Il Centro, 24 luglio 2019
Pezzopane (Pd): sono costretti a lasciare la struttura per trasferirsi al Progetto Case oppure nei Map. "Non si può restare indifferenti dinanzi all'allarmante notizia lanciata dalla Uil e che vede moltissimi poliziotti penitenziari di stanza al carcere dell'Aquila, rischiare di essere sfrattati dalla caserma presso la quale hanno vissuto anche per più di 20 anni". A raccogliere l'invito lanciato nei giorni scorsi dal vice segretario generale Uil Pa Polizia Penitenziaria Mauro Nardella, è l'onorevole Stefania Pezzopane.
La parlamentare del Pd si dice "molto preoccupata della piega che sta prendendo la delicata questione oggetto, tra l'altro, dell'interessamento del Prefetto. Il rischio che una realtà come quella del Penitenziario Le Costarelle possa privarsi di forze utili al mantenimento dell'ordine e della sicurezza in caso di eventuali calamità naturali e/o eventi critici di svariate natura, è purtroppo reale", afferma Pezzopane, condividendo le preoccupazioni di Nardella.
"Gli agenti che fino a qualche tempo fa garantivano pressoché 24 ore al giorno la loro presenza, saranno costretti, così come già sta accadendo visto che 20 hanno già fatto le valige e si sono trasferiti nei Map e al Progetto Case, ad allontanarsi da quel posto ove sono reclusi poco meno di 200 detenuti, di cui al regime speciale del 41bis.
Molti altri, inoltre, rischieranno di seguire la stessa strada se non si farà presto qualcosa e con tutto quello che ne potrebbe derivare in fatto di pronto intervento in caso di emergenza", ricorda Pezzopane. "Progettare e realizzare subito una nuova caserma è il minimo che si possa fare a lungo tempo. Toccherà pensare cosa inventarsi nel breve e medio periodo", conclude l'onorevole aquilana, che propone, tra le altre, la soluzione di trasferite i Map all'interno della struttura carceraria. La deputata presenterà comunque un'interrogazione al ministro.
quotidianodipuglia.it, 24 luglio 2019
La Procura apre le porte ai detenuti. E, dopo aver chiesto e ottenuto la condanna di questi cittadini per i reati più vari, li aiuta a ritrovare la retta via, a lavorare, a reinserirsi nella società, come la Costituzione prevede sia fatto con coloro i quali vengono - per legge - privati della loro libertà personale.
La Procura di Lecce, infatti, ha proposto al Comune la sottoscrizione di una convenzione, che coinvolge anche l'istituzione carceraria, per il reinserimento lavorativo di alcuni detenuti. La convenzione prevede l'impegno, da parte della Procura, ad accogliere presso i propri uffici cinque detenuti per un periodo di due anni, durante i quali potranno svolgere attività lavorativa "di pubblica utilità".
Quale? Ad esempio attività di giardinaggio, di copia dei fascicoli non coperti da segreto, di piccoli lavori di facchinaggio. Il Comune assumerà l'impegno di versare i contributi Inail e la casa circondariale quello di assumersi ogni onere e responsabilità relativamente a quali detenuti potranno beneficiare del progetto, al loro trasporto fino al tribunale di viale De Pietro - dove ha sede la Procura - e, anche, alla nomina di un tutor che monitorerà i singoli progetti di inserimento.
"Ogni condannato - scrive il Comune nella delibera che fa propria la convenzione - può compiere un percorso di risocializzazione, in quando ogni essere umano è un individuo nato "eguale in dignità e diritti, dotato di ragione e di coscienza" e perciò chiamato ad agire "in spirito di fratellanza", come recita l'articolo 1 della Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo", datata 1948.
La procedura per attuare la convenzione è già conclusa. E domani mattina, alle 11, all'Open Space di Palazzo Carafa si terrà la conferenza stampa di presentazione della convenzione, conferenza alla quale parteciperanno il sindaco Carlo Salvemini, il Procuratore capo della Repubblica Leonardo Leone De Castris e la direttrice della Casa Circondariale di Lecce, Rita Russo.
di Alberto Lucchin
Il Gazzettino, 24 luglio 2019
Dopo anni di abbandono e silenzio, ieri mattina sono iniziati i lavori di ristrutturazione del vecchio carcere di via Verdi. Presto diverrà la sede del carcere minorile, in partenza dall'attuale casa circondariale di Treviso. Al termine dei lavori, che è presumibile dureranno parecchio tempo visto lo stato in cui si trova l'edificio, il costo per la trasformazione sfiorerà i 5 milioni.
In centro storico arriverà dunque il penitenziario minorile. Due settimane fa sono stati svolti i rilievi finali, durante i quali i tecnici incaricati dal ministero della Giustizia hanno controllato lo stato di salute dello stabile e svolto le ultime misurazioni, mentre ieri mattina hanno cominciato ad echeggiare tra le mura dell'ex carcere del capoluogo polesano i martelli pneumatici degli operai. Su quale sarà il risultato finale vige il più assoluto riserbo, tant'è che il Comune non ha nemmeno ricevuto la documentazione di inizio lavori come è previsto per molti altri interventi edilizi.
Su quante saranno le celle e come saranno dislocate, su quali saranno gli uffici, riguardo il dove sarà costruito il braccio riservato alla semilibertà degli adulti e molte altre informazioni è tutto top secret. L'unica cosa che è possibile fare è presumere che quell'edificio venga sostanzialmente rifatto praticamente da zero, visto lo stato in cui versava prima della sua chiusura e la lunga storia che porta sulla spalle.
Quelle mura, che dagli anni 30 hanno ospitato i carcerati rodigini, prima ancora erano parte del convento delle monache della Santissima Trinità. L'edificio compariva già nelle prime rudimentali carte stradali cittadine, disegnate a mano dai cartografi del 700, proprio vicino al Tempio della Rotonda. Più recentemente la casa circondariale rodigina era salita agli onori delle cronache nazionali per la cinematografica fuga di Susanna Ronconi nel 1983: un'autobomba, posteggiata lungo via Mazzini dal compagno della brigatista Sergio Segio, fece saltare un pezzo delle mura perimetrali, permettendo l'evasione alla terrorista veneziana. Nel 2016 è stata inaugurata la nuova casa circondariale rodigina, il cui cantiere era stato aperto nel 2007 dall'allora guardasigilli Clemente Mastella, e da allora il penitenziario del centro storico è rimasto vuoto e abbandonato, in preda alle erbacce.
La politica, nell'ultimo anno, ha fortemente dibattuto su questo progetto imposto dall'alto. L'Amministrazione Bergamin aveva intenzione di allargare l'adiacente palazzo di giustizia all'interno del vecchio carcere, spiegando di non volere i baby detenuti a Rovigo, ma era un progetto ormai impossibile da attuare visto lo stato in cui già si trovava il progetto di ristrutturazione.
Nel febbraio del 2018 l'ex ministro Andrea Orlando, nella relazione sullo Stato di attuazione del programma di edilizia penitenziaria, aveva anticipato che il Comitato paritetico dell'edilizia penitenziaria aveva approvato la destinazione della sede dell'ex Casa circondariale di Rovigo a istituto penale per i minori del Veneto.
A sancire in maniera definitiva l'arrivo in città di quel penitenziario, lo scorso aprile, era stata la presidente della Commissione Giustizia di Montecitorio, la deputata pentastellata Francesca Businarolo: "Il carcere minorile di Treviso è in cattive condizioni e ne è previsto il trasferimento a Rovigo: le cose sono in uno stato così avanzato che è già stata avviata la fase di avvio per l'adeguamento".
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 24 luglio 2019
In tutta la Federazione le violenze non si contano. E la polizia, nel migliore dei casi, non fa nulla. Incitare a "cacciare" o addirittura ad "ammazzare" esponenti di varie minoranze, in questo caso gli omosessuali, finisce quasi sempre per avere una qualche conseguenza. La Russia ce ne dà la dimostrazione palese (se mai ce ne fosse bisogno) con il barbaro assassinio dell'attivista per i diritti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) Yelena Grigoryeva.
Dopo che un'organizzazione che invitava i cittadini "normali" a dare la caccia agli omosessuali aveva pubblicato il suo nome (il sito del gruppo "segare gli Lgbt" è stato poi bloccato dalle autorità), la donna è stata accoltellata e strangolata.
Fatto non eccezionale nel Paese che proibisce qualsiasi propaganda Lgbt dal 2013. La motivazione ufficiale è la protezione dei minori, ma questo vuol dire che nulla è possibile, perché qualsiasi manifestazione, convegno, trasmissione, opuscolo, volantino potrebbe essere visto da un ragazzino e quindi deve essere vietato.
Ma non è solo questo. La cultura dominante e il sentimento religioso diffuso sono violentemente contro queste minoranze, viste come profondamente anti-russe e capaci di minare lo spirito nazionale. In Cecenia si sono verificati decine di omicidi di Stato, tanto che negli ultimi mesi le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno invitato tutti gli omosessuali a fuggire dalla repubblica visto che gli appelli alle autorità sono stati vani.
Ma anche nel resto della Federazione le violenze non si contano. E la polizia, come minimo, non fa nulla. Dopo le tante minacce, la Grigoryeva aveva fatto presentare da parte del suo avvocato una richiesta ufficiale di protezione. La risposta era stata che non esisteva un concreto pericolo per la donna. Lo abbiamo visto.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 24 luglio 2019
Presentata in anteprima al 49esimo Giffoni Film Festival, alla presenza del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, la docu-serie "Boez-Andiamo via", che racconta il viaggio a piedi lungo un tratto della via Francigena di sei ragazzi condannati per aver infranto la legge e in regime di detenzione, interna ed esterna.
"Mi è piaciuto veramente molto - ha commentato il Guardasigilli -, la capacità del film è quella di tirar fuori le storie, ti arriva dritto al cuore. La società - ha aggiunto il ministro - deve essere sensibile nei confronti di chi nella vita non ha avuto possibilità di scegliere. Si è delinquenti per lo Stato prima ancora di avere la possibilità di sentirsi uomini e questo è un fallimento per lo stesso Stato. La rieducazione è fondamentale, è un obiettivo per gli adulti e lo deve esser ancor più per i giovani".
La serie, diretta da Marco Leopardi e Roberta Cortella e prodotta da Rai Fiction e Stemal Entertainment, racconta una sorta di pellegrinaggio che sperimenta il cammino come dispositivo di recupero, una pena alternativa già praticata in altri Paesi europei e che abbatte le percentuali di recidiva. Il viaggio inizia al Colosseo e si conclude a Santa Maria di Leuca, dopo 900 chilometri di strada. I giovani protagonisti affrontano sessanta giorni di notevole impegno fisico, di regole da seguire, di apprendimento di nuove modalità di relazione.
In sala erano presenti cinque dei sei protagonisti, tutti con storie di reati alle spalle - tra carcere, affidamento, domiciliari o vita di comunità - e tutti accomunati, scrivono gli organizzatori, "dalla voglia di cambiare, di voltare le spalle al passato ed iniziare un percorso nuovo, una nuova vita finalmente normale".
Il ministro Bonafede ha poi risposto ad alcune domande che i giovani del pubblico gli hanno posto. Come mettere insieme il Codice Rosso a tutela delle donne e alcune parti del Ddl Pillon? "Il Ddl Pillon - ha risposto Il guardasigilli - è una proposta. Alcune parti non mi convincono. Ci confronteremo e vedremo il da farsi".
Il ministro ha parlato anche della nuova Squadra speciale di giustizia per i minori: "È un punto di partenza. Il mondo degli affidi dei minori è spezzettato tra competenze. I bambini, invece, devono essere protetti. Gli obiettivi della nuova Squadra sono monitoraggio e controllo su quello che accade al minore in tutto il percorso. Oggi lo Stato ha occhi aperti su quello che accade a un bambino fino a un certo punto". Le sei puntate di "Boez" andranno in onda su Rai 3 a partire dal 2 settembre.
di Lino Lava
Il Gazzettino, 24 luglio 2019
Uno degli ultimi episodi eclatanti di aggressione al Due Palazzi risale allo scorso 18 giugno. Erano le 5,30 del mattino quando un detenuto italiano ha chiesto aiuto per un problema medico. Quando l'agente della polizia penitenziaria è arrivato alle sbarre della cella, il recluso lo ha colpito con un pugno al volto, minacciandolo di lanciandogli contro tutto ciò che gli capitava a tiro. L'agente è stato accompagnato in infermeria. Dall'inizio del 2018 a oggi sono state 40 le aggressioni agli agenti della polizia penitenziaria da parte dei reclusi. E adesso il pubblico ministero Sergio Dini ha aperto un altro capitolo dell'inchiesta sul carcere.
Aggressioni e tentativi di sommossa. Secondo i rappresentanti sindacali degli agenti, anche al Due Palazzi di Padova c'è mancanza di personale. Onofrio Bellini, segretario provinciale dell'Uspp, afferma che si tratta di una "problematica che riguarda gran parte dei penitenziari italiani. Tentativi di sommossa e angherie di ogni genere, come dimostrano i recenti fatti di cronaca e le statistiche che segnano un preoccupante aumento degli episodi violenti. Complimenti al personale di polizia penitenziaria del Due Palazzi, che nonostante le gravi carenze degli organici e le tante ore di lavoro richieste riesce a prevenire e allontanare le minacce per l'ordine e la sicurezza".
.Un'altra recente aggressione ha visto come protagonista un detenuto straniero che ha preso a calci e a pugni un agente, finito all'ospedale e dimesso con una prognosi di guarigione di venti giorni. L'agente era stato aggredito dallo stesso detenuto anche in novembre, quando si verificò un tentativo di rivolta presumibilmente per via della mancata erogazione di acqua calda nelle docce a causa di un guasto nella struttura. Il detenuto straniero chiuse con un calcio uno dei cancelli su una mano dell'agente ferendolo e procurandogli delle lesioni.
"Sono episodi di cui è la Polizia Penitenziaria a fare le spese", afferma Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria, e aggiunge: "E' un sistema in cui l'assenza di sostanziale legalità e di regole certe rende possibile che i detenuti colpiscano impunemente chi rappresenta lo Stato e i principi della civile convivenza.
Peraltro, se tali condizioni sono caratteristica dell'attuale sistema penitenziario nazionale il disagio e la profonda sofferenza del personale di polizia penitenziaria in ogni attribuzione costituiscono la principale falla nella gestione delle carceri nel Triveneto in cui all'assenza di risposte idonee da parte delle direzioni degli istituti corrisponde la sostanziale e grave inerzia del provveditore regionale Enrico Sbriglia", afferma Beneduci.
"In tali condizioni è quanto mai urgente che il Guardasigilli Bonafede e il Sottosegretario delegato Morrone si preoccupino da un lato di dotare la polizia penitenziaria di maggiori organici, atteso che gli attuali sono stati falcidiati da innumerevoli e ingiustificate riduzioni anche dalla legge Madia, nonché di concreti strumenti anti aggressione quali spray al peperoncino e taser e d'altro canto, stante la scadenza degli incarichi di alcuni degli attuali dirigenti regionali dell'Amministrazione penitenziaria di assegnare nuove e più idonee figure a tali incombenze laddove sia confermato il fallimento dei presenti e ciò non solo nell'interesse interno agli istituti di pena ma anche per la sicurezza della intera collettività", conclude il segretario dell'Osapp.
Sono cinque anni che il pubblico ministero Sergio Dini indaga tra le sbarre del carcere Due Palazzi. Tutto è iniziato l'8 luglio 2014, quando gli agenti della Squadra mobile scoprirono un traffico di droga, di telefoni cellulari e di computer. Un giro d'affari gestito da alcuni agenti della penitenziaria e da detenuti legati alla Camorra e alla Sacra Corona Unita. Ora si dovrà indagare sulle aggressioni.
di Mariangela Pala
L'Unione Sarda, 24 luglio 2019
Il loro compito? Digitalizzare i vecchi archivi delle carceri. Fuori dal luogo dove la società ha deciso di tenerli rinchiusi, così quattro detenuti costruiscono la storia delle carceri dell'Asinara. Lorenzo, Singh, Mario e Ndoj, tutti in regime articolo 21 e con un passato da dimenticare. Hanno iniziato un lavoro di studio e digitalizzazione dei vecchi archivi delle case di pena nella sede del Parco Nazionale dell'isola. Rispolverano vecchi fascicoli, carte e documenti che rivelano le vicende umane dei carcerati dal 1885 al 1997, 112 anni di storia umana tra omicidi, furti e rapine.
Il lavoro è in continuità con un progetto iniziato nel 2012 nella casa circondariale di Sassari - prima a San Sebastiano e poi a Bancali- che ha visto la collaborazione dell'area educativa del carcere, l'Archivio di Stato e i Parchi dell'Asinara e di Porto Conte, per il recupero dei vecchi archivi delle ex colonie penali della Sardegna.
Materiale inedito contenente le storie più svariate, le testimonianze, le lettere, i pensieri, le varie tipologie comportamentali dei reclusi succedutisi nel tempo, che hanno permesso di ricostruire molteplici momenti di vita carceraria quotidiana da fine '800 ad oggi, l'allestimento di due musei carcerari - Asinara e Tramariglio- e la pubblicazione di alcuni volumi divulgativi. "Da parte loro emerge che nella loro vita non hanno avuto una guida, una vera famiglia che gli dicesse cosa era giusta o sbagliato - spiega Vittorio Gazale, vicedirettore del Parco - la loro voglia oggi è diventare educatori dei ragazzi e fargli capire come sia facile sbagliare".
La voglia di riscatto sociale negli occhi, il forte desiderio di vincere una scommessa, Lorenzo, Singh, Mario e Ndoj le raccontano con gioia, affrontano un cammino nuovo pieno di speranze che possa arricchire le loro competenze professionali e aprirgli nuove strade nel mondo del lavoro. "È stata un'emozione forte poter rappresentare a teatro le storie di detenuti scritte nei fascicoli e nei racconti sepolti negli archivi - ha detto Ndoj.
Ho rappresentato la storia di un evaso e la mia stessa evasione legando il passato con il presente, perché tante cose sono rimaste uguali, così come ho raccolto testimonianze di detenuti che hanno tentato di dimostrare la loro innocenza senza riuscirci. Non si può escludere che nelle carceri ci possano essere degli innocenti". I quattro detenuti rappresentano una piccola parte della popolazione detenuta del carcere.
La responsabile dell'area educativa del carcere di Bancali Ilenia Troffa e la direttrice dell'archivio di stato Federica Puglisi sostengono che "questo lavoro per loro vale per loro come una riabilitazione, la loro storia personale ci fa capire che la solitudine in carcere può favorire altre occasioni, una integrazione si affronta con difficoltà per questo ci danno a noi la possibilità di realizzazione della mission, ossia la rieducazione della pena".
Per il vicepresidente del parco Asinara, Antonio Diana "La raccolta della memoria può portare nel tempo ad un approfondimento da cui estrapolare la qualità della vita nelle varie epoche. Il risultato si potrà leggere tra 40 anni quando si vedrà la stratificazione della storia".
linkoristano.it, 24 luglio 2019
Era accusata di omissione e abuso d'ufficio in seguito al decesso dell'indipendentista di Terralba. L'avvocato: "Ma lo si poteva curare e salvare". E' stato archiviato dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma Pier Luigi Balestrieri il procedimento a carico del magistrato di sorveglianza al Tribunale di Cagliari Daniela Amato accusata di omissione di atti d'ufficio e abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta aperta sulla morte dell'indipendentista di Terralba Doddore Meloni, leader del movimento Meris, deceduto il 5 luglio del 2017, nell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dopo una detenzione in carcere e uno sciopero della fame attuato per quasi due mesi. A darne notizia in serata è stato l'avvocato Cristina Puddu, il legale che tutela la vedova di Meloni, Giovanna Uccheddu, e la figlia dell'indipendentista, Francesca Meloni.
"Nonostante la nostra opposizione, il gip del Tribunale di Roma", ha spiegato l'avvocato Puddu, "ha disposto l'archiviazione del procedimento a carico della dottoressa Daniela Amato, ritenendo che nelle sue funzioni di magistrato di sorveglianza al Tribunale di Cagliari, abbia agito verso il detenuto Meloni, "ed attendendo ai doveri d'istituto in modo del tutto tempestivo".
"Considerato che lo stato di deprivazione del Meloni era da considerarsi autoindotto", si legge nel provvedimento del gip di Roma, "e la seconda istanza di detenzione domiciliare, esitata solo dopo il decesso del detenuto, era stata presentata solo pochissimi giorni dopo il rigetto della precedente, questo poteva aver indotto la dottoressa Amato a non attribuirle una stringente priorità. Inoltre il magistrato si era anche preoccupato di chiamare a colloquio il detenuto, al fine di renderlo edotto delle conseguenze del suo agire".
"Come a dire", ha commentato l'avvocato Cristina Puddu. "Io ti ho avvisato poi vedi tu! Ovviamente Meloni sapeva cosa stava facendo, il rischio che correva, ma non rifiutava né terapie, né flebo, né il ricovero che si sarebbero dovuti prendere in considerazione e che avrebbero potuto salvargli la vita".
di Ciro Oliviero
dalsociale24.it, 24 luglio 2019
La vita è adesso è il nome di un progetto al quale partecipano i detenuti della casa circondariale di Arienzo, in provincia di Caserta. Un laboratorio di teatro in carcere. Un progetto al quale ha partecipato anche l'attore napoletano Antonio Perna in qualità di insegnante. Un progetto che per Perna è nato per caso. Come racconta nell'intervista è stata una costumista con la quale lavorava in un altro spettacolo a parlargli del progetto e a farlo appassionare al tema.
Come Antonio Perna racconta nell'intervista scelsero di rappresentare la commedia di Eduardo De Filippo Quei figuri di tanti anni fa. Tema centrale del testo la ludopatia. Una malattia della quale sono affetti molti detenuti. Nei sette mesi circa di laboratorio, che hanno portato alla messa in scena della commedia il 24 novembre 2018, Perna ha avuto modo di conoscere molti detenuti. A noi ha raccontato una delle storie che gli sono rimaste particolarmente impresse, quella di Alex, che oggi, fuori dal carcere, ha trovato un lavoro.
Gazzetta di Parma, 24 luglio 2019
Sono saliti sul muro che recinge lo spazio destinato ai passeggi - dove trascorrono le ore previste fuori dalla loro cella - e hanno iniziato una protesta. Protagonisti della vicenda, riportano in una nota Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe ed Errico Maiorisi, vice segretario regionale del sindacato, due detenuti nel carcere di Parma. Da quanto si è appreso i due avrebbero chiesto una maggiore apertura.
"I due detenuti - affermano Durante e Maiorisi - più che aperti dovrebbero stare chiusi, soprattutto uno di loro, già responsabile a Parma dell'aggressione a quattro agenti ed a Milano di un'altra aggressione. I due - argomentano gli esponenti sindacali - sono armati di lamette e minacciano di usarle contro chiunque dovesse avvicinarsi: speriamo che al termine di questa vicenda vengano assunti adeguati provvedimenti nei confronti dei due detenuti, attraverso l'applicazione delle restrizioni previste dall'articolo 14 bis dell'ordinamento penitenziario. Una misura a nostro avviso sicuramente adeguata a chi come questi soggetti - concludono - continua a mettere in crisi la sicurezza della struttura e delle persone".
- Libia. Le Ong chiedono un'indagine sulle violenze nei Centri di detenzione
- Milano: sport in carcere, due canestri di speranza a San Vittore
- Iran. Pena aumentata a due attiviste per i diritti umani
- Alessandro Baratta, nel cuore di tenebra dello Stato di diritto
- Cuba. La Chiesa plaude all'indulto per oltre 2.600 detenuti









