csvnapoli.it, 12 giugno 2019
Giovedì 13 giugno, dalle ore 9,30 alle ore 16,30, presso l'Aula magna dell'Università telematica Pegaso, isola F2 del Centro direzionale di Napoli, si terrà il convegno "Affettività e Habitat. Un binomio di diritti negato in carcere", organizzato dal garante campano dei diritti delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, insieme al presidente dell'associazione onlus "Società della ragione di Firenze", Grazia Zuffa.
"Carcere ed affettività sembrano due parole inconciliabili, perché se c'è qualcosa che nega la confidenza, la libertà di espressione dei sentimenti, questo è proprio il carcere - ha dichiarato Ciambriello -. In questo luogo senza tempo, anche la riflessione sullo spazio fisico, in termini anche di edilizia, di spazi sensibili e significativi, di carenza di spazio vitale, di vuoti comunicativi e relazionali con la famiglia, di mancanza di igiene e dignità è utile e significativo. Spazi per praticare attività sportive, ricreative e spazi verdi per colloqui più dignitosi e umani. Sono alcuni temi centrali dell'incontro nazionale che si terrà giovedì prossimo a Napoli".
Sul tema si confronteranno i magistrati Francesco Cananzi, Marco Puglia e Filomena Capasso, i garanti regionali dei diritti dei detenuti Stefano Anastasia (Lazio e Umbria), Franco Corleone (Toscana), Liberato Guerriero (Prap Piemonte), i direttori di carcere Carlo Brunetti (Carinola) e Carlotta Giaquinto (Pozzuoli), i docenti universitari Luca Zevi, Marella Santangelo e Mena Minafra, don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale, Luigi Romano dell'Osservatorio regionale delle carceri, Gilda Panico, presidente dell'Ordine regionale degli assistenti sociali, Monica Latini, assistente sociale Uiepe, i politici Rosetta D'Amelio, presidente del Consiglio regionale della Campania, Alfonso Piscitelli, presidente commissione consiliare Affari istituzionali, e l'assessore regionale alle politiche sociali Lucia Fortini. I lavori saranno aperti da Elio Pariota, direttore generale dell'Università telematica Pegaso. L'evento è accreditato dall'Ordine degli assistenti sociali della Campania.
ansa.it, 12 giugno 2019
Un video di tre minuti e mezzo per raccontare storie di carcerati e di inclusione sociale. Le riproduzioni di quadri dipinti da detenuti. Un dibattito tra addetti ai lavori e non sulla possibilità che ha l'arte di recupero sociale, di riflessione su se stessi, di comunicazione e apertura con l'esterno per le persone che sono ristrette in carcere.
Se ne è parlato ieri all'hub culturale di Moby Dick alla Garbatella, dove si è tenuta la manifestazione CarcerArt, giornata di incontro e dibattito sulle attività in carcere organizzato dalla cooperativa Pid e da Nessuno tocchi Caino che ha visto protagonisti alcune associazioni tra le quali Antigone Lazio, Forum del Terzo settore, il garante dei detenuti per la Regione Lazio, Stefano Anastasia, gli artisti Paolo Bielli, Marina Haas, Elena Pinzuti e Laura Palmieri che nel 2015 hanno realizzato a Rebibbia il progetto "Il figliol prodigio", laboratorio di arte con i detenuti. Alle pareti le riproduzioni di alcune di queste opere hanno fatto da teatro al confronto su arte, carcere e creatività.
A moderare il dibattito lo scrittore Fulvio Abbate. Con il video "Le storie sono tante", Ascanio Celestini per tre minuti e mezzo presta voce e faccia per narrare le vite di alcuni carcerati che sono riusciti a riscattarsi. "Ogni persona ha una storia. Ogni persona ha un nome". "Non ci occupiamo di numeri. Noi ci occupiamo di persone. Noi facciamo i nomi" sono le parole che scorrono prima dell'inizio del video.
Conosciamo così la storia di Carla, 8 anni di carcere in Thailandia, ma ora è uscita ed ha una figlia. Poi c'è Paolo che ha preso la terza media a Regina Coeli. E, ancora, Ulian, bulgaro, in cella per droga, che ora gestisce un orto e alleva galline; Hope, nigeriana, che quando è entrata in prigione era incinta di sette mesi, e di Ahmed, rifugiato politico che è in attesa di ricevere la cittadinanza italiana. Insomma storie ordinarie di vita di persone che sono riuscite a ribaltare un destino che li voleva spacciati.
I progetti culturali con i detenuti sono molto importanti, ha ricordato Elisabetta Zamparutti, presidente di Nessuno tocchi Caino, "l'arte - ha aggiunto - è una forma di liberazione e di contatto con se stessi. Ben vengano questi progetti in una realtà come quella del carcere che è sempre più chiusa e in una situazione disumana".
La Repubblica, 12 giugno 2019
Turbanti colorati, realizzati dalle detenute di San Vittore. E in vendita a offerta libera, richiedendoli via mail o sulla pagina Facebook di "G05", per finanziare la ricerca sul cancro. E "La vita sotto il turbante", iniziativa lanciata ieri a Palazzo Marino, per finanziare il reparto di Ginecologia oncologica dell'Istituto dei Tumori.
È nata dalla collaborazione fra l'associazione "G05" e la cooperativa "Alice per Sartoria San Vittore": "Si tratta di un'alleanza tra donne", dice Francesca Brunati, una delle volontarie e tra i promotori dell'iniziativa. "Alleanza - aggiunge Monica Gambirasio, presidente della Camera penale di Milano - tra donne che soffrono per motivi diversi". "I turbanti sono un simbolo", aggiunge Francesco Raspagliesi, primario di via Venezian.
Ovvero, il simbolo di una battaglia di cui a volte le donne si vergognano, visto che ancora oggi molte hanno paura o ritrosia a dire di essere malate. "Per questo - sottolinea il medico - mi ha colpito il contributo di queste donne a rompere il muro del silenzio".
Alla presentazione ha partecipato il sindaco Beppe Sala. Anche lui, alcuni anni fa, colpito da un tumore: "Se vedete persone con il turbante, guardatele in modo diverso, senza pietismo - è allora l'appello di Sala - Il ringraziamento mio e di Milano vi sia di stimolo ad andare avanti".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 12 giugno 2019
Intervista a Carolina Antonucci, centrocampista e difensore centrale della Res Women (campionato di Eccellenza), dottoranda in Studi Politici, ricercatrice per Antigone e, da qualche mese, allenatrice dell'Atletico Diritti, la prima squadra di futsal composta esclusivamente da detenute, che ha partecipato al triangolare con la rappresentativa dell'Università Roma Tre e una selezione di Operatori dell'istituto penitenziario, svoltosi nel carcere di Rebibbia alla presenza del Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico.
Una squadra composta da donne provenienti da diversi Paesi e culture, abituate a convivere ma non a stare insieme in una squadra. Quali i principali ostacoli da superare?
"Il principale è stato fatto che molte di loro, soprattutto le non italiane, non avevano mai fatto sport. Perciò hanno prima dovuto comprendere cosa sia la pratica sportiva, capire che è impegno e anche sacrificio. In un secondo momento hanno dovuto superare la vergogna di non essere in grado di effettuare il gesto tecnico che nello sport è importante. Ma non si sono arrese: non ci sono stati abbandoni, sono venute a tutti gli allenamenti, anche negli ultimi giorni con una temperatura che sfiorava i 40 gradi. Difficoltà di comunicazione linguistica invece non ce ne sono state perché le donne straniere conoscono un italiano sufficiente a comprendere le regole di questo sport".
Lei è la prima allenatrice della prima squadra di calcio femminile composta da detenute. Cosa l'ha spinta ad accettare questo incarico?
"La proposta è venuta da Stefania Marietti di Antigone, l'associazione che ha creato con Progetto Diritti e con il patrocinio dell'Università di Roma Tre l'Atletico Diritti, la polisportiva con la quale collaboro da tempo. La nostra è una sfida a voler proporre a donne uno sport considerato appannaggio maschile per dimostrare anzitutto che è divertente, che insegna a stare insieme, a fare squadra. Siamo contente perché c'è stata risposta e, come ho già detto, partecipazione costante".
È pensabile in prospettiva un torneo all'esterno?
"Non all'esterno, perché non tutte le condannate in via definitiva possono avere permessi mentre altre sono ancora in attesa di definire la propria posizione giuridica, ma un torneo con squadre esterne che vengano a giocare a Rebibbia è senz'altro un nostro obiettivo. Anche così possono conoscere la competizione e migliorare".
In questi giorni i mondiali femminili hanno acceso i riflettori sul calcio femminile. La nazionale USA femminile ha denunciato l'Usa Soccer per discriminazioni rispetto agli atleti uomini mentre dalla Svizzera viene il progetto di un osservatorio Onu per garantire l'uguaglianza nello sport. Da professionista in Italia riscontra che ci siano iniziative analoghe?
"Le rispondo semplicemente che in Italia nessuna donna può praticare lo sport da professionista per legge. Nel senso che una legge dell'81 attribuisce alle federazioni sportive quali atleti sono professionisti. Gli sport sono cinque, e tutti maschili. Finché non si cambierà la legge, non cambierà nulla".
Quindi "Siamo tutte calciatrici" anche in questo senso...
"Certo. Dobbiamo tutte cercare di affermare un diritto allo sport in senso pieno, sempre e non solo quando si accende l'attenzione mediatica come in questi giorni e quando le calciatrici trovano spazio anche sui rotocalchi".
vita.it, 12 giugno 2019
Cpia, Csi Milano, l'associazione Quartieri Tranquilli e Decathlon hanno dato vita alla giornata "Carcere e Sport" nel penitenziario milanese con tornei che andavano dal ping pong alla corsa campestre, dal calcio alla pallavolo, dal calcio balilla agli scacchi. A San Vittore è andata in scena la seconda edizione di Carcere e Sport.
Quest'anno il successo del 2018 è stato raddoppiato, e oltre al lavoro di Cpia e Csi Milano, si è aggiunto quello importante dell'associazione Quartieri Tranquilli fondata dalla celebre giornalista Lina Sotis e di Decathlon. Un'esplosione di sport che ha coinvolto per la prima volta i detenuti di tutti i reparti, compreso il sesto "protetti".
I detenuti del Quinto Raggio hanno mostrato capacità atletiche e attitudini sportive notevoli, portandosi a casa quasi tutte le prime posizioni in ogni disciplina, dal ping pong alla corsa campestre, dal calcio alla pallavolo, dal calcio balilla agli scacchi, presenti questi ultimi ancora con la preziosissima collaborazione dell'associazione Giocando con i Re. Entusiasmo e sorrisi si sono alternati sul podio durante le premiazioni condotte da Giancarlo Bolognino, cardine del CPIA a San Vittore, e presiedute dalle maggiori autorità milanesi e lombarde e da illustri ospiti. Tra i tanti nomi di richiamo, ricordiamo Fabio Pizzul consigliere regionale, Roberta Guaineri, assessore allo Sport del Comune di Milano, Antonio Cabrini ex calciatore e ora allenatore, e Mario Corso, ex giocatore bandiera dell'Inter.
"Come CSI non possiamo che essere soddisfatti per l'ottima riuscita di un evento che ci ha visto fare squadra con altre realtà milanesi, con la scuola interna al carcere, con Decathlon, con la polizia penitenziaria, con gli operatori e la direzione del carcere, ma che soprattutto ci ha visto presenti come Comitato, coinvolgendo arbitri di pallavolo, arbitri di calcio, il gruppo eventi, i volontari e la preziosa logistica", ha spiegato Giorgia Magni responsabile del progetto carcere, "Una menzione speciale vorrei farla ai due consiglieri provinciali Maestri e Meneghini, che hanno presenziato mettendosi a servizio come volontari, e a Laura Spoto referente del gruppo arbitri pallavolo, che ha fatto la stessa cosa per il secondo anno di fila... Quando perseverare è meraviglioso!".
Come citato da Giorgia Magni, anche la Sezione Pallavolo ha partecipato alla manifestazione svolta ieri a San vittore, con ben 14 arbitri. Oltre ad occuparsi dell'arbitraggio, sono scesi in campo formando una squadra (sono giunti 3i nel corso del mini torneo) e svolgendo anche attività di volontariato come supporto agli aspetti organizzativi. Ecco i nominativi: Sirica Domenico, Fellini Gianfranco, Nidasio Gilberto, Paccagnella Gianni, Pierdominici Mariano, Cucuzza Fabio, Anfuso Claudia, Spoto Laura, Losito Emanuela, Pirovano Giorgio, Meneghini Gianluca, Piacenza Marianna Savina, Nidasio Luca, Fuso Nerini Simona.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 giugno 2019
Oggi una delegazione consegnerà a Palazzo Chigi le 167mila firme raccolte per salvarla. L'iter del decreto Crescita prosegue al rallentatore, nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, come se il provvedimento non dovesse ancora passare il vaglio delle due Aule parlamentari e non dovesse scadere a fine luglio (tanto c'è la fiducia).
E della riforma complessiva del settore della comunicazione istituzionale, promessa dalla maggioranza di governo con una mozione al Senato, nell'ambito della quale si colloca il rinnovo della convenzione con il Mise per la trasmissione delle sedute parlamentari, non si sente neppure l'odore. Ma per Radio Radicale il tempo stringe e non c'è spazio per i giochi di palazzo.
"Le prossime ore sono determinanti per la vita del servizio di trasmissione delle sedute del Parlamento svolto da 43 anni da Radio Radicale". Il grido d'allarme è stato lanciato dal cdr dell'emittente politica più importante d'Italia che rivolge un appello al governo affinché si faccia "carico della situazione di gravissima incertezza in cui si ritrovano gli oltre 100 lavoratori, interni ed esterni, della radio".
E si appresta oggi a consegnare a Palazzo Chigi le oltre 167 mila firme raccolte a sottoscrizione della petizione lanciata dal Partito Radicale sulla piattaforma Change.org. Ad accompagnare una rappresentanza della storica radio ci sarà Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della Stampa, e alcuni parlamentari del Pd, Leu, Lega, FI e FdI.
Ai giornalisti e alle maestranze di Rr, spiega la nota del cdr, "nelle attuali condizioni l'azienda non può dare nessuna garanzia, nemmeno per l'immediato". Cuori puntati dunque sul Dl Crescita che è ormai l'unica "occasione per governo e maggioranza di dimostrare concretamente la volontà di raccogliere le sollecitazioni venute dall'Agcom e ascoltare gli appelli" venuti dalla società civile e dalle organizzazioni di tutta Italia, e da ogni parte politica e istituzionale.
Anche la Fnsi chiede che "gli emendamenti relativi al salvataggio dell'emittente e alla moratoria ai tagli del fondo per l'editoria (che uccidono il manifesto, l'Avvenire e centinaia di cooperative editoriali, ndr) siano inseriti nel dl Crescita, così che finalmente tutti gli attestati di solidarietà, arrivati anche da non pochi esponenti della maggioranza, possano trasformarsi in atti concreti e voti, impedendo un ulteriore colpo alle voci della diversità e delle differenze e dando ascolto alle parole del presidente Mattarella, che più volte ha richiamato il valore dell'articolo 21 della Costituzione come presidio di democrazia".
gonews.it, 12 giugno 2019
"Chi deve decidere, decida. Preferisco un rifiuto all'incertezza continua. Certo è che sul tavolo ci sono due progetti, entrambi fattibili, entrambi a basso impatto architettonico anzi, di recupero edilizio e valorizzazione, che rappresentano un'opportunità culturale enorme.
Deve essere colta". Il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, è chiaro: la costruzione del teatro stabile nel carcere di Volterra deve avere un epilogo, soprattutto perché a rischio c'è, anche, il finanziamento da 1milione stanziato a livello nazionale che deve essere impegnato entro l'anno. Una parte delle risorse, quelle di affidamento del progetto, andranno infatti perse se non si interviene "in tempi stretti".
E ieri nella sala Calamandrei del Consiglio regionale, Corleone ha incontrato la stampa per presentare i progetti o, meglio, quelli che lui stesso ha definito i "pre-progetti" di costruzione del teatro all'interno della Fortezza medicea che da secoli ospita un carcere. Due ipotesi, una peraltro già nota che interessa i cortili di passeggio dell'istituto e che, ha rilevato l'architetto del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Pasquale Ametrano, prevede "scavi contenuti e una teca di vetro che non compromette la vista dell'edificio storico".
Su questa ipotesi però la sovrintendenza ha opposto un diniego, anche se "non in maniera formale", ha spiegato Corleone. Ecco allora che si è pensato ad un altro progetto, illustrato alla stampa anche attraverso la proiezione di slide e una simulazione appoggiata sulla "tavola, storica" della Fortezza che risale al 1400 e che nei secoli ha subito "notevoli interventi" alcuni dei quali definiti dal garante "vere e proprie brutture", come le celle aperte, in gergo 'cubicoli', costruite intorno alla prima metà del 1800 lungo le mura difensive della Rocca Vecchia, detta anche Cassero.
Ed è proprio qui, sul bastione del Cassero che prende corpo il nuovo progetto del teatro stabile di Volterra presentato oggi. In una zona peraltro già risanata ad inizio anni Duemila e prevista di rinforzi. Il progetto prevede il recupero del camminatoio centrale, adiacente al muro e ai cubicoli, per realizzare un piano di posa sulla pavimentazione attuale, quindi "senza grande impatto", e un palco sospeso.
L'unico intervento che prevede di toccare la struttura, riguarda la costruzione delle tribune per circa 200-250 persone, che nel progetto sono pensate come "sagomate nelle mura storiche" ad un'altezza di circa 3,4 metri da terra e inclinate verso il piano di posa. Adesso che sul tavolo ci sono questi due progetti, Corleone vuole risposte: "Il teatro arricchisce la bellezza del luogo, interviene sulla cultura e sugli spazi pubblici. Non ci sono motivi per continuare a non decidere". Il prossimo passo, il "terzo atto" come lo ha definito il garante, sarà "incontrare la sovrintendenza, capire ogni perplessità e sciogliere definitivamente il nodo tra quale delle due ipotesi è la migliore".
"Siamo comunque in una Fortezza, lo spazio a disposizione non si può inventare" ha detto ancora Corleone seguito anche da Armando Punzo, direttore artistico Compagnia della Fortezza/Carte Blanche: "Il carcere di Volterra è cambiato grazie al teatro. Prima era tra i peggiori istituti di pena d'Italia. È diventato un luogo di sperimentazione e di opportunità importanti anche grazie all'appoggio che la Regione ha sempre dimostrato".
A supportare l'iniziativa, su cui è stata lanciata anche una petizione sulla piattaforma gratuita di campagne sociali Change (costruiamo il teatro stabile di Volterra), anche Andrea Aleardi e Corrado Marcetti della Fondazione Michelucci, presenti alla conferenza stampa, che hanno ricordato l'importanza di "aprire il carcere alla città e la città al carcere".
Ma Volterra e il suo teatro non sono le uniche iniziative su cui Corleone è impegnato. Per risolvere le "tante questioni ancora aperte in Toscana" tra cui la decisione, ancora non definita, di trasformare l'Istituto Gozzini, noto anche come Solliccianino, in casa delle donne, il garante ha annunciato un digiuno a partire dal 18 giugno prossimo: "Le risposte devono arrivare anche sulla questione della seconda cucina a Sollicciano, o su quella in sicurezza a Livorno".
"Volterra è ferma sulla paura di danneggiare strutture storiche. Vorrei ricordare che se si volesse creare una sezione 41bis in un qualunque carcere, non ci sarebbe sovrintendenza che tenga. Le scelte che si andranno a fare sul teatro stabile dovranno quindi essere motivate e convincenti" ha concluso.
di Benedetto Vecchi
Il Manifesto, 12 giugno 2019
WikiLeaks ha avuto grandi e indubbi meriti nello svelare i segreti dei potenti. L'ingenuità, però, sta nell'ignorare i rapporti di forza insiti nelle società. La consegna di Julian Assange da parte dell'ambasciata ecuadoriana alle autorità di polizia britanniche segna una svolta nella vicenda del fondatore di WikiLeaks, che potrebbe essere estradato negli Stati Uniti e finire dietro le sbarre di una prigione con i suoi carcerieri che gettano via, teoricamente, le chiavi della sua cella.
Assange ha sulla testa accuse pesanti, dallo spionaggio all'attentato alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In realtà ha fatto ciò che ogni giornalista dovrebbe fare, diffondere notizie rilevanti per l'opinione pubblica, sia che si tratti del comportamento di uno Stato che di una impresa, di un singolo o di un gruppo organizzato. WikiLeaks, nel corso del tempo, ha diffuso notizie su corruzione, violazione delle leggi e comportamenti illeciti di militari impegnati in azioni di guerra. Ha cioè dato spazio sul proprio sito Internet - ma non solo, dato che ha operato anche con media cartacei - a materiali ufficiali ma segretati di istituzioni o imprese, avvalendosi della collaborazione di uomini e donne che vengono chiamati whistleblowers.
Per questa attività informativa Assange e WikiLeaks dovrebbero essere ringraziati, ma non sempre le autorità statunitensi, inglesi, australiane, ma sicuramente anche di altri paesi, compresa l'Italia, hanno letto l'ormai classico Storia e critica dell'opinione pubblica di Jürgen Habermas, dove il filosofo tedesco sosteneva che compito dei media era di informare un pubblico secondo alcune regole - la pertinenza e la verifica delle informazioni diffuse - ma anche di sottoporre a controllo dell'opinione pubblica l'operato del sovrano di turno. Questo ha fatto Julian Assange e WikiLeaks. E per questo andrebbe liberato. Detto questo, l'esito parziale di questa vicenda richiede una analisi disincantata, spregiudicata dei pregi e dei limiti dell'operato di WikiLeaks.
Il pregio dell'attività di WikiLeaks è di aver resi pubblici fatti, decisioni sottoposti al segreto industriale o al segreto di Stato, anche quando questi fatti riguardavano l'uccisione di civili da parte di militari (il caso di Chelsea Manning), corruzione di funzionari pubblici da parte di imprese o la documentazione di una attività sistematica di controllo delle comunicazioni private come emerge dai materiali forniti da Edward Snowden.
Forte la convinzione, di matrice liberale e illuministica, da parte di Assange che la massima trasparenza sia sinonimo di una opinione pubblica informatica e che può quindi discernere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto. La società della trasparenza, tuttavia, non è sinonimo di libertà. Le tecnologie del controllo possono essere infatti più efficaci proprio in un regime di massima trasparenza, dove ogni informazione diviene eguale ad un'altra, alimentando un rumore di fondo che impedisce di stabilire tanto la qualità che la rilevanza delle informazioni.
L'ingenuità di Assange sta nel fatto che ignora un fattore rilevante nella produzione dell'opinione pubblica: i rapporti di forza nelle società, le asimmetrie di potere esistenti. La trasparenza può cioè essere funzionale a un regime di illibertà. Negli anni Sessanta, in quella che sarà poi la culla della rivoluzione del silicio, la California, intellettuali e movimenti sociali invitavano a diffidare della "tolleranza repressiva", la caratteristica emergente allora, dominante oggi del rapporto tra singolo e potere costituito. Assange ha invece inseguito il sogno di una realtà dove il ristabilimento dell'equilibrio nell'accesso alle informazioni consentisse, appunto, di bypassare i rapporti di potere vigenti.
Sia ben chiaro, il punto di vista di WikiLeaks ero lo stesso di mediattivisti ben più politicizzati di Julian Assange. Tutti hanno creduto che la condivisione delle informazione e la loro libera circolazione aprisse le porta del regno della libertà. Uno sguardo più disincantato sul modo di produzione dell'opinione pubblica avrebbe evitato non pochi fraintendimenti. E brucianti sconfitte nel conflitto su "chi decide e cosa" dentro e fuori la Rete. Il fatto rilevante e dirompente è che la costruzione dell'opinione pubblica è diventato un settore produttivo al pari dell'automobile, del cinema, della musica.
E che quel settore economico è sempre più inscritto nella cornice della Rete come "media universale". Si accede all'informazione sempre più attraverso dispositivi tecnologici differenziati, ubiqui e interscambiabili, dal computer al telefono alla televisione. E che i social media ignorano le classiche intermediazioni giornalistiche della modernità. E che ogni attività comunicativa è diventata la materia prima di quel capitalismo delle piattaforme (e della sorveglianza).
La società della trasparenza ha cioè precisi protagonisti, che mostrano i brand di Facebook, Google, Amazon e di quel manipolo di data broker che ha il suo leader l'anarco-capitalista Peter Thiel maggiore azionista della Palantir Technologies, che con il fatturato di 20 miliardi di dollari è una della maggiori imprese di Big Data.
Sono questi gli elementi che hanno portato al declino del mediattivismo à la WikiLeaks. Dunque cosa fare? Continuare certo a incentivare la moltiplicazione delle attività di whistleblowing. La contestazione del segreto industriale e del segreto di stato è sempre cosa buona e giusta. Allo stesso tempo ogni processo di alfabetizzazione informatica, di diffusione di pratiche di autodifesa digitale - compreso l'anonimato: d'altronde il cypherpunk è stato molto amato da Assange - è benvenuto. Quello che serve è la saldatura tra presa di parola di chi lavora nell'industria dei Big Data, nelle piattaforme digitali, un lavoro vivo spesso precario che deve farsi espropriare delle proprie capacità intellettuali, e gli utenti della Rete, ridotti a oggetti passivi di un data mining che produce profitti con l'esperienza umana. È questo l'orizzonte di un rinnovato mediattivismo. Con Julian Assange libero, con Edward Snowden che può circolare liberamente per il mondo. E con Chelsea Manning che può affermare la sua libertà di vivere una vita all'insegna del desiderio e di una identità liberamente scelta.
La Repubblica, 12 giugno 2019
"Ascia Nera" (edito da Fandango) è l'esito di un'inchiesta durata tre anni, che ha coinvolto oltre duecento testimoni privilegiati, tra nigeriani residenti in Africa e in Italia. Il libro parte da questa ipotesi: l'esclusione sociale ha favorito e favorisce la crescita ed il radicamento mafioso nigeriano. Nei diversi capitoli del libro, gli incontri e le testimonianze raccolte disvelano l'esistenza di un sistema dotato di relativa autonomia territoriale in un quadro di grande miseria e brutalità. Soprattutto le ragazze hanno descritto la loro condizione come perfino peggiore di quella di provenienza.
Un inferno italiano successivo ad altri due inferni almeno: quello nigeriano e quello libico. Il sistema si organizza per cosche che hanno testa in Africa e tentacoli in Europa, grande capacità di adattamento e straordinario intuito per gli affari. Ascia Nera (Black Axe) è sorta nell'università di Benin City nel 1977, ma viene registrata in Nigeria sotto il nome di Neo Black Movement. Questo doppio livello di denominazione serve per distrarre gli investigatori europei o per indurli a sottovalutare la portata intercontinentale dell'organizzazione. I picciotti, African Youth Empowerment (Aye), sono le braccia violente di una mafia nella quale il legame di sangue non ha senso perché il gruppo di appartenenza non è la famiglia, ma un lignaggio 'spiritualè fondato su alcuni riti (differenziati per genere) e sulla mobilità sociale interna alle cosche. Come hanno raccontato i piccoli e medi Aye incontrati, l'affiliazione in Italia avviene con un'iniziazione sanguinaria che va sotto il nome di Play Hit: il ferimento a coltello (in Africa la prova è spesso un assassinio) di un Injew, di un affiliato ad un sistema avversario.
Injew sono i Tingo (o Bird) della confraternita degli Eiye e i Baggers di quella dei Sealords (o Buccaneers). Normalmente le affiliazioni sono precedute dall'assunzione di bombe stupefacenti o di intrugli chiamati Kokoma. Il grande capo di Ascia Nera in Nigeria è un ingegnere, quel Felix Kupa eletto dalle commissioni dei Lord (gli affiliati che contano). I Lord bilanciano il potere del portavoce Kupa con almeno tre commissioni di governo e grazie al controllo dell'articolazione territoriale degli Aye. Fuori della Nigeria, il Neo Black Movement si diffonde per Zone che hanno la funzione di strutturarsi intorno alle forme criminali dell'economia locale: sfruttamento della prostituzione, narcotraffico e spaccio, furto e ricettazione, sequestro, usura e omicidio.
I business organizzati e gestiti dagli Aye raccontano le diversità tra Ascia Nera in Africa ed Ascia Nera nel mondo bianco. In Africa l'organizzazione gode di coperture di alto livello, grazie alla corruzione e all'uso della minaccia. Il sistema contrabbanda petrolio con gli indipendentisti del Mend (il movimento armato per la liberazione del delta del fiume Niger dalle multinazionali dell'oro nero), ricicla denaro sporco in attività imprenditoriali sostenute dal governo, rapisce o compera ragazze da immettere nei bordelli delle più grandi città, importa cocaina dai narcos messicani (alcuni dei quali insediati da tempo in Nigeria) e fa arrivare nei porti sudafricani eroina gialla sintetizzata in Pakistan. In Italia si occupa per lo più di tratta, sfruttamento del sesso di strada e spaccio. La diffusione dell'organizzazione nella Penisola è vastissima: dalle piazze romane del sesso alle baraccopoli foggiane, dal quartiere Ballarò di Palermo a vaste aree di smercio di droga in Emilia Romagna e Lombardia, dai palazzi occupati a Torino ai Cara e ai Cas più degradati del Sud.
La notevole disponibilità di giovani, una pressione demografica fuori dal comune, fanno della Nigeria il terreno ideale per una mafia che si inserisce nel mercato criminale europeo, egemonizzandone i bassifondi a danno di altre organizzazioni come quelle romene e bulgare. Black Axe riesce a infiltrarsi e a radicarsi, grazie a consorterie create ad arte con alcune cosche italiane: quelle di Camorra nel territorio di Castel Volturno, quelle del Gargano nel foggiano, quelle di Cosa Nostra a Palermo e a Catania.
Nei dialoghi di cui si compone il libro, gli appartenenti alludono a un rapporto privilegiato con gli italiani che contano. Lo dicono le schiave del sesso, che temono la reazione violenta dei mafiosi bianchi in caso di sgarro. Lo dicono gli Aye, quando raccontano a chi si rivolgono per comprare marijuana e cocaina all'ingrosso. Soprattutto appare nitida l'incapacità dell'Italia di produrre argini alla proliferazione delle mafie sul territorio. I nigeriani si aggiungono ai sistemi stranieri già presenti, approfittando dell'aumento evidente della domanda di sesso e droga a più basso costo. Lavorano sui grandi numeri, non sulla qualità, e ci tengono a ribadirlo. Infine, quando penetrano nei luoghi dell'accoglienza (reclutando mendicanti o recuperando prostitute), i mafiosi nigeriani sono la risposta criminale a una domanda di assistenza, tutela e identità negata dal welfare italiano. Sono quel tentacolo mafioso in più che si insinua prepotentemente nelle fratture sociali, approfittando della fragilità per ricattare i propri simili. Come fanno sempre tutte le mafie.
di Emilio Santoro
Il Manifesto, 12 giugno 2019
Tra 10 giorni sarà trascorso un anno dall'udienza in cui la V sezione della Corte di Cassazione ha deciso sul caso Mastrogiovanni, concluso con l'importante pronuncia 50497/2018. La Cassazione, riprendendo e chiarendo la propria giurisprudenza, fissa il principio che la contenzione fisica non solo non è un "atto medico" che risponde a finalità di tutela della salute e dell'incolumità del paziente, ma non è neppure un atto funzionale alla cura del paziente e quindi coperto dalla "scriminante costituzionale" derivante dall'art. 32 della Costituzione, che consente i trattamenti sanitari obbligatori nei casi previsti dalla legge.
La pronuncia della Cassazione ha in sostanza escluso la liceità dell'uso della contenzione meccanica. La Corte arriva a questa conclusione chiarendo che l'operato dei sanitari è protetto dalla Costituzione "non perché frutto della decisione di un medico, ma in quanto caratterizzato da una finalità terapeutica". Sono quindi atti medici, oltre che quelli strettamente terapeutici, esclusivamente quelli aventi natura diagnostica e quelli miranti ad alleviare le sofferenze dei malati terminali. La previsione dell'art. 32 ha la propria giustificazione nel bene tutelato: la salute. La contenzione meccanica, sottolinea la Corte, non può essere considerata in alcun modo un atto medico. Essa non ha né una finalità curativa né produce materialmente l'effetto di migliorare le condizioni di salute del paziente. Al contrario, essa può provocare lesioni anche gravi all'organismo se non adoperata con le opportune cautele.
Da questa pronuncia consegue che la contenzione meccanica non si può considerare autorizzata dalla procedura prevista dall'art. 2 della legge 180/1978 ("legge Basaglia"), infatti come dice la sua rubrica, questa disposizione regola esclusivamente gli "Accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori per malattia mentale". La Cassazione chiarisce una volta per tutte che la contenzione meccanica non rientra tra questi trattamenti non avendo "la dignità di una pratica terapeutica o diagnostica". Essa costituisce "un mero presidio cautelare il cui utilizzo è lecito solo al ricorrere delle condizioni di urgenza".
In sostanza la Corte di Cassazione chiarisce che l'uso della contenzione meccanica configura un sequestro di persona, reato per cui vengono condannati i sanitari nel caso Mastrogiovanni, che può essere scriminato solo quando ricorrono gli estremi dello stato di necessità. Dalla pubblicazione di questa sentenza, deve quindi essere chiaro a tutti gli operatori sanitari che si trovano a trattare persone con problemi psico-sociali che, anche in caso in cui sia stato autorizzato il Tso, non possono procedere alla contenzione meccanica, senza commettere un reato, se non in caso di necessità.
Il che, la Corte lo sottolinea, vuol dire che non si può procedere alla contenzione in via precauzionale, "sulla base della astratta possibilità o anche mera probabilità di un danno grave alla persona", ma solo quando siano in presenza del "pericolo di un danno attuale e imminente". Non è sufficiente che i sanitari si prefigurino "un pericolo eventuale, futuro, meramente probabile o temuto. Si deve trattare di un pericolo non altrimenti evitabile sulla base dei fatti oggettivamente riscontrati e non accertati solo in via presuntiva". Questo accertamento deve risultare dalla cartella clinica. La mancata menzione dell'uso della contenzione meccanica è di per sé stato considerato indicatore del dolo dei sanitari, della loro consapevolezza di stare agendo in modo criminale. Speriamo ora di seppellire una volta per tutte Lombroso e smettere di trattare come un soggetto pericoloso chi soffre di problemi psico-sociali.
- Migranti. Sul mare comanda Salvini
- Stati Uniti. In Alabama castrazione chimica per chi molesta i bambini
- Migranti. Stretta sulle navi delle Ong. Il governo approva il decreto sicurezza bis
- Russia. Il giornalista Golunov è libero, ora nei guai ci sono i poliziotti
- Brasile. Complotto anti-Lula, il caso torna davanti alla Corte suprema










