di Giuseppe Natrella
lameziaoggi.it, 27 luglio 2019
Quando educazione si coniuga con il rispetto della persona, dell'esistente per la crescita e lo sviluppo del patrimonio quanto della dignità. Nello spirito dell'art. 27 della Costituzione, il trattamento rieducativo dei soggetti "ridotti in vinculis" deve tendere "al reinserimento sociale degli stessi, il lavoro all'interno ed all'esterno degli Istituti Penitenziari, anche accompagnato da opportune iniziative di formazione e tutoring, rappresenta uno strumento fondamentale di rieducazione, recupero e reinserimento sociale dei soggetti detenuti in espiazione di pena definitiva. Ed è esattamente con lo stesso spirito che la Casa Circondariale ed il Comune di Castrovillari hanno sottoscritto un protocollo d'intesa per la promozione del lavoro di pubblica utilità.
Attraverso tale protocollo si è poi sviluppato il progetto dal titolo "Mi riscatto per l'ambiente" che vedrà impegnati sul territorio cittadino quattro detenuti nella cura di alcune aree verdi ubicate in zone centrali della Città. A seguito della stipula della convenzione- spiega l'Amministrazione Lo Polito- sottoscritta presso la Casa Circondariale dal direttore, Giuseppe Carrà,e dall'Assessore all'Ambiente, Pasquale Pace, delegato dal Sindaco, il progetto in questione sarà attivato operativamente dal prossimo 31 Luglio e proseguirà fino al mese di Ottobre anche attraverso il contributo dei Lions,Kiwanis, Rotary di Castrovillari e dell'associazione Anpana che avrà il compito di accompagnare i detenuti su loro posto di lavoro.
Presenti alla firma della convenzione anche l'ingegnere Roberta Mari, responsabile del Settore Pianificazione e Gestione del Territorio del Comune, la dott.ssa Maria Pia Barbaro, funzionario Giuridico Pedagogico e l'avv. Luigi Bloise che ha curato per conto della Casa circondariale il complesso iter burocratico per l'attivazione di tale protocollo d'intesa. Si è poi proceduto, con una breve lezione dimostrativa, all'utilizzo dei dispositivi di sicurezza e degli strumenti per espletare la manutenzione delle zone verdi da parte di Francesco Alessandria, dipendente municipale.
Carrà ha tenuto a sottolineare come "questa buona pratica di reinserimento sociale fa parte di un percorso riabilitativo teso a valorizzare la presa di coscienza degli errori commessi da parte dei detenuti che, così, decidono di restituire alla società, sotto forma di contributo lavorativo ed effettivo, una parte delle loro azioni pregresse"; mentre l'assessore Pace ha evidenziato come "l'amministrazione abbia subito colto questa opportunità per contribuire a dare dei segni tangibili di riscatto sociale utilizzando, appunto, le tematiche ambientali e di decoro urbano, individuando delle aree interne della città piuttosto che quelle periferiche al fine di favorire tale processo di riscatto sociale". Entrambe le parti infine auspicano che questo sia solo l'inizio di una sempre maggiore collaborazione istituzionale tesa ad accrescere quelle compartecipazioni a più voci fondamentali per inclusioni possibili.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 luglio 2019
L'iniziativa dei Giudici di Sorveglianza per le difficoltà legate al sovraffollamento. Anche nella provincia di Avellino è emergenza carcere. Lo denuncia al Dubbio il responsabile regionale dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere penali, l'avvocata irpina Giovanna Perna: "Come ha confermato il rapporto Antigone, anche qui esiste il problema del sovraffollamento". La Casa Circondariale Bellizzi di Avellino, secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 18 luglio, ospita su 501 posti regolamentari 599 detenuti.
Mentre quella di Ariano Irpino 327 su 275 posti regolamentari di cui 5 non disponibili. Nella casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi invece ci sono 175 reclusi a fronte dei 126 posti regolamentari. "Le strutture dell'Alta Irpinia - prosegue Perna così come sono dislocate territorialmente non facilitano i colloqui dei detenuti con i familiari, soprattutto di quelli napoletani".
Questa criticità si aggiunge ad altre, che l'avvocata Perna raccoglie durante i colloqui settimanali che ha con i detenuti, anche come collaboratrice del Garante provinciale delle persone private della libertà personale: "In carcere il caldo si fa sentire molto di più, le strutture spesso sono fatiscenti, e molte volte non vengono effettuate attività trattamentali soprattutto nell'istituto di Ariano Irpino, dove ci sono purtroppo molti detenuti giovani, classe 1991, che non fanno nulla durante tutto il giorno.
Ciò incide negativamente sul fine rieducativo della pena. Fino a qualche giorno fa c'era un solo educatore per oltre 150 persone. Addirittura un detenuto mi ha raccontato che è da 26 mesi che tenta di avere un incontro con un educatore ma ancora non gli è stata fornita questa possibilità". Le conseguenze di questa situazione, ci spiega l'avvocata, sono le rivolte in carcere, perché "i detenuti non sono occupati e il tempo non passa mai".
La ciliegina sulla torta di questa rappresentazione è la carenza di assistenza sanitaria: "Dobbiamo registrare una mancanza di farmaci e l'assenza di psichiatri in questi tre istituti. Accertare adeguatamente un disagio psichiatrico potrebbe consentire al magistrato di sorveglianza di sostituire la carcerazione con una pena meno afflittiva. Con tutti questi problemi è necessario che il legislatore intervenga con una certa urgenza".
La situazione sanitaria è talmente critica che i magistrati di sorveglianza hanno trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica. Ma fino ad ora nessun miglioramento, anzi, racconta l'avvocata al Dubbio: "Qualche giorno fa un detenuto in preda ad un raptus non gestito da un punto di vista farmacologico ha aggredito al viso il suo legale". Una situazione che incide anche sul lavoro della polizia penitenziaria: "Gli agenti non riescono a svolgere in maniera serena la loro funzione".
La Camera Penale irpina per sanare in parte questa situazione ha deciso di riattivare da settembre lo "sportello carcere", attraverso il quale si orientano i detenuti e attraverso cui alcune istanze vengono anche trasmesse al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: "Auspichiamo che ci siano tanti colleghi volontari - chiude l'avvocata Perna - per dare un contributo. Lo sportello aiuta a dare delle risposte a quei detenuti che o non hanno un difensore o lo hanno ma non si presenta ai colloqui; oppure a quei reclusi che vogliono aggiornamenti sulle leggi che continuamente cambiano. O ancora a quelli che potrebbero uscire dal carcere perché mancano loro pochi mesi da scontare ma nessuno li notizia in tal senso".
di Emilio Enzo Quintieri*
corrieredellacalabria.it, 27 luglio 2019
Si chiamava Golomaschi Antonio Petru, era un cittadino rumeno senza fissa dimora ed incensurato: da tempo presente a Reggio Calabria era stato arrestato il 16 luglio scorso dalla Polizia per un presunto sequestro di minore. Si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere Arghillà del capoluogo dello Stretto.
Nonostante il suo legale d'ufficio, Valentino Mazzeo, avesse chiesto al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale locale di disporre per lui una perizia psichiatrica, e nelle more il ricovero in una struttura sanitaria esterna, poiché probabilmente affetto da gravi disturbi psichiatrici, come emerso già all'atto dell'arresto, il Giudice aveva respinto l'istanza, confermando la custodia in carcere.
Nelle carceri calabresi si continua a morire. Ed il Consiglio regionale della Calabria (che si riunirà il 1° agosto) continua a non eleggere il Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, nonostante espressamente diffidato ad adempiere.
Si tratta della solita tragedia annunciata. Mi domando per quale motivo il Gip di Reggio Calabria non abbia accolto la richiesta del difensore disponendo una consulenza psichiatrica ed il ricovero in una struttura sanitaria per questo poveraccio, anziché tenerlo nel sovraffollato Carcere di Arghillà (360 detenuti presenti a fronte di una capienza di 302 posti), Istituto in cui peraltro risulta carente, oltre al personale di Polizia Penitenziaria (113 unità a fronte delle 160 previste dalla pianta organica) e della professionalità giuridico pedagogica (4 funzionari a fronte dei 7 previsti), l'assistenza sanitaria ed in modo particolare quella specialistica di tipo psichiatrico (6 ore settimanali con circa 100 detenuti con problemi psichiatrici di cui circa 30 ad alto rischio suicidario) nonché quella psicologica (8 ore settimanali).
Ad oggi, sono 77 i detenuti morti negli Istituti Penitenziari d'Italia, 28 dei quali per suicidio. Ed in Calabria, in questi pochi mesi del 2019, sono morti 4 detenuti, 2 dei quali si sono tolti la vita. Segnalerò l'ennesimo vergognoso decesso e solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e della Salute per conoscere la dinamica e le cause della morte del detenuto e se durante la sua permanenza in Istituto abbia avuto tutta la sorveglianza e l'assistenza sanitaria di cui aveva bisogno, in forma adeguata ed efficiente.
*Radicali Italiani
di Paolo Frosina
Ristretti Orizzonti, 27 luglio 2019
Più fondi per contrastare il disagio psichico e l'epatite C nelle carceri e per aumentare i reparti ospedalieri dedicati ai detenuti. Il consiglio regionale della Lombardia ha approvato all'unanimità un ordine del giorno del consigliere Michele Usuelli (+Europa) che impegna, in modo vincolante, la Giunta a stanziare risorse per il trattamento del disagio psichico all'interno degli istituti di pena, a potenziare gli screening e le terapie per l'eradicazione del virus epatite C da carceri e servizi contro le dipendenze e ad incrementare il numero di reparti per detenuti all'interno delle Aziende sanitarie territoriali, in conformità alle indicazioni del provveditorato dell'amministrazione penitenziaria. "Regione Lombardia ha finalmente compreso l'importanza degli investimenti per la salute in carcere, determinanti per la riabilitazione del reo imposta dalla Costituzione e per ridurre i tassi di recidiva", dichiara Michele Usuelli, firmatario dell'odg. "Garantire il diritto alla salute dei pazienti detenuti, che spesso vengono da contesti di disagio e vulnerabilità, è un imperativo categorico che fa bene a tutta la società".
Secondo i dati 2016, il 65% della popolazione carceraria soffre di disturbi di personalità ed il 48% di disturbi legati all'uso di sostanze stupefacenti. I dati elaborati dall'Osservatorio Antigone mostrano che nel 2017 uno psichiatra è stato presente nelle sezioni di media sicurezza delle carceri lombarde soltanto per 8,5 ore ogni 100 detenuti.
Per quanto riguarda l'epatite C, invece, la sua sempre maggiore diffusione all'interno delle carceri è dovuta a vari fattori: la ristrettezza degli spazi a disposizione, l'alta incidenza di detenuti tossicodipendenti (34%), la presenza di soggetti provenienti da aree geografiche in cui il morbo è molto diffuso, la promiscuità forzata, e la presenza di persone ristrette che esercitavano la professione di sex worker. A fronte di tutto ciò, sul territorio lombardo è presente una sola struttura semplice di Medicina V Protetta - presso l'ASST SS. Paolo e Carlo di Milano - che ospita pazienti provenienti dagli istituti penitenziari di tutta la Regione.
*Gruppo consiliare +Europa Lombardia - Ufficio stampa
ilmonito.it, 27 luglio 2019
Ieri mattina il Garante per i diritti dei detenuti in Campania Samuele Ciambriello, insieme al magistrato di Sorveglianza Marco Puglia, all'assessore regionale per le Politiche Sociali Lucia Fortini hanno fatto visita ai detenuti della Casa circondariale Uccella di Santa Maria Capua Vetere. Dalla Regione sono stati donati 180 frigo nuovi per i reparti Senna, Tamigi e Tevere.
Sono stati inoltre attivati, come ricorda la direttrice del carcere Elisabetta Palmieri, due laboratori di sartoria dove gli stessi detenuti realizzeranno borse, accessori e vestiti per i trasferimenti dei detenuti. Il tutto gestito dall'amministrazione penitenziaria e dalla cooperativa Lazzarelle. "In questo carcere ci sono gravissimi problemi di sovraffollamento, mancanza di personale penitenziario e problematiche igienico sanitari. Gli allacci dell'impianto idrico sono fermi da più di tre anni, nonostante le risorse regionale. I fondi stanziati dalla Regione sono nelle mani dell'amministrazione comunale di Santa Maria Capua Vetere.
Pochi educatori e psicologi. Quei pochi che lavorano hanno a disposizione solo pochi minuti al mese da dedicare ai detenuti. Così il carcere toglie non solo libertà ma anche la dignità e i processi di reinserimento" - denuncia Ciambriello. Il magistrato Marco Puglia commenta: "Qui c'è una folta compagine del clan dei Casalesi, è un territorio difficile ma vivere male il carcere rende difficile il reinserimento nella società di queste persone". Lucia Fortini: "La Regione sta puntando sul welfare, bisogna investire sulle persone".
di Andrea Antonuccio
lavocealessandrina.it, 27 luglio 2019
Alla scoperta di "Betel". Intervista a Francesco Bombonato, presidente dell'associazione. Francesco Bombonato, classe 1956, insegnante del Cnos-Fap, Centro Nazionale opere salesiane - Formazione aggiornamento professionale, in pensione, sposato da 41 anni e con un figlio, è impegnato da molti anni con Betel, di cui ricopre la carica di presidente.
Betel è un'associazione di volontariato penitenziario, che svolge il proprio servizio sia all'interno degli istituti di pena di Alessandria (Don Soria e San Michele), sia all'esterno con ospitalità di detenuti in permesso premio, familiari in visita, persone agli arresti domiciliari o scarcerate. Lo intervistiamo in occasione della modifica dello statuto, passaggio "obbligato" dopo il Decreto legislativo n. 117 del 3 luglio 2017 che ha ridisegnato il Terzo settore in Italia.
Francesco, Betel non è più una Onlus?
"In realtà abbiamo modificato alcune parti dello statuto adattandolo alle nuove disposizioni. Ora siamo una "Odv": Organizzazione di Volontariato. E abbiamo anche un nuovo logo".
Ma cambiano anche i vostri scopi e il vostro modo di operare in carcere?
"Assolutamente no. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: colloqui, guardaroba per la distribuzione di indumenti e materiale per l'igiene personale, sostegno agli indigenti, corso di musica, gruppo di preghiera e diversi servizi, tra cui l'ottico e lo sportello di Segretariato sociale a seguito del protocollo operativo tra Patronato Acli, Istituti penitenziari "Cantiello e Gaeta" e Betel, sottoscritto nel 2017. E con alcuni detenuti è nato un progetto di adozioni a distanza, in cui i detenuti stessi si tassano mensilmente per sostenere quattro bimbi in Kenya. E poi vorrei sottolineare la collaborazione con il Polo Universitario operante a San Michele, nelle relazioni tra segreteria dell'Università e detenuto studente".
Di che si tratta?
"Il carcere di San Michele è polo universitario. I detenuti meritevoli, e che ne fanno richiesta, possono frequentare alcune facoltà dell'Università del Piemonte Orientale. La parte culturale è molto importante per il recupero personale e sociale di chi ha commesso reati, anche gravi. Più si fanno attività formative durante la detenzione e meno si incorre nella recidività. Per capirci, con la formazione e lo studio si passa dal 70% di "rientro" in carcere a fine pena, al 30%".
Come vi sostenete?
"La Betel non ha spese di struttura: la nostra sede, in via Vochieri 80 ad Alessandria, è messa a disposizione dal Csvaa (Centro Servizi Volontariato Asti e Alessandria, ndr), che ringraziamo per questo; non ci sono persone stipendiate o collaboratori in qualche modo retribuiti. Siamo tutti esclusivamente volontari a costo zero".
Ma allora da dove traete le risorse per fare quello che fate?
"Noi innanzitutto non abbiamo vergogna a chiedere, perché l'obiettivo ci sembra nobile ed evangelico: visitare i carcerati è un'opera di misericordia corporale. Ma non solo. Riveste anche una funzione sociale, perché si entra in sintonia con persone che sono in un percorso di detenzione e di recupero nello stesso tempo. Devo confessare che spesso anche noi volontari "mettiamo del nostro", soprattutto quando vediamo situazioni particolarmente gravi, o disperate".
Ma questo non è compito dello Stato?
"Certamente, ma i bisogni sono tantissimi, le persone dedicate, pur molto impegnate e coinvolte, non sono numericamente sufficienti. Il volontario è una forza aggiuntiva all'opera complessiva di rieducazione. In più, è una figura senza ruoli istituzionali: non è un giudice, un avvocato, un agente e così via, e quindi ha la possibilità di instaurare un rapporto più diretto e non "condizionato" con il detenuto, considerato soprattutto come persona. Con i suoi bisogni, le sue angosce e le sue difficoltà".
Torniamo alle risorse...
"Da diversi anni dalla Diocesi riceviamo un fondamentale contributo economico, che deriva dall'8xmille. Questo contributo, di cui siamo molto grati, ci consente di intervenire in grande misura sulle necessità concrete e quotidiane dei carcerati e delle loro famiglie, che vivono evidentemente delle situazioni di disagio, anche economico. Il contributo ci ha permesso di continuare il progetto "Casa Betel", due bilocali in affitto destinati all'accoglienza temporanea di detenuti, ex detenuti e loro familiari. Ma cerchiamo anche di venire incontro alle esigenze che per noi sono scontate: penso, per esempio, al caffè, al tabacco o alla bomboletta del gas per il fornelletto. Sembrano banalità, ma ci sono persone recluse che non hanno nulla e rischiano di peggiorare la loro condizione fino ad arrivare a compiere atti di autolesionismo".
Immagino che quando parli di Betel alcuni ti dicano che in fondo non vale la pena aiutare persone che hanno commesso reati, a volte anche gravi: in fondo, ricevono quello che si meritano... Tu cosa rispondi?
"La risposta è complessa e allo stesso tempo semplice: sono persone, e noi vogliamo incontrarle vedendole così, come persone. Capisco che non sia facile o naturale: è un percorso impegnativo che deve portare a un rapporto tra me e l'altro che supera i bisogni immediati e diventa umanità. E questa umanità non è un colpo di spugna sulle responsabilità, a volte pesanti, di chi è in carcere".
E cos'è, allora?
"Può essere l'inizio di una possibilità di riconciliazione, con se stessi e con le persone danneggiate dall'atto criminoso. Senza un rapporto perderemmo anche questa speranza e il mondo sarebbe molto più brutto. È proprio per questo desiderio di riconciliazione, che a volte è l'inizio di una conversione personale, che la figura del sacerdote all'interno del carcere è indispensabile. Perché lui può dispensare quel perdono sacramentale che io, da semplice laico, evidentemente non posso dare".
di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 27 luglio 2019
Cosa accade all'interno dell'Ipm di Quartucciu, le attività e i laboratori dedicate ai ragazzi detenuti. All'esterno della struttura si sente il rumore dei decespugliatori in azione, caschetti e tuta di protezione indossata proprio da loro, i ragazzi detenuti all'interno del carcere minorile. Prima che il cronista acceda alla struttura dalla cancellata di colore verde, il frastuono degli utensili si attenua e la curiosità dei minori è palese.
Varcata la soglia di ingresso, si apre un mondo cosiddetto "a parte", dove i 'reclusi' devono scontare la pena detentiva per vari reati: all'IPM di Quartucciu, guidato dal direttore Enrico Zucca, c'è però un'atmosfera surreale: i poliziotti della Penitenziaria non indossano le divise, gli educatori sono persone sensibili e attente, così come pure i volontari che hanno creato e realizzato all'interno della struttura uno dei tanti bellissimi progetti.
Cenni storici - Costruito all'epoca delle carceri d'oro (1980-81), l'Ipm di Cagliari doveva essere un carcere di massima sicurezza. Nel dicembre 1983 si decise invece di utilizzarlo come istituto per i minori, fino a quel momento detenuti in un braccio dell'ex carcere di Buoncammino a Cagliari. Fu adattato nel giro di pochissimi giorni. Mantiene le caratteristiche della massima sicurezza, con doppia cancellata che impedisce di vedere all'esterno dalle celle, sebbene il sistema di elettrificazione anti-scavalco del muro perimetrale non sia mai stato attivato.
takethedate.it, 27 luglio 2019
Lunedì 29 luglio 2019 alle ore 11.00 presso la Sala Gigli del Consiglio regionale della Toscana a Firenze, Franco Corleone, Corrado Marcetti, Saverio Migliori, Emilio Santoro e Grazia Zuffa invitano all'incontro promosso da Consiglio regionale della Toscana, Fondazione Giovanni Michelucci e Società della Ragione nella ricorrenza del Terzo Anniversario della scomparsa di Alessandro Margara per la presentazione del libro Carcere e Giustizia, ripartire dalla Costituzione a cura di Franco Corleone, Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana.
Il volume introdotto da Franco Corleone e Grazia Zuffa, raccoglie la discussione nata sull'uso populistico della giustizia penale e del carcere, quali armi contro i nemici sociali, avvenuta l'8 e 9 febbraio 2019 durante il convegno "Carcere e Giustizia ripartire dalla Costituzione rileggendo Alessandro Margara". Come riferimento per la lettura del volume viene presentato il testo di Alessandro Margara su come rispondere alle leggi ingiuste e razziste, con le testimonianze di Francesco Maisto e Beniamino Deidda.
"Meno stato e più galera": così si esprimeva profeticamente Margara qualche anno fa. Seguendo il suo pensiero sono state due le questioni messe al centro del dibattito: l'intreccio tra penale e politica, il significato che la giustizia e il carcere hanno assunto nel senso comune. Gli autori e le autrici dei saggi sono: Stefano Anastasia, Maria Luisa Boccia, Lucia Castellano, Luigi Ferrajoli, Patrizio Gonnella, Tamar Pitch, Andrea Pugiotto e Giovanni Salvi.
Sono pubblicate infine le conclusioni degli otto laboratori tematici che hanno preparato l'incontro di febbraio 2019: Città e sicurezza; Opg e Rems; 41bis e ergastolo; Droghe e carcere; Gli spazi della pena; Giustizia di comunità; Immigrazione e "sicurezza"; Donne e carcere. Il volume si chiude con il rapporto sull'avvio dell'Archivio Margara.
vanityfair.it, 27 luglio 2019
"PosSession" è una mostra in Triennale e un progetto che racconta come l'arte, la fotografia, e il teatro possono "salvare". A dirlo e a dimostrarlo sono le stesse detenute. Per loro e con loro ci siamo messi in posa all'interno del carcere milanese, abbiamo ascoltato le loro storie, guardato i loro ritratti. Perché "che senso ha cambiare, se nessuno vuole vederlo?"
"Quando entri in carcere, la prima reazione è quella di indossare una maschera. Come se quella non fossi tu, metti la tua vita in stand by, nell'attesa di uscire. Potresti solo svegliarti, mangiare, tornare a letto. Ma a un certo punto in me è scattato qualcosa, ho capito che pian piano dovevo aprirmi, era necessario intraprendere un percorso. Perché la mia vita è anche questa e devo affrontarla". Sonia, con un passato da imprenditrice, parla dal giardino interno di San Vittore, sezione femminile, e mentre lo fa tiene in mano un pacchetto di sigarette e una macchina fotografica.
Intorno a lei c'è un piccolo gruppo di volontari, cittadini, tutte donne. Donne come lei, come Elisa ed Elena, che a qualche metro di distanza stringono altre reflex. A scattare sono un po' tutti, ma le più esigenti sono loro tre. Cercano la luce giusta, tra gli alberi e le panchine del cortile, ti chiedono di metterti in posa ma non troppo. "Le foto più belle sono quelle spontanee", sostiene Sonia, a San Vittore da due anni.
È il secondo workshop, in poche settimane, organizzato all'interno del carcere milanese, fa parte di un progetto più ampio. Un vero set fotografico è entrato per la prima volta all'interno del reparto femminile, la regista e fotografa Cinzia Pedrizzetti ha immortalato otto detenute all'interno delle loro celle, e non solo. Il risultato - sedici ritratti inediti (e insoliti) - sono diventati una mostra (PosSession), visibile alla Triennale di Milano fino al 28 luglio, grazie alla collaborazione tra il direttore "illuminato" della casa circondariale San Vittore Giacinto Siciliano e Stefano Boeri, direttore della Triennale.
Le otto detenute, oltre a lasciarsi fotografare (con gli abiti di scena e non) e a imparare a farlo, hanno preso parte a un laboratorio teatrale ispirato ai diari di Frida Kahlo, di cui alcuni passaggi sono stati riscritti e reinterpretati dalle detenute stesse. Lo spettacolo Diarios de Frida, diretto da Donatella Massimilla del Cetec, è andato in scena nel giardino della Triennale il 23 luglio alle ore 21. Quelle stesse donne - per una sera - sono state così protagoniste delle mostra, attrici - molto emozionate - sul palco (grazie a un permesso speciale) e a loro volta hanno scattato altri ritratti ai milanesi presenti. Pedrizzetti e Siciliano hanno già in mente una nuova mostra.
"Da molti anni lavoro nelle carceri e credo che il recupero delle persone passi attraverso la creatività", spiega il direttore, che prima di San Vittore è stato responsabile di Opera. Solitamente quando una persona viene arrestata, gli altri applaudono. Per lui sono importanti altri tipi di applausi: "Quelli giusti, quelli meritati, gli applausi che riconoscono un cambiamento, ciò che sei riuscito a fare e diventare".
Elena, Sonia ed Elisa ci stanno provando. "Fotografare mi è sempre piaciuto, farmi fotografare molto meno. Ho sempre avuto problemi con la mia immagine, anche quando la vedevo riflessa sui finestrini delle auto", racconta ancora Sonia, "Qui non abbiamo specchi che ci permettano di guardarci a figura intera. Abbiamo solo quelli piccoli, da trucco, che non riescono nemmeno a inquadrare il nostro volto. Così la prima volta che mi sono vista in foto, dopo tanto tempo, mi ha fatto un grande effetto".
E ancora: "L'arte per me è sempre stata fondamentale non pensavo di trovarla qui dentro. Anche noi sentiamo il bisogno di emozionarci, di piangere, di tirare fuori quello che proviamo. Non è facile, ma vogliamo riuscirci". Si avvicina anche Elena, fa cenno di sì con la testa, è d'accordo, si siede accanto a Sonia. Le due, che hanno una storia molto diversa alle spalle, oggi sono amiche.
"Qui dentro il women power si sente davvero, è fortissimo. Si diventa complici, sorelle". Elena ha gli occhi grandi, blu e malinconici. Non ama parlare di sé: "Sono sempre stata molto timida". Ha 39 anni, e in cella ne ha trascorsi quasi venti. "La prima cosa che fanno qui è privarti dei tuoi affetti. Io non posso ricevere telefonate, né avere colloqui, ho però riscoperto le lettere. Quando vieni privata di tutto, sei costretta a guardarti dentro. Per un bel po' io non l'ho voluto fare. Faccio teatro da due anni, l'arte mi ha salvata, mi permette di mostrare che sono cambiata. Perché che senso ha cambiare, se nessuno vuole vederlo?".
Di quel che ha fatto, continua, oggi ha consapevolezza. "Abbiamo sbagliato, certo, ma abbiamo le stesse paure e le stesse difficoltà delle persone che stanno fuori. Qui dentro non ci sono solo reati ma persone". La prima volta che ha visto i suoi ritratti anche Elena si è emozionata: "Ho da sempre problemi di autostima, negli anni mi sono fatta solo del male, non ho mai creduto in me stessa. Ora ci sto lavorando".
Cinzia Pedrizzetti ha voluto fotografarle in cella ma non come si fa di solito: in bianco e nero, dietro le sbarre. "Le ho immaginate semplicemente come donne, non mi sono fatta suggestionare né da chi fossero, né dal perché siano lì. Da una parte, abbiamo usato neon, luci artificiali, simili a quelle di un palco, per ritrarle nella loro vita quotidiana. Dall'altra parte, abbiamo mantenuto la luce naturale del carcere per immortalarle con gli abiti di scena".
L'alchimia è stata immediata. "Queste foto mi hanno colpito subito. Sono potenti. Mi piace quello che trasmettono. Che raccontino la trasformazione. Una rinascita attraverso l'arte. Sembra che questi ritratti dicano: "Guardami sono qui, voglio farcela, voglio riprendermi il mio spazio e te lo dimostrerò"", spiega Siciliano. Da qui il titolo della mostra, PosSession: l'arte che si impossessa di chi la pratica e di chi la fruisce.
Il futuro? "Vorrei essere riconosciuta per quella che sono oggi, non per quello che ho fatto in passato. Sono Elena, sono una persona". Le manca poco più di un anno. Elena ha diversi tatuaggi. C'è una frase, che gira intorno al suo braccio: Come l'acqua dentro il mare. È il titolo di una canzone dei Modà. Non temere di sbagliare/Perché aiuta le persone ad imparare/ E sappi che tra il bene e il male/ Alla fine vince il bene.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 27 luglio 2019
L'allarme del presidente emerito della Corte Costituzionale. L'ex ministro: "Per l'art. 3 della Carta la dignità sociale va riconosciuta a tutti, cittadini e migranti. Il giorno in cui nel Mediterraneo morivano 150 persone, l'Italia vota l'inasprimento del decreto sicurezza. Attenti, così si dà forza alla cultura dell'odio".
"Ci sono tre esempi emblematici di soggetti che oggi in particolare vivono situazioni di diversità e discriminazione e verso i quali si scatena l'intolleranza: uno è l'ebreo, con l'antisemitismo che sta rinascendo pesantemente. L'altro è la donna, vittima di una cultura che prima la vuole in casa a pensare ai bambini e poi si trasforma in una subcultura del femminicidio quando afferma "non sei più mia e allora non sei di nessuno".
Infine c'è l'immigrato, il diverso per definizione. Non si può affrontare l'immigrazione dimenticando la pari dignità sociale di tutte le persone (cittadini e stranieri) perché si rischia di imboccare una strada nella quale la diversità è madre dell'intolleranza, e da questa può nascere l'odio. Penso che i due decreti immigrazione-sicurezza possano in un certo modo rappresentare passi in quella direzione, e il secondo - il quale persevera - preoccupa per questo quasi più del primo". Giovanni Maria Flick è stato presidente della Corte costituzionale e ministro della Giustizia nel primo governo Prodi.
Presidente cosa la preoccupa di più del secondo decreto sicurezza?
Non c'è nessun tipo di "ravvedimento operoso", come viene chiamato dai penalisti, per quanto riguarda i migranti; anzi al contrario si rafforzano gli ostacoli al salvataggio in mare da parte delle organizzazioni non governative. La previsione di una sanzione amministrativa elevata e la possibilità di arresto in flagranza per il comandante della nave che non rispetta l'alt ordinato dalle autorità sono misure che lasciano perplessi. Lascia ancora più perplesso la circostanza che per il divieto di accesso, sosta e transito si parli di presunzione di violazione della legge sull'immigrazione e di clandestinità: si presuppone cioè una complicità delle Ong nel traffico di esseri umani, non si comprende su quali elementi perché quella complicità non è stata in alcun caso e in alcun modo provata. Sulla base di cosa si presuppone questo collegamento? La formula mi pare ambigua: chi, dove, quando, come e dove opera quella presupposizione?
Cade la presunzione di non colpevolezza.
Da un lato cade la presunzione di non colpevolezza, dall'altro mi sembra che ci sia una clamorosa violazione del principio dell'obbligo di salvataggio in mare riconosciuto internazionalmente e dal nostro ordinamento, oltre che imposto dalla solidarietà che è un cardine della nostra Costituzione. E arriviamo al nodo di fondo della questione: la impossibilità di utilizzare i migranti come strumenti per convincere gli altri membri dell'Unione europea alla ripartizione di quei migranti. C'è una vecchia regola, fondamentale, secondo cui una persona non può mai essere strumento ma sempre e soltanto un fine.
Non crede che si riduca tutta la questione dell'immigrazione a un solo problema di ordine pubblico?
È un altro problema che mi preoccupa. L'articolo 3 della Costituzione stabilisce che la pari dignità sociale va riconosciuta a tutti, ai cittadini come ai migranti, come ribadito anche dall'articolo 10 della Carta relativo al riconoscimento dei diritti fondamentali dei migranti. Considero inaccettabile - come avviene già nel primo decreto sicurezza - intitolare il provvedimento alla immigrazione e alla sicurezza. Questo accoppiamento dà la sensazione dell'immigrazione come fattore di insicurezza. Proprio in queste ore stiamo vivendo una bruttissima vicenda come l'omicidio di un carabiniere mentre compiva il proprio dovere, che andrà accertato e represso con tutta la severità necessaria. Non vorrei però che la reazione emotiva di fronte a un fatto di queste genere potesse portare a generalizzazioni che nulla hanno a che vedere con il fenomeno migratorio (a prescindere da chi sia il responsabile di questo odioso omicidio).
Lei è stato presidente della Corte costituzionale: ravvisa nel decreto sicurezza bis elementi di possibile incostituzionalità?
Non ne faccio una questione di carattere tecnico. Noi ci dimentichiamo che la Costituzione - che io ritengo più che mai attuale ma purtroppo solo in parte attuata - ha previsto anche che i migranti hanno diritto all'asilo presso di noi non solo nel caso di fuga dalla guerra, come stabilito dalla Convenzione di Ginevra, ma anche nel caso in cui nel loro Paese non siano riconosciute le libertà fondamentali previste dalla nostra Costituzione. Era un gesto coraggioso (anche noi allora eravamo migranti) che guardava a un futuro in cui possiamo e dobbiamo essere un Paese di accoglienza sia pure con criteri e parametri di ragionevolezza. Mi pare invece una contraddizione avere un Costituzione che prevede la pari dignità sociale per i migranti e poi equiparare la migrazione a un fattore di insicurezza. Il decreto sicurezza bis contiene nuove misure sulle manifestazioni e l'ordine pubblico che alcuni leggono come un pericolo per la libertà di espressione. Condivide il giudizio?
Ho visto con preoccupazione a Genova che un giornalista presente a una manifestazione è stato reiteratamente manganellato. C'è poi il tentativo di mettere a tacere Radio Radicale e la decisione di comprimere o sopprimere il finanziamento pubblico all'editoria, che non è un dovere ma rappresenta un gesto politico molto importante. La libertà di informare e di essere informati è uno dei fondamenti della democrazia e quindi della Costituzione.
Nel voto di fiducia abbiamo assistito alla manifestazione di dissenso di alcuni deputati M5S e del presidente Fico. Ora il testo passa all'esame del Senato: pensa che la maggioranza sia a rischio?
Non chieda a me valutazioni di rischio. Mi ha colpito che il giorno in cui nel Mediterraneo morivano 150 persone, l'Italia votava l'inasprimento della disciplina dl salvataggio in mare. Mi dà un po' di tranquillità sul futuro di questo Paese vedere che al di là delle divisioni politiche qualche politico la pensa come me e come molti altri.
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