Ristretti Orizzonti, 22 luglio 2019
Caligaris (Sdr): rischiano l'isolamento. "L'assenza di un Reparto di Osservazione Psichiatrica per le donne negli Istituti Penitenziari sardi pesa gravemente sulle detenute e le loro famiglie facendo venire meno il principio della regionalizzazione della pena e limitando gravemente i colloqui settimanali e gli affetti. Un aspetto quest'ultimo particolarmente importante per persone fragili e spesso a grave rischio suicidario".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", avendo appreso dai familiari del trasferimento a Barcellona Pozzo di Gotto della loro figlia M.S., 35 anni, per effettuare un mese di osservazione psichiatrica disposto dal Tribunale di Cagliari per un eventuale pronunciamento di incompatibilità alla detenzione.
"In Sardegna - osserva - assistiamo troppo spesso a situazioni paradossali che mettono in crisi anche la Magistratura. Sono stati infatti realizzati quattro nuovi Istituti Penitenziari con un notevole investimento ma non sono stati dotati dei necessari strumenti per una diagnosi psichiatrica al femminile. In particolare sono state costruite ex novo due Case Circondariali, a Cagliari-Uta e a Sassari-Bancali, dove sono state trasferite le detenute, prima ospiti anche di Nuoro e Oristano. Si tratta complessivamente di 41 donne su 2189 detenuti che dispongono solo di una sezione femminile senza centro clinico. L'assenza di celle collocate in un'area apposita per la valutazione psichiatrica comporta l'impossibilità da parte dei Magistrati di poter assegnare, quando si renda necessaria, l'osservazione in Sardegna".
"Particolare perplessità ha espresso la madre della detenuta - sottolinea Caligaris - che ha voluto manifestare il suo disappunto con una toccante lettera in cui tra l'altro esprime viva preoccupazione per le condizioni psicologiche della figlia, per la lontananza dalla famiglia e per le modalità in cui è avvenuto il trasferimento".
"Mia figlia - ha scritto E.M. - è stata trasferita senza vestiario e biancheria intima, senza denaro. Per tre giorni, fino a che non ha potuto telefonare, non sapevamo neppure dove si trovava. Ciò nonostante la sua legale Herica Dessì si sia prodigata per avere notizie.
Una situazione che ci ha provocato profonda angoscia. Soltanto oggi è partito il pacco con il suo vestiario. Tutto questo non ci sembra rispondere a condizioni adeguate per una persona con gravi problemi di equilibrio psichico. Sappiamo che nostra figlia soffre moltissimo l'allontanamento dai familiari e temiamo per la sua incolumità".
"Non riteniamo - conclude la presidente di SDR - che le carceri della Sardegna debbano distinguersi per questa ulteriore pecca. Rivolgiamo quindi un appello ai rappresentanti istituzionali ed in particolare ai Parlamentari affinché anche l'isola possa disporre di almeno una cella per l'osservazione psichiatrica delle detenute mettendo fine una volta per tutte a queste soluzioni gravose, destabilizzanti per le persone affette da disturbi psichici e per i loro familiari e contrarie a principi sanciti dalla norma costituzionale e dall'ordinamento penitenziario".
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Il carcere di San Vittore diventa un set alla Triennale. "Voglio essere riconosciuta per come sono oggi, non per quello che ho fatto ieri". Elisa, 37 anni, origini siciliane, parla dal cortile di San Vittore. È una delle otto detenute fotografate in carcere dalla regista Cinzia Pedrizzetti.
La loro storia è diventata una testimonianza. I ritratti sono stati esposti alla Triennale. E lì questa sera, scortate dagli agenti di polizia penitenziaria, scatteranno ritratti ai milanesi. "In carcere ho acquisito uno sguardo nuovo - dice Elisa - su me stessa e anche sulle persone che ho intorno". "Decidere di farmi fotografare è stata una scelta difficile.
Vuole dire che, grazie al percorso di recupero fatto in carcere, non ho più paura dello sguardo degli altri. Anzi, adesso quello sguardo mi serve per rinascere. Voglio essere riconosciuta per come sono oggi, non per quello che ho fatto ieri". Elisa, 37 anni, origini siciliane, parla dal cortile di San Vittore. Di fianco a lei c'è Elena, 40 anni, originaria del rione Villa San Giovanni di Napoli. Occhi celesti e malinconici, pelle tatuata, 16 anni passati in cella, alcuni anche insieme alla madre che non ce l'ha fatta e ha lasciato un drammatico vuoto. Chiede: "A cosa serve rieducarsi se nessuno ti vede per come sei cambiata, per la persona nuova che sei?".
Riflettono, queste donne. Le loro domande ci arrivano dirette. La loro storia diventa testimonianza. "Solo attraverso lo sguardo degli altri ci specchiamo in noi stesse e capiamo davvero le nostre potenzialità", dice ancora Elena. In fondo chiede aiuto. Un po' di autostima è quello che serve per reinserirsi nel mondo.
Ma la fiducia è il bene più difficile da conquistare. L'uscita dal carcere fa anche paura. Abbiamo gli strumenti per capirlo, noi che siamo fuori? "Bisogna guardarlo, conoscerlo, il mondo del carcere. È indispensabile cultura - spiega il direttore Giacinto Siciliano. Qui si impara, si cambia. Ci sono persone che lavorano, uno Stato che si impegna. Questi sforzi, faticosi, bisogna valorizzarli. Il mio sogno sarebbe che i muri di cinta del carcere diventassero trasparenti. E facessero vedere le persone che ci abitano".
L'osmosi tra fuori e dentro è utile a tutti, non solo a chi è ristretto. Lo scambio tra umani arricchisce. Della detenzione femminile, in particolare, non si parla mai (le donne sono pochissime, poco più del cinque per cento). Ecco, allora, lo sguardo, che diventa il cuore di un progetto unico nel suo genere, primo in Italia. Attraverso la fotografia otto detenute - tra cui Elisa ed Elena - escono allo scoperto.
Un vero e proprio set ha invaso il reparto femminile, la regista Cinzia Pedrizzetti le ha immortalate in magnifici ritratti dentro la loro "casa" temporanea, la cella. Siciliano e il direttore della Triennale Stefano Boeri hanno stretto alleanza. Le foto sono state esposte in viale Alemagna e sempre lì questa sera, grazie a un permesso speciale, quelle stesse donne scortate dagli agenti di polizia penitenziaria, prima dello spettacolo teatrale "Diarios de Frida. Viva la vida" diretto da Donatella Massimilla del Cetec, scatteranno a loro volta ritratti ai milanesi.
"Voglio dimostrare che in carcere ho acquisito uno sguardo nuovo su me stessa, ma anche sulle persone che mi vengono vicine - riprende Elisa. Mettetemi alla prova: ho imparato a trasmettere il mio punto di vista?". Ha avuto una vita difficile, "tutta disorientata", come dice lei.
"Non avevo gli strumenti per ricominciare, meno male che mi hanno preso in carcere, meno male che sono qui dentro". Ascoltandola cambia la prospettiva. Quello che nella nostra testa è uno spazio angusto che toglie il fiato (una cella, confini strettissimi...) nel percorso di chi vive in carcere può diventare addirittura spazio di libertà, in alcuni momenti.
"Sono entrata in cella con rabbia e spavento. In più di 14 anni di carcere non era cambiato nulla dentro di me, l'ultimo anno ha fatto il miracolo-conclude Elena -. A San Vittore ho capito la gravità dei reati che ho commesso. Ho imparato ad accettare ciò che ho fatto ripromettendomi di non farlo mai più. E attraverso il teatro e la fotografia ho scoperto una risorsa straordinaria, la creatività per comunicare".
Continua: "Ho guadagnato la consapevolezza che chiunque potrebbe essere al mio posto, conquistato ai miei stessi occhi un po' di dignità". Si guarda la spalla. Ha tatuata la strofa di una canzone dei Moda: Come l'acqua / dentro il mare. "Inizia con la lettera C, e mio padre si chiamava Ciro, finisce con la E, come Elena. Nella mia vita non voglio più momenti di rottura. Voglio continuità. Voglio essere serena". Pare banale? Non lo è.
barlettaviva.it, 22 luglio 2019
L'azienda ha donato i macchinari per la preparazione della pasta. Nella quieta contrada San Vittore di Andria sorge una masseria unica nel suo genere, che racconta storie di integrazione e rinascita, circondate dal profumo e dal calore della pasta appena fatta, rigorosamente a mano.
"A mano libera" è il nome del pastificio nato a maggio di quest'anno nei locali di questa masseria, e i protagonisti di questa storia sono detenuti ed ex detenuti impegnati in un percorso di riscatto grazie al progetto diocesano "Senza sbarre".
Si tratta di un progetto di accoglienza che prende vita nei silenziosi campi in agro di Andria, con Castel del Monte all'orizzonte e intorno ben 10 ettari di campagna: la masseria è destinata all'accoglienza residenziale e semi-residenziale per persone detenute nella casa circondariale di Trani e nelle carceri di Puglia e di tutt'Italia, ammessi a programmi alternativi alla carcerazione. Grazie all'impegno della Caritas Italiana, della Diocesi di Andria, dei volontari e delle aziende che sin dall'inizio hanno creduto in questa speciale iniziativa, l'obiettivo sarà quello di creare una impresa multiservizi con il cuore nella lavorazione della terra.
Il fondamentale punto di partenza di questa visione risiede nel pastificio "A mano libera", all'interno del quale sono coinvolti al momento 10 apprendisti dell'arte della pasta fatta a mano. È grazie alla generosità del Pastaio Maffei, storica azienda del settore con sede a Barletta, che ha donato i macchinari per la realizzazione della pasta, che oggi la masseria San Vittore si è già trasformata in un piccolo pastificio.
Oltre alle macchine c'è un dono ancora più prezioso, impossibile da quantificare: è l'esperienza del mastro pastaio Savino Maffei, che in masseria svolge il ruolo di tutor e segue passo dopo passo la formazione degli apprendisti, insegnando l'antica arte della pasta, con ricette, consigli e attenzione in ogni fase del processo produttivo.
"C'è in loro una grande volontà di uscire da questo mondo e correre verso una nuova libertà - racconta l'imprenditore Savino Maffei - sono davvero determinati ma hanno bisogno sempre dell'aiuto e dell'affiancamento di qualcuno, perché da soli sono come bambini: vanno tenuti per mano, e il nostro compito è quello di aiutarli a camminare verso un nuovo futuro, diverso da quello che conoscono".
"Avere accanto a noi degli imprenditori che nella loro grande generosità mettono a disposizione tempo e risorse - riferisce don Riccardo Agresti, responsabile del progetto "Senza sbarre" - vuole dire che tutti insieme crediamo davvero nel riscatto e nel perdono".
Non solo un messaggio di bene, ma anche la reale costruzione di una seconda occasione per quanti nella loro vita hanno sbagliato, mettendo davvero un argine alla recidiva e insegnando la fatica di un mestiere che, se fatto col cuore, può donare speranza di un futuro migliore. Tra i 10 apprendisti che lavorano nel pastificio con la guida del maestro Maffei, uno di loro proseguirà il lavoro di pastaio anche dopo la conclusione della pena.
di Nadia Cozzolino
dire.it, 22 luglio 2019
Il Presidente della Camera in visita all'Istituto penitenziario minorile che si trova sull'isolotto di Nisida e ospita un centinaio di ragazzi: oggi Fico li ha incontrati. Noi come Stato dobbiamo investire seriamente su questi ragazzi, altrimenti non migliora questa società".
Parola del Presidente della Camera, Roberto Fico che oggi ha voluto visitare l'istituto penitenziario minorile di Napoli situato sull'isolotto di Nisida. Una struttura circondata dal mare di Bagnoli con due sezioni, una maschile e una femminile, in cui poco meno di 100 ragazzi svolgono diverse attività didattiche e culturali.
"I ragazzi lavorano con molta passione e dedizione", ha spiegato Fico, che si è intrattenuto a parlare in particolare con i giovani studenti del laboratorio di scuola politica, "un luogo - ha detto - dove tornerò presto per riprendere i discorsi con i ragazzi. Abbiamo parlato di lavoro e di una serie di tematiche disparate. Dobbiamo riuscire ad essere veramente empatici con questi ragazzi".
Lo Stato "deve arrivare prima del carcere - queste le parole di Fico -, quindi serve un investimento serio e forte, in particolare nei Comuni per assumere assistenti sociali in numero adeguato rispetto alla popolazione. Bisogna essere sul territorio, fare progetti di rigenerazione urbana, ci vuole la scuola aperta a tempo pieno, ci vogliono i campi sportivi e ogni quartiere deve avere un indice di vivibilità alto, quindi con un cinema, una biblioteca, un parco pubblico e campi di calcetto. Insomma, un'azione che sia strutturata, forte, piena di passione e lungimiranza. È un obiettivo da raggiungere in cinque anni oppure avremmo fallito tutti".
A Nisida non c'è un detenuto che non partecipi a un corso o a un laboratorio per imparare un mestiere o approfondire i propri hobby e le proprie passioni. Tra qualche giorno, inoltre, "partirà la Summer School organizzata in collaborazione con la Luiss - ha spiegato Gemma Tuccillo, capo dipartimento per la giustizia minorile del ministero della Giustizia.
Oggi una ragazza ha raccontato al presidente della Camera di aver conseguito la maturità e spera di potersi iscrivere all'università a settembre mentre un'altra giovane gli ha detto che da grande sogna di diventare una fumettista. A Nisida c'è un ventaglio di possibilità molto ampio per i ragazzi: finalmente iniziano a credere in loro stessi anche grazie al fatto che, con queste visite, loro vedono l'attenzione che c'è e sentono di contare qualcosa anche per le istituzioni".
dolcevitaonline.it, 22 luglio 2019
In gergo si chiamano Raee. Si tratta di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, dai telefonini ai computer, dai rasoi ai piccoli elettrodomestici casalinghi, che devono essere smaltiti in maniera specifica.
Non solo per evitare danni ambientali, ma anche per recuperare i materiali con cui sono costruiti: tra questi c'è plastica, rame, ottone, bronzo, ferro e alluminio. Per farlo occorrono impianti dedicati e uno di questi è stato realizzato all'interno del carcere di Bollate. Il trattamento dei rifiuti speciali da parte dei detenuti rientra nelle svariate attività lavorative organizzate all'interno della casa di detenzione. Attualmente sono 5 i detenuti al lavoro nel nuovo impianto ad alimentazione fotovoltaica che può trattare fino a 3000 tonnellate di rifiuti elettronici all'anno.
L'ultimo rapporto sulla situazione italiana in materia di Raee dice che nel 2018 il quantitativo dei rifiuti trattati dai centri accreditati per il recupero e lo smaltimento ha superato le 420 mila tonnellate (+10% rispetto all'anno precedente). Nonostante questo non siamo ancora in linea con gli obiettivi di raccolta stabiliti dalla Direttiva Europea a salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell'ambiente e della salute umana e che per il 2019 sono ancora più ambiziosi
irpiniatimes.it, 22 luglio 2019
In merito a quanto denunciato dal Segretario Provinciale della Funzione Pubblica Cgil, a proposito della carenza di Personale Infermieri presso gli Istituti Penitenziari di competenza dell'Asl di Avellino ed in particolare presso la Casa Circondariale di Bellizzi Irpino, l'Azienda Sanitaria Locale precisa che, per completare l'organico, nei mesi scorsi, ha fatto ricorso alla procedura della "mobilità interaziendale" e sono state assunte due Unità di Infermieri Professionali dipendenti, che assicurano complessivamente 72h/sett. di sevizio presso il citato Presidio Sanitario Penitenziario, con decorrenza rispettivamente dal 01.03.2019 e dal 01.05.2019.
Il numero di Infermieri presso il Carcere, dal mese di maggio, è stato, quindi, opportunamente potenziato. Ma, il trasferimento di n. 1 Unità Dipendente, come da prescrizione del Medico Competente, dal 01.07.2019 e, soprattutto, la fruizione di assenze giustificate, improvvise e prolungate, da parte di alcune unità infermieristiche, ha determinato, purtroppo, una situazione di disagio.
Per fronteggiare questa situazione, l'Azienda Sanitaria ha previsto, per i mesi estivi, una ulteriore implementazione oraria di 36 ore settimanali, che equivale ad un incremento di una unità infermieristica, tale da consentire il rispetto delle normative sull'orario di lavoro ed i riposi obbligatori. Dal mese di luglio, inoltre, la specialista ginecologa a tempo indeterminato sta assicurando alle detenute le prestazioni assistenziali necessarie.
Per la denunciata "assenza" dello Specialista Psichiatra in Carcere, va precisato che le Uosm territoriali stanno assicurando attraverso i propri operatori le consulenze in Carcere, equiparando il diritto alla salute delle persone detenute alle persone libere. Il Dipartimento di Salute Mentale e le stesse Uosm stanno definendo, allo scopo, il reale fabbisogno, sulla scorta del numero di consulenze effettuate e il numero di pazienti con diagnosticata patologia psichiatrica che necessitano di una reale presa in carico.
di Enrico Girardi
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
La professoressa Gabriella Papagna racconta la storia di riscatto del suo studente "oltre il vetro antiproiettile". Da vent'anni recluso nel carcere milanese di Opera, in isolamento, può vederla solo una volta all'anno. Ma ha studiato Cicerone e Senofonte, si è diplomato con 75/100 e ora punta alla laurea in Lettere antiche.
Nella memorabile Novella degli scacchi, l'ultimo racconto che Stefan Zweig scrisse prima di suicidarsi nel 1942, il protagonista dottor B. spiega all'io narrante come lo studio matto e disperatissimo degli scacchi - che lo porterà a fare patta l'indomani nel match contro il campione del mondo Mirko Czetonvi - gli avesse permesso di sopravvivere alle condizioni di totale isolamento alle quali l'aveva ridotto il regime nazista.
Senza gli scacchi, che avevano tenuta desta la sua mente in folli simulazioni di partite giocate contro se stesso, avrebbe certamente perso il lume della ragione e, con essa, ogni speranza. Un solo familiare La storia che si racconta qui non c'entra con gli scacchi ma ricorda eccome quella del dottor B. Franco Rossi (nome d'invenzione): un ultraquarantenne del Sud Italia che è stato condannato all'ergastolo circa vent'anni fa ed è tuttora detenuto nel carcere di Opera, appena fuori Milano, in regime di massima sicurezza.
Può vedere un solo parente una volta al mese. Non può nemmeno parlare, se non per iscritto, con il proprio avvocato. Né ha contatti con altri esseri umani che non siano gli assistenti sociali. E sono stati proprio questi ultimi a segnalare alla direzione del penitenziario come l'unico desiderio del detenuto, un tipo dal fisico prestante ma dai tratti pacati e rispettosi, fosse quello di studiare con lo scopo di prendere non un diploma qualsiasi ma la maturità classica.
Come noto, l'impossibile a volte è più probabile del difficile. Nobile infatti l'intenzione del condannato. Ma il suo duro regime di carcere non gli permetteva né di prendere lezioni, come è ormai prassi nei penitenziari dagli anni Duemila, né di procurarsi altri libri se non quelli ricevuti dagli assistenti sociali.
Ma qui entra in gioco la professoressa Gabriella Papagna, docente di lettere al Liceo Berchet, che negli anni Novanta si era data un gran daffare come volontaria per orientare e seguire i carcerati "normali" nello studio. A lei si sono rivolti la direzione del carcere e gli assistenti sociali per redigere una sorta di piano d'azione, suggerendo per prima cosa che tipo di manuali di studio potessero fare al caso, più unico che singolare, di Franco Rossi.
Ciò avveniva cinque anni fa. In questo lasso di tempo la professoressa Papagna ha incontrato il detenuto solo una volta l'anno, alla fine di ogni anno scolastico, per valutare se lo studente fosse meritevole di essere ammesso dalla quarta alla quinta ginnasio, dalla quinta alla prima liceo e così via. E infine di poter sostenere come privatista l'esame di diploma.
"Incontri penosi e difficili", racconta la prof. Li descrive: "Si sono sempre svolti in una stanza divisa da un vetro antiproiettile così spesso che si poteva comunicare solo attraverso un citofono. Gli "esami" erano naturalmente monitorati dall'esterno - aggiunge - e avevamo entrambi l'obbligo tassativo di evitare che la conversazione prendesse una piega anche solo minimamente personale".
Prosegue: "Dopo cinque anni ignoro ancora, e forse è meglio così, di quali terribili reati Franco Rossi si sia reso colpevole. Ma mi ha colpita fin dal primo anno la sua serietà. È un omaccione di poche parole, ma giuste: le parole di un uomo introverso e sensibile, certamente intelligente, capace di andare subito al sodo e determinatissimo.
Ha studiato tutte le materie in totale solitudine, mostrando però fin da subito una speciale attitudine per il latino e il greco. Meglio le traduzioni da Cicerone o Senofonte che gli scritti d'italiano, a dire il vero". L'ottima collaborazione tra il penitenziario e il Liceo Berchet ha infine reso possibile l'ultimo passo prima del traguardo.
Una delle commissioni ministeriali che ha esaminato i maturandi di due sezioni dello storico liceo - commissione di cui non ha fatto parte la "tutor" Papagna - è stata incaricata di recarsi a Opera per esaminare il candidato autodidatta e "privatista". Effettuate le prove scritte, Franco Rossi ha quindi sostenuto l'orale in due incontri, quasi si trattasse dei vecchi trivium e quadrivium: il primo con i docenti di materie umanistiche, il secondo con quelli di discipline scientifiche.
Non è stato facile fargli commentare i dipinti di storia dell'arte o i testi dell'uno o dell'altro poeta, tantomeno l'equazione di matematica, attraverso il vetro antiproiettile. Ma non devono essere andate male le tappe del suo esame se la commissione ha ritenuto di concedere a Franco Rossi il diploma con il punteggio di 75/100. Fine della storia? La professoressa Papagna non lascia neppure finire la domanda: "Neanche per sogno. Il neodiplomato ha già richiesto di studiare lettere classiche all'università".
di Alessandra Puato
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Peppe Billeci, pescatore da generazioni a Lampedusa, guarda il Molo commerciale dal suo peschereccio Vincenzo Padre, indica le barche dei colleghi costrette ad attraccare "a ponte", le une addossate di piatto contro le altre, a tre per volta, e allarga le braccia. "Lo vede? Per noi non c'è più spazio in banchina. Siamo costretti ad attraccare gli uni agli altri e a saltare di barca in barca con le casse in spalla.
Già c'è il traghetto della Siremar, poi l'aliscafo, poi sono stati allargati i moli per le imbarcazioni da diporto. Ora le barche sequestrate degli scafisti che hanno portato i migranti. Sono qui abbandonate, le vedete. E noi? Dove lo scarichiamo, noi, il pesce?". Nell'isola degli sbarchi, la cui economia è basata su due punti, il turismo e la pesca, c'è una emergenza della quale nessuno parla. Le imbarcazioni con le quali arrivano i migranti non vengono rottamate.
I relitti - Sono centinaia, parte in mare e parte a terra. Fra queste, due grandi barche arrugginite, inclinate, con le scritte in arabo sulla vernice scrostata giacciono da oltre un anno sul Molo commerciale, uno dei quattro di Lampedusa.
Occupano spazio, sono relitti alla vista dei tanti turisti dell'isola, particolarmente abbondanti quest'anno. Ci sono circa 100 metri di banchina disponibile in tutta Lampedusa per l'attracco dei pescatori. Un decimo di quanto servirebbe, visto che i pescherecci sono una quarantina. Chi non ci sta, va al largo per scaricare: si aggancia alla boa e da lì porta il pesce a terra con un barchino. Lavoro lungo.
Il piano - "Il 26 luglio partirà la demolizione di 96 barche abbandonate e già portate al campo sportivo", annuncia Luca Benini, responsabile della sezione operativa territoriale di Lampedusa dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. È il primo colpo significativo per risolvere il problema delle barche fantasma. Non basta. Benini è qui da poco più di un anno in pianta stabile, arrivato con la moglie da Orio al Serio, Bergamo.
Sta completando il piano di smaltimento delle imbarcazioni e potenziando l'ufficio. "Ne abbiamo demolite 71 l'anno scorso, ne restano circa 230 - dice: 150 sono a terra, in più ce ne sono 44 galleggianti al Molo Favarolo, di cui sei-sette affondate. Sono quelle arrivate dal gennaio di quest'anno, sbarchi recenti". Più un'altra cinquantina all'ex base Loran, l'ex Nato. "Tutti giorni vado a fare il pattugliamento - dice Benini, ho organizzato con la Capitaneria di porto il registro unico degli sbarchi". Prima non c'era.
Gli ultimi sbarchi - Per gli sbarchi del 2019, cioè i 44 relitti ancora in mare da smaltire (sono al Molo Favarolo) nulla è stato deliberato. "Siamo ancora in attesa del bando europeo", dice Benini, e annuncia: "Dopo la demolizione delle 96 barche già autorizzate con bando europeo, anche queste saranno portate a terra". Il funzionario delle Dogane è ottimista: "Con il mio insediamento si procederà più velocemente - dice - perché da semplice presidio di confino la Dogana di Lampedusa ora si rafforza".
Ma è anche consapevole delle difficoltà. "Non si può gestire una situazione d'emergenza simile con i tempi lunghi dell'amministrazione civile. Servono interventi rapidi che con il sistema degli appalti non possiamo permetterci". Perché servono le gare, naturalmente. E comunque, non tutto passa dal piano di smaltimento delle Dogane. I due mostri arrugginiti che bloccano i pescatori al Molo commerciale, per esempio, dentro al pacchetto delle 96 barche previste in demolizione a fine mese non ci sono.
Le gare che non partono - Quelle due barche che bloccano i pescatori e deturpano l'ambiente fanno capo ad altri: una è di competenza della Guardia di Finanza e l'altra della Capitaneria di Porto, dicono all'Agenzia delle Dogane. Una pare sia reduce da un ammutinamento. Pare si sia aspettato che un fantomatico "armatore egiziano" le rivendicasse, o vi rinunciasse, prima di procedere. Serve una gara. Un bando che non arriva mai.
Nessuno le sposta. E i pescatori devono lanciarsi le corde da una barca all'altra, chi primo arriva attracca in banchina, gli altri no, si agganceranno a lui. E toccherà loro scavalcare le altre barche per arrivare a terra, dopo una notte di fatica in mare, con il rischio di non arrivare in tempo per portare il pesce fresco alla barca che parte per il Continente. Ma lo spazio è poco anche per scaricare a tre a tre. "Il 90% dei pescherecci non riesce ad attraccare", dice il sindaco, Totò Martello.
La lettera a Salvini - Il paradosso è che c'è chi, questi relitti, li demolirebbe gratis, ma l'offerta è stata respinta. Lo dice il sindaco Martello, che ha trovato l'azienda (si potrebbe tenere il ferro delle barche, rivendibile) e scritto alcune lettere chiedendo di risolvere il caso, senza risultato. Una al ministro degli Interni, Matteo Salvini: "Nessuna risposta". E al ministro dell'Ambiente, Sergio Costa: "Loro sono usciti, un paio di mesi fa, e hanno bonificato".
Questa prima lettera al governo è del 14 dicembre 2018. Lo informa di questo: c'è un "grave rischio di inquinamento ambientale in cui versa il porto commerciale di Lampedusa a causa del possibile affondamento dell'ultima imbarcazione sequestrata dalla Guardia di Finanza, lo scorso novembre, dopo essere stata fermata con 68 migranti a bordo. L'imbarcazione, ormeggiata nel porto, è inclinata e poggia sul fondale ed è anche carica di gasolio".
La demolizione gratuita (rifiutata) - Quanto all'offerta di demolizione gratuita, è in una seconda lettera del sindaco, quella del 30 gennaio. È stata spedita al ministro degli Interni, a quello dell'Ambiente, al Prefetto di Agrigento e all'Agenzia delle Dogane" (che ha risposto al sindaco). Offerta declinata, grazie ma non si può fare.
Perché? "Serve un piano operativo di servizio dettagliato, ci vogliono prescrizioni che tutelino le manovre in porto - dice Benini. Questa società (che vuole rottamare le barche fantasma subito e gratis, ndr.) dovrebbe fare richiesta alla direzione regionale delle Dogane Sicilia per poter partecipare al bando europeo di demolizione di questa imbarcazione". Un caso kafkiano, insomma.
I costi salgono - Eppure la lettera del sindaco è chiarissima: "Il Comune di Lampedusa - c'è scritto - è disposto a demolire le imbarcazioni in ferro a oggi stazionate presso il Molo Favarolo (il motopeschereccio Maka, fermo dal 2016, di cui le Dogane stanno valutando l'affondamento controllato, ndr.) e il Molo Commerciale senza alcun costo per la pubblica amministrazione.
Si chiede urgente riscontro". Ma il riscontro del governo non c'è. Le barche fantasma sono ancora lì. E i pescatori, i calamari e le ricciole, li hanno scaricati a spalla saltando di barca in barca anche in questi giorni. Ovviamente, nel frattempo le condizioni delle barche peggiorano. Allungando i tempi dei bandi, possono aumentare i costi. E gli introiti per eventuali aggiudicatari, perché il lavoro sarà più complesso.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Quattordici Paesi europei si sono trovati d'accordo ieri a Parigi nel creare un "meccanismo di solidarietà" che permetta di ridistribuire immediatamente i migranti appena sbarcati nei porti del Mediterraneo. Quattordici Paesi europei si sono trovati d'accordo ieri a Parigi nel creare un "meccanismo di solidarietà" che permetta di ridistribuire immediatamente i migranti appena sbarcati nei porti del Mediterraneo sulla base del diritto internazionale. In questo modo Francia, Germania, Portogallo, Lussemburgo, Finlandia, Lituania, Croazia e Irlanda hanno assicurato la loro "partecipazione attiva" alla gestione dei migranti, e altri sei Paesi hanno aderito all'intesa. Non l'Italia, che non ha partecipato alla riunione di Parigi e ha bocciato l'accordo. Anzi, la giornata di ieri segna la ripresa degli scontri verbali tra il presidente francese Emmanuel Macron e il vicepremier italiano Matteo Salvini, dopo mesi di tregua.
L'intesa di Parigi è pensata per rispondere proprio alla lamentela più volte avanzata dall'Italia negli ultimi anni, ovvero il fatto che è stata lasciata sola nel gestire gli sbarchi. Il senso dell'accordo sarebbe questo: i Paesi europei accolgono il principio che chi sbarca in Italia sbarca in Europa, e quindi accettano di prendersi carico dei migranti, che vengono redistribuiti in tempi brevi; l'Italia è chiamata a riaprire i suoi porti per accogliere le navi in difficoltà, in conformità con il diritto internazionale.
Questa specie di scambio non è stato accettato dall'Italia, che ha disertato l'incontro. Macron non ha nominato Salvini ma lo evocato chiaramente quando ha deplorato le assenze "ingiustificate" e ha aggiunto che "non si guadagna mai nulla a non partecipare". Il presidente francese ha poi ribadito che "quando una nave lascia le acque della Libia e si trova in acque internazionali con rifugiati a bordo deve trovare accoglienza nel porto più vicino. È una necessità giuridica e pratica. Non si possono far correre rischi a donne e uomini in situazioni di vulnerabilità". E i porti più vicini ai quali allude Macron sono quelli italiani.
Salvini ha definito la riunione di Parigi "un flop", "un errore di forma e di sostanza. Nella forma, perché convocata con poco preavviso e in modo assolutamente irrituale visto che siamo nel semestre di presidenza finlandese. Nella sostanza, perché ha ribadito che l'Italia dovrebbe continuare a essere il campo profughi dell'Europa". Salvini poi ha aggiunto una risposta diretta a Macron, nuova puntata della polemica che lo contrappone al leader francese dall'estate scorsa: "L'Italia ha rialzato la testa, non prende ordini e non fa la dama di compagnia: se Macron vuole discutere di immigrati venga pure a Roma".
Non il più diplomatico degli inviti.
Fino a domenica Francia e Germania speravano in un risultato minimo che comprendesse l'Italia, ma poi è stato chiaro che Roma avrebbe assicurato solo una presenza tecnica, non politica. E Salvini aveva già espresso la sua contrarietà alla riapertura dei porti italiani in occasione del vertice dei ministri dell'Interno la settimana passata a Helsinki. Da una parte Francia e Germania, dall'altra Italia e Malta che secondo Salvini non vogliono "essere gli hotspot dell'Europa"
di Carlo Rimini
Corriere della Sera, 22 luglio 2019
Il problema nasce dal fatto che ai servizi sociali sono attribuite funzioni di indagine e sono utilizzati come strumenti operativi dai tribunali nelle questioni familiari. Per commentare la vicenda di Bibbiano bisogna aspettare la conclusione delle indagini e le sentenze. Una riflessione di carattere generale possiamo però farla. Qualche cosa non funziona nella gestione dei servizi sociali. Lo dimostrano le sentenze di condanna che l'Italia ha subito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo proprio per l'incapacità dimostrata dai servizi di gestire il rapporto fra genitori e figli.
Il problema nasce dal fatto che ai servizi sociali sono attribuite funzioni di indagine e sono utilizzati come strumenti operativi dai tribunali nelle questioni familiari, sia nei casi in cui i genitori sono sospettati di tenere comportamenti contrari agli interessi dei figli, sia nei casi di conflitto fra i genitori. Per gestire queste situazioni i tribunali si avvalgono dei servizi sociali comunali, nati per fare altro, ossia per svolgere le funzioni tipiche dell'assistenza sociale a favore delle persone disagiate.
All'estero le stesse funzioni sono svolte da strutture centralizzate (come il Cafcass inglese) che funzionano in costante raccordo con i tribunali. Un'agenzia unica nazionale consente ai tribunali di avere un unico interlocutore e permette un controllo gerarchico delle modalità operative. Invece in Italia i tribunali sono costretti a servirsi di piccole strutture il cui operato sfugge a qualsiasi controllo e i cui standard di qualità sono affidati al caso e alla buona volontà dei singoli operatori.
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