di Francesco Semprini
La Stampa, 16 giugno 2019
"Una grande conferenza nazionale aperta a tutti coloro che si riconoscono in maniera inequivocabile nello stato di diritto". È questo l'annuncio che il presidente libico Fayez al-Sarraj, è atteso fare tra poche ore nel corso di una conferenza stampa internazionale che si terrà a Tripoli. È quanto riferiscono fonti informate a La Stampa, secondo cui Sarraj punta a rafforzare il ruolo del Governo di accordo nazionale.
L'iniziativa, tuttavia, parte su iniziativa individuale del presidente e non dell'esecutivo libico appoggiato dalla comunità internazionale. Un tentativo da parte del presidente di rilanciare la sua immagine appannata da due mesi e mezzi di conflitto, iniziato il 4 aprile con la marcia su Tripoli delle forze fedeli a Khalifa Haftar.
La situazione militare in Libia è di fatto stazionaria sebbene riveli un vantaggio delle forze del governo. Il Gna è ottimista nel dire che costringerà il generale alla resa, questa però non è l'opinione degli osservatori secondo cui alla fine potrebbero essere così ma ci vorrà ancora del tempo, settimane se non mesi. Ecco allora il tentativo del numero uno del Consiglio presidenziale di rilanciare il dialogo politico all'interno della Libia laddove si era interrotto all'inizio di aprile a pochi giorni dalla Conferenza nazionale che si sarebbe dovuta tenere a Ghadames. Rimane l'interrogativo di Haftar: "in teoria l'iniziativa è aperta allo stesso generale se accettasse in maniera inequivocabile i principi dello stato di diritto e la soluzione pacifica delle controversie, questo vuol dire che dovrebbe accettare il ritiro incondizionato".
Ipotesi al momento difficile al punto tale che il generale ne rimarrebbe di fatto escluso. Su base internazionale, pertanto, sarà difficile per Sarraj ottenere l'appoggio dei Paesi sponsor dell'uomo forte della Cirenaica, dagli Emirati all'Egitto passando per l'Arabia saudita. Mentre rimane l'incognita della missione Unsmil, ovvero delle Nazioni Unite. Non è chiaro se l'iniziativa sia nata in coordinamento con l'inviato Onu Ghassan Salame o se quest'ultimo preferisca prendere tempo per capire se e come sostenere la nuova ipotesi di "loya jirga" in salsa libica.
di Maurizio Molinari
La Stampa, 16 giugno 2019
La decisione delle autorità di Hong Kong di sospendere la controversa legge sull'estradizione in Cina testimonia la vulnerabilità del potere di Pechino alle proteste di piazza. A trent'anni di distanza dalla repressione di Piazza Tienanmen, quando il regime comunista usò i tank per schiacciare nel sangue le speranze di una perestroijka cinese, la mobilitazione dei giovani di Hong Kong ha obbligato Pechino a fare marcia indietro.
Il consiglio di Hong Kong, guidato da Carrie Lam, voleva approvare il regolamento che rende possibile le estradizioni in Cina consentendo in questa maniera di avere uno strumento legale per trasferire nelle prigioni della Repubblica popolare qualsiasi tipo di "criminale", inclusi ovviamente quelli che in realtà sono degli oppositori politici.
Il punto è che nessun Paese democratico ha un trattato di estradizione con Pechino perché il suo sistema della giustizia si distingue per violazioni sistematiche dei diritti umani, gestione diretta da parte della polizia e un'agghiacciante sequenza di condanne a morte.
Per la Cina di Xi Jinping che ha l'ambizione di guidare la globalizzazione dei commerci, di sfidare gli Stati Uniti nella corsa all'intelligenza artificiale e di realizzare una spettacolare "Via della Seta" a cavallo dell'Eurasia, il sistema giudiziario è un tallone d'Achille che ricorda a qualsiasi Paese democratico i gravi rischi che vi incorrono i propri cittadini per il solo fatto di esprimere un'opinione non gradita o di visitare un sito web non permesso.
Sono queste le ragioni che hanno spinto i giovani di Hong Kong a scendere in piazza contro la norma sull'estrazione in Cina, riuscendo a paralizzare l'ex colonia britannica con una marea umana che ha superato il milione di anime.
Se cinque anni fa la "Rivolta degli ombrelli" aveva svelato al mondo che Hong Kong non accettava la repressione poliziesca, la marcia indietro di Carrie Lam nasce dalla capacità dei suoi abitanti di mettere a nudo la vulnerabilità del sistema cinese: troppo rigido per gestire qualsiasi tipo di crisi. Davanti alla scelta fra la repressione e la tregua, Pechino ha così ordinato a Carrie Lam di spegnere la miccia di un incendio dagli esiti imprevedibili. Se Hong Kong è diventato il ventre molle del gigante cinese è per due motivi convergenti: da un lato è protetta dalla formula istituzionale "Un Paese, due sistemi" coniata da Deng Xiaoping per consentire alla Cina comunista di assorbire nel 1997 l'ex colonia britannica divenuta una delle maggiori piazze finanziarie del Pianeta, e dall'altra vede la sua popolazione identificarsi in maniera crescente con la definizione di "hongkonghesi" mentre quella di "cinesi" è in drammatica diminuzione.
Ciò significa che gli imponenti sforzi economici, legali e infrastrutturali profusi da Pechino negli ultimi venti anni per integrare sempre più Hong Kong nel proprio territorio continentale non sono riusciti a creare le premesse per l'annessione culturale e politica. In altre parole, la formula "Un Paese, due sistemi" ha portato ad un rafforzamento - non ad un indebolimento - del modello di Hong Kong, trasformandosi in un boomerang per Pechino obbligato ora a fare i conti con un'autonomia talmente radicata da riuscire a respingere i diktat del partito comunista.
Il rischio maggiore per Xi è che le altre regioni autonome - a cominciare dal Tibet e dal Xinjiang - traggano forza da quanto sta avvenendo a Hong Kong, maturando la convinzione che il regime può essere sfidato. Saranno le prossime settimane a dirci come Carrie Lam - espressione diretta del potere cinese - gestirà un'opposizione che ora la incalza, arrivando a chiederle senza mezzi termini di azzerare del tutto la norma contestata, ma ciò che più conta è come Xi affronterà le conseguenze di un passo falso che incrina l'immagine globale di Pechino.
In attesa di conoscere le mosse del potere cinese c'è però una considerazione da fare sulle democrazie occidentali: troppo distratte dalle proprie crisi interne, hanno esitato ad esprimersi a sostegno della rivolta di Hong Kong. Dimenticando che la difesa dei diritti umani è ciò che più le distingue dalle dittature.
di Roberta Zunini
L'Espresso, 16 giugno 2019
Il medico specializzato in emergenze e disastri ha lavorato in Italia e Svezia. Voleva aiutare il suo Paese. Ed è stato a Teheran che lo hanno arrestato durante un convegno e condannato a morte. Con accuse-farsa.
Le autorità iraniane, sedicenti rappresentanti della millenaria cultura persiana, stanno impedendo a un medico gravemente malato, Ahmadreza Djalali, di essere curato. Forse perché ritengono uno spreco curare un detenuto condannato all'impiccagione, la pena comminatagli un anno e mezzo fa sulla base di accuse prefabbricate.
"O perché vogliono farlo morire di malattia prima di eseguire una sentenza che scatenerebbe inevitabilmente le proteste di molte cancellerie isolando ancora di più l'Iran", denuncia Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International, che definisce Djalali un ostaggio del regime iraniano. L'unica volta in cui i magistrati della teocrazia islamica hanno permesso al dottor Ahmadreza Djalali il trasferimento dal famigerato carcere di Evin - dove è tenuto in isolamento dall'inizio della carcerazione, 38 mesi fa - all'ospedale più vicino è stato perché doveva essere operato urgentemente per un'ernia inguinale.
Uno dei problemi di salute provocati con ogni probabilità dalle torture fisiche, oltre che psicologiche, subite. Durante tutta la degenza le caviglie di Djalali sono state incatenate al letto. Questo trattamento umiliante ha convinto il dottore, una volta tornato dietro le sbarre, a chiedere di essere curato all'interno dell'infermeria carceraria.
Ma la richiesta è stata respinta. La salute di Djalali sta peggiorando di giorno in giorno a causa di una diminuzione inarrestabile dei globuli bianchi che fa temere una leucemia, accelerata forse dal lungo sciopero della fame per ottenere una revisione del processo-farsa cui è stato sottoposto, negatagli, così come le cure. Prima del suo arresto avvenuto tre anni fa mentre si trovava nella capitale iraniana per un seminario, Djalali, 46 anni, godeva di ottima salute e svolgeva con successo le proprie ricerche a Stoccolma dove si era trasferito da anni con la moglie Vida Meluannia, chimica di professione, e i due figli, la sedicenne Amitis e Ariyo di 7 anni.
In Svezia il ricercatore specializzato in medicina di emergenza e dei disastri era andato per ottenere il dottorato, dopo che la sua richiesta era stata accettata per il suo eccellente curriculum dal Karolinska institute, una delle più importanti università al mondo di medicina. Grazie alla legge che prevede l'assegnazione del soggiorno permanente agli stranieri che abbiano lavorato legalmente per almeno cinque anni nel paese scandinavo, la famiglia Djalali è di fatto diventata anche svedese e pertanto sospettata automaticamente dal paranoico ministero dell'Interno iraniano di essere al servizio delle intelligence dei paesi considerati ostili o nemici. E infatti il ricercatore è stato condannato per spionaggio.
Dopo avergli impedito di farsi rappresentare al processo dal legale da lui scelto per smontare l'accusa "di collaborare con un governo ostile" e in assenza dell'avvocato assegnatogli d'ufficio, Djalali è stato condannato a morte da un tribunale rivoluzionario, a Teheran, nell'ottobre 2017. La sentenza, confermata dalla Corte Suprema, tuttavia non è stata ancora eseguita. Uno stillicidio che sta minando la salute mentale dei suoi familiari.
In una lettera aperta pubblicata il 9 dicembre 2018, 121 premi Nobel hanno chiesto al leader supremo dell'Iran Ali Khamenei che il ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, riceva "la migliore assistenza medica possibile", "sia trattato umanamente e in modo equo" e gli sia permesso "di tornare a casa da sua moglie e dai suoi figli e continuare il suo lavoro accademico a beneficio dell'umanità".
Il ricercatore è stato accusato di fornire a Israele informazioni che sarebbero state usate per l'assassinio nel 2010 degli scienziati nucleari iraniani Ali-Mohammadi e Majid Shahriari. "Le accuse sul mio ruolo nel fornire informazioni sugli scienziati nucleari uccisi sono false e vili", ha scritto lo scienziato, "Le ho respinte con numerosi documenti che sono stati presentati alla corte".
La condanna a morte di Djalali è stata uno shock non solo per la moglie e la figlia - il piccolo Ariyo crede che il papà sia all'estero per lavoro - ma anche per i suoi colleghi, tra i quali i medici membri del centro sulla medicina dei disastri, il Crimedim dell'Università del Piemonte Orientale che ha sede a Novara. Ahmadreza Djalali prima di finire nella trappola fabbricata dagli ayatollah, aveva studiato e lavorato dal 2012 al 2015 anche nella cittadina piemontese nota a tutti gli studiosi di medicina dei disastri grazie all'autorevolezza conquistata sul campo dal Crimedim. È stato proprio il suo coordinatore scientifico, Luca Ragazzoni, a lanciare due anni fa la prima petizione rivolta alle autorità iraniane per chiedere la scarcerazione del collega con il quale ha stretto anche un solido rapporto di amicizia.
"Ahmad è una persona umile e determinata che si pone grandi obiettivi e lavora duramente per raggiungerli. Durante gli anni passati insieme ci ha sempre accomunato l'idea di voler far crescere il nostro centro di ricerca attraverso studi e progetti sempre più importanti ed ambiziosi con l'obiettivo di portare un reale beneficio a tutte le persone colpite da disastri ed emergenze umanitarie, per salvare più vite umane possibili, per alleviare le loro sofferenze", dice il medico novarese. Ragazzoni condivide le preoccupazioni dei colleghi svedesi, dei familiari, di Amnesty International, della Federazione italiana Diritti umani per la sorte del ricercatore iraniano che avrebbe voluto in futuro rientrare nel suo paese d'origine dove i terremoti purtroppo sono frequenti e devastanti ma mancano centri avanzati per curare al meglio i feriti.
"Sono sempre rimasto colpito dalla sua estrema generosità, dalla sua capacità di sacrificio per aiutare i colleghi in difficoltà, dai suoi modi sempre gentili e dalla sua integrità d'animo. Testardo e risoluto, Ahmad ha sempre rappresentato un valore aggiunto al nostro gruppo, la sua personalità ci ha fatto fare un salto di qualità a livello internazionale. Tutte queste sue innegabili qualità hanno trasformato il nostro rapporto lavorativo in un'amicizia sincera", conclude Ragazzoni sottolineando che l'amico gli manca molto. La moglie di Djalali, con i rappresentanti di Amnesty e il ricercatore dell'Università orientale del Piemonte, la settimana scorsa è stata ricevuta dal presidente della Camera Roberto Fico e dalla senatrice a vita, la scienziata Elena Cattaneo che dall'arresto di Djalali si è sempre prodigata per la sua liberazione.
"Per me resta pienamente attuale quanto scritto assieme ai senatori Manconi e Ferrara nell'interpellanza presentata a novembre 2017, poco dopo aver appreso che le autorità iraniane avevano deciso di comminare la pena capitale ad Ahmadreza Djalali", ribadisce la senatrice. Secondo Cattaneo, la condanna a morte di un ricercatore, di chi non coltiva altro che la conoscenza, deve essere vissuta dalla comunità internazionale come un attacco portato al cuore del nostro modello di convivenza. "Un ricercatore recluso e in predicato d'esecuzione è un fatto inaudito che deve essere vissuto dalla comunità degli Stati liberi al pari di un'aggressione al corpo diplomatico o a un soldato in servizio di peacekeeping", denuncia.
Il rapporto "Free to think" del network Scholars at Risk, che monitora ogni anno la situazione della libertà di ricerca nel mondo, riferisce di 294 casi di attacchi verificati contro la libertà accademica in 47 Paesi dal primo settembre 2017 a fine agosto 2018. "Il caso di Djalali ha molte analogie con quello di Giulio Regeni, uno studioso che ha continuato fino all'ultimo a rivendicare Io spazio incomprimibile della sua libertà di ricerca.
Mentre, però, siamo arrivati troppo tardi a conoscere la vicenda di Giulio, per salvare Ahmadreza abbiamo ancora un po' di tempo, benché, purtroppo, sempre meno. L'impegno delle Ong che hanno permesso di tenere alta l'attenzione sul caso dev'essere di stimolo per la politica, come pure iniziative come quella dell'Ordine dei Medici di Novara che, in occasione della presenza di Vida in Italia, resa possibile proprio da Amnesty, ha chiesto al sindaco della città di concedere la cittadinanza onoraria ad Ahmadreza", conclude Cattaneo.
Purtroppo la grande ricchezza intellettuale dell'Iran è inversamente proporzionale alla ipocrisia e brutalità degli ayatollah che lo governano dal 1979 in nome di Allah mandando a morte i tanti eroinomani disoccupati e ladri di polli senza il denaro sufficiente per pagarsi i legali vicini al regime, mentre gli avvocati con la schiena dritta se la vedono ridurre spesso a una poltiglia sanguinante a causa delle decine e decine di frustate inferte di prassi assieme a molti anni di carcere duro.
Di recente è salita agli onori della cronaca la tragica storia dell'avvocata Nasrin Sotoudeh, già vincitrice del premio Sakharov, paladina dei diritti umani, da anni in prima fila per difendere i diritti civili e per l'emancipazione delle donne, condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate, condanna poi ridotta a 12 anni che si aggiungono ai 5 di una precedente sentenza. Anche Nasrin è detenuta come Ahmadreza nel carcere alle porte di Teheran, noto per le atroci condizioni in cui versano i detenuti.
Ristretti Orizzonti, 15 giugno 2019
Il Coordinamento Carcere Due Palazzi, che raggruppa associazioni e cooperative attive nella Casa di Reclusione di Padova, lunedì 17 giugno 2019 promuove un incontro per ricordare Antonio Floris, morto in modo tragico nel novembre del 2015.
di Samuele Ciambriello*
Cronache di Napoli, 15 giugno 2019
Gli Stati Generali dell'esecuzione penale avevano 2 tavoli, sia sullo spazio della pena, che si proponeva di individuare interventi architettonici degli Istituti presenti e di elaborare nuove configurazioni degli spasi della pena, in conformità con le direttive europee per curare in modo adeguato affetti, attività lavorative e attività trattamentali; che un altro tavolo, che si è occupato del mondo degli affetti e della territorializzazione della pena, cioè dei problemi connessi al riconoscimento e all'esercizio del diritto all'affettività del detenuto, all'esecuzione del diritto/dovere genitoriale, al mantenimento di relazioni positive con il proprio mondo familiare e affettivo legati tutti anche al principio di territorializzazione della pena, per un positivo reinserimento sociale.
camerepenali.it, 15 giugno 2019
La sentenza sull'ergastolo ostativo della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nell'affaire "Viola c. Italia", appare destinata a rivoluzionare la politica penitenziaria nel nostro Paese. È la prima volta che l'istituto, tutto italiano, dell'ergastolo ostativo, noto ai più come "fine pena mai", viene posto all'attenzione della Corte di Strasburgo e la risposta, chiare e netta, è che la pena perpetua non riducibile (ergastolo ostativo) rappresenta una palese violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
di Matteo Marcelli
Avvenire, 15 giugno 2019
Da Rieti a Campobasso, si moltiplicano gli episodi di tensione nei penitenziari italiani. Sindacati e Garante: non è solo un problema di numeri, serve un ripensamento. Prima un pestaggio ai danni di un detenuto italiano, poi la vendetta contro gli aggressori (quattro nigeriani) a cui sono seguiti i disordini sedati poco dopo dagli agenti della polizia penitenziaria. Due giorni di inferno nel carcere di Rieti, che tra mercoledì e giovedì è stato il teatro dell'ennesima tensione all'interno di un istituto di pena.
Solo la settimana scorsa un detenuto 60enne, riconosciuto semi infermo mentale e condannato per l'omicidio della madre, si è tolto la vita nel carcere di Perugia e pochi giorni prima due ragazzi nordafricani erano evasi dall'istituto penitenziario minorile di Nisida.
C'è poi la rivolta dei detenuti islamici di Spoleto, il 26 maggio, e quella di Campobasso il 24. Episodi determinati da circostanze specifiche, ma che dall'inizio dell'anno si ripetono con una frequenza preoccupante e, sommati assieme, evidenziano problemi strutturali. Per rendersene conto basta guardare alcuni dei dati prodotti dal Sindacato autonomo della polizia penitenziaria (Sappe) relativi al 2018: oltre 7mila colluttazioni, più di mille ferimenti, 61 suicidi (1.198 quelli sventati), 91 evasioni e più di 10mila atti di autolesionismo.
Gesti di ordinaria disperazione che per il sindacato corrispondono a criticità evidenti e segnalate da tempo. "Ci portiamo dietro una grave carenza di organico - ricorda il segretario generale del Sappe, Donato Capece. Siamo circa 37mila, divisi nella varie qualifiche, e fatichiamo a tenere testa alle esigenze operative. I detenuti attuali sono circa 61mila e un agente, in media, ha sotto il suo controllo dai 70 ai 100 detenuti.
Serve un ripensamento dell'operatività dei poliziotti penitenziari, meno servizi connessi alla sicurezza e più personale operativo". Dei 37mila uomini a disposizione del Dap, infatti, solo 20mila sono impiegati nei servizi operativi a turno, gli altri si occupano appunto dei servizi cosiddetti "connessi alla sicurezza detentiva", come ad esempio il piantonamento, le traduzioni in carcere o le scorte.
Ma sarebbe sbagliato ridurre tutto a una questione di quantità perché, come spiega ad Avvenire Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti, ci sono almeno due ragioni che possono aiutare a spiegare questi episodi: "Innanzi tutto la sensazione di assoluta inessenzialità del carcere: prima magari ci si scontrava, anche con posizioni diverse, ma il carcere era al centro di un dibattito. Si aveva la sensazione di essere rilevanti. Adesso si riduce tutto a un problema numerico e di spazio - ragiona Palma. L'altra questione è l'accentuazione di piccole regole che aumentano la conflittualità".
Il problema, insomma, è sempre lo stesso e sta nel modello di risposta al reato adottato finora. "Non possiamo puntare solo sul carattere punitivo della pena, che certo resta necessario - continua il Garante dei detenuti. La società deve rispondere anche con un progetto sulle persone. Il tema va riaperto non va ristretto alla sola questione della vivibilità".
Eppure solo due anni fa si era iniziato un percorso che avrebbe potuto invertire la rotta. Allora alla guida del ministero della Giustizia c'era Andrea Orlando, ma la sua iniziativa, gli Stati generali del carcere, un tentativo di spostare la prospettiva della questione verso il reinserimento, non ha dato i risultati sperati. "Dal punto di vista legislativo, il percorso di riforma partito con gli Stati generali si è esaurito - osserva Alessio Scandurra dell'associazione Antigone. Non mi pare ci sia l'intenzione di fare passi ulteriori".
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 15 giugno 2019
"La sentenza europea? Plausibile l'ergastolo ostativo se non c'è il pentimento". Senza benefici e senza spiragli: in galera fino alla morte. È la questione spinosa su cui riflette Salvatore Amato, cattolico, ordinario di filosofia del diritto a Catania.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2019
È una sentenza destinata a restare scolpita nella pietra, quella di ieri della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nel caso Viola vs Italia. Non solo perché afferma che una pena perpetua senza possibilità di revisione è contraria al senso di umanità. Ma anche e soprattutto perché sostiene che nessun automatismo può da solo costituire una modalità di revisione sufficiente.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 giugno 2019
Sergio Mattarella ha fatto scoccare la scintilla. "Le elezioni suppletive per sostituire i consiglieri dimissionari del Csm siano il primo passo per voltare pagina", ha chiarito il Capo dello Stato. L'idea di poter riformare tutto, a cominciare dal Consiglio superiore, si rivela contagiosa: "Mercoledì, al massimo giovedì, incontreremo il ministro Bonafede per discutere della riforma della giustizia", rivela Matteo Salvini al termine del summit leghista. Si rompe l'incantesimo che teneva in stand- by da oltre due mesi il ddl del guardasigilli.
Dallo tsunami del Csm viene dunque un effetto positivo. La Lega è finalmente pronta a discutere del nuovo processo. L'intervento, aggiunge Salvini, deve riguardare la giustizia "penale, civile e tributaria". Ottime intenzioni. Che si incrociano alla perfezione con i dossier già definiti nel dettaglio da Bonafede. Sul fronte penale e civile il ministro ha tratto le conclusioni dal tavolo con avvocati e magistrati. Rispetto al settore tributario si potrà fare affidamento anche alle proposte avanzate sempre dalla professione forense, in particolare dall'Uncat, l'associazione degli avvocati di settore.
Ma ovviamente si discuterà anche di riforma del Csm, ancora ferma allo stadio delle ipotesi. Bonafede ha un'idea di partenza: "Il magistrato che entra in politica non potrà più tornare a fare il giudice o il pm, per non compromette la sua imparzialità". I testi per mettere fine, o almeno limitare le porte girevoli vengono dalla precedente legislatura quando, al Senato in particolare, erano stati ipotizzati vincoli molto stringenti. Ma è chiaro che si dovrà intervenire anche sul sistema per l'elezione dei togati a Palazzo dei Marescialli. Il principio è ormai acquisito da tutti: limitare il peso delle correnti. Non è ancora definita la strada, ma è esclusa l'ipotesi di una modifica costituzionale. Si dovrà agire sui dettagli della legge ordinaria, per esempio sull'ampiezza dei collegi, da ridurre in modo da assicurare più autonomia dai gruppi della magistratura associata a quelle toghe dotate di particolare credito fra i colleghi del loro distretto.
D'altra parte gli effetti del sisma al Consiglio superiore non accennano a esaurirsi.
Ieri si è dimesso il quarto togato, Corrado Cartoni: "Non ho mai parlato di nomine, ma lascio per senso delle istituzioni e per difendermi nel processo disciplinare", dice l'ormai ex consigliere di "Mi", che lunedì il plenum sostituirà, intanto, alla sezione disciplinare. Si conoscono già gli elementi contestati a un altro collega che dovrà rispondere davanti allo stesso organismo del Csm e che costituisce la figura di innesco dell'intero caso, Luca Palamara. Nell'atto di incolpazione del pg della Cassazione Riccardo Fuzio si parla di "comportamento gravemente scorretto" e delle trame che avrebbero dovuto danneggiare, oltre al procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, anche l'aggiunto di Roma Paolo Ielo.
Il dato è che le vicende sconvolgenti della magistratura restituiscono alla politica la determinazione riformatrice. Con diversi risvolti positivi. Non solo rispetto alla necessità che, come dice la plenipotenziaria di Salvini sulla giustizia, Giulia Bongiorno, "Bonafede trovi gli anticorpi alle degenerazioni del correntismo".
Intanto la stessa ministra della Pubblica amministrazione prevede che non ci si limiterà a "cambiare qualche norma della procedura civile e penale" ma che negli incontri, "già fissati per metà della prossima settimana con il guardasigilli", si toccherà per esempio anche il nodo "dell'accesso alla magistratura". Oggi è affidato a un concorso di secondo livello, che per la stessa Anm è un problema perché alza l'età del primo incarico. Ma a colpire, più di tutto, è il passaggio di Salvini sulle intercettazioni (richiamato anche in altro servizio, ndr):
"È incivile leggerle sui giornali, lo dico adesso che riguardano i magistrati". Potrebbe finalmente cadere il tabù della privacy sacrificata sull'altare di un malinteso diritto di cronaca. Non è scontato. Ma come dice il vicepremier leghista, "o si fa ora, o la riforma della giustizia non si farà per i prossimi cento anni". Solo il momento di crisi della magistratura poteva far vacillare tabù come quello sulle libere intercettazioni. Sarà sconsolante ammetterlo ma è così.










