Stati Uniti.Innocente dopo 22 anni di carcere,la madre della vittima trova da sola il vero assassino
di Giuseppe Gaetano
Corriere della Sera, 21 luglio 2019
Il ragazzo, psicologicamente manipolato dalla polizia, è passato da testimone a incriminato: un giallo risolto solo dal "fiuto" da detective della donna. È entrato in carcere a 20 anni, sapendo di essere innocente, con un'accusa ignominiosa: stupro e omicidio di una amica. Ne è uscito a 42. E a farlo liberare non è stato l'avvocato o una battaglia dei familiari, ma la madre della vittima. Che non si è accontentata di un orco immaginario dato in pasto a giornali e opinione pubblica, per placare la loro sete di giustizia. La sua sete di verità è stata più forte e, da sola e contro tutti, ha scoperto il vero assassino della figlia.
Un'indagine privata - È il 13 giugno 1996 e Angie Dodge viene trovata morta accoltellata in casa a Falls, un piccolo paesino dello stato americano dell'Idaho: sul corpo i segni inequivocabili della violenza sessuale. Le indagini si risolvono in un buco nell'acqua fin quando nel 1997 viene arrestato uno stupratore armato di coltello, per un delitto simile, che si rivela essere nel giro di conoscenze di Angie. Gli agenti pensano possa essere responsabile anche di quello consumato un anno prima, rimasto insoluto, e convocano quindi Christopher Tapp in qualità di amico della vittima per capire se, anche secondo lui, può essere la pista giusta.
Tapp, sorpreso e confuso, riferisce di non saperne nulla, di non conoscere l'arrestato. Qui comincia l'incubo: dopo un lungo terzo grado il giovane passa, in maniera kafkiana, da possibile teste a unico sospetto proprio della morte della sua amica. Viene subito arrestato e, nonostante la prova del Dna lo scagioni, condannato all'ergastolo (l'accusa chiede la pena capitale). Il caso, che ha turbato cittadini e media, è ufficialmente e finalmente chiuso per tutti.
Tranne che per la madre di Angie, Carol, che alla colpevolezza di quel ragazzo non crede un istante. Istinto di madre? Può darsi, fatto sta che continua da sola le indagini frettolosamente chiuse dagli investigatori, ingaggiando una serie di detective privati e riascoltando per ore, giorni, settimane, i nastri della presunta confessione di Tapp, da cui in realtà non emerge niente: le appare estorta, condizionata dalla pressione psicologica degli inquirenti.
Una vittoria amara - Solo nel 2014 la donna riesce a far valere quella prova del Dna incredibilmente trascurata dal tribunale in virtù della confessione, ma non basterà ancora: Tapp, in un'altra sentenza iperbolica, è prosciolto dall'accusa di essere il violentatore ma non l'omicida. La madre di Angie, che ha immolato ormai la sua vita a questa causa, va avanti come nemmeno Jessica Fletcher: entrata in possesso di una traccia di Dna archiviata nel dossier sull'omicidio, assolda un esperto di genealogia riuscito - con un'innovativa tecnica forense, usata per la prima volta negli Usa per scagionare un condannato - a ricostruire la catena genetica e trovare 7 persone legate al Dna del killer. Tra gli identikit c'è Brian Leigh Dripps: un uomo che, all'epoca dei fatti, abitava proprio davanti alla casa di Angie. La polizia, incalzata dalla "signora in giallo", lo interroga e lui, colpo di scena, confessa immediatamente sia lo stupro che l'omicidio, confermando di non aver mai visto e conosciuto Tapp. "Si erano sbagliati tutti, ma alla fine la verità è arrivata - le sua prime parole da uomo libero - ora voglio urlare la mia innocenza perché tutti lo sappiate".
Carol Dodge ha vinto la battaglia: "I poliziotti l'hanno minacciato con la pena di morte - rivela - dicendogli che se avesse detto quello che loro volevano sentire gli avrebbero dato l'immunità". Ma non per questo troverà pace: "Questa storia ha distrutto la nostra famiglia come pezzi di vetro, in nessun modo i pezzi torneranno a posto". Anche Tapp, dal canto suo, ha evitato di passare il resto dell'esistenza dietro le sbarre e vincerà molto probabilmente la causa di risarcimento danni. Ma gli anni trascorsi ingiustamente in cella, forse i migliori, non glieli ridarà più nessuno.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 21 luglio 2019
L'attivista Sergewa, deputata al Parlamento di Tobruk, è stata prelevata nella sua abitazione da uomini armati che hanno picchiato il marito e il figlio. Rapita alle tre di mattina mercoledì scorso a Bengasi, il marito intervenuto per difenderla ridotto in fin di vita, la loro casa bruciata. L'ennesimo crimine in Libia ha questa volta come vittima una donna deputata al parlamento di Tobruk: la psicologa sessantenne Siham Sergewa. Di lei non si sa più nulla, tanti la danno già per morta o sotto tortura.
E il nome del suo principale persecutore è scritto sui muri di tutto il Paese, anche se in Cirenaica la dittatura militare perseguita chi lo pronuncia: il maresciallo Khalifa Haftar, comandante dell'auto proclamato Esercito Nazionale Libico deciso in queste ore a lanciare "l'offensiva finale" contro le milizie legate al governo di Salvezza Nazionale guidato da Fayez Serraj a Tripoli.
Così un amico intimo della famiglia della deputata ci racconta per telefono dalla Cirenaica le fasi del rapimento. "Non scrivete il mio nome - chiede però - le squadracce di Haftar mi eliminerebbero subito". "Ben prima dell'alba una cinquantina di uomini armati ha fatto irruzione nell'abitazione della Sergewa a Bengasi. Lei era appena atterrata dal Cairo assieme al marito, il chirurgo settantenne Alì Rabia, dopo aver partecipato a un incontro assieme ad altri parlamentari libici con alcuni senatori e politici egiziani. Negli ultimi tempi era stata minacciata di morte a causa delle sue critiche contro le operazioni militari di Haftar, perciò in genere preferiva dormire nella loro casa di Derna. Ma era tardi. Sono rimasti. Ed è stata la loro tragedia".
Gli assalitori facevano parte della Brigata 106, un'unità di pretoriani ben addestrati comandata dal 35enne Saddam, figlio maggiore di Haftar. Al Cairo lei era stata durissima nel condannare la guerra. "Un conflitto che non conduce a nulla, va bloccato subito. L'Egitto deve interrompere gli aiuti militari a Haftar, fanno solo il male della Libia", aveva dichiarato. E a Bengasi solo poche ora prima del rapimento una sua intervista alla televisione locale era stata interrotta bruscamente mentre si scagliava contro la "stupidità dei combattimenti".
Continua il testimone: "Mentre la stavano portando via è arrivato il marito, gridando che voleva stare con lei. Gli hanno sparato alle gambe, quindi è stato picchiato alla testa, al torace. È svenuto. Un vicino l'ha salvato dalla casa in fiamme. Ora è ricoverato all'ospedale in prognosi riservata". A Bengasi i portavoce di Haftar sostengono di "non sapere nulla". I media locali censurano la notizia. Per contro, a Tripoli non hanno dubbi sulla responsabilità politica del maresciallo e così neppure i circoli diplomatici stranieri. "Saddam Haftar risponde in tutto e per tutto al padre", affermano.
Una delle spiegazioni che va per la maggiore è che in Cirenaica sia in corso una sorta di epurazione ispirata dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi contro la dissidenza e i massimi responsabili militari, anche per le recenti sconfitte sul campo contro le milizie pro-Serraj e la perdita della città di Gharian. Ma la vicenda della Sergewa racconta soprattutto del fallimento della società libica nella battaglia per le libertà a otto anni dal rovesciamento di Gheddafi.
Grande sostenitrice dei diritti individuali per un Paese laico e democratico, lei era stata la prima a fare uno studio sulle violenze contro le donne da parte delle milizie di Gheddafi nel 2011. Eletta parlamentare nel 2014, aveva denunciato gli abusi dei gruppi islamici anche in Tripolitania ai danni delle donne e le ipocrisie di chi sventola i valori religiosi praticando però abusi sessuali nel privato. Le sue condanne contro la corruzione le erano già costate fermi e minacce.
di Sara Bernacchia
La Repubblica, 21 luglio 2019
Installazione del writer con specchi e bandiere per ridare dignità a chi è in carcere. Democratica perché accessibile a pochi, inclusiva perché capace di escludere, perfetta perché cambiata in corsa. E Rubabandiera, l'installazione (non) in mostra nella "rotonda" del carcere di San Vittore. Bandiere, specchi e decorazioni sono utilizzate dall'artista Bros, al secolo Daniele Nicolosi, per rovesciare, almeno una volta, la prospettiva.
"I detenuti, proprio perché reclusi, sono esclusi da qualsiasi evento pubblico, come le mostre. Realizzare un'installazione visibile solo a chi si trova in carcere ristabilisce, almeno in parte, l'equilibrio" spiega l'artista. "Perché per una volta sono loro ad avere qualcosa che agli altri è precluso". Non a caso le prime immagini dell'installazione vengono diffuse un mese dopo il suo allestimento, lo scorso 19 giugno, quasi a voler preservare il più a lungo possibile il privilegio. Il progetto, realizzato con il supporto di Fondazione Maimeri e del ministero della Giustizia, non è compatire o riabilitare i carcerati, ma restituirgli dignità e stimoli per affrontare la vita dietro le sbarre. Per questo una decina di loro è stata coinvolta nella realizzazione dell'installazione: due delle dodici bandiere sono state cucite dalle detenute del laboratorio di sartoria, mentre gli uomini hanno collaborato all'allestimento.
"Sono entrato a San Vittore cinque volte - racconta Bros ho spiegato il progetto ai ragazzi e abbiamo valutato come realizzarlo sulla base delle limitazioni previste dal carcere". L'idea iniziale, così, si è dovuta adeguare alle esigenze del luogo e questo l'ha migliorata, perché "l'ha resa unica, fatta apposta per San Vittore". L'elemento su cui l'artista non ha ceduto sono gli specchi. "I detenuti hanno solo specchi piccoli per radersi - racconta Bros ho insistito perché nell'istallazione ce ne fossero di più grandi. Credo che il potersi vedere restituisca dignità e consapevolezza della propria condizione".
Elemento, quest'ultimo, che spesso manca. "Se chiedi a un detenuto dove abita ti descriverà la sua casa "fuori", anche se dovrà passare dietro le sbarre tanti anni - spiega l'artista. Come se volessero esorcizzare il fatto di non poter uscire".
Rubabandiera, invece, dà consistenza al carcere, il luogo in cui vivono ora. L'obiettivo è far sì che i detenuti, passando davanti ai drappi di colori sgargianti, si trovino a pensare a qualcosa di diverso, "a riappropriarsi delle loro emozioni in modo istintivo", aggiunge Bros, come accadeva da bambini quando, appunto, si giocava a ruba bandiera.
La mostra resterà nella rotonda di San Vittore fino a data da destinarsi, perché in carcere il tempo ha un peso diverso. La rivoluzione maggiore, però, la fa lo stesso Bros, primo writer processato per "imbrattamento" e sottoposto all'affidamento in prova per cinque mesi: "So cosa significa non poter uscire di casa. La mia opera? Non auguro a nessuno di vederla".
di Alessandro Francini
ilpiccolo.net, 21 luglio 2019
Nel documentario di Lucio Laugelli sei testimonianze raccolte nel carcere di San Michele. "Il carcere è noia - dice Armand, fine condanna 2021 - preferirei spaccare le pietre, almeno servirebbe a qualcosa". Mario, invece, per sopravvivere al "fine pena mai", ha deciso che la vita vera è quella che sta nei sogni che fa di notte, mentre quella che vive di giorno, sempre uguale, è solo un sogno. Giovanni, che sarà libero nel 2024, rimpiange il mare e le montagne che in Sicilia osservava dalla sua cella. Armand, Mario e Giovanni sono reclusi nel carcere di San Michele e le loro testimonianze (insieme a quelle di altri tre detenuti, Preng, Renato e Vlad) sono raccolte nel documentario Voci di dentro, diretto da Lucio Laugelli.
Il progetto - "Ad aprile dello scorso anno abbiamo avviato un laboratorio audiovisivo nel carcere di San Michele grazie alla collaborazione con Piero Sacchi, presidente di Ics Onlus - spiega Laugelli - all'interno del progetto artistico-culturale "Artiviamoci". Dopo qualche tempo, insieme ai detenuti, abbiamo deciso di realizzare un documento video in cui loro stessi potessero esprimere le proprie sensazioni raccontando in prima persona la vita da reclusi. Abbiamo cercato di trasmettere il loro punto di vista ad un pubblico più vasto possibile".
I detenuti si raccontano - Nei 20 minuti di Voci di dentro emergono speranze ed angosce, riflessioni e autocritiche di chi è costretto - in alcuni casi per il resto dei suoi giorni - a trascorrere la giornata in una cella "3 per 2", al di là della quale "c'è solo il corridoio". Gesti e rituali, ogni giorno sempre uguali, una routine "che ti fa andare fuori di testa" e che spesso porta chi non riesce a razionalizzare a compiere atti di autolesionismo. "In molti si tagliano, ne combinano di tutti i colori. Subito sono scene spaventose, poi ti abitui e ti fanno quasi sorridere" commenta Renato, fine pena 2020.
"Questo documentario è il frutto di un lungo periodo di conoscenza reciproca, fondamentale per limare quelle barriere che all'inizio, inevitabilmente, si percepivano - commenta Laugelli.- Quasi subito è crollato il muro del fuori/dentro: noi, liberi cittadini, e voi, detenuti in una Casa di reclusione". Voci di dentro dallo scorso gennaio è in diffusione nei principali festival nazionali con Associak Distribuzioni e la scorsa primavera ha ricevuto la Menzione Speciale al Festival Nazionale del Cinema d'Inclusione di Courmayeur.
di Gerry Freda
Il Giornale, 21 luglio 2019
L'ex premier del Kosovo andrà all'Aia a difendersi dalle accuse a suo carico in qualità di "semplice cittadino", mentre la Serbia spera nella sua condanna. Egli, Capo del governo dello Stato balcanico a maggioranza albanese dal 2004 al 2005 e poi nuovamente dal 2017 fino a questi giorni, ha rinunciato alla carica pubblica dopo essere stato formalmente indagato per "crimini di guerra" dal tribunale speciale per le violenze avvenute nella ex Jugoslavia durante il periodo 1998-1999.
Tale organo, istituito all'Aia nel 2015 per iniziativa dell'Unione europea, ha appunto ultimamente indiziato Haradinaj, accogliendo le sollecitazioni delle autorità di Belgrado, di gravi reati ai danni della minoranza serba stanziata in territorio kosovaro, perpetrati in qualità di comandante militare nell'arco di tempo considerato. L'ormai ex premier, ad avviso dei magistrati, si sarebbe macchiato, quando era a capo dell'Uck, ossia dell'Esercito di liberazione del Kosovo, di "enormi colpe", ordinando "massacri" di civili appartenenti alla comunità cristiano-ortodossa, da lui allora bollata come "quinta colonna della Serbia di Slobodan Miloševic".
Quello in corso all'Aia è il terzo processo istruito nel Terzo millennio contro il cinquantunenne Haradinaj da un organo inquirente internazionale. Altre incriminazioni erano state infatti avanzate contro l'ex guerrigliero nel 2008 e nel 2012, per iniziativa del tribunale Onu per i crimini nell'ex Jugoslavia, ma entrambe le volte il leader indipendentista kosovaro era stato scagionato per "insufficienza di prove", scatenando di conseguenza le ire dell'esecutivo di Belgrado.
Proprio grazie all'insistenza della Serbia la Corte istituita dall'Ue nel 2015 avrebbe disposto il terzo rinvio a giudizio nei riguardi dell'ex capo dell'Uck. La nuova inchiesta in cui risulta coinvolto l'ex primo ministro di Pristina ha quindi immediatamente suscitato "l'esultanza" del ministero degli Esteri serbo, che, tramite una nota, ha espresso il proprio auspicio che il nuovo procedimento penale internazionale possa concludersi finalmente "senza connivenze e con il completo accertamento della barbarie perpetrata da Haradinaj contro la comunità serba del Kosovo".
L'ex guerrigliero, nell'annunciare di recente le proprie dimissioni da Capo del governo della nazione balcanica dichiaratasi indipendente nel 2008, ha affermato di volere affrontare "da semplice cittadino" i magistrati dell'Aia che lo accusano di crimini di guerra. Egli ha poi precisato: "Dopo avere ricevuto la comunicazione di essere stato indiziato dalla Corte speciale dell'Aia, ho scelto di andare lì a difendermi senza avvalermi di alcuna prerogativa connessa alla carica di primo ministro. Mi presenterò di conseguenza davanti ai giudici quale umile, ma patriottico, cittadino kosovaro". Haradinaj ha infine sollecitato il presidente della repubblica di Pristina, Hashim Thaçi, a indire "al più presto" nuove elezioni parlamentari nello Stato balcanico a maggioranza albanese.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 21 luglio 2019
C'è chi è pronto a giurare che si tratti dell'ultimo atto di Matteo Salvini prima di chiudere con i 5 Stelle dando così il via alla crisi di governo. Vero o falso che sia di certo il ministro dell'Interno non vede l'ora di portare a casa il decreto sicurezza bis che domani, superato indenne l'esame delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia, approda in aula a Montecitorio.
Al punto che - nonostante i numeri garantiscano alla maggioranza la massima tranquillità - non è escluso che il governo possa decidere di procedere con il voto di fiducia mettendo il provvedimento al riparo da possibili colpi bassi da parte dei grillini e assicurando così un passaggio veloce al Senato dove dovrebbe essere licenziato prima della scadenza prevista per il 13 agosto.
Come il primo decreto sicurezza anche il secondo prevede misure volte a colpire l'immigrazione e in particolare le ong che lavorano nel Mediterraneo per salvare quanti fuggono dalla Libia con i barconi. Nel passaggio nelle due commissioni, le misure previste sono state ulteriormente inasprite. Così le multe per le navi che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane - previste inizialmente tra i 10 e i 50 mila euro - possono variare adesso tra i 250 mila euro e il milione mente il capitano che no rispetta l'ordine di fermarsi imposto dalla Guardia costiera o dalla Guardia di finanza può essere arrestato.
Previsto inoltre anche i sequestro immediato delle navi - e non più, come stabilito nella prima versione, in caso di reiterazione del reato da parte della stessa imbarcazione - che potranno essere assegnate "dal prefetto in custodia agli organi di polizia, alle Capitaneria di porto o alla Marina militare, ovvero ad altre amministrazioni dello Stato che ne facciano richiesta per l'impiego in attività istituzionali". Le spese per la loro gestione sono a carico dell'ente che le ha in uso.
Una misura voluta fortemente dal M5S, e in particolare da Luigi Di Maio, che in questo modo si allinea alla guerra intrapresa da Salvini alle ong. Unica norma attenuata rispetto al testo iniziale è quella che stabilisce chi deve decidere il divieto di transito o di ingresso in acque territoriali. Sarà sempre il titolare del Viminale ma non più da solo, come avrebbe voluto la Lega, bensì in accordo con i ministri della Difesa e dei Trasporti e "informandone il presidente del consiglio dei ministri".
Ma il decreto prevede anche misure che non riguardano i contrasto all'immigrazione. Una seconda parte è infatti relativa all'ordine pubblico e prevede misure più rigorose per tutelare gli operatori delle forze dell'ordine. L'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo che renda difficile il riconoscimento della persona in caso di manifestazioni viene punito con l'arresto da due a 3 anni e con l'ammenda da 2.000 a 6.000 euro.
Chiunque nel corso di manifestazioni "lancia o utilizza illegittimamente razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l'emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere, è punito con la reclusione da uno a 4 anni".
Infine la Lega ha ottenuto il via libera al cosiddetto "pacchetto polizia", ovvero una serie di norme a favore della polizia di Stato e dei vigili del fuoco. Tra queste l'aumento degli straordinari, risorse per il miglioramento e il ricambio del vestiario e aumento dei buoni pasto da 4 a 7 euro.
di Maurizio Molinari
La Stampa, 21 luglio 2019
Il battistrada è il Canada ma Germania e Gran Bretagna sono in piena sintonia e l'allarme investe Stati Uniti, Austria e Francia: l'estremismo neonazista ha generato gruppi terroristi che devono essere affrontati in quanto tali. È la decisione del Canada di includere due gruppi neonazisti nella lista delle organizzazioni terroristiche a segnare una svolta nell'approccio delle democrazie occidentali al pericolo che viene dall'estrema destra.
L'identikit di questi gruppi ne descrive la pericolosità: "Blood and Honour" (Sangue e Onore) prende nome dal motto della Hitler-Jugend nazista, nasce in Gran Bretagna, si sviluppa nell'Europa continentale e in Nord America come un network di naziskin razzisti che promuove l'odio violento contro migranti, musulmani, ebrei e chiunque non la pensi come loro.
Anche "Combat 18" si origina in Gran Bretagna, poi si espande in Europa con omicidi e attentati che culminano con l'uccisione del politico tedesco Walter Lubcke, in giugno, accusato di essere pro-migranti. In particolare, il governo di Ottawa individua in "Combat 18" e "Blood and Honour" quattro elementi che li assimilano alla pericolosità delle cellule jihadiste islamiche. Primo: sono "globali per natura" perché operano in più Paesi.
Secondo: aderiscono ad un'ideologia che incita all'uso della violenza contro i civili e all'intimidazione del prossimo per raggiungere i propri obiettivi. Terzo: includono gruppi armati. Quarto: adoperano il web per reclutare, diffondere le immagini dei propri attacchi e favorire emulazioni. Da qui la decisione canadese di includere "Blood and Honour" e "Combat 18" nella lista di organizzazioni terroristiche creata dopo gli attacchi jihadisti dell'11 settembre 2001 dove finora c'erano circa 60 gruppi islamici.
"Siamo molto preoccupati per la minaccia violenta che viene dai gruppi neonazisti che sostengono, promuovono e commettono atti razzisti, etno-nazionalisti, anti-governativi e misogini" spiega David Vigneault, direttore dell'intelligence canadese, ricordando come gli attacchi neonazisti contro la moschea di Quebec City nel 2017 e con un camioncino a Toronto nel 2018 hanno una genesi ideologica comune alla strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, dove in marzo un killer suprematista ha ucciso 51 fedeli in due luoghi di culto musulmani.
Si tratta infatti di individui e gruppi che usano il termine "identitario" - come avviene anche in Francia ed Austria - per definirsi suprematisti bianchi. Germania e Gran Bretagna condividono tale allarme e stanno valutando l'adozione di adeguate contromisure. A Berlino la polizia afferma che le violenze di estrema destra sono aumentate del 50 per cento negli ultimi due anni. A Londra quattro attentati neonazisti sono stati sventati dal 2017 ed il "Joint Terrorist Analysis Center" ha ricevuto dal controspionaggio il compito di redigere una strategia di difesa ad hoc.
"Ci troviamo davanti ad una trasformazione delle attività di estrema destra - spiega Sajid Javid, ministro dell'Interno britannico - perché se prima erano piccoli gruppi impegnati a diffondere idee anti-migranti e suprematiste ora svolgono attività terroristiche, ponendo minacce alla sicurezza nazionale". A tale riguardo, il caso americano è esemplare perché si è passati nell'arco di meno di due anni dagli slogan antisemiti gridati durante la fiaccolata suprematista a Charlottesville, in Virginia, agli attentati neonazisti contro le sinagoghe di Pittsburgh e San Diego, causando rispettivamente 11 e una vittima. Tale svolta, osserva l'analista militare norvegese Jacob Aasland Ravndal, "avviene nella cornice della sovrapposizione fra aumento dei migranti, terrorismo islamico, crescita del sostegno pubblico all'estrema destra e boom della disoccupazione giovanile".
Ovvero, l'odio jihadista e l'odio neonazista si alimentano a vicenda anche grazie all'uso del web che innesca reazioni a catena sugli opposti fronti. A documentarlo, dati alla mano, è l'Università del Maryland in un recente studio nel quale spiega come il terrorismo separatista bianco in Europa, Nord America ed Oceania "era in stallo a metà degli anni 2000" ma poi si è impennato a seguito dell'"aumento di popolarità" nei rispettivi Paesi.
La Repubblica, 21 luglio 2019
Nuova stretta contro pornografia, bullismo e intimidazioni: i profili verranno disabilitati in base alle violazioni. Nuove norme di Instagram per disabilitare gli account che presentano contenuti non conformi agli standard. In base alle regole esistenti, la società già disabilita i profili che presentano una determinata percentuale di contenuti non conformi. Ora, rimuove gli account con un certo numero di violazioni in un determinato intervallo di tempo. E introduce anche una nuova procedura di notifica per aiutare gli utenti a capire se il loro profilo è a rischio disabilitazione.
"Questa notifica - spiega la società - offrirà la possibilità di fare ricorso in caso di rimozione di contenuti per nudità e pornografia, bullismo e intimidazioni, incitamento all'odio, vendita di sostanze stupefacenti e terrorismo. Se un contenuto viene rimosso per errore e viene presentato ricorso contro la decisione, la violazione verrà rimossa dai record dell'account".
"L'aggiornamento di oggi - conclude Instagram - è un passaggio molto importante per il miglioramento delle nostre normative e per la sicurezza e la solidarietà sulle nostre piattaforme. Lavoriamo con il team di Facebook per garantire che Instagram sia un luogo solidale per tutti e queste modifiche ci consentiranno di rilevare e rimuovere velocemente gli account che violano ripetutamente le nostre normative".
L'Osservatore Romano, 21 luglio 2019
Promosso dal movimento Silsilah a Zamboanga. Anche l'universo carcerario può diventare una piattaforma di dialogo tra le religioni e di sviluppo delle relazioni umani: ne sono convinti i membri del movimento islamo-cristiano "Silsilah" - che in arabo significa catena - nato 35 anni fa sull'isola di Mindanao, nelle Filippine, dalla volontà di un sacerdote del Pontificio istituto missioni estere (Pime), padre Sebastiano D'Ambra.
L'impegno di Silsilah negli istituti penitenziari è iniziato diversi anni fa nel carcere della città di Zamboanga, situata a sud della penisola omonima, dove il gruppo ha potuto rafforzare sempre di più la sua attività di sensibilizzazione culturale, di formazione e di condivisione, il cui obiettivo è far incontrare cristiani e musulmani. Dopo alcuni anni, il movimento è stato invitato a condurre i propri progetti di formazione anche nella colonia penale di San Ramon, una delle più antiche delle Filippine, situata al di fuori della città di Zamboanga, lungo la costa.
La cura di questa struttura è stata affidata da padre D'Ambra - che è anche segretario esecutivo della commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale filippina - a un gruppo di volontari dell'Emmaus dialogue movement, un gruppo cattolico affiliato al Silsilah, e a un imam, che insegna presso la madrasah di Silsilah.
Gli operatori di Emmaus si occupano dei detenuti cristiani, mentre l'imam di quelli musulmani. Proprio in questi ultimi giorni si è concluso un ciclo di formazione di sei mesi, al quale hanno partecipato decine di detenuti, con la tradizionale cerimonia di consegna dei diplomi. Padre D'Ambra ha celebrato anche la messa, esprimendosi in cebuano, la lingua locale, parlata dalla maggioranza dei carcerati di San Ramon. L'omelia del missionario era dedicata al tema della speranza, presente - ha precisato - anche in un luogo come la colonia penale.
Per una maggiore diffusione del contenuto e dei risultati della formazione proposta da Silsilah a San Ramon, il sacerdote ha usato la piattaforma Internet del suo movimento: sul sito si può leggere la testimonianza commovente di uno dei detenuti, con un ringraziamento caloroso agli operatori. "Ci hanno fatto sentire parte della società, anche se viviamo in carcere, un luogo che consideriamo una comunità differente - confida - sono arrivati e hanno aperto di nuovo le nostre menti, ricordandoci di dare valore alla nostra vita; che tutte le cose hanno senso e valore; che un giorno Dio ci permetterà di essere liberi e potremo finalmente tornare alle nostre amate famiglie".
Da più di quarant'anni nelle Filippine, Sebastiano D'Ambra ha pubblicato recentemente un libro, "Interreligious dialogue. The mission of dialogue and peace in the light of the beatitudes", una sorta di vademecum in un mondo globalizzato e di violenza crescente. Edito in inglese dalla Claretian Communications Foundation, "vuole essere uno strumento di formazione al dialogo e di avvicinamento tra le religioni". Il testo aiuta a valutare le spiritualità di altre fedi e allo stesso tempo a capire e a rispettare le differenze tra cristianesimo e islam in generale, in particolare nel contesto filippino.
di Mattia Feltri
La Stampa, 20 luglio 2019
Al grido di tolleranza zero si marcia verso l'approvazione del decreto sicurezza bis. Pene più severe di qui, meno benefici di là, chiavi buttate, gente da far marcire dietro le sbarre: anche questo provvedimento è animato dalla particolare tendenza della filosofia del diritto così di successo non soltanto in questo governo ma in molti dei precedenti.









