salto.bz, 15 giugno 2019
Il presidente della Provincia Kompatscher incontra la nuova direttrice Francesca Gioieni. "Massimo impegno della Provincia per il cantiere". La data è un anticipo rispetto al 2021 indicato. L'attuale struttura è in condizioni critiche e quella nuova è per ora solo sulla carta, condizionata dalle incognite che interessano l'azienda vincitrice dell'appalto, Condotte spa, tutt'altro che fugate. Arno Kompatscher assicura però "il massimo impegno della Provincia affinché i lavori del possano iniziare nel 2020, nonostante le ben note difficoltà di carattere economico che stanno colpendo la società".
La Provincia si impegnerà al massimo affinché i lavori del possano iniziare nel 2020, nonostante le ben note difficoltà di carattere economico che stanno colpendo Condotte spa (Arno Kompatscher)
Così interviene il Landeshauptmann a margine dell'incontro con Francesca Gioieni, nuova direttrice della casa circondariale di Bolzano. Originaria della Puglia, da marzo Gioieni ha preso il posto di Rita Nuzzaci che per 16 anni è stata alla guida del carcere altoatesino. La dirigente ha incontrato per la prima volta, nel suo ufficio di Palazzo Widmann, il presidente della Provincia Kompatscher. Insieme si sono soffermati sulle note problematiche che affliggono la struttura di via Dante. Il progetto: i dati sul nuovo carcere di Bolzano nel dossier discusso nella clausura di giunta a maggio a Carezza. Oltre al penitenziario la Condotte spa deve costruire anche il nuovo polo bibliotecario
"Francesca Gioieni - sottolinea il governatore, soddisfatto del colloquio - ha dimostrato grande spirito di iniziativa e si pone come obiettivo quello di avviare una serie di misure e iniziative per migliorare la situazione di chi deve scontare la pena, ma anche di chi opera e lavora all'interno del carcere". Francesca Gioieni si pone l'obiettivo di migliorare la situazione di chi deve scontare la pena, ma anche di chi opera e lavora all'interno del carcere.
Il presidente promette il massimo impegno dell'amministrazione locale affinché si dia avvio al cantiere già nel 2020. In realtà, si tratta di un'anticipazione rispetto alla data segnata sul dossier discusso nella clausura di giunta di inizio maggio. Le tappe previste sono: progetto esecutivo a metà 2020, inizio lavori nella primavera 2021, fine lavori a marzo 2023. Il costo dell'opera, compreso l'acquisto dell'area, è di 63 milioni di euro.
di Giampiero Marras
L'Unione Sarda, 15 giugno 2019
La vita dei detenuti al centro dell'incontro organizzato all'università. Dal racconto in prima persona di Federico Caputo, ex detenuto che è stato anche nella struttura di Alghero, alle parole di Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia. "Mio fratello Giovanni una volta disse: 'Non bisogna mai dimenticare che in ognuno degli assassini c'è un barlume di umanità".
È stata una mattinata intensa anche emotivamente quella dedicata all'editoria carceraria nell'ambito di "Dentro & Fuori", il workshop organizzato dal Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Sassari insieme a numerosi partner per fornire un contributo significativo al dibattito in corso su dove va, e dove dovrebbe andare, il sistema carcerario italiano.
"La persona non è solo il suo reato, ma è qualcosa di più complesso" ha detto Federico Caputo, che nel 2014 ha finito di scontare una pena di 14 anni, abbreviata di 4 anni, resa ancora più pesante dalle precarie condizioni fisiche. Ha scritto un libro dal titolo "Sensi ristretti" perché, come ha spiegato: "L'odore indefinibile, l'assenza di colori, il silenzio rumoroso interrotto solo dai cancelli che sbattono. Il sapere interpretare qualsiasi rumore. Tutti i sensi si attivano perché devi sopravvivere in carcere. Sono libero da cinque anni, ma quando chiudo gli occhi l'odore del carcere lo sento ancora".
Giovanni Gelsomino, operatore nella Casa di reclusione di Nuchis, a Tempio, ha sottolineato quanto lo studio possa aiutare una persona che vive rinchiusa da anni, senza la cognizione di come si vive fuori. "La metà dei detenuti di Nuchis frequenta la scuola e molti sono avviati alla laurea. Percentuali da record non solo in Italia, ma credo siano tra le più alte d'Europa. Per dare un'idea di cosa voglia dire stare dentro per anni, quando abbiamo accompagnato un detenuto fuori, è uscito sotto la pioggia ad abbracciare gli alberi", ha detto
di Damiano Tavoliere
Alias - Il Manifesto, 15 giugno 2019
Dal braccio della morte di San Quintino ai detenuti del carcere romano: la compassione di un monaco buddista. "Anche un serial killer riesce a fare meditazione, a contattare livelli di calma profonda e avere un'importante trasformazione interiore, persino superiore a quanto avviene con la psicanalisi. Nello Zen si parla di condizionamenti (mentali, sociali, culturali, familiari, storici...) e afflizioni (ignoranza, paura, rabbia, odio...) che offuscano la nostra vera natura luminosa. Chi non è in grado di gestire le proprie emozioni e l'aggressività connaturata all'uomo, finisce preda delle stesse".
Allora che dire dell'attuale ministro degli Interni che chiude i porti e fa morire la gente in mare? "Una persona che si comporta con tutto quest'odio, tutta questa rabbia, quanto sta male? Quanto dolore ha in sé per rovesciare crudeltà su persone che neppure conosce? Poiché chi sta male scarica la sua sofferenza sugli altri; la meditazione (che è il mio percorso, per altri può essere altro) aiuta le persone a contattare la propria sofferenza e prendersene cura, a guardare ansie paure angosce che guidano la propria esistenza, a riconoscere il proprio ego ipertrofico e le ferite profonde dentro di sé invece di proiettarle sull'altro da sé, in questo caso i migranti. Ma -come per chiunque- tale aiuto va desiderato, non imposto".
L'abbraccio di San Quintino - Dario Doshin Girolami nasce a Roma il 29 settembre 1967 da una famiglia di cineasti: figlio del regista Marino e della costumista Silvana Scandariato, fratello dell'attore Enio (Fellini, Visconti...) e del regista Enzo G. Castellari (adorato da Quentin Tarantino e citato in Bastardi senza gloria). Il suo destino sembrava inciso geneticamente, ma a sei anni il medico curante -nonché insegnante di yoga e meditazione- vede nel bambino vibrazioni speciali, gli trasmette disciplina e testi orientali: un imprinting fatale che diviene nel tempo scelta di vita, studio e pratica, senza nulla togliere al gioco o agli amori e all'infinita attrazione per il mare e i suoi sport. Seguono la laurea e l'opzione monastica, con specifici approfondimenti sulle emozioni che lo conducono al Centro Zen di San Francisco, guidato da Eijun Linda Cutts.
Lì lo Zen intreccia valori essenziali in Occidente: "la democrazia, il femminismo, l'uguaglianza di genere, infatti è la badessa la mia maestra, quella che mi ha trasmesso il Dharma, ossia l'autorizzazione ad insegnare a mia volta, mentre in Oriente c'è separazione uomini/donne e queste sono subordinate". Girolami fa esperienza nel penitenziario di San Quintino coi detenuti condannati a morte ("uno di loro mi disse che ero la prima persona ad averlo abbracciato"), poi a Roma fonda il Centro Zen l'Arco, sposa una fascinosa docente di danza indiana, insegna Taichichuan, tiene seminari e corsi di meditazione all'università e nel carcere di Rebibbia (una sua collaboratrice opera nel settore femminile).
Il famigerato Ashin - La fede buddista è certamente tra le più pacifiche, ma l'inaffidabilità umana fa breccia in tutti gli ambiti e in tutte le epoche, per cui il cronista non può eludere domande sui massacri odierni compiuti esattamente da chi per eccellenza predica la tolleranza: è recente il documentario girato clandestinamente dal regista Barbet Schroeder sul famigerato monaco birmano Ashin Wirathu (Il venerabile W), fautore di una pulizia etnica antimusulmana e di sterminio della minoranza Rohingya, con l'ausilio della giunta militare al potere, il favore pressoché totale del popolo fanatizzato e l'appoggio di San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991 (ora in tanti ne chiedono la revoca); non dissimile il nazionalismo religioso nello Sri Lanka contro cristiani e musulmani. Girolami non si scompone, respira profondamente come volesse assorbire il male del mondo e purificarlo, riabbozza un sorriso di misericordia per le debolezze e le ambiguità costitutive nella nostra specie: "Occorre bloccare e ingessare chi fa del male a sé e agli altri, non girare la testa altrove, come sono fermati e ingessati coloro che incontro in carcere.
Personalmente mi ispiro al modello di Gandhi, faccio del mio meglio per attenermi ai precetti filosofico-religiosi, ma se un malvivente non sente ragione chiamo un carabiniere. Ognuno di noi ha lati oscuri di rabbia e paura che -se non contattati e curati- possono portare alla follia hitleriana, al razzismo, al genocidio. Wirathu va contro gli insegnamenti del Buddha, mi vergogno per la sua condotta, la nostra comunità -soprattutto occidentale- condanna a voce alta il clero buddista birmano legato al regime militare.
Dobbiamo illuminare gli angoli bui che ci affliggono dentro: essere buddisti non significa essere santi, siamo umani e i nostri precetti etici e morali devono orientare il nostro cammino, ma proprio perché umani rischiamo sempre di perdere la bussola. Pure il clero zen giapponese è contravvenuto ai nostri principi di etica, saggezza e compassione: nella Seconda guerra mondiale ha sostenuto lo sforzo bellico nazionalista e -mi duole il cuore a dirlo- alcuni monaci hanno imbracciato le armi violando apertamente l'insegnamento del Buddha".
Dario Girolami è persona assai evoluta, il suo Centro Zen è aperto a tutti senza distinzione di "età, genere, orientamento sessuale, etnia, nazionalità...", la scuola giapponese Soto Zen di cui fa parte consente il matrimonio e le badesse nei templi. Fra le sue varie cariche, egli è membro fondatore di Cmc (Consciousness Mindfulness Compassion), coordinatore Ebu (Unione buddista europea), copresidente di RfP (Religions for Peace).
È cosciente di avere potere su chi gli si rivolge in quanto Maestro, come è cosciente della propria fallibilità in quanto essere umano; perciò, sebbene in teoria autosufficiente e indipendente come Maestro col livello iniziatico più alto (a maggio 2019 diviene Abate del Tempio dell'Arco), la sua continua autosorveglianza s'accompagna alla supervisione della sua storica insegnante spirituale e di uno psicologo, "così verifico che il potere non mi dia alla testa deviando dalla rettitudine e dall'umiltà".
Insensatezza e compassione - "L'unica risposta possibile all'insensatezza della realtà nella quale viviamo è la compassione, volerci bene e sostenerci, senza distogliere lo sguardo dalla sofferenza di tutti gli esseri viventi, senzienti e non senzienti, poiché siamo tutti interrelati e interconnessi in una dimensione impermanente: il carcere è un buco nero che nessuno vede, la società lo rimuove, ma lì ci sono umani sofferenti; troppo facile condannarli: che vita han fatto per finire lì?, e noi, la buona società, cosa abbiamo fatto per loro?
Siamo individui unici e irripetibili, ma siamo pure una sola natura in una società definita. Quando entro in carcere so di incontrare dei malfattori, magari degli assassini, ma io li incontro come esseri umani (né m'interessa il reato commesso), mi preme dargli rispetto, affetto, attenzione, è questo che può cambiare la persona, insieme all'investigazione interiore per capire da quali ferite profonde originano il male e le difese di rabbia e odio. In una lettera bellissima un ex detenuto mi ha scritto: tu sei il primo che mi ha fatto sentire di valere qualcosa".
Redattore Sociale, 15 giugno 2019
Cento detenuti coinvolti ogni anno, 40 spettacoli realizzati e 9 laboratori. Gli operatori si incontrano per la prima volta a Ferrara per creare un coordinamento. Martiello, (Csv): "È il momento di rendere stabili queste esperienze".
Sono più di cento i detenuti coinvolti ogni anno in attività teatrali in Emilia Romagna: 9 i laboratori attivi al momento e 40 gli spettacoli realizzati negli ultimi anni, la maggior parte dei quali rappresentati anche all'esterno delle prigioni. Sono i numeri dell'indagine sul teatro in carcere presentata oggi a Ferrara nel forum sul tema, che riunisce per la prima volta gli operatori delle varie esperienze presenti in regione.
"La funzione trattamentale del teatro è ormai ampiamente dimostrata - spiega Vito Martiello, coordinatore del Centro servizi per il volontariato di Ferrara, che ha contribuito a realizzare la mappatura: ora ora queste esperienze hanno bisogno di un riconoscimento". L'obiettivo del forum, prosegue Martiello, è appunto "la costituzione di un coordinamento di tutte le attività di teatro carcere in regione, come già successo in Toscana". Un riconoscimento ufficiale, insomma, ma anche un modo per rendere più stabili le esperienze che si sono sviluppate in questi anni. "Si tratta di progetti sempre precari - sottolinea Martiello - che nascono su iniziativa dei teatranti e che ogni anno devono lottare per trovare finanziamenti".
Qualcosa in questo senso si sta già muovendo, tanto è vero che il censimento delle esperienze teatrali è stato commissionato al Comune di Ferrara dall'assessorato alle Politiche sociali della regione. Comune e Csv di Ferrara hanno così realizzato schede per ognuno dei laboratori presenti in Emilia: 3 a Bologna, 2 a Modena (contando la casa circondariale di Castelfranco Emilia) e uno rispettivamente a Ferrara, Parma, Reggio Emilia e Rimini. L'ingresso del teatro in carcere, avvenuto negli anni 80, si è dimostrato quindi efficace. "Per i detenuti e per il pubblico il teatro rappresenta la possibilità di vedersi sotto un'altra veste - commenta Martiello -: si tratta di esperienze fondamentali per mettere in contatto le carceri e le città che le ospitano".
La mappa presentata a Ferrara mostra una realtà viva e dinamica, nonostante le inevitabili difficoltà. Fra le esperienze più longeve c'è quella bolognese del Teatro del Pratello, che dopo dieci anni di lavoro con i ragazzi dell'omonimo carcere minorile, nel 2008 ha visto per la prima volta il regista Paolo Billi dirigere detenuti adulti nello spettacolo "Cantico degli Yahoo", presentato nel cartellone dell'Arena del Sole. Sempre a Bologna, dal 2001 l'associazione La città invisibile lavora con i detenuti della sezione alta sicurezza, che finora non hanno però potuto esibirsi al di fuori dalla casa circondariale.
A Modena, invece, il progetto è andato oltre il teatro, portando alla nascita di "Buona condotta", un inserto pubblicato su un settimanale di strada locale per comunicare all'esterno quello che succede in carcere. Scorrendo la mappa, si scopre che i detenuti-attori di Castelfranco si sono presi anche qualche soddisfazione artistica, raggiungendo nel 2007 le finali del Premio Ustica con lo spettacolo "Frammenti". E in alcuni casi la recitazione si è trasformata in un vero lavoro, contrattualizzato e retribuito, seppure in modo occasionale.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 15 giugno 2019
Matterella firma il decreto sicurezza bis. La commissione Ue: "La Libia non è un porto sicuro". Solo sedici miglia separavano ieri sera la Sea Watch 3 da Lampedusa. La nave della ong tedesca è rimasta tutto il giorno al largo dell'isola senza neanche tentare di entrare nelle acque territoriali italiane per non offrire pretesti al ministro degli Interni Matteo Salvini. "Ciondolano nel Mediterraneo e giocano sulla pelle dei migranti", è tornato ad attaccare il leghista, al quale ieri si è aggiunto anche il premier Giuseppe Conte che da Malta, dove si trovava per il vertice dei Paesi Ue del Mediterraneo, ha chiesto "maggiore trasparenza da parte delle ong".
A bordo della nave, che mercoledì ha salvato 53 migranti tra i quali quattro bambini e nove donne, quello di tornare indietro e di sbarcare i migranti in Libia, come chiede Salvini, è un pensiero che non sfiora nemmeno le menti del comandante e dell'equipaggio. Con la guerra civile che infuria da mesi provocando morti e feriti, il Paese è lontano dall'essere il porto sicuro richiesto dai trattati internazionali nel quale poter sbarcare uomini, donne e bambini.
E questo anche se giovedì le autorità del Paese nordafricano hanno indicato alla Sea Watch 3 proprio Tripoli come porto dove effettuare lo sbarco. Un'indicazione che, visto come vanno le cose in Libia tra guerra civile e violenze sui migranti, ha tutto il sapore della provocazione. "Il fatto che la Libia non sia un porto sicuro non lo diciamo noi, che riportando indietro i migranti commetteremmo un crimine", ha spiegato la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi. "Lo dice la stessa missione Onu in Libia, l'Unhcr, la Commissione europea, la Farnesina e lo ha ammesso lo stesso ministro degli Interni".
Parole confermate ieri dalla portavoce della commissione Ue che, pur riconoscendo che la commissione non ha competenze per quanto riguarda l'assegnazione di un porto sicuro, ha però ricordato come "tutte le navi con bandiera europea devono seguire le regole internazionali, che significa che devono portare le persone in un porto che sia sicuro. La commissione - ha concluso al portavoce - ha sempre detto che queste condizioni non ci sono attualmente in Libia".
Ieri sera il presidente Mattarella ha firmato il decreto sicurezza bis che diventerà operativo oggi con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Questo significa che il comandante della Sea Watch 3 rischia i sequestro della nave e una multa tra i 10 mila e i 50 mila euro, e ha permesso a Salvini di affermare che "ci sono in acqua tutti i mezzi e gli strumenti legislativi necessari per evitare che questi aiutanti dei trafficanti, nei fatti, arrivino in Italia".
In attesa che la situazione si sblocchi alcune città tedesche, tra le quali Berlino, si sono offerte di accogliere i migranti che si trovano sulla Sea Watch. "Se necessario sono pronto a mandare degli autobus per prendere queste persone", ha detto il sindaco di Rottenburgs, nel Land del Baden-Württemberg. Perché questo possa accadere, però, è necessario che prima la Sea Wach 3 possa trovare un approdo. Cosa che la momento appare difficile. "I porti italiani restano chiusi, non pensino di passarla liscia", tuonava ancora in serata Matteo Salvini
iisroncalli.edu.it, 15 giugno 2019
Si è svolta mercoledì 5 giugno, presso la casa circondariale di Ranza, nel comune di San Gimignano, una partita di calcio organizzata dall'area educativa del carcere in collaborazione con l'IIS Roncalli di Poggibonsi. Protagonisti gli studenti dell'IIS Roncalli: quelli detenuti che frequentano il corso Turismo della scuola carceraria dell'IIS Roncalli e gli studenti della Vafm dell'Istituto valdelsano, accompagnati dalla docente Angela Ferretti, dal Dirigente Scolastico e dal professor Luigi Zonno, coordinatore della sezione carceraria.
L'incontro si è svolto in tre tempi di 50' ciascuno, il terzo dei quali ha visto confrontarsi due squadre miste di giovani studenti e detenuti. Un momento formativo importante che ha lasciato tutti soddisfatti.
"È stata una bella esperienza - dichiara Niccolò Cibecchini della Vafm - all'inizio avevo un po' di ansia ed ero un po' disorientato, ma poi abbiamo trovato un ambiente accogliente e ci siamo divertiti".
"Ho partecipato personalmente all'incontro che ha rappresentato un momento importante per tutti gli studenti del nostro istituto coinvolti - commenta il Dirigente scolastico Gabriele Marini- per gli studenti della Vafm che hanno avuto l'opportunità di fare un'esperienza didattica significativa, che si inserisce in un più ampio percorso di Educazione alla cittadinanza attiva e partecipata, e di confrontarsi con la complessità della vita carceraria; per gli studenti detenuti, che hanno avuto l'opportunità di un contatto e di un confronto con la realtà esterna, in un'ottica anche riabilitativa della pena. La sezione carceraria si inserisce nell'ambito della nostra offerta formativa dedicata agli adulti e siamo contenti di poter svolgere una funzione così importante come quella educativa e culturale all'interno del carcere di Ranza".
Redattore Sociale, 15 giugno 2019
Donne, madri, detenute ma anche agenti della polizia penitenziaria e addette alla sorveglianza. Sono le protagoniste delle immagini che il fotoreporter ha realizzato nelle case circondariali femminili d'Italia. Dal 15 al 30 giugno in mostra a Bologna.
Donne, madri, detenute, ma anche agenti della polizia penitenziaria, addette alla sorveglianza. Sono tutte donne accomunate, nelle proprie differenze dalla condivisione di uno spazio limitato e definito, il carcere. Sono le protagoniste delle immagini del fotoreporter Giampiero Corelli che, con i suoi scatti, ha raccontato la realtà degli istituti femminili italiani. "La bellezza dentro", questo il titolo della mostra promossa dall'associazione il Poggeschi per il carcere e dal Comune di Bologna, sarà visibile dal 15 al 30 giugno a Palazzo d'Accursio. Corelli, che da trent'anni collabora con diverse testate giornalistiche e ha realizzato, tra gli altri, un reportage sulle donne soldato in Afghanistan, è entrato in quasi tutte le case circondariali femminili d'Italia: da Palermo a Trento, passando per Rebibbia, San Vittore e Bologna.
"Le foto fanno emergere l'umanità rinchiusa dentro la realtà delle case circondariali, dove le persone condividono anche le situazioni più intime e personali e i sentimenti positivi e negativi si esaltano. Il progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione del ministero della Giustizia, al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle case circondariali con il loro personale "ma anche alla direzione, agli educatori, agli agenti di polizia penitenziaria e alle tantissime donne, detenute che si sono prestate a essere fotografate, in un momento della propria vita non certo facile".
I temi della mostra saranno approfonditi il 20 giugno nella tavola rotonda "Alla ricerca della bellezza dentro" che si terrà nella Sala Anziani di Palazzo d'Accursio a partire dalle 17. Sono previsti intervisti di Cecilia Alessandrini, presidente dell'Associazione Il Poggeschi per il carcere, Antonio Ianniello, garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna, Marcello Marighelli, garante per i diritti delle persone private della libertà personale della Regione Emilia-Romagna, Susanna Zaccaria, assessore alle Pari opportunità, Contrasto alle discriminazioni e Patto per la Giustizia del Comune di Bologna, Massimo Ziccone, direttore area educativa Casa Circondariale di Bologna.
di Andrea Cegna
Il Manifesto, 15 giugno 2019
L'ultima a essere uccisa, Norma Sarabia, indagava sulla corruzione nella polizia. Lo scrittore Juan Villoro: "In questo momento la libertà di espressione non è del tutto garantita". Marco Miranda, giornalista dello Stato di Veracruz, è stato sequestrato nella giornata di mercoledì, mentre martedì una giornalista che si occupava di cronaca nera, Norma Sarabia, è stata uccisa in un agguato mentre tornava a casa nel Tabasco, lo Stato nel sud-est del Messico dov'è nato il presidente Andrés Manuel López Obrador, Amlo. Due uomini mascherati a bordo di una moto le hanno sparato numerosi colpi. Il suo giornale, Tabasco Hoy, ha fatto sapere che indagava su episodi di corruzione nella polizia e che aveva ricevuto minacce anonime.
Si tratta dell'ottavo omicidio di un giornalista dall'inizio dell'anno in Messico, il decimo dall'inizio del governo Obrador. Lo scorso anno furono 8 tra giornaliste e giornalisti ad essere uccisi. Se iniziamo a contare dal 2000 arriviamo a quota 129. Spesso non si sa nulla del perché dell'omicidio, a volte chi è stato ucciso si era imbattuto nelle promiscuità tra trafficanti di droga, apparati dello Stato e operatori di economie legali. Quasi sempre si è data la colpa ai fantomatici "cartelli", soggetti quasi mitologici a cui vengono attribuite le colpe di ogni male del Paese, quasi come un mantra buono e utile a non affrontare i singoli casi.
Juan Villoro, scrittore e giornalista ci dice: "Da quando Obrador è presidente la violenza non è diminuita. Non si tratta certo di una responsabilità dell'attuale governo, perché siamo davanti a un problema strutturale che esiste da decine di anni. Jorge Ramos, giornalista messicano che lavora negli Usa, ha assistito a una delle conferenze stampa mattutine di Amlo e ha fatto domande sulla violenza. Il presidente ha risposto dicendo che l'aritmetica non è il suo forte ma in sostanza ha confermato i tragici numeri elecati da Ramos. Non tenta di negare il problema". Secondo Villoro "in questo momento la libertà di espressione non è del tutto garantita. C'è il timore che gli uffici pubblici che si occupano di comunicazione si convertano in uffici di propaganda. L'agenzia Notimex ha licenziato tutti i suoi corrispondenti per assumere persone vicine al governo Obrador. Preoccupa che invece che attivare percorsi di protezione dei giornalisti si chiudano gli spazi di critica. Gli organi informativi pubblici debbono essere di Stato e non di governo".
Se guardiamo alla violenza, continua lo scrittore: "A città del Messico pochi giorni fa è stato ucciso uno studente universitario. Non ci sono passi in avanti nell'inchiesta su Ayotzinapa, anche se è stata creata una commissione d'inchiesta. Ma il governo di Obrador è in carica da soli sei mesi, impossibile pensare che potesse cambiare tutto in un periodo così breve. Ha creato la Guardia nazionale, scelta molto criticata da settori che pensano che accresca la militarizzazione del Paese, e per attribuirle poteri e competenze son stati modificati 10 articoli della Costituzione. Però con l'accordo firmato con gli Usa di Trump la Guardia nazionale sarà usata soprattutto per arrestare migranti, e non contrastare la violenza nel Paese".
di Anna Bono
Italia Oggi, 15 giugno 2019
Contro questo rischio i cittadini di Sudan, Algeria e Liberia scendono in piazza per protestare. Alla base di tutto il familismo e la corruzione endemica. Protestano i cittadini di tre paesi africani (Sudan, Algeria, Liberia) sfilano per le strade delle capitali, erigono barricate. In Sudan e Algeria le manifestazioni sono cominciate mesi fa.
In Sudan fino ad aprile la gente è scesa in strada contro il presidente Omar al-Bashir, da 30 anni al potere, talmente feroce nel reprimere ogni opposizione e nella realizzazione del suo progetto di arabizzazione del paese, costato milioni di morti e di profughi, da aver meritato nel 2009, primo presidente al mondo, di essere incriminato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l'umanità, crimini di guerra e genocidio. Dopo che l'11 aprile i militari lo hanno deposto, le proteste sono riprese non appena si è capito che un nuovo regime rischia di sostituire quello precedente.
Dall'inizio di giugno, quando il Consiglio militare di transizione ha ordinato alle Forze speciali paramilitari di aprire il fuoco sulla folla inerme per disperderla e liberare le strade dalle barricate, i morti sono già decine, forse più di 100. In Algeria le proteste erano iniziate a febbraio, all'annuncio che il presidente Abelaziz Bouteflika, in carica dal 1999, si sarebbe candidato per un quinto mandato alle elezioni in programma il 18 aprile.
La rivolta era contro "le pouvoir", il potere: così gli algerini chiamano il sistema corrotto e clientelare consolidatosi nei 20 anni di Bouteflika. L'11 marzo l'ufficio di presidenza annunciava la rinuncia del presidente a candidarsi, l'imminente formazione di un nuovo governo e il rinvio delle elezioni sine die. Ma le proteste sono continuate: anche dopo le dimissioni di Bouteflika, rassegnate il 2 aprile, dopo la nomina del presidente del consiglio Abdelkader Bansalah a capo dello stato ad interim e dopo l'annuncio della data delle elezioni, fissata al 4 luglio. La popolazione contesta la persistenza al potere, neanche dissimulata, della vecchia leadership e le ingerenze dei militari negli affari politici.
Per tutta risposta il 3 giugno il Consiglio costituzionale ha annullato il voto del 4 luglio. Le ragioni dei manifestanti a Khartoum e ad Algeri sono chiare: protestano contro regimi corrotti e violenti e contro chi li vuole rimpiazzare senza che però niente cambi. Che la Liberia sia in rivolta invece sembra insensato. Il paese è stato governato per 12 anni, dal 2006 al 2017, da Ellen Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace 2011.
Alla scadenza dei suoi due mandati, nel gennaio del 2018, la carica è passata a George Weah, ex giocatore di calcio, vincitore di elezioni giudicate dagli osservatori internazionali "fair and free", trasparenti e libere. Nel 2006 la Liberia usciva da due guerre civili e 14 anni devastanti. Johnson Sirleaf promise che la lotta alla corruzione sarebbe stata il "nemico pubblico numero uno". Invece ha lasciato che la corruzione continuasse a dilagare. "Fedele" alla consuetudine dei leader africani, ha assegnato cariche governative importanti a tre fi gli e a una sorella. A chi la criticava rispondeva: "Dov'è il problema? Avevo bisogno di persone di fiducia".
Alla sua seconda vittoria ha contribuito il sostegno politico di Prince Johnson, ex leader del gruppo armato National Patriotic Front of Liberia, protagonista della prima guerra civile, combattuta dal 1989 al 1996. Nel 1990 il suo Fronte riuscì a rapire il presidente Samuel Doe che fu torturato per molte ore prima di essere ucciso. Torture ed esecuzione furono filmate e il video diffuso in tutto il mondo. Riprende Johnson che assiste alle torture, che beve birra, mentre i suoi uomini tagliano un orecchio al presidente.
Tuttavia, nel 2005 Johnson ha vinto un seggio al Senato e tuttora vi rappresenta la contea Nimba. George Weah, all'indomani del suo insediamento, ha detto di aver ereditato un paese "fallito, impoverito dal malgoverno", e ha dichiarato un impegno totale per garantire d'ora in poi trasparenza e buon governo. Dopo un anno e mezzo, però, ancora nulla è cambiato. Invece, nel frattempo, Weah ha avviato l'ampliamento dei poteri presidenziali e la concomitante riduzione dell'autonomia di istituzioni come la Commissione anticorruzione.
Per gli enormi problemi economici del paese, il 5 febbraio scorso ha esortato la popolazione a pregare Dio due ore al giorno affinché intervenga a risolverli e ha chiesto a tutti i credenti di dedicare alla preghiera l'intera notte precedente l'ultimo venerdì di ogni mese, per chiedere a Dio di benedire il governo. Weah ha voluto come vicepresidente Jewel Taylor, ex moglie dell'ex presidente liberiano Charles Taylor, condannato e attualmente in carcere per crimini di guerra. Jewel, che ebbe un ruolo attivo durante la presidenza del marito, è stata anche nominata presidente del Comitato Sanità e Welfare del Senato su gender, donne e infanzia.
Le manifestazioni di protesta in corso in Liberia sono le più grandi dalla fi ne della guerra civile. "Salva lo stato!" scandiscono i partecipanti che chiedono a Weah di combattere la corruzione e mettere fine alle violazioni della costituzione e lo accusano di ignorare le difficilissime condizioni della popolazione e di pensare solo ad accumulare ricchezze. Due scandali in particolare che riguardano la scomparsa di fondi pubblici hanno suscitato l'indignazione generale: i container pieni banconote appena stampate per un valore di 104 milioni di dollari svaniti nel nulla appena sbarcati nei porti liberiani e il cattivo uso di 25 milioni di dollari nel 2018. Nella scomparsa di 104 milioni di dollari, lo scandalo più grosso, è coinvolto il figlio di Johnson Sirleaf, Charles, vice governatore della Banca centrale della Liberia, arrestato a marzo con altri funzionari con l'accusa di sabotaggio economico, uso illecito di denaro pubblico e cospirazione criminale.
Mentre era vice governatore della Banca centrale della Liberia, Charles avrebbe fatto stampare da una ditta svedese delle banconote per un totale tre volte superiore a quello autorizzato dalla banca. La differenza, 104 milioni di dollari (pari a circa il 5 per cento del Prodotto interno lordo del paese), pare non sia stata depositata nelle casse della Banca centrale. Una parte di quei milioni sarebbe finita nelle tasche del figlio dell'ex presidente. Era stata Ellen Johnson Sirleaf a nominare Charles vice governatore della Banca centrale.
Invece al figlio Robert aveva affidato la presidenza della Compagnia nazionale petroli, fallita nel 2015. La Liberia è al 181esimo posto nell'Indice di sviluppo umano 2018 su 189 paesi classificati. La speranza di vita alla nascita è di 63 anni, 20 meno che in Italia. Il tasso di occupazione dei liberiani di 15 anni e oltre è del 54,3 per cento, il Pil pro capite annuo è 753 dollari. All'epoca dell'epidemia di Ebola, nel 2014-2015, si è scoperto che il paese ha solo 80 posti letto di ospedale ogni 100 mila abitanti e 50 dottori su una popolazione di 4,3 milioni.
Eppure, Ellen Johnson Sirleaf non solo ha vinto il Nobel per la pace, ma ha anche ricevuto il premio Mo Ibrahim, della fondazione Mo Ibrahim, che viene conferito a ex capi di stato e di governo che si siano distinti per eccellenza di leadership, aver sviluppato i loro paesi, rafforzato democrazia e rispetto dei diritti umani. Nel 2011, intervistata dal Corriere della Sera, aveva dichiarato: "La mia presidenza è stata un grande successo.
Per il fatto di essere donna ho portato una quota di sensibilità in più. Grazie al mio istinto materno, siamo stati in grado di rispondere a donne e giovani. Non a caso mi chiamano Mama Ellen. Nel mio Paese mi considerano la madre della nazione". Lo scorso marzo, in Italia, invitata all'Inventing for life-Health Summit, ha illustrato il suo impegno per la salute e l'istruzione delle donne del suo paese. Prima donna africana a essere eletta capo di stato, Ellen Johnson Sirleaf aveva in effetti suscitato grandi speranze nelle donne liberiane. Ma, anche sotto questo profilo, le aspettative sono state deluse.
Aveva avuto a disposizione 12 anni, ma soltanto tre giorni prima di cedere la carica a Weah si è "ricordata" che in Liberia circa metà delle donne subiscono mutilazioni genitali femminili e ha firmato un ordine esecutivo per proibirle alle minori di 18 anni. Se queste sono le performance di un presidente che ha meritato un Nobel per la pace e un premio Mo Ibrahim, si può immaginare quali siano quelle di leader che neanche cercano una parvenza di rispettabilità e si capisce come mai il Mo Ibrahim, il premio più cospicuo al mondo con un assegno di 5 milioni di dollari e un vitalizio di 200 mila dollari l'anno, sia stato assegnato solo sei volte da quando è stato istituito nel 2007.
Corriere della Sera, 15 giugno 2019
Se c'è un paese in cui espressioni come "invasione" o "alterazione etnica" potrebbero avere un senso, questo non è l'Italia ma il Libano. E non è per un presunto "piano Kalergi" ma per la guerra accanto. Tra registrati (938.531 secondo le Nazioni Unite) e irregolari (550.000 secondo il governo di Beirut), dal 2011 un milione e mezzo di rifugiati siriani - cui vanno aggiunti altri 31.000 palestinesi fuggiti dalla Siria - hanno aumentato di un quarto la popolazione del Libano.
Le loro condizioni sono state raccontate in un bellissimo reportage di Marta Serafini. Pur in presenza di denunce di sfruttamento lavorativo e sessuale e di discriminazione, il Libano ha fatto molto più di paesi europei dotati di ben altre risorse. Ma da almeno un anno e mezzo, è stata registrata un'inversione di rotta. Dal dicembre 2017 al marzo 2019, secondo fonti ufficiali, 172.046 rifugiati siriani sono rientrati "volontariamente" nel loro paese. Di "volontario" in realtà c'è ben poco. Sono i servizi di sicurezza siriani, attraverso interrogatori intimidatori, a stabilire chi può rientrare e chi no. Con quale destino, non è dato saperlo.
E a "volontarizzare" le richieste di rientro contribuiscono ulteriori fattori: gli ostacoli frapposti al rinnovo dei permessi di soggiorno, gli sgomberi forzati di accampamenti precari, i tagli ai servizi essenziali, i coprifuoco, gli arresti di massa e - se tutto questo non bastasse - gli attacchi ai campi per rifugiati. Come quello del 5 giugno a Deir al-Ahmar, un campo informale nella valle della Bekaa che ospitava 600 rifugiati siriani e che oggi non esiste più: una cinquantina di uomini, nottetempo, ha dato fuoco a tre tende e ne ha rase al suolo con un bulldozer altre due.
Chi soffia sul fuoco? I sovranisti locali: il Movimento dei liberi patrioti. L'8 giugno ha avviato una distribuzione massiccia di volantini con questi slogan: "La Siria è un paese sicuro e il Libano non ce la fa più", "Proteggiamo i lavoratori libanesi" dalla presenza di rifugiati che accettano salari minori da parte di datori di lavoro (libanesi) senza scrupoli. Tutto il mondo è paese. Soprattutto quando, anziché dare una mano, i leader europei tirano un sospiro di sollievo se vedono un altro paese accollarsi la maggior parte dell'onere dell'accoglienza.
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