edizionecaserta.com, 14 giugno 2019
"Angelo stava bene. Non ha mai avuto un problema". Lo ripetono comunque un mantra. I familiari di Angelo Serra, ma anche i suoi compagni di cella. Nessuno riesce a spiegarsi come, quel ragazzone di 38 anni, sia morto all'improvviso. Coloro che condividono con lui la camera alla casa circondariale ieri mattina sono andati a svegliarlo e hanno fatto la drammatica scoperta.
Inutili i soccorsi, il 38enne di Caivano era già deceduto da tempo probabilmente per un malore ma questa resta solo una delle ipotesi. Al momento le indagini vanno avanti in un riserbo stretto ed anche il suo legale di fiducia, l'avvocato Daniele Delle Femmine, attende di conoscere i primi atti dell'indagine. La famiglia al momento non ha presentato denuncia, ma la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha voluto comunque predisporre l'esame autoptico.
La salma è stata così sequestrata e trasferita all'istituto di medicina legale di Caserta dove domani mattina sarà effettuato il test, a questo punto indispensabile per conoscere la verità sul decesso. Soltanto dopo l'autopsia i familiari potranno rivedere il corpo del loro caro. Serra era recluso in quanto stava scontando una condanna per rapina: l'ultimo arresto era avvenuto proprio a Caserta nel gennaio 2018: venne bloccato dagli agenti della questura in piazza Carlo III dopo aver depredato una donna della sua borsa, sotto minaccia di una pistola rivelatasi poi finta. Un'esistenza piena di tunnel e costellata di problemi con la giustizia, dalla quale ora chi gli ha voluto bene attende una parola definitiva sulla sua morte.
milanotoday.it, 14 giugno 2019
Un uomo di 59 è morto all'interno del carcere milanese di San Vittore. La scoperta del cadavere è arrivata all'alba di venerdì. Attorno alle 5 sul posto - via Gian Battista Vico - è intervenuto il 118 con un'automedica e un'ambulanza. Il personale dell'Azienda Regionale Emergenza Urgenza, però, non ha potuto fare nulla per salvare la vita dell'uomo. Non ci sarebbero dubbi sulla natura suicidaria del gesto. Le indagini sull'accaduto sono in mano alla Polizia penitenziaria.
umbria24.it, 14 giugno 2019
Rosario Allegra, cognato del boss latitante Matteo Messina Denaro, è morto il 13 giugno 2019 all'ospedale di Terni. Il sessantacinquenne era stato arrestato dai pm di Palermo che lo consideravano il reggente designato del mandamento di Castelvetrano in assenza del padrino ricercato. Allegra era detenuto da molti anni in regime di 41bis e il 28 maggio scorso a suo carico si era aperto anche il processo per l'operazione Anno zero a carico di 18 presunti mafiosi e fiancheggiatori di Cosa nostra nel Belicino. Davanti al tribunale di Marsala per rispondere dell'imputazione di associazione mafiosa Allega, però, non è comparso. Il sessantacinquenne, infatti, era già stato ricoverato all'ospedale di Terni a causa di un aneurisma, che dopo oltre due settimane di ricovero gli ha stroncato la vita.
Redattore Sociale, 14 giugno 2019
Sessanta detenuti, uomini e donne, impareranno a preparare il cannolo, la pupa di zucchero, il torrone e la pasta reale. Tra gli obiettivi anche la realizzazione di una cooperativa e tirocini formativi esterni. Apprenderanno la millenaria arte della pasticceria siciliana con i suoi dolci più tipici. Si tratta di 60 detenuti (uomini e donne) del carcere di Palermo, su 120 partecipanti selezionati, che verranno coordinati dal maestro pasticcere Salvatore Cappello, che vanta una tradizione familiare centenaria tramandata di padre in figlio. Nello specifico, 32 uomini e 8 donne, parteciperanno alle varie fasi del progetto mentre altri 20 detenuti avranno la possibilità di fare i tirocini formativi che si potranno svolgere all'interno o all'esterno del carcere secondo quanto prevede l'articoli 21 del codice penale.
La presentazione è avvenuta ieri mattina nel teatro della Casa circondariale "Pagliarelli - Antonio Lorusso". Il progetto "Sprigioniamo Sapori" è finanziato dal Dipartimento Regionale della Famiglia e delle Politiche Sociali nell'ambito dell'Avviso 10/2016. Tutto il percorso è gestito dall'associazione I.D.EA. presieduta da Fabrizio Fascella, in partenariato con l'associazione Orizzonti onlus e la pasticceria Cappello con la collaborazione del "Pagliarelli" che, attraverso varie attività (orientamento, formazione, laboratori e tirocini), favorirà l'inclusione sociale e lavorativa dei detenuti. Il progetto è già iniziato lo scorso novembre con la prima fase di orientamento professionale dedicata alle 70 donne di tutta la sezione femminile da cui sono state scelte adesso 8 recluse.
"Il nostro progetto - spiega Aurelia Graná, direttore del progetto - prevede un corso di formazione di 600 ore per 8 donne che potranno acquisire una formazione spendibile a livello europeo, sempre grazie al maestro Cappello. Quattro, poi, saranno i corsi brevi dedicati e pensati per insegnare ai detenuti la realizzazione di dolci tipicamente siciliani come il cannolo, la pupa di zucchero, il torrone e la pasta reale che poche pasticcerie sanno fare a livello esclusivamente artigianale.
Speriamo così di dare loro l'occasione per diventare esperti e competenti. Ci saranno, poi, 24 borse di tirocinio che, in parte si faranno dentro il carcere come impresa simulata e in parte fuori, attraverso alcune associazioni di categoria del settore della pasticceria finalizzate all'inserimento più rapido nel mondo del lavoro. L'obiettivo è quello di accompagnarli verso un concreto reinserimento sociale che parta proprio dal lavoro come già abbiamo sperimentato a Siracusa. Un altro obiettivo per i detenuti è quello di creare una cooperativa di produzione al linterno finalizzata alla commercializzazione".
"Insieme a mio figlio abbiamo partecipato dentro al carcere a parecchie iniziative come volontari. Questa volta invece si tratta di un progetto diverso che è finanziato e che vuole dare delle opportunità professionali significative ai detenuti, uomini e donne - sottolinea il maestro pasticciere Salvatore Cappello.
Abbiamo già, infatti, iniziato da tre mesi con 8 donne che, ieri durante la presentazione del progetto, ci hanno commosso per la testimonianza poetica che ci hanno voluto dare finora sull'esperienza svolta. Speriamo che sapranno sviluppare in futuro le competenze che in questi mesi acquisiranno. La pasticceria artigianale è una attività molto impegnativa che, proprio perché richiede dedizione e sacrificio, fanno oggi in pochi ma che invece va pienamente valorizzata rispetto ai dolci industriali".
infoaut.org, 14 giugno 2019
Grazie al coraggio di due detenute si torna a parlare delle vergognose condizioni detentive al carcere de L'Aquila. Lo sciopero arriva nel contesto di un tentativo di inasprimento del regime del 41bis. Il 6 giugno scorso il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini ha ipotizzato un ulteriore restrizione della possibilità di interrompere l'isolamento a cui sono costretti i detenuti sottoposti 41bis. Il dirigente del Dap, in commissione antimafia, ha parlato di "una proposta di modifica normativa nel senso di escludere i garanti locali dal potere di visita e di colloquio con i detenuti al quarantuno bis".
La gravità di tali esternazioni ha prodotto immediatamente polemiche: prima tra tutte è arrivata la reazione dell'Unione delle Camere Penali che ha espresso la sua preoccupazione per una norma che interviene su detenuti a cui sono già "oltremodo contratti i diritti soggettivi e le libertà individuali" (oltre a rivelare la cultura dell'amministrazione penitenziaria che considera evidentemente i garanti un ostacolo al sereno funzionamento del carcere).
Si capirà nei prossimi mesi se questo orientamento troverà ulteriore corrispondenza nell'attività del legislatore, certamente è in continuità con l'atteggiamento mantenuto dallo stato italiano sul 41bis: nonostante le condanne degli organi della giustizia comunitaria e le denunce delle associazioni per i diritti umani, il ricorso a questa forma di tortura non è mai stato messo in discussione, ne tanto meno è stato rivista la natura di tale regime detentivo. Del resto già l'estensione del ricorso alla videoconferenza per le udienze andava nelle direzione di irrigidire l'isolamento dei detenuti, impedendo il contatto "dal vivo" anche durante le scadenze processuali e limitando enormemente la possibilità di difendersi.
Le dichiarazioni del capo del Dap confermano la predisposizione verso una regolamentazione ulteriormente restrittiva e un'applicazione sempre più estensiva della carcerazione speciale. È il caso questo della casa circondariale de L'Aquila. Su circa 180 detenuti, 150 sono confinati nelle 7 sezioni di 41bis. Per gli altri, di fatto, il regime detentivo è molto simile. Per garantire l'isolamento totale di chi è sottoposto al carcere duro si isola anche chi dovrebbe essere in "semplice" regime di alta sorveglianza 2 o chi è un detenuto comune. Le celle sono organizzate per il 41bis e le guardie conoscono solo quel regolamento. Così a tutti quanti è impedito di tenere libri con se e le perquisizioni corporali avvengono più volte al giorno.
Alla violenza della legge e agli arbitri dell'amministrazione penitenziaria si aggiungono l'incuria e la mancanza di manutenzioni. I pochi spazi comuni previsti dall'architettura distopica della casa circondariale sono interdetti alla frequentazione di chi è privato della propria libertà: il campo da calcio è infestato dalle erbacce, il piccolo spazio verde per i colloqui chiuso da più di sei anni.
La tortura dell'isolamento presso che totale viene inasprita dalla pioggia che cade nelle celle e dall'assenza di acqua calda. Dal 29 maggio scorso due detenute della sezione AS2 de l'Aquila, Anna e Silvia, hanno deciso di intraprendere una sciopero della fame per reagire a questa tortura nella tortura che è il carcere speciale, per far sapere fuori l'arbitrio costante a cui sono sottoposte, chiedono l'immediata chiusura di queste sezioni infami. Sono ormai al diciassettesimo giorno di sciopero della fame e la sola risposta arrivata dalla direzione del carcere è il consiglio di smetterla con la protesta mentre per ripicca è stato loro vietato di usufruire della sola ora di socialità fuori dalla cella che era loro concessa.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2019
"Sono agevolati la frequenza e il compimento degli studi universitari e tecnici superiori, anche attraverso convenzioni e protocolli d'intesa con istituzioni universitarie e con istituti di formazione tecnica superiore", si legge nell'ordinamento penitenziario riformato lo scorso ottobre. L'istruzione è innanzitutto un diritto fondamentale della persona, libera o reclusa che sia. In secondo luogo, è lo strumento principale di emancipazione da qualsiasi percorso criminale. Infine, la legge italiana lo elenca tra gli elementi di quel trattamento rieducativo che dovrebbe portare la persona detenuta a reintegrarsi nella società e a non commettere più reati. Dunque, il nostro ordinamento la considera un elemento di tutela della sicurezza.
Nelle ultime settimane abbiamo ricevuto varie segnalazioni in merito alla chiusura improvvisa e immotivata di corsi scolastici all'interno di carceri della provincia di Cosenza. Abbiamo scritto al Direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale per la Calabria per chiedere smentite, conferme o motivazioni; ma non abbiamo ricevuto risposta. Abbiamo anche scritto al dirigente scolastico dell'istituto toccato dalla prima segnalazione, l'istituto professionale Ipseoa di Paola, ma anche da qui non abbiamo saputo nulla.
Sembra che oggi nelle carceri di Castrovillari, Paola, Rossano e Cosenza siano stati cancellati tutti i corsi di scuola secondaria superiore, se non per qualche classe quinta rimasta senza troppo criterio. Ben 34 classi sarebbero state soppresse. I docenti dell'istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Castrovillari, destinatari di trasferimenti forzati, si stanno attivando per ricorsi a titolo personale. Gli studenti detenuti iscritti ai corsi, niente affatto in numero irrisorio, resteranno in cella a oziare sulla branda.
Nel corso del 2018 si sono iscritte a corsi scolastici 20.357 persone detenute, 2mila in più dell'anno precedente. A metà anno, risultava iscritto a qualche livello del percorso scolastico il 34,64% della popolazione carceraria italiana. Una percentuale sempre troppo bassa, se si considera lo scarso tasso di istruzione, e perfino l'analfabetismo, che ritroviamo in carcere. Ma comunque due punti in più rispetto alla medesima percentuale relativa a un anno prima. Cosa sta succedendo a Cosenza? Come associazione che da quasi tre decenni lavora nel campo della promozione dei diritti e delle garanzia in ambito penale e penitenziario, chiediamo che ci venga data almeno una risposta.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 14 giugno 2019
La relazione della Garante: "Molti dovrebbero essere in altre strutture". Una Caienna. Dove il sovraffollamento è direttamente proporzionale alla mancanza di personale. Non ha lasciato alibi la relazione fatta ieri in consiglio comunale da Margherita Forestan, garante dei diritti delle persone private della libertà personale, sulla casa circondariale di Montorio. Ci dovrebbero essere 335 posti nelle celle scaligere. "Ad oggi sono oltre 550".
Una caienna. Dove il sovraffollamento è direttamente proporzionale alla mancanza di personale. Dove dovrebbero esserci solo detenuti in attesa di giudizio. E invece è un pullulare di condanne in via definitiva, anche per reati gravi. Dove le persone, sia quelle "costrette" che quelle che ci lavorano, sono il valore che rende sopportabile la vita quotidiana. Non ha lasciato alibi, la relazione fatta ieri in consiglio comunale da Margherita Forestan, garante dei diritti delle persone private della libertà personale sulla casa circondariale di Montorio. Hanno parlato i dati, per quello che i veronesi chiamano "carcere" ma che, tecnicamente, non lo è. Una "sottigliezza", ma che per Montorio è fondamentale.
Ci dovrebbero essere 335 posti disponibili, nelle celle scaligere. Ma dentro ci sono 525 persone: 474 uomini e 51 donne. Vale a dire 190 di troppo, rispetto alla capienza massima. I dati sono riferiti al 2018. "Ad oggi - spiega Margherita Forestan - sono oltre 550". Lei, la "garante", è quella figura che media tra chi è detenuto e l'amministrazione penitenziaria. "Tutte quelle persone in più - racconta - le senti e le vedi soprattutto nella difficoltà di gestire la loro pena. Verona nasce come casa circondariale, ma ormai si è trasformata in una casa penale. Dovrebbero esserci solo detenuti in attesa di giudizio, invece sugli oltre 550 presenti in questi giorni più di trecento hanno condanne definitive. Persone che, ovviamente, vanno condotte e seguite in maniera diversa. E in altre strutture. Invece sono qui.
E garantire loro un percorso diventa difficile quando, come nel cado di Montorio, ti mancano anche i pedagogisti. Su sei previsti ce ne sono 4...". Viene gonfiato, Montorio. Di detenuti. Nonostante l'anemia di personale. "Verona - continua Forestan - ha un'ottima polizia penitenziaria, che cerca di ovviare alle mancanze dell'amministrazione penitenziaria".
Anche qui parlano i dati: sui 380 agenti previsti - e che vengono calcolati sulla massima capienza e non su quella reale - gli effettivi sono 344. Con un problema anche a monte: quello dei magistrati di sorveglianza. "Sono tre e fanno un ottimo lavoro, ma manca il personale di sostegno e le pratiche si accumulano". Eppure a Montorio molte cose funzionano: il lavoro, con oltre un centinaio di detenuti impiegati con le cooperative. Per loro corsi di formazione sartoriale, cura degli animali, saldatori, falegnami. E la scuola. "Se ne fa molta, anche perché sono convinta che la cultura, lo sport, mostrino a queste persone l'altra medaglia della vita".
In 135 uomini e 10 donne l'anno scorso hanno frequentato corsi di alfabetizzazione e di scuola primaria inferiore. Altri 29 sono stati studenti dell'istituto alberghiero Berti. In 23 hanno seguito il corso liceale e in 4 sono iscritti all'università. Poi c'è la struttura. Quella gracile, di una casa circondariale che ha solo 27 anni, ma che si sta piegando al tempo. "Molte aree hanno problemi di infiltrazione d'acqua con cedimento di soffitti e pavimenti e questo nonostante la continua manutenzione che pur in presenza di ridotti finanziamenti la direzione cerca di garantire".
Ha lanciato un j'accuse duro, ieri, la Garante. "La delusione per la mancata approvazione da parte del governo della riforma dell'ordinamento penitenziario. Ci avrebbe aiutati a risolvere il sovraffollamento e non solo...". Ma anche facilitare quella "messa alla prova" che al momento a Verona coinvolge 558 persone. Per loro non si aprono le celle, con l'impegno davanti a un giudice di seguire un percorso di reinserimento. "Nessuno è tornato a delinquere o è entrato in carcere per altri reati - analizza Forestan -. Ampliare questa misura con quella riforma sarebbe stato fondamentale". E forse Montorio tornerebbe ad essere più vivibile. Non solo per i detenuti.
zerottonove.it, 14 giugno 2019
Arrivato al carcere di Fuorni un tir con macchinari e attrezzature necessari alla realizzazione della pizzeria sociale. L'opera è stata avviata lo scorso 25 marzo. È arrivato nel pomeriggio di ieri presso la Casa Circondariale di Salerno un tir con i macchinari e le attrezzature necessarie alla realizzazione della pizzeria sociale, in fase di allestimento per il reinserimento dei detenuti del carcere "Antonio Caputo". Il carico è stato sistemato all'interno delle mura del carcere di Fuori, grazie all'impegno dei volontari dell'Associazioni Volontari Penitenziari Cattolici, coordinati da Pasquale Vertucci. L'operosità e la solerzia dei volontari, la cui presenza è sempre di grande utilità ed importanza all'interno del carcere, ha consentito in poche ore di sistemare nei luoghi della pizzeria sociale i tanto attesi "pacchi".
Uno straordinario passo in avanti per il completamento dell'opera, che è stata avviata lo scorso 25 Marzo, alla presenza del Direttore della struttura detentiva Rita Romano e del Presidente della Fondazione Casamica, Carmen Guarino.
Continuano, intanto, gli appuntamenti nelle attività che hanno aderito alla campagna di raccolta fondi per la realizzazione della pizzeria all'interno della Casa Circondariale di Salerno. Grazie alle cifre raccolte fino ad adesso sono stati ultimati i lavori edili e acquistate le attrezzature utili. Il progetto ad oggi ha visto coinvolti ben 10 operatori della ristorazione, tra pizzerie e ristoranti del territorio, che hanno dato la propria disponibilità ad "ospitare" serate finalizzate a sostenere il progetto sociale per l'inserimento lavorativo dei giovani detenuti.
Le cene di solidarietà sono volute da Fondazione Casamica insieme ai partners Fondazione Comunità Salernitana, Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Salerno, Casa Circondariale, con la collaborazione di Fondazione Carisal e Camera di Commercio di Salerno. Il prossimo 18 Giugno nuovo appuntamento al ristorante Nice in via Velia, 56 di Salerno. Aperte le prenotazioni per i posti a sedere disponibili. Il Progetto, lo ricordiamo, ha l'obiettivo di attrezzare un locale, all'interno dell'Istituto di pena di Salerno, con un forno e con tutto ciò che occorre per poter realizzare una Pizzeria e formare i detenuti con un Percorso formativo di Qualifica professionale.
di Giuseppe Abbatepaolo*
gnewsonline.it, 14 giugno 2019
Il carcere non è una discarica di rifiuti umani dove poter ammassare gli "ultimi" della società e sbarazzarsi di loro come inutili, ingombranti e sgraditi. Ad arginare la sempre incombente pervasività di quest'idea soccorre il precetto costituzionale che impone l'obbligo giuridico, prima ancora che civile e sociale, di fare in modo che le pene tendano alla rieducazione del condannato. Non a caso, i dati ci mostrano come il rischio di recidiva si abbatta notevolmente se il detenuto trova un nuovo lavoro.
E così, in un incredibile gioco di parole e assonanze, se per i rifiuti industriali si deve prevedere la possibilità di un riuso e riciclo, al pari si pone la necessità della valorizzazione del percorso rieducativo dei detenuti per una loro ricollocazione sociale, attraverso la formazione e l'apprendimento al riutilizzo e recupero di quelle materie contenute nei prodotti industriali destinati a essere buttati via: le cosiddette materie prime seconde.
I limiti dell'economia lineare, quella dell'usa e getta, e le sue conseguenze possono essere superati dal modello di un'economia circolare che si appropri della cultura del riutilizzo dello scarto industriale. Il valore economico delle materie prime utilizzate che possono rinascere a una nuova vita, tra cui metalli preziosi quali oro e argento, è stimato intorno ai 21 miliardi di euro annui e incrocia evidentemente la possibilità di creazione di nuovi posti di lavoro anche attraverso il trattamento rieducativo penitenziario.
Sono questi gli assi portanti del Protocollo Operativo stipulato ieri, presso il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di Bari, tra il Provveditore regionale Carmelo Cantone, il Direttore della Casa Circondariale di Bari Valeria Pirè, i due Magnifici Rettori, Antonio Felice Uricchio per l'Università degli Studi di Bari e Eugenio Di Sciascio per il Politecnico di Bari, e l'amministratore delegato della Glob Eco Srl Angelo Messina.
Secondo Cantone: "Si tratta di un progetto concreto e articolato, con il prezioso sostegno dei due poli universitari baresi, che prevede la creazione di un laboratorio allestito all'interno della Casa Circondariale di Bari che consentirà la formazione professionale dei detenuti finalizzata all'apprendimento delle teorie e delle tecniche necessarie per lo smontaggio guidato di materiali secondari".
Il progetto, che prenderà concretamente avvio a settembre una volta ultimata la procedura di allestimento dello spazio dedicato alle attività laboratoriali, nella fase iniziale vedrà il coinvolgimento di 10 detenuti, mentre a regime costituirà una fondamentale articolazione lavorativa della Casa Circondariale di Bari. La firma del protocollo è stata inoltre l'occasione per lanciare sul tavolo negoziale, da parte dei rappresentanti universitari, l'ambiziosa e futuribile creazione di un Polo Didattico Penitenziario.
*Referente per la comunicazione del PRAP Puglia e Basilicata
di Rita Schena
Gazzetta del Mezzogiorno, 14 giugno 2019
Che cos'è un carcere? Un luogo di detenzione ed afflizione o un luogo dove poter rinascere a nuova vita? Il dibattito sembrerà datato (dal saggio di Cesare Beccaria "Dei delitti e delle pene" del 1764 in poi) ma ancora oggi non è ben chiaro a tutti che chi è recluso non sconta una "vendetta di Stato", ma una punizione per un atto commesso che gli dovrebbe permettere, una volta scontata, di reinserirsi nella società.
Ecco perché è sempre bello raccontare che torna per la sesta edizione (dal 17 al 28 giugno), "Caffè Ristretto", laboratorio di scrittura creativa e di incontri culturali dedicati ai detenuti dell'istituto penitenziario per adulti "Ruggi" e, da tre anni, anche ai ragazzi dell'Istituto Minorile "Fornelli", Il progetto ideato, organizzato e curato dalla scrittrice e drammaturga Teresa Petruzzelli, è svolto in collaborazione con l'insegnante e operatrice culturale Mariangela Taccogna e finanziato anche quest'anno dall'Assessorato alle Politiche giovanili del Comune.
Un segno tangibile di quanto non sia sprecato investire su chi si trova in detenzione. Durante "Caffè ristretto" sono previsti laboratori di scrittura, teatro, cinema, storytelling e incontri con autori, esperti di teatro e giornalisti. Il mondo del "fuori" che incontra quello "dentro" a dimostrazione che si può ripartire, anche con la cultura.
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