di Gherardo Colombo
Il Dubbio, 25 luglio 2019
Nel 1992 proposi: chi confessa, restituisce i profitti e lascia la politica sia esente da pena. Caro Direttore, a proposito delle osservazioni dell'avvocato Prado vorrei richiamare l'articolo 3, comma 2, della Costituzione, secondo il quale "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Il Manifesto, 25 luglio 2019
La Camera ha approvato il voto di fiducia chiesto dal governo al Decreto sicurezza bis. I voti favorevoli sono stati 325, 248 i contrari, 4 gli astenuti. Oggi avrà luogo il voto sul provvedimento.
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 25 luglio 2019
La decisione della Corte costituzionale. Il nuovo testo bis, intanto, passa alla Camera con la fiducia. Nel governo si litiga su tutto - dalla Tav, alle autonomie fino al presunto finanziamento in rubli alla Lega - ma poi quando si tratta di votare il decreto Sicurezza bis la maggioranza è granitica.
Così ieri, mentre i senatori grillini uscivano dall'aula in cui parlava il premier Giuseppe Conte, i deputati del M5S hanno votato in scioltezza con i leghisti la fiducia (è la 14ma volta per il governo Conte) sul provvedimento sponsorizzato dal vicepremier Matteo Salvini: 325 sì, 248 no, 4 astenuti. Il voto definitivo sul testo - che, tra l'altro, amplia i poteri del ministro dell'Interno contro le Ong che soccorrono immigrati in mare e che prevede norme più severe in caso di disordini alle manifestazioni - arriverà oggi o domani.
Poi il decreto passerà al Senato. Ma nel giorno in cui il decreto su "Misure urgenti in materia e sicurezza pubblica" è ancora in sede di conversione, la Corte costituzionale, con la sentenza numero 195, interviene sul primo decreto Salvini del 2018. Il potere sostitutivo del prefetto nelle attività di comuni e province è illegittimo - hanno stabilito i giudici delle leggi - perché lede l'autonomia degli enti locali e contrasta con il principio di tipicità e legalità dell'azione amministrativa.
Sul fronte del Daspo urbano, la Consulta ha corretto la legge: è infatti legittima l'estensione ai presidi sanitari del cosiddetto Daspo urbano (divieto di accedere a taluni luoghi per esigenze di decoro e sicurezza pubblica) a condizione, però, che il divieto non si applichi ha chi ha bisogno di cure mediche o di prestazioni terapeutiche e diagnostiche, poiché il diritto alla salute prevale sempre sulle altre esigenze. È evidente che l'ampia materia relativa alla sicurezza modificata dai decreti sicurezza uno e due tocchi gli snodi sensibili dei diritti costituzionalmente riconosciuti: e dunque, probabilmente, ci saranno altri ricorsi e di altre impugnazioni.
E stavolta ci sono in ballo anche le norme internazionali sul salvataggio in mare. Il giro di vite contro le Ong non ha incontrato ostacoli alla Camera anche perché Forza Italia e Fratelli d'Italia, pur non avendo votato la fiducia, sono favorevoli al provvedimento. Il capogruppo del M5S, Francesco D'Uva, rivendicato con fierezza tutti "no" del Movimento, ha però sottolineato l'emendamento presentato dai grillini che dispone la confisca immediata delle navi delle Ong. "Su questo Governo non si può che avere fiducia poiché, finalmente, garantire la sicurezza al Paese ed ai cittadini vien e prima di tutto", ha aggiunto Ingrid Bisa (Lega).
"Per noi le persone di più di qualsiasi marchetta elettorale e per questo voteremo contro", ha detto Gennaro Migliore (Pd), "con Salvini che continua a disertare tutti gli appuntamenti anche su un provvedimento che porta la sua impronta e la sua demagogia". Il capogruppo d Leu, Federico Fornaro ha poi fatto alcuni conti: "Secondo il Viminale nel 2019 sono arrivati dalla Libia 5,5 migranti al giorno per cui non si capisce perché c'era bisogno di un secondo decreto a distanza di pochi mesi".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 25 luglio 2019
La maggioranza Lega-M5S tiene alla prova dell'ottava fiducia posta dal governo Conte, ora sul decreto sicurezza bis con 325 sì, 248 contrari e 4 astenuti. A votarla sono stati 322 deputati della maggioranza sul totale di 341.
Il voto finale sul decreto è atteso tra poche ore, al massimo domani. Prossimo step, il Senato per la conversione in legge. Il pacchetto, fortemente voluto dal vicepremier del Carroccio, contiene norme che prevedono un giro di vite sul bagarinaggio. Rischia fino a 4 anni di carcere chi, durante pubbliche manifestazioni di piazza, lanci o utilizzi razzi e oggetti contundenti.
Inoltre, il provvedimento stabilisce che il ministro dell'Interno possa vietare o limitare l'ingresso, il transito e la sosta di una nave nelle acque territoriali italiane e inasprisce le sanzioni a carico delle Ong (vengono introdotti la confisca delle navi alla prima infrazione e l'arresto per il capitano non rispetta il divieto di entrare nelle acque territoriali e che non si ferma allo stop della autorità italiane).
Nel corso dell'esame nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Montecitorio sono state inserite misure economiche a sostegno delle forze di Polizia e dei Vigili del fuoco. Ma come è accaduto di recente, le norme devono fare i conti con le limitazioni imposte dalla Consulta. Con la sentenza numero 195 depositata ieri, viene ancora una volta ridimensionato il potere dei prefetti previsto dal primo dl approvato.
La considerazione dei giudici costituzionali è che non è ammesso il potere sostitutivo "perché lede l'autonomia degli enti locali". Ok invece a l'estensione ai presidi sanitari del cosiddetto Daspo urbano "a condizione che non si applichi a chi ha bisogno di cure mediche, poiché il diritto alla salute prevale sempre sulle altre esigenze".
Le regole stabilite nel decreto non fanno che confermare la linea di rigore che il Viminale vuole imporre nei confronti delle navi delle Organizzazioni non governative. Sempre ieri il Comitato per l'ordine e la sicurezza ha stabilito che vengano monitorate con grande attenzione le modalità di finanziamento di quelle che operano nel Mediterraneo centrale.
Proprio nei confronti dell'attività di alcune di queste sono già aperti diversi fascicoli di indagine nelle procure siciliane. E ieri Salvini ha ribadito di voler fare chiarezza. È stato anche fatto il punto della situazione sulla nave battente bandiera norvegese, noleggiata da Ong francesi, in rotta verso le acque della Libia. Il Viminale ha fatto sapere di aver già contattato le autorità della Norvegia.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2019
Arriva la notizia della morte di Carlo Federico Grosso, spentosi ieri mattina nella sua Torino, e la memoria corre ad altre stagioni e anche a un altro Csm. Perché Grosso era certo tra i più noti penalisti italiani, protagonista in tanti processi, dalla difesa delle parti civili nei procedimenti per le stragi di Bologna e del rapido 904 a quella di Annamaria Franzoni nel delitto di Cogne (ne fu il primo legale, ottenendone la scarcerazione per mancanza di indizi), ma si distinse anche in procedimenti per criminalità finanziaria, come quelli sul crac Parmalat, a tutela degli obbligazionisti truffati, e per i derivati venduti al Comune di Milano.
Tuttavia era anche un giurista impegnato nella politica della giustizia. Di quel ceppo torinese, di Alessandro Galante Garrone e Gustavo Zagrebelsky, per dire. Dagli incarichi istituzionali (fu componente del Csm, eletto nel 1994 ne divenne vicepresidente dal 1996 al 1998, e ancora, nominato dal ministro della Giustizia del primo Governo Prodi, Giovanni Maria Flick, guidò la commissione ministeriale per la riforma del Codice penale), alla disponibilità a intervenire anche sulla cronaca quando l'occasione gli sembrava ineludibile.
Da ultimo intervenne, invano, insieme a molti altri, per sollecitare il nuovo Governo a non gettare alle ortiche quella riforma dell'ordinamento penitenziario messa a punto dall'amministrazione Orlando, ma, contrariamente a molti altri interventi in materia, lungamente preparata. Fu anche docente di Diritto penale a Urbino, Genova e Torino, in quest'ultima università dal 1974 al 2007, prima di esserne nominato professore emerito.
In politica fu consigliere comunale sempre a Torino come indipendente nelle liste del Pci dal 1980 al 1990, ricoprendo anche la carica di vicesindaco. Dal 1990 fu vicepresidente del consiglio regionale del Piemonte.
Una figura poliedrica dunque, certo non chiusa nel recinto dell'Accademia, disponibile a mettersi in gioco, e in questo senso è stato anche ricordato ieri dall'Anm, nell'espressione di "un profondo cordoglio per la scomparsa del professor Carlo Federico Grosso, apprezzato studioso e avvocato che seppe dimostrare, anche da vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, alto senso Istituzionale, attenzione alle ragioni della giurisdizione e alle istanze della società civile".
Scrisse anche per "Il Sole 24 Ore" e piace ricordarlo, nel vivo dell'impegno, con alcuni stralci di un articolo scritto in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario del 2002, momento a suo modo unico, perché nel pieno delle polemiche tra Governo Berlusconi e magistratura, dove un tutto sommato attonito Grosso non poteva che registrare che "per la prima volta nella storia del Paese le inaugurazioni dell'anno giudiziario hanno conciso con una realtà di scontro governo-magistratura. Mai prima d'ora si era visto il Parlamento varare riforme funzionali al rallentamento di processi incorso, il Guardasigilli interferire su un processo in cui il premier è imputato o avvocati parlamentari ostacolare il normale corso dei giudizi".
E tuttavia era lo stesso Grosso che, sempre sul Sole 24 Ore, sottolineava la necessità di riforme organiche dei Codici, perché "lo esigono i cittadini, lo richiede una elementare esigenza di funzionalità e di modernizzazione del mondo della giustizia". Era lo stesso Grosso che però contestava la centralità del carcere nel Codice Rocco, che ricordava quanto il sistema delle pene in esso delineato fosse deficitario, ineffettivo e, dove applicato, inutilmente vessatorio.
In Grosso parlava lo studioso del diritto, ma anche l'avvocato, che troppo spesso vedeva infliggere il carcere secondo "criteri molte volte casuali". E la "sua" riforma del Codice penale fu coerente con questa impostazione, perché all'insegna di un diritto penale "mite", senza perdere in rigore, abbassando in media le pene detentive, utilizzandole solo in casi di stretta necessità, e, dove non necessarie, sostituendole con sanzioni diverse, di natura interdittiva o pecuniaria. Un modello assai distante dai tempi odierni, di leggi "spazza-corrotti", di (contro)riforme della legittima difesa, di giustizia amministrata "a furor di popolo". E non parrebbe un bene.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 25 luglio 2019
È morto a Torino Carlo Federico Grosso, tra i più noti penalisti italiani e a lungo collaboratore della Stampa. Aveva 81 anni. Emerito di Diritto penale, è stato consigliere comunale e vicesindaco di Torino nelle file del Pci, e vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte.
Nel 1994 è stato eletto nel Csm, di cui è stato vicepresidente. Come avvocato, ha rappresentato tra l'altro la parte civile nel processo per la strage di Bologna e ha difeso Annamaria Franzoni nella prima fase del processo per il delitto di Cogne. Non è facile ricordare un giurista come Carlo Federico Grosso ai lettori di questo giornale che ne hanno apprezzato i puntuali articoli, capaci di chiarire anche complessi problemi legati alla giustizia.
Non è facile perché egli ha percorso tutte le vie aperte al cultore del diritto. Le varie occasioni d'impegno sono state sempre legate dal forte rigore civile che lo caratterizzava. Non è facile poi per chi, come chi scrive, non solo è stato per oltre cinquant'anni tra i suoi amici, ma anche lo ha più di una volta incrociato, in posizione diversa, nelle stesse occasioni di lavoro, nelle stessa istituzioni ove operavamo (come il Consiglio Superiore della Magistratura o le commissioni ministeriali di studio).
Era, Carlo Federico, di rigore istituzionale senza difetto: un importante tratto del suo carattere che è giusto sottolineare. Carlo Federico Grosso è stato uomo delle istituzioni. Per questa sua virtù, prima di tutto, voglio salutarlo oggi che è scomparso. Mostrava profilo istituzionale anche quando, soprattutto negli ultimi anni, era impegnato come avvocato.
Sentiva di svolgere una funzione d'interesse pubblico, affascinato dal valore del contradittorio processuale, attirato non solo dalle questioni di diritto, ma anche dal problema della ricostruzione del fatto, dalla ricerca della verità, secondo le regole del processo. Sul piano della notorietà pubblica ha avuto maggior eco l'impegno d'avvocato nella prima parte del processo per il delitto di Cogne.
Tuttavia più significativo è il ruolo di avvocato di parte civile nei processi per le stragi terroristiche di Bologna e del Rapido 904, e anche per quello del fallimento Parmalat, ove difendeva le decine di migliaia di vittime del fallimento. Recentemente ha difeso Calogero Mannino, ora assolto anche in appello nel processo della cosiddetta Trattativa. Questi i principali processi in cui il risvolto civile è più evidente. Professore di diritto penale uscito dalla scuola penalistica torinese guidata da Marcello Gallo, professore a Urbino e a Genova e da ultimo ordinario nell'Università di Torino, Grosso è stato autore di importanti monografie sia di parte generale, come le cause di giustificazione, sia di parte speciale, come l'abuso di ufficio.
Di forte preparazione teorica, a essa univa l'esperienza pratica fornitagli dall'attività d'avvocato e da quella politica. Accanto al lavoro di studioso e docente, Grosso si è impegnato nell'amministrazione della cosa pubblica. In questo non dissimile dal padre, Giuseppe Grosso, non dimenticato professore di diritto romano, ma anche sindaco di Torino e presidente della Provincia. Carlo Federico è stato vice sindaco e vice presidente del Consiglio regionale piemontese.
Eletto dal Parlamento nel 1994 componente del Consiglio Superiore della Magistratura, ne fu poi eletto vice presidente. Allora come in altri periodi le tensioni attorno al Csm erano forti, soprattutto per i rapporti che si sviluppavano tra magistratura e poteri politici. Ricordo la sua audizione alla Commissione bicamerale di Riforma costituzionale presieduta da Massimo D'Alema. Ai disaccordi che percorrevano il Consiglio sulle modalità con cui occorreva organizzare l'interlocuzione con la Commissione, Grosso diede soluzione con il suo intervento, fermo in difesa dell'indipendenza della magistratura.
La sua audizione fu commentata favorevolmente da tutto il Csm. Grosso fu capace di assicurare una guida autorevole, non corriva, rispettata. Non ha avuto fortuna, perché non ripreso in sede governativa o parlamentare, l'importante lavoro da lui curato e diretto come presidente della Commissione ministeriale per la riforma del Codice penale che porta il suo nome.
Grosso seppe dare spazio agli apporti di numerosi autorevoli componenti, non disperdendo inutilmente i lavori e alla fine personalmente redigendo, con rapidità e maestria, testo e relazione illustrativa. Non a lui o alla Commissione risale la responsabilità della mancanza di sviluppo di quello studio.
Anche le altre analoghe Commissioni, presiedute dai professori Pagliaro e Pisapia, hanno avuto analogo esito. Ma vi è chi non si scoraggia. o, pur scoraggiato, non rinuncia a fornire a governo e Parlamento la scienza necessaria alle riforme di cui il Paese ha bisogno. Di Carlo Federico Grosso, sopra tutto il resto, ricorderemo l'indefettibile, esperto impegno nell'interesse della nostra Repubblica.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 25 luglio 2019
Gli arresti domiciliaci concessi all'ex governatore lombardo sono legittimi. Populista dire che si tratta di trattamento diseguale. Si può difendere l'indifendibile (Roberto Formigoni) in nome della forza del diritto e dei principi del garantismo?
Faticosamente, e forse contraddittoriamente, penso di sì. Formigoni e io ci siamo francamente antipatici da decenni e, da quando ironizzai sull'abbigliamento coatto-pop di una fase della sua vita politica, mi ha tolto il saluto. Ma questo, va da sé, è il più irrilevante dei suoi pubblici peccati, sui quali - dopo la magistratura - giudicheranno la sua coscienza e il suo Dio. Qui si parla d'altro. La prima considerazione è che il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza è perfettamente legittimo: previsto, cioè, dall'ordinamento giuridico e dal regolamento penitenziario. Per chi abbia superato i settant'anni è possibile, infatti, espiare la pena "nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza e accoglienza".
A impedire tale opportunità avrebbe potuto essere la mancata collaborazione per acquisire nuovi elementi relativi ai fatti criminali attribuitigli, ma il Tribunale di Sorveglianza ha ritenuto che tale collaborazione fosse ormai superflua perché il processo già ha ricostruito "con pignoleria" la vicenda; d'altra parte, la procura ha dichiarato di non avere "elementi certi per ritenere, ma nemmeno per escludere" la persistenza dell'associazione criminale della quale Formigoni è stato parte.
Inoltre il Tribunale ha valutato positivamente il suo comportamento in carcere e quanto l'ex presidente ha detto nell'ultima udienza, riconoscendo il "disvalore dei propri comportamenti" (un po' poco, no?). Lo scandalo, tuttavia, resta e corre furiosamente sul web: cinque mesi, appena cinque mesi di galera! Si tratta di un sentimento che nasce dalla percezione di una insopportabile ingiustizia e di una intollerabile sperequazione che sembra - ancora una volta - privilegiare i privilegiati.
Non è una sensazione immotivata, ma non ci si può accontentare di questa. Intanto va ricordato che Formigoni non è stato "liberato", ma consegnato alla detenzione domiciliare e che questa è, a tutti gli effetti, una diversa forma di reclusione, con limiti, divieti e controlli.
Va sottolineato, poi, che al condannato sono stati sequestrati tutti i redditi e il patrimonio e che si è accertata l'assenza di qualsiasi pericolosità sociale. Ciò che resta, quindi, è quello che appare come un trattamento diseguale, a esclusivo vantaggio dei potenti, che rimangono tali, in virtù di risorse relazionali, amicali e di status, residuale ma non insignificante (come la disponibilità di ottimi avvocati).
L'argomento è tanto suggestivo quanto, a mio parere, fragile. Ed è argomento schiettamente populista, intendendo con questo termine qualcosa di assai più antico e solido della recente tendenza politico-culturale. È parte costitutiva della demagogia populista, infatti, l'idea, sostanzialmente reazionaria, che l'uguaglianza vada conquistata tramite il livellamento verso il basso, laddove qualsiasi politica di progresso dovrebbe muovere nella direzione esattamente opposta. Vale anche per il populismo penale, che tende a ricercare la parità intorno alle condizioni peggiori.
Perciò, se è vero come è vero, che nelle prigioni italiane sono numerosi i detenuti anche ultra ottantenni, il populismo vorrebbe che a Formigoni venisse imposta la medesima condizione carceraria. Qualsiasi progressista, invece, dovrebbe auspicare che a tutti i detenuti di età avanzata venga applicato il "trattamento Formigoni".
E dovrebbe riconoscere nel legittimo beneficio per lui adottato, una buona ragione, giuridica, morale, ma anche di argomentazione pubblica, per estendere quella misura a quanti si trovino nella medesima condizione. Insomma, la permanenza in carcere di persone anziane è, nella gran parte dei casi, non motivata da ragioni di pericolosità sociale, bensì da una situazione di svantaggio economico-materiale. Sono questi ultimi a trovarsi in una situazione illegale: trattarli "come Formigoni" significherebbe ripristinare la legalità.
E ciò in un quadro generale che vede il sistema penitenziario italiano tornare ai massimi storici di sovraffollamento, mentre si fa sempre più profonda la separatezza tra il carcere e la società. Il che corrisponde a un processo di rimozione (anche in senso strettamente psicoanalitico) della "questione criminale" come problema generale: dei reclusi e dei liberi.
Quella separatezza viene oggi incrinata da due eventi significativi: la visita del capo dello Stato nell'istituto romano di Rebibbia e il "Ferragosto in carcere" promosso dal Partito Radicale per i giorni 15-18 di agosto. Due segnali, così rari e così sottaciuti, di senso di responsabilità e di saggezza istituzionale. E la conferma che "Difendere l'indifendibile" (di Walter Block, Liberilibri) può non essere solo il titolo di un bel libro.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 25 luglio 2019
Mi aspetta in piedi nella stanzetta dei colloqui. È un po' ricurvo e si appoggia sul supporto del divisorio dall'altra parte del vetro. Appena mi vede strizza gli occhi per mettere a fuoco l'interlocutore - che ha ottenuto il colloquio per avere una testimonianza diretta in vista di un libro su Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso nel 1981 - e poi lentamente si siede.
Raffaele Cutolo, boss di Ottaviano con numerosi ergastoli sulle spalle per condanne di associazione camorristica e omicidi, è l'anziano detenuto che ho difronte in una piccola sala del supercarcere di Parma. Capo indiscusso della Nuova Camorra Organizzata che si contrapponeva ai clan della Nuova Famiglia in una guerra che all'inizio degli anni '80 fece centinaia di morti, appare trasfigurato rispetto alle immagini che lo hanno ritratto in questi anni. Ha il respiro affaticato, il volto smagrito, i capelli lunghi e la barba incolta, segno di una certa trascuratezza, anche se mantiene un suo contegno.
Non l'avrei riconosciuto se non avessi saputo che il carcerato che avevo di fronte era proprio lui.
Indossa una camicia blu con delle righe bianche e un jeans azzurro, ma non porta più quegli occhiali dorati, indossati poi anche dai suoi seguaci, che gli davano quell'aria da intellettuale, da cui scaturì il famoso soprannome: "'O professore".
Ha perso il piglio risoluto e sarcastico che contraddistingueva le sue uscite ma conserva una grande memoria e il senso di humor. Ricorda fatti e nomi con una grande lucidità e ogni tanto accenna a una battuta. Insomma non è più la star sotto i riflettori, come quando con aria compiaciuta rispondeva alle domande di Joe Marrazzo in un'aula di un tribunale sapendo di essere al centro dell'attenzione mediatica.
Oggi il vecchio don Raffaele mi ascolta tendendo l'orecchio proteso verso la cornetta con cui comunichiamo e, dopo aver preso fiato, parla con una certa fatica.
"Come sta?", gli chiedo. "Aspettiamo la morte" mi dice con un tono secco. Riprende: "è assurdo che dobbiamo fare questo colloquio con questo vetro in mezzo". Durante l'incontro parecchie volte ripeterà l'espressione "è assurdo".
"Non è meglio la pena di morte? Un attimo di coraggio e poi finisce tutto, così invece è una sofferenza continua". Dice che il suo dolore più grande è il pensiero di non poter più abbracciare la figlia al compimento dei 12 anni di età. "La prossima volta che verrà a trovarmi sarà l'ultima in cui potrò stare accanto a lei ed abbracciarla, poi quando avrà 12 anni e un giorno, si dovrà accomodare dall'altra parte del vetro".
Sembra paradossale che colui che provocato lutti e disperazione si trovi a misurarsi con la propria sofferenza. "Ho seminato odio e morte - ammette - ed è giusto che paghi. Ma che significa ridurmi in questo stato?". Raffaele Cutolo è l'unico detenuto in Italia a non avere contatti con altri carcerati. Anche l'ora d'aria la dovrebbe fare da solo, senza quella che in gergo carcerario viene chiamata "la dama di compagnia". "Ma che ci vado a fare - mi dice - tanto vale che resto nella mia cella, un ambiente stretto e lungo quanto questa stanza". È in carcere dal 27 febbraio 1963. Poi accenna un sorriso: "mi sono allontanato solo per un periodo, un po' "rumorosamente" dall'Opg di Aversa". Se consideriamo che fu scarcerato per decorrenza dei termini durante la prima detenzione per l'omicidio Viscido, si è fatto oltre 54 anni di galera.
Nel supercarcere di Parma, ci sono circa settecento detenuti di cui una settantina in regime di 41 bis. Qui ha vissuto i suoi ultimi giorni il boss di Cosa nostra Toto' Riina, morto poi nell'ospedale della città. Il personale è estremamente gentile e mi accompagna nei vari ambienti dell'istituto fino a giungere alla sala del colloquio. Un giovane appuntato pugliese, appena ha saputo che vengo da Napoli parla della nostalgia del mare: "noi meridionali non riusciamo a starne lontano".
"È un giornalista?" mi domanda, e dopo aver saputo che sono anche un volontario nel carcere di Poggioreale gli si illuminano gli occhi e comincia a raccontare. "Lì sono cresciuto, e quel luogo lo sento un po' come casa mia. Stavo nel padiglione Milano stanza 13 e poi mi passarono alla numero 1. A Poggioreale divenni un boss perché non sopportavo l'arroganza dei "mammasantissima" dell'epoca che volevano imporre la loro legge all'interno di quelle mura. La mia fu una ribellione" ricorda.
Resta famoso l'episodio quando sfidò a duello Antonio Spavone detto "'o malommo" che non si presentò al confronto facendo così crescere la fama e il prestigio del giovane guappo di Ottaviano. Al padiglione Milano si celebrava anche il rituale del caffè ricordato dalla celebre canzone di De Andrè. Gli chiedo se era una storia vera o un frutto di una leggenda, ma lui mi conferma tutto. "Il mio compagno di stanza - che in effetti era un vero e proprio inserviente - si chiamava Menichiello ed era di Pianura.
Ancora non sono riuscito a capire come riusciva a fare un caffè così buono". Così come era vero che il brigadiere Pasquale Cafiero citato dal cantante genovese (il nome di battesimo era effettivamente Pasquale mentre il cognome era diverso) si fermava nella stanza numero 13 per sorseggiare l'espresso: "veniva da me e mi esponeva i suoi problemi, mi diceva che guadagnava poco e non riusciva a tirare avanti". Anche don Elvio Damoli, il cappellano dell'epoca, mi ha confermato che talvolta era della compagnia: "La mattina si passava da Cutolo e si prendeva il caffè, quando ancora non era arrivato all'apice della sua fama".
Una volta ci fu uno screzio tra i due. Mi ha raccontato don Elvio che il boss di Ottaviano gli disse che due carcerati volevano incontrare il prete, ma lui si rifiutò: "se vogliono parlare con me, lo devono chiedere loro", replicò e per molto tempo non si salutarono più. Alcuni detenuti si offrirono di lavare l'onta e di punire il sacerdote, ma il boss non volle. Finché un tale Barbirotti fece da mediatore e favorì un incontro fortuito in sala magistrati. "Ci incrociammo l'uno di fronte all'altro, ci salutammo e così fu sancita la pace - ricorda don Elvio".
Il colloquio scorre tranquillo, Cutolo manifesta interesse anche se parlare attraverso il citofono è una grande fatica. Passa la cornetta da una mano all'altra, come del resto faccio io, ma nelle sua dita si scorgono i segni dell'artrite reumatoide che da qualche anno lo ha colpito.
Gli chiedo come trascorre le giornate, "sono sempre uguali mi dice". "Leggo poco perché da un occhio non ci vedo più e dall'altro la visione è ombrata. Qualche sera mi cucino la pasta e fagioli, con i legumi in scatola è tutto più facile. E poi guardo qualche programma in televisione: l'altro giorno ho visto quello di Massimo Ranieri, 'Sogno o son desto'".
Ma la sua passione, aggiunge, è ascoltare le canzoni di Sergio Bruni: da quando è stato trasferito a Parma non gli è più consentito. Allora l'unico passatempo che gli resta è quello di fumare i sigari toscani.
Nei giorni dell'anniversario della strage di via D'Amelio parliamo di Borsellino e di Falcone. "Erano - dice - due grandi giudici. Ma Totò Riina era spietato lo incontrai due volte durante la latitanza e una volta gli buttai la pistola addosso". Ricorda anche l'omicidio di Giancarlo Siani, "un bravo giornalista" che secondo lui fu ucciso dai Nuvoletta perché ipotizzò che la cattura di Valentino Gionta fosse dipesa da un tradimento del capoclan di Marano. "Siani scrisse degli articoli anche contro di me, ma non me la presi perché faceva il suo mestiere".
Il feroce boss di Ottaviano fu condannato all'ergastolo per essere stato il mandante dell'omicidio di Giuseppe Salvia, sono da lui proprio per rievocare quella tragica vicenda. "Mi faceva sempre perquisire - dice - ogni volta che entravo e uscivo dalla cella, e non ne potevo più. Provavo rancore. Mi dispiace ma che potevo fare?". In buona sostanza Salvia, straordinario servitore dello Stato, metteva in discussione il suo prestigio all'interno di quelle mura.
Sui casi Moro e Cirillo è perentorio. "Seppi da uno dei componenti della banda della Magliana, un tale Nicolino Selis, il covo dove era nascosto lo statista, e lo feci sapere ad Antonio Gava che però mi mandò a dire: don Rafè fatevi i fatti vostri". Ad Ascoli Piceno ricorda il via vai di politici che andava da lui per chiedergli di salvare la vita dell'assessore regionale. "Eppure - sottolinea arrabbiandosi - Pertini mi fece chiudere all'Asinara! La Nco non fu sconfitta dallo Stato ma da Ciro Cirillo", sentenzia.
La sua lunga carcerazione è stata segnata da eventi drammatici. Come quando seppe dai giornali del decesso della mamma. "Morta la madre di Cutolo: funerali non pubblici a prima mattina" titolò un quotidiano.
Invece della perdita del figlio Roberto fu avvisato dal direttore del carcere di Belluno che andò da lui di prima mattina. Quando rievoca il figlio, la voce si incrina e rivolge gli occhi verso al soffitto: "Ah, Roberto, Roberto".
Le notti del detenuto Cutolo, che resta sempre il re delle mezze verità, sono segnate da incubi e tormenti. "A volta mi sogno tutti questi morti uccisi, Carlo Biino, Pasquale D'Amico il cartonaro che si è pentito; me li sogno tutti". Parla dei suoi incubi e viene fuori il discorso sul pentimento. "Fino a due anni fa sono venuti per convincermi a parlare. Quando stavo nel carcere di Carinola mi proposero di andare in una villetta con mia moglie per far l'amore con lei, ma io non ho voluto, non volevo far arrestare qualcuno per poter stare con Immacolata, non l'avrei mai accettato. Il pentimento è davanti a Dio".
Il boss di Ottaviano, il feroce boss di Ottaviano, durante la sua ascesa criminale ha raccolto giovani violenti e sbandati nelle carceri e nei quartieri periferici. Gli ha dato una identità e la convinzione che con la violenza e il terrore si acquisivano potere e prestigio, come ha scritto Isaia Sales. Un testimone mi ha raccontato che Michele Iafulli, affiliato alla Nco, quando era detenuto nel padiglione San Paolo, aveva fatto un altarino con la foto di Cutolo proprio per attestare la grande devozione verso il capo.
"Quale è il futuro della camorra? Che direbbe ai giovani criminali di oggi?", gli chiedo. "Non c'è futuro per la camorra - mi risponde - questi sparano nel mucchio, colpiscono persone e bambini che non c'entrano niente, noi invece andavamo mirati su una persona. Certo era sbagliato anche quello ma almeno non colpivamo a casaccio; oggi non si capisce più niente".
Veste i panni del saggio e dice che i giovani devono cambiare strada e costruire il loro domani sul lavoro: "Non è meglio mangiare una bistecca fuori piuttosto che qui dentro? Io ho fatto tanto male ed è giusto che resti qui dentro. Avevo un mio ideale ma quello che ho fatto era sbagliato".
"Ho fatto tanto male": le parole mi risuonano nella testa mentre penso che fuori da qui, fuori dal carcere, in 100mila persone hanno firmato una petizione che chiedono la liberazione di questo anziano, feroce signore che mi sta davanti. Penso che la figura di Cutolo continua ad esercitare un fascino potente; e penso che siamo di fronte ad un fenomeno, un fenomeno che andrebbe studiato a fondo e compreso meglio.
Mentre inseguo i miei pensieri la voce dell'agente di guardia annuncia che il tempo è scaduto. Si non c'è più tempo: il colloquio è finito, anche se ci sarebbero tante altre cose da dire e domande da fare. Cutolo si alza e sta per andarsene. Prima di uscire dalla stanza, quasi sussurra: "Faccia un sorriso ai giovani detenuti di Poggioreale, cerchi di aiutarli per non fargli prendere una brutta strada".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2019
Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 24 luglio 2019 n. 33231. Via libera alla confisca dell'auto di proprietà della madre che, incautamente, la affida al figlio alcolista. La Corte di cassazione, con la sentenza 332131, respinge il ricorso teso a far annullare sia il provvedimento di revoca della patente, per guida in stato di ebbrezza, con tanto di incidente contro una vettura in sosta, sia la confisca dell'autovettura di proprietà della mamma del ricorrente.
Sul primo punto viene contestato il risultato dell'alcoltest, perché l'apparecchio non era stato revisionato né aggiornato e le due prove avevano dato risultato diverso. Per la Cassazione però la rilevazione è valida anche quando la prima prova dia un valore inferiore alla seconda, si deve, infatti, escludere che la curva di assorbimento dell'alcol nell'organismo si viluppi in modo decrescente. Stessa sorte per il motivo relativo alla confisca dell'auto.
Non passano le argomentazioni del ricorrente che ricorda che la vettura, di proprietà della madre, veniva usata anche dai suoi fratelli, tutti conviventi. I giudici della quarta sezione penale sottolineano che "la formale titolarità di un bene in capo a un soggetto estraneo al reato non è sufficiente ad escludere la confisca stessa e a tutelare l'intangibilità del diritto del proprietario, se costui abbia tenuto atteggiamenti negligenti che abbiano favorito l'uso indebito del bene".
E, per la Suprema corte, è quanto accaduto nel caso esaminato. La madre, proprietaria dell'auto, non si poteva considerare estranea al reato, perché era certamente a conoscenza del fatto che il figlio fosse alcolizzato, tanto che, a dire del fratello, secondo quanto riferito dai giudici di merito, aveva causato alla famiglia numerosi problemi. È dunque evidente la totale imprudenza del genitore nel consegnargli le chiavi dell'auto senza che ci fossero ragioni di necessità.
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2019
Nessun tentativo va tralasciato per salvare un'azienda sequestrata o confiscata ai mafiosi. Per non essere velleitari, però, si deve cominciare innanzitutto da una conoscenza analitica dell'impresa sottratta alla criminalità organizzata. Tutti i dati, gli aspetti, le problematiche, le eventuali virtuosità nonostante la cifra mafiosa da ripulire.
Fino a ricorrere a "strumenti di business intelligence" come ha spiegato di recente alla commissione Antimafia il prefetto Bruno Frattasi, direttore dell'Anbsc-Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Domani i vertici dell'Agenzia, di Unioncamere e di InfoCamere stipulano con una firma digitale l'attuazione del progetto "Open data aziende confiscate". Da febbraio, quando si è insediato, è un altro passo avanti di Frattasi per snellire e superare procedure rallentate se non ferme.
L'intesa con UnionCamere e InfoCamere è essenziale: in modalità informatica con accelerazione massima, rimette in moto un protocollo del 28 novembre 2016. Si realizza una piattaforma per "l'interoperabilità tra il Registro delle imprese e il sistema informativo ReGio (quello dell'Anbsc, n.d.r.) finalizzata all'analisi delle imprese sequestrate e confiscate". È evidente come la conoscenza di tutte le informazioni dell'azienda, messa a disposizione dell'Agenzia, consente a quest'ultima un orientamento molto più mirato nel tentativo di rimetterla nel circuito della legalità e del mercato.
Sempre se ci sono le condizioni, come ha sottolineato Frattasi in Antimafia, e di frequente non ci sono. La piattaforma "Open data aziende confiscate" avrà una parte "privata ad esclusivo accesso e uso di Anbsc e un'area pubblica destinata alla fruizione da parte della collettività" come si legge all'articolo 2 dell'accordo.
Nell'audizione in Parlamento il direttore di Ansbc ha spiegato: "È prevista la realizzazione di specifici strumenti di reportistica e business intelligence, messi a disposizione esclusivamente dell'area privata della citata piattaforma, finalizzati all'estrazione di dati che consentano - sottolinea Frattasi - a supporto dei processi decisionali, mediante l'uso di specifici indicatori, un'analisi più affinata della capacità economica dell'impresa e del suo effettivo stato di salute". L'altro capitolo critico è la destinazione, ma soprattutto il cosiddetto riuso, degli immobili sequestrati e confiscati ai criminali mafiosi. Frattasi ha accompagnato in diverse occasioni il ministro dell'Interno Matteo Salvini per l'inaugurazione e il rilancio di alcuni immobili restituiti alla legalità.
Ora all'Anbsc sono state messe a punto anche le "Linee guida per l'amministrazione finalizzata alla destinazione degli immobili sequestrati e confiscati". È la seconda mossa ravvicinata di Frattasi per dare la scossa a un sistema di processi lenti e spesso paradossali. Nelle stesse linee guida lo si rimarca:?"Una delle criticità più rilevanti del sistema di destinazione dei beni immobili è data dal fatto che il bene, pur richiesto da un'amministrazione pubblica per essere adibito a scopi sociali, rimanga, tuttavia, inutilizzato per un periodo anche lungo" si legge nel documento.
Le conseguenze sono inevitabili: "Rischi di ammaloramento e degrado a cui si somma una perdita di credibilità e fiducia che investe l'intero sistema di gestione e valorizzazione dei beni". Così le "Linee guida" dettano un nuovo percorso con molte meno incognite e incertezze. Va stabilito "il principio che la destinazione per scopi sociali a un Ente di governo territoriale venga, di massima, accompagnata dalla contestuale definizione di un progetto di riuso".
Le manifestazioni di interesse verso l'ente territoriale per ottenere l'assegnazione del bene dovranno specificare "le modalità di gestione del bene; i tempi necessari per la piena operatività del progetto; le fonti di finanziamento che si intendono utilizzare; la complessiva e permanente sostenibilità economica e finanziaria del progetto; le ricadute, anche in termini economici, per i soggetti che beneficeranno della finalità proposta". Se lo Stato mette la faccia per dimostrare di aver vinto la mafia non sono più ammessi pressapochismi o furberie.









