di Claudio Cerasa
Il Foglio, 14 giugno 2019
Storica e giusta sentenza della Corte di Strasburgo contro l'ergastolo ostativo. La Corte europea dei diritti umani ha chiesto all'Italia di rivedere le norme che regolano l'ergastolo ostativo (il carcere a vita), affermando che queste sono contrarie all'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani, che vieta i trattamenti inumani e degradanti.
di Mattia Feltri
Il Secolo XIX, 14 giugno 2019
La sensibilità penale italiana poggia su due capisaldi: "buttare le chiavi" e "marcire in cella". La Cedu, che non è l'università di Del Piero ma la Corte europea dei diritto dell'uomo, dunque per la maggioranza degli italiani fumisteria da professoroni, ha giudicato inumano e degradante l'ergastolo ostativo cui fa ricorso la giustizia italiana.
di Angela Azzaro
Il Dubbio, 14 giugno 2019
Il ruolo dei Tg, il racconto mediatico, il lavoro svolto dai giornalisti: così si crea una percezione sbagliata. Nel 2017, i casi di legittima difesa sono stati 27, di cui quattordici non sono stati neanche rinviati a giudizio.
Se accendete la tv o leggete i giornali o andate a un comizio di Matteo Salvini, vi convincerete che le persone accusate e condannate per aver sparato a un ladro che stava entrando in casa, siano mille, duemila, un milione. Comunque tanti, troppi casi, al tal punto da pensare che la questione sia una emergenza e che ha fatto bene il ministro dell'Interno a modificare la legge.
Stesso ragionamento, vale per i reati. I dati del Viminale dicono che negli ultimi dieci anni sono dimezzati furti, rapine, omicidi. Ma la percezione delle persone è opposta, a tal punto che tra gli italiani crescono - come raccontato in questi anni dal Censis - odio e paura. Come mai?
È la domanda che si sono fatti sul Corriere della sera Milena Gabanelli e Luigi Offedu. La risposta la hanno trovata mettendo sotto accusa i nostri Tg. Nei cinque principali telegiornali il 36,4 per cento dei servizi è occupata dalla cronaca contro il 18,2 per cento della tv tedesca. La considerazione è esatta ma va ampliata tenendo conto di tutta la televisione italiana e ancora più in generale di tutta l'informazione. Sembra infatti che la responsabilità sia sempre degli altri (in questo caso i Tg) quando tutto il sistema mediatico italiano in questi anni ha soffiato sul fuoco, costruendo l'idea diffusa che siamo un Paese ad alto rischio criminalità e che lo Stato è assente in difesa dei propri cittadini.
Qualche tempo fa, partecipando a una trasmissione, il conduttore mi ha chiesto: "Ma se i reati diminuiscono perché le persone hanno questa percezione?". La risposta era insita nel suo programma, nelle ore e ore di servizi dedicati alle rapine, ai furti, ai furbetti del cartellino sottoposti alla gogna del pubblico e dopo qualche tempo assolti senza avere diritto di replica. L'attenzione va infatti posta non solo e non tanto sui Tg, quanto sull'intera programmazione della tv pubblica e privata. Dalla mattina fino a tarda notte chi guarda il piccolo schermo viene bombardato da servizi dedicati alle rapine, ai furti, alle persone che delinquono o alle persone che vengono accusate di aver commesso un reato e solo per questo sono considerate colpevoli. È una dinamica che si fonda su alcuni fattori chiave.
Proviamo a metterne in risalto alcuni. Il primo è quello della ridondanza: la stessa rapina viene mandata in onda più volte, con un montaggio e una musica che tendono a enfatizzare gli elementi violenti. Il secondo è quello della saturazione: tutto il palinsesto è costruito mettendo in evidenza gli aspetti negativi che accadono nella realtà. Il terzo è quello della "colpevolezza": se si parla di una inchiesta viene presentata come una sentenza. Basta cioè un avviso di garanzia per essere giudicati colpevoli. Se questo vale per l'informazione di carta, su cui bisogna rileggere la validissima ricerca fatta dall'Osservatorio informazione dell'Unione Camere penali, ancora di più è vero per la televisione, in cui l'impatto emotivo è più forte.
Le immagini abbassano il livello di criticità, siamo più proni a pensare che ciò che vediamo sia vero, dimenticando - anche quando lo sappiano - che dietro c'è un punto di vista, una costruzione discorsiva, una visione del mondo. Per questo leggendo Gabanelli, domenica scorsa sul Corriere, sono rimasta un po' allibita. Report per primo ha fatto passare l'immagine di un Paese allo sbando, in preda a bande di corrotti, dove tutto va male. In linea con l'attacco alla cosiddetta "casta" che ha conquistato un pezzo del giornalismo nostrano, il programma di Rai3 ha contribuito ad aumentare la sfiducia nei confronti della politica e dello Stato.
Quello cioè che mi ha colpito dell'articolo della giornalista è la mancanza di un "mea culpa". Un "mea culpa" che invece va fatto. Oggi infatti è facile, se non banale, attaccare Salvini che usa il tema della legittima difesa come una bandiera che produce consenso. I dati sul calo dei reati si sa da diversi anni, ma l'informazione sembra accorgersene solo ora, quando - da alcuni punti di vista - è quasi troppo tardi. Il ministro dell'Interno ha sfruttato quella percezione, diffusa nella popolazione italiana, creata da alcuni politici, lui compreso, e da quasi la totalità dell'informazione italiana.
È facile prendersela con lui, quando la vera critica dovrebbe essere mossa verso il modo in cui si sono date, per anni, le notizie. Certo, il piano emotivo- simbolico agito dalle forze politiche non può essere trascurato. Tutt'altro. Ma pensiamo in primis alle nostre responsabilità. In nome dell'audience o delle vendite si è fatto credere che eravamo un Paese violento, corrotto, sotto scacco a causa delle caste, e oggi è molto difficile tornare indietro. Ma va fatto, a tutti i costi. O almeno il mondo dell'informazione smetta di chiedersi come e perché nasca il gap tra fatti e percezione. Di te fabula narratur....
di Marina Caneva*
gnewsonline.it, 14 giugno 2019
Le nuove Strategie sulla prevenzione e la lotta alla radicalizzazione nelle carceri e sulla gestione di terroristi ed estremisti violenti dopo il rilascio sono state recentemente approvate dal Consiglio dell'Unione Europea, una delle quattro più importanti istituzioni della Ue.
Priorità assoluta nell'agenda del Consiglio, la lotta al terrorismo e alla radicalizzazione pone continue sfide nell'ottica di un approccio multi-agenzia, pubblico-privato, in ambito europeo e nelle regioni transfrontaliere. La valutazione delle minacce sul tema dell'antiterrorismo ha evidenziato l'urgenza di identificare misure di contrasto efficaci e progetti di reinserimento alla luce del fatto che numerosi detenuti estremisti violenti o accusati di terrorismo potrebbero essere rilasciati nei prossimi due anni.
Le conclusioni del Consiglio Europeo hanno individuato le iniziative di maggiore impatto, definite 'buone prassi', in vari ambiti, fra cui quello della formazione. Tra le attività formative di maggior importanza sono state segnalate quelle implementate dalle agenzie e dalle reti UE come Cepol (European Union Agency for Law Enforcement Training) e Ran (Radicalisation Awareness Network) e dal progetto europeo Derad (Counter radicalization through the Rule of Law) individuato quest'ultimo come lo standard nella formazione giuridica in materia.
Il Ministero della Giustizia, per il tramite del Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per il Triveneto, ha coordinato il progetto Derad in qualità di capofila, e consegue così un risultato senza precedenti, ottenuto grazie ai finanziamenti europei e senza alcun onere per il Ministero. "Gli obiettivi raggiunti e riconosciuti da 28 Paesi Membri - ha dichiarato il Provveditore Enrico Sbriglia - potranno consentire al nostro Paese di avanzare in futuro maggiori aspettative, anche ove si ipotizzasse l'istituzione di un'agenzia europea che, se costituita in Italia, confortata e sostenuta dall'Amministrazione Penitenziaria a livello centrale, rappresenterebbe indubbio vanto per il nostro Paese".
Oltre 1.000 sono state le unità formate in 27 Paesi europei grazie alle attività predisposte, che hanno consentito di dare vita a un campus virtuale, la piattaforma di formazione online Hermes, contenente 7 moduli innovativi, basati soprattutto su filmati originali per esercitazioni pratiche in tutte le lingue della UE, utilizzati per formare magistrati nazionali e della Corte Europea dei Diritti Umani. Infine, 50 punti di contatto nazionali in 27 Paesi membri hanno collaborato alla costruzione del toolkit, che fa da base all'intero programma formativo.
La sicurezza dell'ordine costituito dei Paesi Membri richiede l'istituzione di un fronte unico, che muova anche da una formazione di base omogenea, a contrasto del concreto pericolo derivante dalle tragiche conseguenze che il radicalismo violento può generare. Con il progetto Derad, per la prima volta nella storia delle istituzioni europee, il Consiglio della UE riconosce finalmente al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria un ruolo all'avanguardia nel progetto di omogeneizzazione legislativa e formativa.
*Referente per la comunicazione del Prap Triveneto
La Repubblica, 14 giugno 2019
"La situazione del mondo penitenziario in Italia è una situazione che abbiamo ereditato: è drammatica". Così Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, a margine della firma del protocollo a Palazzo Salerno a Napoli per il passaggio di immobili dal ministero della Difesa a quello della Giustizia.
"Quello che abbiamo deciso di fare - prosegue Bonafede - a differenza di quanto si faceva in passato, quando si facevano indulti svuota carceri che non servivano a nulla, è di investire risorse sia nelle carceri sia nell'educazione dei detenuti". Il ministro definisce il livello dell'edilizia carceraria "molto basso, a volte non rispettoso della dignità dei detenuti che ci vivono e anche per la polizia penitenziaria".
"Il numero delle strutture che passeranno è ancora un numero da determinare nel totale - spiega Elisabetta Trenta, ministra della Difesa - per ora si lavora sulle prime idee di quattro strutture. Questa è la risposta dello stato, non di un solo ministro, perché nel momento in cui c'è un cittadino al centro, chiunque sia, tutte le spese dello stato devono essere messe insieme in sinergia evitando sprechi per risolvere il problema. Così - conclude - stiamo affrontando i problemi in questo governo".
La caserma Battisti - "La Difesa, con riferimento ad un primo portafoglio immobiliare, con questo protocollo si impegna a cedere al ministero della Giustizia la caserma Cesare Battisti di Napoli". Così Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, dopo aver firmato il protocollo quadro a Napoli, a Palazzo Salerno, con cui il suo dicastero cede alcuni immobili sul territorio nazionale al ministero della Giustizia. Nella struttura di Bagnoli sarà realizzato un istituto di custodia 'attenuata'. Tra gli esempi fatti dalla ministra c'è quello di un istituto per detenute madri o per minori.
Il caso Csm - "Voglio che sia chiaro che la situazione è chiaramente grave, e questa gravità va affrontata dalle istituzioni che devono rimanere compatte". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sull'avvio della procedura disciplinare del ministero sul caso Csm.
"La magistratura italiana - ha detto - è di un livello altissimo, una delle migliori magistrature al mondo, sicuramente c'è un sistema delle correnti, un sistema contro cui in tanti ci siamo impegnati, anche la magistratura stessa, a combattere".
intervista di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 14 giugno 2019
In Italia l'ergastolo è la massima pena prevista nell'ordinamento giuridico penale per un delitto. L'ergastolo ostativo, poi, esclude il detenuto da qualsiasi tipo di beneficio, anche dopo 26 anni passati in carcere. Una condizione che la Corte europea dei Diritti dell'uomo ci contesta da tempo. Ma è realmente così afflittivo il nostro sistema giudiziario? Quanti ergastolani concludono la loro vita in carcere?
Il presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, ritiene che "la nostra sia una giustizia molto garantista", e che dall'entrata in vigore della Legge Gozzini, i condannati a fine pena mai possono vedersi riconosciuti parecchi benefici di legge.
Presidente, perché l'ergastolo ostativo è una pena detentiva difficilmente rivedibile?
"Va premesso che di ergastolani ostativi in Italia ce ne sono pochissimi. Nel caso preso in esame dalla Corte europea il condannato non si è mai pentito, nonostante abbia tenuto una buona condotta in carcere. Ora va valutato se questa buona condotta equivalga anche a un pentimento personale, seppure il detenuto abbia scelto di non fornire indicazioni sui complici o sull'organizzazione mafiosa. Altrimenti potrebbe voler dire che i rapporti non sono cessati e che lui è come un buon soldato pronto a tornare al posto di combattimento".
La Corte europea critica l'Italia perché considera la pena troppo afflittiva e non umana. Come ritiene che sia il nostro ordinamento giudiziario?
"Devo dire che un regalo di civiltà dovrebbe portare, in futuro, al superamento dell'ergastolo: trenta anni di detenzione, credo che siano una sofferenza sufficiente. Ma, bisogna riconoscere, che in Italia difficilmente un ergastolano rimane tale a vita. Le nostre leggi sono molto garantiste, soprattutto rispetto ad altri paesi europei o anche ad alcuni Stati americani. In tante occasioni il giudice ha bloccato l'espulsione, perché nel paese di provenienza c'era la pena di morte. E spesso sono i detenuti stessi a preferire le carceri italiane piuttosto che quelle estere".
La sentenza non implica la liberazione del detenuto, anche se l'Italia dovrà pagargli 6 mila euro di spese. In che modo si potrà contrastare la decisione?
"Spetterà allo Stato decidere di presentare il ricorso, e certamente lo farà rivolgendosi alla Grande camera, diciassette giudici che vengono chiamati a pronunciarsi su casi eccezionali. Se il Governo non lo facesse, il verdetto diventerà definitivo entro tre mesi".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 14 giugno 2019
Il tribunale di Strasburgo dà ragione a un condannato per mafia "La pena ostativa va rivista, il detenuto deve poter ottenere benefici". La legge sul carcere a vita va rivista. Così la pensa la Corte europea dei diritti umani che ha chiesto all'Italia di riformare le norme in materia di ergastolo ostativo.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2019
Corte europea dei diritti dell'uomo, sentenza 13 giugno 2019 sul ricorso 77633/16. La legge italiana sull'ergastolo non convince la Corte europea dei diritti dell'uomo. Con una sentenza depositata ieri, i giudici hanno boccato la disciplina italiana e ne hanno chiesto la modifica.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 giugno 2019
La legge italiana viola i diritti umani. L'ergastolo ostativo viola l'articolo 3 della Convenzione europea che vieta i trattamenti e le punizioni inumane e degradanti, configurando un ergastolo incomprimibile. Così ha deciso ieri la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sul ricorso dell'ergastolano Marcello Viola e assistito dagli avvocati Antonella Mascia, Valerio Onida e Barbara Randazzo.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 14 giugno 2019
Con sei voti a favore e uno contrario, la Corte europea dei diritti dell'uomo affronta il tema riconoscendo la violazione e invitando l'Italia a un cambio di direzione. Il Garante Palma: "La Corte ci invita a riflettere sulle finalità della pena".
"L'ergastolo ostativo viola l'articolo 3 della Convenzione europea". Con sei voti a favore e uno contrario, la Corte europea dei diritti dell'uomo per la prima nella storia italiana ha affrontato la questione dell'ergastolo ostativo riconoscendo la violazione dell'articolo 3 della Convenzione, che vieta trattamenti inumani e degradanti come la tortura. Il caso, che sta aprendo una profonda riflessione sul diritto penale e penitenziario, arriva dal ricorso di un detenuto, rinchiuso in carcere ininterrottamente dal 1992.
"Quella di oggi è una decisione importante, soprattutto perché deve far riflettere sulla pena e sulla sua finalità - dichiara a Redattore Sociale il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma. Non è una cosa da sbandierare con posizioni preconcette ma un invito forte a una riflessione su quale sia la prospettiva della pena. Anche nei casi in cui si utilizzano regimi forti la finalità non deve essere mai persa, così come deve essere sempre tenuta presente la possibilità che quelle persone nel tempo possano mutare.
Altro aspetto importante: la dignità umana è un valore assoluto che prescinde da tutto e che va sempre ricordato. Tengo a precisare che la Corte non mette in discussione di per sé il 41bis o la necessità di misure severe, tra l'altro qui parla del 4bis, ma stabilisce prima di tutto il primato della dignità da tenere presente e poi invita lo Stato italiano a riflettere su come si possano determinare situazioni che rischiano di far perdere di vista la finalità rieducativa dell'articolo 27 della nostra Costituzione".
Che cosa succede adesso?
"La Corte dice che questo non significherà nulla rispetto alla libertà del soggetto, ma che lo Stato deve interrogarsi sull'assolutezza che copre non solo i benefici ma anche la prospettiva di una liberazione condizionale. Teniamo presente che la liberazione condizionale, che è nel codice non nella legge penitenziaria, è prevista dopo 26 anni. Ora, 26 anni fatti senza beneficio sono proprio 26. D'altra parte la Corte in precedenti sentenze che avevano riguardato il Regno Unito e la Bulgaria aveva dato indicazioni secondo cui dopo 25 anni, più o meno, sarebbe importante interrogarsi sulla persona che ci si trova davanti e guardare anche al percorso che ha fatto".
Quante sono state le sentenze sul tema?
"In termini assoluti le sentenze sono state 30 e hanno riguardato ben 13 Stati. Mentre ci sono al momento altri casi pendenti. Nella sentenza di oggi si registra una evoluzione perché la Corte se nel 2008, in un caso rispetto a Cipro, aveva detto che il fatto che ci potesse essere la grazia presidenziale era di per sé una speranza, poi via via ha modificato, facendola evolvere, la sua giurisprudenza. Tanto che nel 2013 in un caso rispetto al Regno Unito ha sostenuto che non poteva bastare la sola grazia del sovrano ma che c'era bisogno di una norma che prevedesse una revisione dopo un certo numero di anni. Ecco, in questo solco si inserisce la sentenza di oggi che non è solo una questione italiana ma resta un punto di riflessione importante anche per noi".
Una prima volta per l'Italia?
"In realtà - spiega Palma - per l'Italia c'era stato un altro caso su cui la Corte si era interrogata rispetto a un ergastolo, nel 2008, dichiarandone però l'inammissibilità per come era formulato, perché chiaramente infondato: non c'era ancora l'ostatività, come termine, per il ricorrente. In questo senso oggi siamo davanti a una prima volta importante anche perché la Corte ha accettato le terze parti, i cosiddetti amici curiae composti da gruppi che facevano capo all'università di Milano e di Firenze.
Proprio perché è un tema su cui si voleva riaprire una discussione e che va affrontata con calma. È inutile ora schierarsi. La decisione ci pone dei principi: quello della modificabilità dei destini della persona e quello della dignità come valore fondante. Ecco, abbassiamo i toni e discutiamo di questo. Ci farà bene per discutere anche sul significato della pena. Mi auguro che l'Italia metta in piedi un gruppo di lavoro a livello parlamentare o esecutivo per ragionare insieme su come muoversi dopo questa sentenza".










