiettivo comune: la subordinazione dell'individuo agli imperativi del controllo sociale.
La carta di credito offre di te a chi ti controlla una visione totale e asfissiante: cosa mangi, dove, con chi, cosa consumi, dove vai, che abitudini hai. I dati sanitari cessano di essere tutelati da un velo di riservatezza, alla mercé del potere pubblico. Il telepass racconta i tuoi percorsi, e persino le tue pause. Le mappe su Internet controllano ogni tuo passo. Le tessere del supermercato dicono quanto spendi, che spesa fai, che tipo di carta igienica usi e se bevi acqua frizzante o naturale e tutto il resto, sin nei minimi dettagli.
La "geolocalizzazione" ti segue sin negli anfratti più reconditi. Un trojan spia ogni tua parola, ogni tua immagine condivisa su Whatsapp: l'unica soddisfazione è che a subirne le conseguenze sono ora dei magistrati, che di quello strumento fanno un uso smodato per massacrare la reputazione di chiunque. Ogni flirt è registrato. Non esiste più una sfera privata sottratta ai tentacoli del potere. In compenso tributiamo un culto ridicolo della privacy e sprechiamo tonnellate di carta per dichiarazioni inutili. E somme ingenti per mantenere un'Authority. Vita privata, addio.
di Giampiero Casoni
cisiamo.info, 22 luglio 2019
La storia di Denyse Cutolo, figlia di Raffaele Cutolo, diventa un docufilm dove ci si interroga sul diritto all'affettività per i figli dei carcerati. La questione del diritto all'affettività per il figli dei detenuti al carcere duro diventa un docufilm.
Protagonista è Denyse, la figlia ormai quasi 12enne di uno che, con il 41 bis, ci convive ormai da decenni e senza sconti, né folgorazioni sulla via di Damasco: Cutolo Raffaele da Ottaviano, classe 1941, capo della Nuova Camorra Organizzata, quattro ergastoli da scontare dal 1995, una reclusione nel carcere di massima sicurezza di Parma farcita dal continuo precipitare delle suo condizioni di salute ed una figlia avuta per inseminazione artificiale.
Il caso di Denyse - Una figlia, Denyse appunto, che sta per compiere 12 anni, l'età in cui, secondo la legge italiana, si diventa "adulti" e si inizia a sottostare alle leggi. Leggi come quella istitutiva del 41 bis, il carcere duro, che fa divieto a chiunque oltre quell'età di avere contatti diretti con il detenuto. È questa la storia che, in esclusiva per Fanpage.it, il regista e sceneggiatore Gianfranco Gallo racconta con il suo "Denyse al di là del vetro".
Perché allo scoccare dei 12 anni la figlia del boss campano potrà parlare con suo padre solo al di là del vetro divisorio di un parlatorio, come gli adulti, anzi, proprio perché è adulta. Lo dice la legge.
Il diritto all'affettività - Ma davvero una ragazzina di 12 anni è adulta? Davvero può rinunciare senza traumi all'idea di toccare un genitore in carcere e tenergli la mano, anche se quel genitore si chiama "O Prufessore" e a suo tempo muoveva eserciti di guappi armati e dava ordini a gente che mangiava il cuore dei nemici? Il dilemma del docufilm è questo.
Non dà risposte ma pone domande, lasciando al telespettatore la assoluta libertà di digerire la vicenda secondo la sua sensibilità personale. "Il documentario che parla della vita di Denise - scrive Cronache della Campania - all'apparenza simile a quella di tante altre ragazzine della sua età che vivono nel Vesuviano, tocca con molta delicatezza, senza prendere posizione, una questione spinosa e poco trattata: i figli del 41 bis hanno il diritto all'affettività?". A pensarci bene è la classica domanda delle cento pistole, eppure la risposta non dovrebbe essere poi così difficile.
La Repubblica, 22 luglio 2019
Lo fa sapere l'agenzia di stampa vicina ai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione islamica. "Diciassette spie addestrate dalla Cia sono state identificate e arrestate in Iran". Lo rende noto Farsnews citando il direttore generale del dipartimento di controspionaggio del ministero dell'Intelligence. Nei confronti degli arrestati sono già state emesse alcune condanne a morte. L'accusa è di avere spiato centri sensibili nel Paese. Farsnews, che è vicina ai Pasdaran, definisce l'arresto il secondo colpo dell'intelligence iraniana alla Cia. L'annuncio arriva nel mezzo di una pericolosa escalation nel Golfo di Hormuz, dove una petroliera britannica, la Stena Impero, è stata sequestrata dal governo di Teheran.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 22 luglio 2019
Uno strappo diplomatico in piena regola con la lettera inviata al ministro dell'Interno Christophe Castaner e la decisione di non essere oggi a Parigi per la nuova riunione dopo quella che si è tenuta nei giorni scorsi a Helsinki. Il Viminale sembra deciso a mandare solo dei tecnici e nessuna presenza politica. Salvini "diserterà", ma nel frattempo ha deciso di scrivere al suo omologo francese. "L'Italia - ha dichiarato - non è più il campo profughi di Bruxelles, Parigi, Berlino. E non è più disposta ad accogliere tutti gli immigrati in arrivo in Europa".
Lo scontro si riaccende nel giorno in cui Sos Mediterranee e Medici senza frontiere annunciano la ripresa delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale davanti alla Libia con una nave battente bandiera norvegese. Le politiche migratorie portate avanti dall'asse franco-tedesca non piacciono proprio a Salvini che, alla vigilia della riunione convocata dal governo francese, riparte lancia in resta.
A spingerlo, gli stessi motivi che hanno agitato il dibattito con Castaner e con il ministro tedesco Horst Seehofer al vertice informale di Helsinki: nella bozza del documento che sarà portato alla riunione di oggi, infatti, Parigi riproporrà la proposta franco-tedesca nella quale si afferma che i migranti vanno sbarcati nel "porto vicino più sicuro".
Una proposta già bocciata da Italia e Malta. E necessario, si legge nella bozza, un "meccanismo più prevedibile ed efficiente" in modo da "consentire lo sbarco sicuro, dignitoso e rapido" dei migranti soccorsi nel "porto sicuro più vicino". Sbarchi che "dovrebbero essere effettuati il più rapidamente possibile, tenendo conto della vulnerabilità delle persone interessate e delle capacità di accoglienza nei porti di sbarco". Un documento al quale Salvini ha risposto con un secco no: "Non lo firmerò mai. È una proposta inammissibile".
Così ieri è tornato all'attacco: Francia e Germania "non possono decidere le politiche migratorie ignorando le richieste dei paesi più esposti come noi e Malta". E per questa ragione non sarà nella capitale francese. Ma ai tecnici del Viminale che parteciperanno ha dato mandato di "muoversi esclusivamente nel perimetro delineato, evitando nuove e d iverse dichiarazioni non coerenti con i lavori svolti finora".
La posizione resta dunque quella espressa nel documento portato da Italia e Malta alla riunione in Finlandia: hotspot in tutti i paesi, redistribuzione obbligatoria dei migranti, rimpatri a livello Ue o ripartiti tra i 28, più espulsioni con la creazione di una lista di "paesi sicuri" in modo che chi proviene da quei paesi sarebbe rimpatriato automaticamente, ulteriore stretta sulle Ong, revisione delle regole Sar per "impedire abusi" che favoriscono un'immigrazione "illegale e incontrollata". Proposte che, scrive ancora Salvini nella lettera a Castaner, "hanno fatto registrare (a Helsinki, ndr) un diffuso apprezzamento apportando al confronto significativi e utili elementi per una nuova impostazione del tema".
Ma intanto lo scontro rischia di spostarsi anche in mare. La Ong francese Sos Mediterranee e Medici Senza Frontiere hanno annunciato il ritorno nelle acque internazionali davanti alla Libia dopo quasi un anno di sospensione dell'attività in seguito al blocco dell'Aquarius. Stavolta ad operare sarà la "Ocean viking", una nave di 70 metri con 31 persone tra equipaggio e volontari battente bandiera norvegese. Cosa pensi dell'iniziativa, Salvini lo ha scritto su twitter nei giorni scorsi: "Adesso partono pure dal Mare del Nord per venire ad aiutare gli scafisti nel Mediterraneo, roba da matti... Ong avvisata, mezza salvata: in Italia non sbarcate".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Channel Nkunzimana è un burundese di 26 anni. Ci ostiniamo a parlarne al presente. Orfano di entrambi i genitori, è stato cresciuto dalla sorella del padre e poi sostenuto negli studi (attualmente è al secondo anno di Scienze infermieristiche dell'Università di Ngozi) dalla cugina Dylla Gaelle Gateka e dal di lei compagno Andrea Casale, entrambi cooperanti a Ngozi con Amahoro Onlus e da poco rientrati in Italia. Channel viene visto l'ultima volta il pomeriggio del 29 giugno a Ngozi, nel quartiere di Kinyami. Passano 24 ore e iniziano le ricerche, presso le prigioni ufficiali e soprattutto quelle "non ufficiali".
Vengono esaminate le piste più disparate. Nei giorni precedenti la sparizione Channel ha testimoniato in favore dell'amico Viateur Nzoyihaya, arrestato con l'accusa di violenza sessuale verso una "diciassettenne di Ngozi" di cui non si conoscono le generalità. L'amico viene ritenuto estraneo ai fatti e rilasciato. È una vendetta della famiglia della ragazza?
Alcuni parenti di Channel hanno problemi coi proprietari dei terreni confinanti a Ryarusera, nella provincia di Muramvya. È stato rapito per forzare la situazione? Più semplicemente, Channel è il primo del suo corso e può avvalersi del sostegno di due persone, Dylla e Andrea, economicamente benestanti rispetto alla media del paese.
È stato rapito per invidia, gelosia o a scopo di riscatto? Piste vaghissime, nulla di più, ma in casi del genere ha senso non escludere nulla. Nel frattempo il procuratore generale di Ngozi interroga diverse persone che potrebbero essere informate dei fatti, senza alcuna conclusione significativa. Infine, prende piede l'ipotesi che Channel sia stato vittima di un arresto arbitrario e della successiva sparizione forzata da parte dei servizi di sicurezza. A sostenerlo è Jean Nayabagabo, un attivista dei diritti umani locale.
Il 16 luglio si sparge la voce che Channel sarebbe stato prelevato da alcuni "imbonerakure" (la milizia giovanile del partito al potere) e consegnato a un noto estremista, Alexis Ndayikengurukiye. Torturato in un bistrot di proprietà di un certo Dominique Nyamugarukwa a Vyerwa, un piccolo centro a pochi chilometri da Ngozi, successivamente sarebbe stato trasferito in luogo ignoto da un certo Jovin, responsabile dei servizi di sicurezza a Ngozi. Pare che sia accusato di aver criticato pubblicamente il partito al potere.
Chi conosce Channel lo descrive come estraneo alla politica. Inoltre, non avrebbe mai commesso l'ingenuità di parlare male del governo proprio nella sua roccaforte di Ngozi. Da ormai quattro anni, il Burundi è sprofondato in una profonda crisi dei diritti umani.
Le sparizioni forzate sono entrate a far parte della strategia del governo per tenere sotto controllo le proteste. A volte ci va di mezzo anche chi non protesta e si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Che fine ha fatto Channel?
di Giampaolo Visetti
La Repubblica, 21 luglio 2019
"Adesso sono io il più vecchio di quelli di Mani pulite. Personalmente sento il vuoto di un affetto profondo, inciso dal passaggio pesante e grave del tempo. A livello pubblico il vuoto lasciato è quello di un eccezionale punto di riferimento, intellettuale e culturale, di una visione lucida degli eventi. Spero non si offenda nessuno, ma con questo addio si fa più evidente come nel nostro Paese quel certo modo di intendere l'esercizio della giurisdizione, proprio di Francesco Saverio Borrelli, si sta progressivamente perdendo".
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