di Errico Novi
Il Dubbio, 12 giugno 2019
I rilievi dell'avvocatura sul Ddl "Codice Rosso". Magari non avrà l'impatto suggestivo di un "nuovo" reato. Ma la modifica strutturale sollecitata dall'avvocatura rispetto al ddl contro le violenze di genere è forse il tassello che manca. "Si deve procedimentalizzare la prevenzione", hanno spiegato, in audizione a Palazzo Madama, il presidente del Cnf Andrea Mascherin e la componente della giunta dell'Ucpi Paola Savio.
Nella legge sul "Codice Rosso" vanno previste "alcune precise forme di monitoraggio delle vittime ma anche dei presunti responsabili". Mascherin e Savio hanno chiesto di accantonare l'istituzione di alcune nuove forme di reato e l'innalzamento delle pene: il testo fortemente voluto dai ministri Bonafede e Bongiorno, e votato alla Camera a inizio aprile, va integrato con una vera "metodica della prevenzione".
Ai senatori della commissione Giustizia, il presidente del Cnf ha ricordato come "né le nuove figure di reato né l'aumento delle pene abbiano mai prodotto risultati in termini di prevenzione". È invece sulla fase precedente lo stesso accertamento del reato che "ci si dovrebbe concentrare". Se è giusto dunque prevedere, come fa l'articolo 5 della legge sul "codice rosso", "corsi di formazione specifica per il personale delle forze dell'ordine", va "sviluppata anche tutta la fase immediatamente successiva alla prima denuncia, a partire da un dato: le vittime di maltrattamenti in famiglia o altri reati di cui ci si occupa con questo ddl", ha osservato Mascherin, "sono inevitabilmente condizionabili, e spesso recedono dall'iniziale scelta di rivolgersi alla giustizia".
Servono procedure che includano "la collaborazione fra Procure e assistenti sociali" per seguire sia le vittime che i presunti responsabili. In modo da evitare "quegli ultimi appuntamenti spesso fatali", aggiunge il presidente del Cnf, "e far scattare un monitoraggio anche di fronte al semplice caso di una donna che si rivolge al pronto soccorso con un occhio tumefatto". Come ricordato dal Cnf, si tratta di previsioni inserite nel codice procedimentalizzato per le violenze sui minori.
"Anche la eventuale remissione della querela può essere un segnale di allerta". Mascherin ha inoltre invitato a riflettere sull'opportunità di limitare "la pubblicità dei casi di violenze domestiche" dal momento che non si possono escludere "meccanismi di emulazione, tanto più probabili quando si arriva alla spettacolarizzazione televisiva". Dall'avvocatura si sollecita anche uno spazio maggiore per la "giustizia riparativa", che consente "al reo di prendere consapevolezza della portata dell'accaduto e di entrare in una reale fase di recupero, in modo da limitare la recidiva".
L'avvocata Savio, che per l'Unione Camere penali ha seguito fin dall'inizio l'iter del provvedimento, ha illustrato in audizione i numerosi rilievi al "codice rosso" analizzati con precisione anche in un ampio (e impietoso) documento depositato in commissione Giustizia. Fra le critiche, non mancano quelle su alcuni profili della misura-simbolo, ossia l'obbligo per il pm di ascoltare la vittima entro 72 ore dalla denuncia.
"Quando le persone offese sono minori, li si espone al rischio di rendere dichiarazioni che potrebbero soffrire dell'induzione dell'adulto, quantomeno per l'emotività" dovuta "al poco tempo trascorso". Tra i paradossi più evidenti da correggere, secondo Savio, quello legato alla previsione del nuovo reato di "violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento".
Visto che già esiste il "rimedio per la violazione di misure cautelari" ossia il loro aggravamento", non c'è ragione di vincolarsi all' "accertamento di un fatto di reato, notoriamente molto differito rispetto all'accadimento da giudicare". Con tutte le "conseguenze che ne derivano anche rispetto alla tutela della persona offesa".
Da parte dell'Unione Camere penali sono stati mossi rilievi anche sulla "formazione" degli agenti "inevitabilmente rallentata dalla clausola di invarianza economica" e sul "mancato rispetto dei canoni di determinatezza riscontrata nella previsione del nuovo reato di lesioni permanenti al viso".
Il Fatto Quotidiano, 12 giugno 2019
La nuova indagine è stata aperta dalla procura di Messina: sotto inchiesta Carmelo Petralia e Anna Maria Palma, oggi aggiunto a Catania e avvocato generale a Palermo. La notizia dell'inchiesta è emersa perché alle persone sottoposte a indagini e alle parti lese la Procura ha notificato l'esecuzione di accertamenti tecnici irripetibili. Riguardano 19 cassette con le registrazioni delle conversazioni di Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna e falso pentito che con le sue dichiarazioni depistò la strage.
Due pm che indagarono sulla strage di via d'Amelio sono indagati per concorso in calunnia aggravata dall'aver favorito Cosa nostra. Si tratta di Carmelo Petralia e Annamaria Palma, attualmente procuratore aggiunto a Catania e avvocato generale a Palermo. All'epoca erano entrambi pm di Caltanissetta. Ventisette anni dopo la strage che uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta ci sono quindi due magistrati accusati del depistaggio dell'inchiesta. La notizia dell'inchiesta è diventata pubblica perché l'ufficio inquirente della città sullo Stretto ha notificato un avviso di accertamento tecnico irripetibili agli indagati e alle parti lese, cioè Gaetano Murana, Giuseppe La Mattina e Cosimo Vernengo, ingiustamente accusati nei primi processi. Oltre a Gaetano Scotto, Giuseppe Urso, Natale Gambino.
Le 19 cassette e l'atto non ripetibile - Gli atti tecnici che devono compiere gli investigatori non sono ripetibili perché c'è il rischio che le prove vadano perdute. Riguardano 19 cassette con le registrazioni delle conversazioni di Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna e falso pentito che con le sue dichiarazioni depistò la strage.
Venne ascoltato mentre era sotto protezione, un periodo in cui, secondo l'accusa, è stato indotto, anche con la violenza, dal pool di poliziotti che indagava sull'attentato, a mentire. Del pool di investigatori, guidati dall'ex capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, poi deceduto, facevano parte i poliziotti oggi finiti a giudizio: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Sono occusati del depistaggio delle indagini, costato l'ergastolo a sette innocenti. Il reato contestato ai magistrati e ai funzionari di polizia è la calunnia: i pm e i poliziotti avrebbero imbeccato tre falsi pentiti.
Ai magistrati si contesta, oltre all'aggravante di avere favorito Cosa nostra, anche l'aggravante che deriva dal fatto che dalla calunnia è seguita una condanna a una pena maggiore di 20 anni. Le cassette sono molto datate e l'ascolto potrebbe deteriorarle: da qui la necessità che all'accertamento, mai eseguito prima, partecipino anche i consulenti degli indagati e delle persone offese. Scarantino, secondo l'accusa, sarebbe stato picchiato e minacciato perché desse la versione di comodo "pensata" dagli investigatori. E costretto a imparare a memoria le fandonie da ripetere durante gli interrogatori.
Il falso pentito, protagonista di ritrattazioni clamorose, ha poi svelato le pressioni subite. Attribuendole soltanto ai poliziotti. Il dottor Di Matteo non mi ha mai suggerito niente, il dottor Carmelo Petralia neppure. Mi hanno convinto i poliziotti a parlare della strage. Io ho sbagliato una cosa sola: ho fatto vincere i poliziotti, di fare peccare la mia lingua e non ho messo la museruola...", ha detto l'ex collaboratore solo poche settimane fa.
Come nasce l'inchiesta sui magistrati - L'indagine su Palma e Petralia nasce nello scorso novembre, quando la procura di Caltanissetta, che ha istruito il processo per il depistaggio delle indagini sull'attentato, ha trasmesso una tranche dell'inchiesta ai colleghi messinesi perché accertassero se nella vicenda, ci fossero responsabilità di magistrati.
Così l'ufficio inquirente della città sullo Stretto ha aperto in un primo tempo un fascicolo di atti relativi, una sorta di attività pre-investigativa. Che adesso è diventata un'inchiesta per calunnia aggravata con alcune persone indagate. I fatti contestati sono stati commessi "in Caltanissetta e altrove, in epoca antecedente e prossima al settembre 1998". La nuova indagine è condotta dal procuratore di Messina, Maurizio De Lucia, perché l'ufficio inquirente della città dello Stretto è competente quando sono coinvolti nelle vicende giudiziarie magistrati in servizio a Catania: ed è il caso di Petralia.
Le motivazioni del Borsellino Quater - Negli atti che i pm di Caltanissetta hanno inviato ai colleghi messinesi si fa riferimento alla sentenza del processo Borsellino quater. Nelle motivazioni dell'ultimo verdetto della strage i giudici della corte d'assise parlavano di depistaggio delle indagini sull'attentato al magistrato.
"Questa Corte ritiene doveroso, in considerazione di quanto è stato accertato sull'attività di determinazione realizzata nei confronti dello Scarantino, del complesso contesto in cui essa viene a collocarsi, e delle ulteriori condotte delittuose emerse nel corso dell'istruttoria dibattimentale, di disporre la trasmissione al Pubblico ministero, per le eventuali determinazioni di sua competenza, dei verbali di tutte le udienze dibattimentali, le quali possono contenere elementi rilevanti per la difficile ma fondamentale opera di ricerca della verità nella quale la Procura presso il Tribunale di Caltanissetta è impegnata", è il passaggio della sentenza con cui si dispone la trasmissione degli atti.
Fiammetta Borsellino: "Non parlo di indagini in corso" - "Preferisco non parlare di indagini ancora in corso", ha detto Fiammetta Borsellino, figlia minore del giudice Paolo Borsellino. Fiammetta Borsellino ha partecipato a numerose udienze del processo sul depistaggio, dove si è costituita parte civile, e più volte ha lamentato il comportamento dei magistrati che indagarono sull'attentato. "Mio padre è stato lasciato solo, sia da vivo che da morto.
C'è stata una responsabilità collettiva da parte di magistrati che nei primi anni dopo la strage - ha sempre ripetuto Fiammetta Borsellino - hanno sbagliato a Caltanissetta con comportamenti contra legem e che ad oggi non sono mai stati perseguiti né da un punto di vista giudiziario né disciplinare".
di Giovanni Verduci
lacnews24.it, 12 giugno 2019
Agostino Siviglia presenta la relazione annuale evidenziando le carenze della struttura e il problema del sovraffollamento. Comune e direttore carceri hanno infine firmato un'intesa per l'attivazione dello sportello Punto città nella Casa circondariale. "L'estenuante rassegna di numeri e persone restituisce un quadro complessivo del cosiddetto pianeta carcere, tanto a livello nazionale che locale, desolante e desolato. Come ho avuto modo di ribadire in più occasioni, ancora una volta, dal sociale al penale, il penitenziario continua ad essere sempre più luogo di discarica sociale".
Con queste parole Agostino Siviglia, garante dei detenuti del Comune di Reggio Calabria, ha scattato la fotografia del panorama carcerario reggino. Lo ha fatto durante la consueta presentazione della relazione delle attività svolte nello scorso anno.
Lo ha fatto davanti a Giuseppe Falcomatà, primo cittadino di Reggio Calabria, e Calogero Tessitore, Direttore delle case circondariali cittadine. Per l'avvocato Agostino Siviglia, quindi: "Non c'è da sorprenderci se, in gran parte, la popolazione carceraria sia costituita da una pletora di vite di scarto, per usare la tragica ma eloquente definizione di Bauman, che, come abbiamo visto, sovraffolla i penitenziari italiani e reggini. Vedere resta, ancora, il punto essenziale".
Il problema del sovraffollamento - Un sovraffollamento che è la costante in tutte le case di reclusione sparse per la Penisola e rispetto alla situazione nazionale Reggio Calabria, purtroppo, non fa eccezione. Al 31 dicembre 2018, stando ai dati riportati nella relazione del garante, a fronte di una capienza regolamentare di 302 detenuti, nel carcere di "Arghillà", ne erano presenti 383, di cui 58 stranieri; alla stessa data, al "Panzera", a fronte di una capienza regolamentare di 186 detenuti, ne erano presenti 216, di cui 11 stranieri e 34 donne. "Rispetto all'anno scorso - ha detto Agostino Siviglia - ancora una volta il quadro del complesso mondo penitenziario restituisce una marginalità grave a seguito anche delle riforme carcerocentriche che creano una dimensione di vita dei detenuti di scarto".
Il caso Saladino - Detenuti come Antonino Saladino, deceduto presso la Casa circondariale di Arghillà il 18 marzo dello scorso anno, dopo 12 giorni di febbre. Un caso che sta molto a cuore all'avvocato Siviglia che, durante la sua relazione, non ha esitato a paragonarlo a quello che ha visto come sfortunato protagonista Stefano Cucchi.
"Già nella precedente relazione ho segnalato, denunciato, la morte del giovane detenuto Saladino, di appena 30 anni - ha detto Siviglia - per il quale, allora, erano in corso le indagini preliminari condotte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, al fine di verificare le effettive cause del decesso. Scrissi, che prima di giungere a qualsivoglia affrettata conclusione, bisognava attendere i risultati delle indagini da parte della locale Procura della Repubblica".
Dodici mesi sono passati ma nessuna risposta è arrivata dagli uffici competenti. "Bene - ha sottolineato il Garante - è passato più di un anno da allora, e ancora oggi non si conoscono le cause di quel decesso. Le indagini sono ancora in corso, e la madre e la sorella di Saladino, non sanno ancora di cosa è morto il loro congiunto. Lo scorso mese di febbraio, ho depositato in Procura una memoria sulle informazioni da me assunte nell'immediatezza dei fatti.
Ancora nulla! Insisto anche quest'anno, dunque: attendiamo risposte! Non già per inseguire colpevoli a tutti i costi, ma solo ed esclusivamente - e per quel mi compete - al fine di assolvere, in coscienza e responsabilità, le mie funzioni istituzionali, al sevizio della tutela e salvaguardia dei diritti fondamentali costituzionalmente riconosciuti ai detenuti e, ancor prima, al servizio della verità e della giustizia".
La firma della Convenzione - In occasione della presentazione della Relazione annuale del garante è stata sottoscritta anche l'importante protocollo fra il direttore del Carcere ed il sindaco del Comune di Reggio Calabria, unitamente alla dirigente del settore anagrafe Comunale, avente ad oggetto l'attivazione dello sportello "Punto Città" in carcere, per consentire mensilmente ai detenuti di fruire dei servizi comunali relativi a tutte le pratiche amministrative connesse ai relativi servizi anagrafici.
"È una convenzione nata per poter svolgere le attività anagrafiche di grande importanza per riscuotere la pensione o altri atti necessari per i detenuti". Presente all'incontro anche il sindaco Giuseppe Falcomatà e Calogero Tessitore, direttore della Casa Circondariale di Arghillà e la dirigente del Comune Carmela Stracuzza.
"Si tratta di un'iniziativa estremamente importante per i nostri ospiti che avranno così la possibilità di riscuotere la pensione - spiega il direttore Calogero Tessitore - Finalmente risolviamo, grazie alla sensibilità del sindaco e del garante, un grande problema. È un grande segno di civiltà".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 giugno 2019
Da oramai più di 13 giorni sono in sciopero della fame due donne detenute recluse nella sezione AS2 femminile de L'Aquila. Si chiamano Silvia Ruggeri e Anna Beniamino e sono due militanti anarchiche arrestate e condannate a Torino rispettivamente nel 2016 e nel 2019 in seguito alle inchieste "Scripta Manent" e "Scintilla".
La prima ha ricostruito una serie di noti attentati avvenuti in Italia dal 2003 al 2015, tra cui l'invio di pacchi bomba a Romano Prodi (nel 2003, quando era commissario europeo) e agli ex sindaci di Bologna e Torino, Sergio Cofferati (nel 2005) e Sergio Chiamparino (nel 2006). Furono arrestate sette persone tra cui la Beniamino e il suo compagno Alfredo Cospito, attualmente detenuto nel carcere di Ferrara.
L'operazione Scintilla ha portato invece a sei arresti e allo sgombero nel febbraio scorso dell'asilo di Torino occupato dal 1995 da un gruppo di anarchici coinvolti in 21 attentati e atti vandalici in diverse città italiane, diretti anche ai centri di accoglienza per migranti per influenzare il comportamento delle imprese impegnate nel settore sociale.
Il motivo dello sciopero è la richiesta di soppressione del regime carcerario As2 a cui sono sottoposte da oltre due mesi. Le detenute a L'Aquila paragonano la sezione As2 al regime duro, definendo il trattamento a cui sono sottoposte come un "41bis ammorbidito".
Anna Beniamino, collegata in videoconferenza dal carcere al tribunale di Torino per la prima udienza sull'occupazione dell'asilo, ha motivato così lo sciopero della fame: "Siamo convinte che nessun miglioramento possa e voglia essere richiesto, non solo per questioni oggettive e strutturali della sezione gialla (ex-41bis): l'intero carcere è destinato quasi esclusivamente al regime 41bis, per cui allargare di un poco le maglie del regolamento di sezione ci pare di cattivo gusto e impraticabile, date le ancor più pesanti condizioni subite a pochi passi da qui, non possiamo non pensare a quante e quanti si battono da anni accumulando rapporti e processi penali.
A questo si aggiunge il maldestro tentativo del Dap di far quadrare i conti istituendo una sezione mista anarco-islamica, che si è concretizzato in un ulteriore divieto di incontro nella sezione stessa, con un isolamento che perdura. Esistono condizioni di carcerazione, comune o speciale, ancora peggiori di quelle aquilane. Questo non è un buon motivo per non opporci a ciò che impongono qui. Noi di questo pane non ne mangeremo più: il 29 maggio iniziamo uno sciopero della fame chiedendo il trasferimento da questo carcere e la chiusura di questa sezione infame". Il regime di alta sicurezza, ricordiamo, non è disciplinato né dall'ordinamento né dal regolamento penitenziario, ma dalle circolari del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e c'è un'ampia discrezionalità dell'amministrazione penitenziaria nella gestione delle sezioni di alta sicurezza. Tale regime si divide in tre sotto-circuiti.
Del primo (A. S. 1) fanno parte i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata di tipo mafioso, nei cui confronti sia venuto meno il decreto di applicazione del regime di cui all'art. 41bis; quelli per taluno dei delitti gravi di cui al comma 1 dell'art. 4 bis della legge penitenziaria; infine coloro i quali sono stati considerati elementi di spicco e punti di riferimento delle organizzazioni criminali di provenienza.
Al secondo (A. S. 2) appartengono i detenuti che sono tali per delitti commessi con finalità di terrorismo (anche internazionale) o di eversione dell'ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza. Nel terzo (A. S. 3) rientrano i detenuti che hanno rivestito posti di vertice nelle organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti.
Coloro che sono sottoposti al regime di alta sicurezza in molti casi non possono partecipare alle attività sociali e culturali che si svolgono nel carcere e vivono, di fatto, isolati dai detenuti ordinari. Per ottenere una declassificazione a regimi ordinari devono dimostrare di non avere più collegamenti con l'organizzazione criminale alla quale appartenevano.
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 12 giugno 2019
L'università on line entra nelle carceri e consentirà ai detenuti degli istituti sardi di Uta (Cagliari) e Massama (Oristano) di seguire quattro corsi di laurea erogati integralmente su piattaforma web. Si tratta di un'importante possibilità per le persone che stanno scontando la pena, così come avviene per gli studenti lavoratori o per quelli che preferiscono seguire i corsi universitari tramite la Rete. Il risultato è frutto della collaborazione tra Polo universitario penitenziario di Cagliari (istituito circa un anno fa), Conferenza dei Rettori e Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per la Sardegna.
Per promuovere questa nuova opportunità di formazione culturale a disposizione dei detenuti il rettore dell'Università di Cagliari, Maria Del Zompo, ha tenuto una lezione nel carcere di Uta dinanzi a una trentina di detenuti dal titolo "Musica, emozioni e cervello".
Durante il suo intervento Del Zompo ha ribadito l'attenzione e l'impegno delle istituzioni formative del territorio nei confronti dello sforzo di rieducazione a beneficio delle persone che si trovano in stato di detenzione: "Siamo sensibili alla vostra situazione e grazie all'impegno dei nostri docenti e dell'amministrazione penitenziaria siamo riusciti ad organizzare un fitto calendario di seminari: l'inclusione è una delle parole chiave del nostro Piano strategico. Ricordatevi che il cervello stimolato nel modo corretto può darci sempre un aiuto".
Alla lezione inaugurale del programma di seminari hanno partecipato anche Alessandra Pelagatti, Procuratore della Repubblica di Cagliari, il magistrato del tribunale di sorveglianza, Ornella Anedda, il comandante del Corpo di Polizia Penitenziaria Andrea Lubello e un gruppo di studenti del corso di laurea magistrale in Psicologia dello Sviluppo e dei Processi Socio-lavorativi.
Il calendario di iniziative multidisciplinari offerto ai detenuti-studenti delle strutture di Uta e Massama proseguirà con un ciclo di seminari svolti dai docenti dell'ateneo del capoluogo sardo. Sono attualmente 24 gli atenei coinvolti a livello nazionale, con attività didattiche e formative già avviate in circa 50 istituti penitenziari e con 600 detenuti coinvolti nei programmi di apprendimento.
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 12 giugno 2019
Quel Grande Fratello privo di limiti che sacrifica i diritti sull'altare della lotta al crimine. Che lo si chiami intrusore informatico, captatore totale o cimice telematico-ambientale, un fatto è certo: il trojan fa paura. Il Toga party che ha squarciato il velo dell'ipocrisia sulle manovre correntizie è partito dall'inchiesta perugina per corruzione a carico del pm Luca Palamara, rimasto impigliato nella rete del diabolico virus. Esporsi sul tema, allo stato attuale, appare altamente sconsigliato: chi ne mette in discussione i presupposti normativi potrebbe fornire un assist alla difesa dell'inquisito eccellente.
Tuttavia, i giuristi interpellati dal Foglio sollevano dubbi e perplessità sulla legittimità costituzionale della normativa che ha esteso l'uso di un mezzo investigativo, inizialmente concepito per criminalità organizzata e terrorismo, ai delitti contro la Pubblica amministrazione; inoltre, come conferma l'orientamento di diversi gip, la normativa particolare che ne disciplina l'impiego non sarebbe ancora vigente nell'ordinamento. Andiamo con ordine. Il "cavallo di Troia" è oggi lo strumento dotato della maggiore invasività investigativa, da qui il suo carattere assolutamente eccezionale.
Nello specifico, si tratta di un virus informatico che, attivato da remoto, è capace di trasformare un dispositivo elettronico, sia esso uno smartphone o un computer, in una cimice video-fonica che, come hanno stabilito le Sezioni unite della Cassazione nella sentenza Scurato del 2016, "prescinde dal riferimento al luogo, trattandosi di una intercettazione ambientale per sua natura itinerante".
Ora, il guazzabuglio normativo, all'origine dell'attuale incertezza applicativa, nasce dal fatto che un legislatore incapace di scrivere le leggi ha inserito norme attualmente vigenti in norme non ancora vigenti. Esiste infatti una disciplina particolare sul regime autorizzativo del trojan, contenuta nel decreto legislativo 216 del 2017, voluto dall'allora Guardasigilli Andrea Orlando, la cui entrata in vigore è stata posticipata al 31 luglio 2019; contestualmente, però, è intervenuta la legge n. 3 del 2019, governo gialloverde, meglio nota come "spazza corrotti", in vigore dallo scorso 31 gennaio, che ha ampliato l'uso del captatore informatico ai reati di corruzione. Il risultato di questo pasticcio è che i magistrati specializzati nell'anticorruzione procedono a tentoni: gli uffici del gip a volte concedono l'uso del trojan, a volte lo negano.
Esiste poi un secondo punto: i colloqui captati di Palamara coinvolgono due parlamentari, Luca Lotti e Cosimo Ferri. Si pone allora il tema dell'utilizzabilità delle suddette intercettazioni, già ampiamente squadernate dalla stampa. Il regime delle immunità parlamentari impone l'obbligo di autorizzazione preventiva per mettere sotto controllo l'utenza telefonica di un eletto.
Nel caso di intercettazioni indirette, invece, come sembra essere il caso dei colloqui informali in presenza dei due esponenti dem, l'utilizzo di tali conversazioni è sempre sottoposto a una richiesta di autorizzazione successiva alla Camera di appartenenza. Un argomento, questo, che potrebbe essere sollevato dalla difesa di Palamara. "L'uso del trojan informatico, la misura più invasiva che possa essere applicata nei confronti di un soggetto, pone un evidente problema di trade-off tra efficienza investigativa e rispetto delle garanzie", commenta conversando col Foglio l'avvocato Vittorio Manes, professore ordinario di Diritto penale all'Università di Bologna.
"Già le intercettazioni telefoniche pongono problemi vertiginosi di bilanciamento, per l'indagato e per i terzi coinvolti, con libertà costituzionali (espressamente previste dall'art. 15 della Costituzione, a norma del quale libertà e segretezza di ogni forma di comunicazione sono inviolabili); e sono tutti problemi amplificati oggi dalla moltiplicazione degli strumenti di comunicazione (messaggistica, scritta e vocale, etc.).
Ma il trojan agisce come una microspia a tutti gli effetti, un grandangolo acceso a giorno sull'esistenza dell'indagato - anche sugli attimi più intimi e informali - che squaderna interi segmenti di vita appiattendo tutto, e rendendo impossibile ogni distinzione tra intenzione, emozione, allusione, progettazione, realizzazione. Quei fotogrammi convulsi vengono poi vivisezionati per profilare il tipo di autore retrostante.
Condivido le gravissime perplessità sollevate circa l'estensione dell'impiego di uno strumento concepito per i reati di mafia e terrorismo, e poi allargato a fenotipi criminosi diversi, come i reati contro la Pubblica amministrazione: con il paradosso che più s'indaga e più emerge il fenomeno, la sua percezione sociale aumenta e con essa l'allarme, che legittima in misura crescente strumenti investigativi via via più poderosi.
Da tempo assistiamo a una progressiva normalizzazione di mezzi di indagine oltremodo invasivi che contrastano con i princìpi fondamentali della Costituzione, come la tutela della riservatezza, della vita privata e famigliare. Siamo tutti d'accordo sulla gravità di taluni fenomeni, e sulla necessità di contrastarli con mano ferma: ma si sta progressivamente accettando e affermando una sorta di Grande Fratello privo di limiti, che miniaturizza i diritti sull'altare della lotta al crimine, devastando esperienze personali nell'attimo stesso in cui atti di indagine, che dovrebbero essere coperti dal segreto investigativo, finiscono sui giornali. E sui giornali, come si sa, il metro di giudizio è quello del codice morale, non del codice penale.
Di questo passo, il calcolo cinico dell'utilità investigativa è destinato a sacrificare le libertà fondamentali dei cittadini in un rovesciamento del modello liberale del diritto penale che dovrebbe destare allarme, e invece viene accolto con diffusa rassegnazione". Per il professore di Diritto costituzionale Fulco Lanchester, "l'estensione del trojan dà il senso di un sistema occhiuto, totalitario, una sorta di Grande Fratello che fa strame di alcuni capisaldi costituzionali, quali il diritto alla privacy e alla libertà di espressione".
In che senso? "Se cade la distinzione tra spazio pubblico e privato, se l'autorità giudiziaria è investita del potere di disporre una intercettazione senza delimitare l'identità dei soggetti coinvolti e il loro campo di applicazione, ciascuno di noi può avere paura di esprimersi liberamente al telefono o durante una cena o tra le mura domestiche. Può essere che le mie siano remore garantiste, o forse no.
La magistratura deve essere dotata degli strumenti necessari per intervenire efficacemente contro il crimine, ma la sua azione non può essere illimitata: sarebbe un pericolo per il vivere civile". Per l'avvocato Fabio Pivelli, "il captatore informatico consente un'invasione senza limiti nella vita delle persone. Con il trojan si può registrare tutto della vita di una persona: parole, suoni, immagini, dati biometrici, abitudini, gusti, preferenze; esso pone, quindi, enormi problemi, etici e giuridici, quando se ne fa uso nelle indagini.
Perché anche l'intimità e la riservatezza individuali sono diritti primari dei quali si deve tenere conto, se si vuole tutelare il diritto dello stato a reprimere il crimine. Non si può fare a meno, in senso generalizzato, di tali strumenti innovativi. Semplicemente, se si crea una situazione di conflitto tra diritti contrapposti di pari rango, nel senso che la tutela di uno equivale alla lesione di un altro, e viceversa, diventa necessario individuare il punto di equilibrio.
E non c'è dubbio che l'equilibrio, in una materia così delicata, deve passare per il riconoscimento della legittimità dell'uso del captatore solo in via derogatoria ed eccezionale, per le situazioni di vera emergenza criminale e investigativa, rispetto alle quali qualsiasi altro strumento risulti inidoneo. Questo punto di equilibrio è stato decisamente smarrito sia dal legislatore che dai giudici.
Il legislatore, quando ha esteso l'uso di questi strumenti alle indagini di corruzione, come se l'allarme sociale di essi fosse equiparabile ai fenomeni terroristici e di criminalità organizzata, ha dimostrato la propria tendenza a far diventare regola quello che dovrebbe essere emergenza. I giudici, dal canto loro, hanno "dimenticato" cosa c'è scritto nella legge.
Le intercettazioni dovrebbero essere ammesse "solo" quando sussistano gravi indizi di reato ed esse siano assolutamente indispensabili per la "prosecuzione" delle indagini. Le intercettazioni "a strascico", quelle generalizzate, quelle per ricercare notizie di reato, non sono previste.
Il punto vero, dunque, è la delimitazione dei requisiti di ammissibilità delle intercettazioni, ricordandone il carattere eccezionale in uno stato liberaldemocratico; non tanto, e non solo, quello dell'utilizzo del trojan anche per i reati di corruzione".
palermomania.it, 12 giugno 2019
60 uomini e donne detenuti per imparare la millenaria arte della pasticceria siciliana coordinati da Salvatore Cappello. Imparare la millenaria arte della pasticceria siciliana, dando in mano i suoi segreti a 60 uomini e donne detenute, su 120 selezionati, coordinati da Salvatore Cappello, un marchio che richiama a un mondo pieno di dolcezza. Sarà presentato mercoledì 12, alle 10, nel teatro della casa circondariale Pagliarelli - Antonio Lorusso, il progetto "Sprigioniamo sapori", finanziato nell'ambito dell' Avviso 10/2016 dal Dipartimento Regionale della Famiglia e delle Politiche Sociali.
Un percorso, gestito dall'Associazione "I.D.E.A." presieduta da Fabrizio Fascella, in partenariato con l'associazione "Orizzonti Onlus" e la pasticceria Cappello. Attraverso varie attività come orientamento, formazione, laboratori e tirocini si punta a favorire il cambiamento nei detenuti per permettere un loro reale reinserimento nella società civile.
"Abbiamo fatto la selezione, e siamo nella fase di formazione - spiega Aurelia Granà, direttore di progetto -. In tutto saranno 600 ore di formazione distribuite in vari step. Acquisiranno tutti una formazione spendibile a livello europeo. Alcuni di loro cominceranno il tirocinio con l'impresa simulata in carcere, ovviamente retribuiti. Coloro che usciranno a breve, grazie alle associazioni di categoria del settore pasticceria che stanno partecipando al progetto, potrebbero anche trovare immediata collocazione nel mondo del lavoro".
castedduonline.it, 12 giugno 2019
"Mario Trudu, 69 anni, in carcere da 40 anni, versa in condizioni di salute precarie, che appaiono incompatibili con il regime detentivo. È affetto da una fibrosi polmonare, una complicazione derivante dalla sclerodermia che nelle forme più severe può portare alla mortalità. Se ciò non bastasse, gli è stato diagnosticato anche un tumore prostatico". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", facendosi interprete delle "vive preoccupazioni" dei familiari dell'anziano arzanese detenuto nella Casa di Reclusione di Oristano-Massama.
"L'ergastolo ostativo a cui l'uomo è sottoposto - osserva Caligaris - non contempla l'esclusione del diritto alla salute che deve essere garantito a tutte le persone private della libertà in quanto diritto costituzionale oltre che valore umano. Lo aveva recentemente ribadito anche la Cassazione intervenuta sul caso di Totò Riina quando le condizioni di salute del boss, ristretto con il regime del 41bis, avevano richiesto un ricovero ospedaliero".
"Rivolgiamo quindi un appello al Direttore Sanitario dell'Istituto Penitenziario affinché valuti l'urgenza di provvedere a un ricovero in un Ospedale per l'intervento chirurgico e/o in una Residenza Sanitaria affinché l'anziano detenuto possa trovare l'assistenza indispensabile per la cura delle gravi patologie in atto. Mario Trudu è un uomo provato dalla lunga ininterrotta detenzione in diversi Istituti Penitenziari italiani.
L'unica grazia concessagli in questi ultimi anni è stato il ritorno in Sardegna nel 2015. Da allora finalmente ha potuto effettuare colloqui con i parenti. A prescindere dalle valutazioni sull'ergastolo ostativo, che l'associazione ritiene una misura anticostituzionale, le condizioni di salute - conclude la presidente di Sdr - richiedono un atto di umanità e una valutazione scevra da qualunque preconcetto".
uniss.it, 12 giugno 2019
La città di Sassari per due giorni, il 14 e 15 giugno, sarà punto di riferimento nazionale per il mondo del carcere, visto da dentro e da fuori. "Dentro & Fuori", non a caso, è il titolo del workshop organizzato dal Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Sassari assieme alla Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari Cnupp della Crui, al Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria Prap, al Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità - Dgmc del Ministero della Giustizia, al Centro Giustizia Minorile Cgm di Cagliari, all'Ufficio Interdistrettuale per l'Esecuzione Penale Esterna Uiepe di Cagliari.
Dentro & fuori dal carcere. L'evento si terrà nelle aule Segni, Cossiga e Mossa del Dipartimento di Giurisprudenza (viale Mancini 3) e occuperà interamente la giornata di venerdì, dalle 9.00 alle 20.00, nonché la giornata di sabato 15 giugno dalle 9.00 alle 17.00. Il workshop prevede una prima sessione intitolata "Prima della detenzione, percorsi verso il carcere" (venerdì 14 giugno ore 9.00 -13.30), una seconda sessione intitolata "Durante la detenzione, percorsi nel carcere" (venerdì 14 giugno ore 14.30-20.00), e una terza sessione che si svolgerà sabato 15 giugno dalle 9.00 alle 13.30, dal titolo "Dopo la detenzione: giustizia di comunità, percorsi di inclusione e welfare generativo sul territorio".
Associazioni, ordini professionali, istituzioni. Il menù della due giorni è ricchissimo, grazie al coinvolgimento di associazioni, ordini professionali, istituzioni, case editrici che contribuiranno a dar vita a una manifestazione polifonica "in cui nessuno insegna o impara soltanto, ma nella quale tutti i partecipanti, relatori inclusi, si contaminano a vicenda - afferma il Delegato rettorale del Polo universitario penitenziario, Emmanuele Farris - "con l'intento di creare o rafforzare utili sinergie che facilitino in futuro i processi di reinserimento dei detenuti, attraverso lo studio e la formazione in generale, in un'ottica di resilienza del tessuto sociale e istituzionale".
"L'Università di Sassari porta avanti con decisione una strategia basata su tre pilastri-ribadisce il Rettore Massimo Carpinelli - dove accanto a innovazione e internazionalizzazione diamo un peso notevole all'inclusione; in un territorio che manifesta diversi segnali di sofferenza economico-sociale, è importante strutturare un ateneo inclusivo, che sappia offrire la possibilità di percorsi formativi di alto livello anche a chi si trova ai margini, tessendo una rete di relazioni istituzionali e col terzo settore per rendere più efficace la nostra azione".
Una finestra sull'editoria carceraria. Grazie alla struttura del workshop, pensato con una sessione plenaria e tre parallele durante ogni mezza giornata (quindi in totale 3 plenarie e 9 parallele) la varietà è tale, che c'è davvero l'imbarazzo della scelta. Le tre sessioni parallele sono orientate una con un taglio più istituzionale, una con un taglio accademico e una terza più eterogenea, dedicata ad aspetti particolari, al terzo settore etc.
Il venerdì mattina - dopo la plenaria e contemporaneamente alle due sessioni istituzionali (sui percorsi di devianza e detenzione minorile) e accademica (aspetti pedagogici, sociologici e psicologici della devianza) - tra le sessioni eterogenee è da sottolineare sicuramente l'appuntamento del tutto originale con l'editoria carceraria, previsto per il 14 giugno in aula Mossa dalle 10.30 fino alle 13.30. Questa parte del workshop, accreditata come corso di formazione dall'Ordine dei giornalisti della Sardegna, sarà moderata da Angela Trentini, giornalista RAI e autrice assieme a Maurizio Gronchi del libro "La speranza oltre le sbarre" (Edizioni San Paolo, 2018).
Saranno presentati numerosi casi editoriali che, nascendo dalle profondità del carcere, comunicano la speranza di un "dopo" sempre possibile, di un "fuori" dal carcere che arriva come conseguenza e conquista successiva alle fatiche del "dentro". Tra gli altri: Giovanni Gelsomino (giornalista e operatore carcerario), La luna del pomeriggio; Alessio Attanasio, L'inferno dei regimi differenziati; Paolo Bellotti (educatore del Carcere di Alghero), Visti da dentro; Pietro Buffa (dirigente del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria ed ex direttore del carcere di Torino), La galera ha i confini dei vostri cervelli; Federico Caputo, Sensi ristretti; Elton Kalica e Simone Santorso, Farsi la galera. Spazi e culture del penitenziario. Interverranno personalmente gli autori Angela Trentini, Pietro Buffa, Paolo Belotti, nonché gli ex detenuti Elton Kalica e Federico Caputo che offriranno una testimonianza diretta della propria esperienza.
"Dalle sbarre alle stelle" e "Le carte liberate". Nel pomeriggio (aula Segni, ore 14.30) il workshop "Dentro & fuori" prosegue con Fabio Masi, regista Rai e autore con Attilio Frasca del libro "Cento lettere. Dalle sbarre alle stelle" (edizioni Itaca). Da questo volume è stato tratto lo spettacolo omonimo prodotto dal Teatro Stabile d'Abruzzo e messo in scena dai detenuti della Casa circondariale di Pescara, con la partecipazione dell'attore Flavio Insinna e la regia di Ariele Vincenti che sarà presente.
Nella stessa sessione, durante l'introduzione plenaria, sarà inoltre presentato dall'autore in anteprima il documentario "Le carte liberate" di Bonifacio Angius. Interverrà l'autore. A seguire, sempre il venerdì pomeriggio - oltre alle due sessioni istituzionali (una riflessione sui percorsi detentivi e i modelli trattamentali in Italia) e accademica sui diritti e doveri in carcere - molto originale la sessione dedicata alla società civile e terzo settore in carcere, coordinata da Amnesty International e Associazione Antigone, che propone numerosi contributi regionali e nazionali, tra cui l'esperienza di Ristretti Orizzonti (Padova).
Fuori dal carcere: il reinserimento sociale dei detenuti. La giornata di sabato 15 giugno sarà dedicata principalmente ai percorsi "fuori" dal carcere, con particolare riferimento alle possibilità di reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti. Questa parte è sviluppata grazie all'apporto dell'Ufficio di esecuzione penale esterna della Sardegna (sessione istituzionale), con numerose esperienze sia degli operatori del sistema dell'esecuzione penale esterna sia di ex detenuti.
Tra gli strumenti che rendono possibile il reinserimento sociale degli ex detenuti, l'Università Italiana crede profondamente nel valore dell'istruzione, e per questo il Polo Universitario dell'Università di Sassari e la Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari propongono, con il coordinamento del Cesp Centro Studi Scuola Pubblica una sessione interamente dedicata alla teoria e pratica dello studio universitario in carcere che attualmente coinvlge quasi 700 detenuti in oltre 50 istituti penitenziari italiani, afferenti a circa 30 università pubbliche. Dalle 15.00 alle 17.00, è previsto un momento conclusivo di dibattito al quale i giornalisti e tutti gli interessati sono invitati a partecipare.
Sono partner dell'iniziativa: Dipartimento di Giurisprudenza - Uniss; Corso di laurea triennale in Scienze dell'Educazione - Uniss; Corso di laurea triennale in Comunicazione Pubblica eProfessioni dell'Informazione - Uniss; Corso di laurea triennale in Servizio Sociale - Uniss; Corso di laurea magistrale in Servizio Sociale e Politiche Sociali - Uniss; Osservatorio Sociale sulla Criminalità in Sardegna Oscrim - Uniss; Centro Interdisciplinare Studi di Genere A.R.G.IN.O. - Uniss; Laboratorio Foist per le politiche sociali e i processi formativi - Uniss; Progetto FdS "Il minore delinquente" - Uniss; Tribunale di Sorveglianza Sassari; Centro Studi per la Scuola Pubblica Cesp; Consiglio dell'Ordine Forense - Sassari; Camera Penale di Sassari "Enzo Tortora"; Consiglio Regionale dell'Ordine degli Assistenti Sociali - Croas; Ordine dei Giornalisti della Sardegna; Associazione Nazionale Funzionari del Trattamento ANFT; Associazione Antigone Amnesty International.
Il workshop "Dentro & fuori" è una delle azioni previste dal Piano di comunicazione del Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Sassari. Poiché l'evento è finanziato con fondi ministeriali Miur-FFO 2017 - D.M. 619/2017 art.10 "Ulteriori interventi" come integrato dal D.M. 1049/2017 art.1 lett, concesso all'Università degli Studi di Sassari per la realizzazione del progetto "Implementazione delle attività del Polo Universitario Penitenziario", la partecipazione ai lavori è totalmente gratuita, aperta a tutti i cittadini che volessero dedicare qualche ora a conoscere meglio una realtà purtroppo troppo spesso nascosta e ignorata. Non è necessario iscriversi; ai partecipanti sarà chiesto solo di registrarsi all'ingresso.
estense.com, 12 giugno 2019
La visita dei vertici Ausl in Arginone: "In arrivo le radiografie interne e un evento mirato alla tutela della salute dei detenuti". La direzione dell'Azienda Usl di Ferrara ha accolto con piacere l'invito della direzione dell'istituto penitenziario cittadino e ieri (martedì 11 giugno) ha fatto visita alla struttura e incontrato operatori e detenuti di via Arginone.
All'incontro, organizzato per confrontarsi su nuovi progetti e sinergie per migliorare l'assistenza sanitaria e portare cambiamenti nei servizi garantiti a chi deve scontare la pena in carcere, hanno partecipato Maria Nicoletta Toscani neo direttrice della Casa circondariale "Costantino Satta", il Garante dei detenuti Stefania Carnevale, il direttore generale Ausl Claudio Vagnini e la direttrice sanitaria Ausl Nicoletta Natalini, accompagnati da Fabio Ferraresi e Sandro Guerra, direttore del dipartimento cure primarie.
Il sopralluogo ha interessato i locali destinati ai nuovi giunti, che funge anche da osservazione breve intensiva (Obi), l'area sanitaria e gli ambulatori dove lavorano gli operatori sanitari Usl che prestano servizio nella struttura, gli studi medici, gli spazi dedicati alla didattica utilizzati anche dagli operatori del Servizio Dipendenze Ausl (Serd) nei loro interventi.
La delegazione Ausl ha potuto visitare una sezione dell'istituto e parlare con alcuni detenuti che hanno presentato le loro necessità ed esigenze sanitarie, incontrare il cappellano per poi dedicarsi al confronto con la direzione del carcere. "Un incontro con ricadute pratiche immediate - conferma Vagnini: abbiamo fatto il punto sul progetto di prossima attivazione per la realizzazione di radiografie interne con nuovi strumenti che stiamo acquisendo attraverso il nostro economato.
Abbiamo ragionato anche sull'organizzazione di un evento mirato alla sanità nel carcere rivolto ai professionisti e che coinvolgerà anche l'Università degli Studi di Ferrara, da realizzare ad autunno 2019. Infine, ma non ultimo per importanza, abbiamo potuto incontrare i nostri dipendenti che quotidianamente e con passione lavorano in un ambiente sensibile come quello dell'istituto penitenziario". Una mattinata proficua, dunque, sotto più punto di vista che rappresenta un primo nuovo momento di collaborazione tra istituzioni locali che si occupano di soggetti in condizioni di fragilità.
- Napoli: convegno "Affettività e habitat. Un binomio di diritti negato in carcere"
- Roma: "CarcerArt", storie di detenuti e di inclusione sociale
- Milano: i turbanti delle detenute per la ricerca contro il cancro
- Roma: "Il calcio è divertente, insegna a stare insieme e a fare squadra"
- Milano: un'esplosione di sport a San Vittore










