di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 giugno 2019
La decisione di una Corte d'appello di Sacramento. Anche i detenuti della California possono possedere una modica quantità di cannabis in carcere. È questa la sentenza di una Corte d'appello di Sacramento che ha rovesciato le condanne di cinque detenuti che erano stati trovati in possesso di marijuana, facendo riferimento al referendum del 2016 in cui si è legalizzato il possesso di cannabis per tutti i californiani, anche per quelli che sono in prigione.
Nella sua sentenza il presidente della Corte d'appello del terzo distretto, Vance W. Raye, ha infatti ricordato che il codice penale californiano criminalizza il consumo di cannabis per i detenuti, ma non affronta la questione del possesso. Quindi, secondo il giudice, le prigioni hanno la possibilità di regolare il possesso di cannabis, come fa con sigarette ed alcol, ma i detenuti non rischiano allungamenti della pena se scoperti.
Una sentenza che fa discutere negli Usa, ma inevitabilmente si ripercuote anche nel nostro Paese dove possedere la cannabis è proibito per tutti e dove, addirittura, si è messo in discussione anche quella "light" grazie alla famosa sentenza della Cassazione che vieta la vendita di oli, resina, inflorescenze e foglie di marijuana sativa perché la norma sulla coltivazione non li prevede tra i derivati commercializzabili. A proposito della cannabis illegale Rita Bernardini del Partito Radicale da anni sta facendo disobbedienza civile coltivando numerose piantine di marjuana, tant'è vero che stasera, a partire dalle 17 e 30, parteciperà assieme all'associazione La Ripiantiamo alla manifestazione "Notte verde per la vita di Radio Radicale", proprio a largo Argentina, vicino alla sede del Partito Radicale. È per denunciare, ancora una volta, l'urgenza di un cambiamento sul tema della cannabis terapeutica.
"Non so se piangere o ridere - commenta Rita Bernardini a Il Dubbio in merito alla vicenda californiana - a leggere questa notizia che metto in relazione alla disastrosa situazione italiana. Mentre in California si discute se regolamentare o meno il possesso di marijuana anche in prigione, visto che fuori è legalizzata, qui da noi è tutto proibito ma tutto è disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte, sia in galera che fuori. Da noi, infatti, si preferisce fare la faccia feroce "contro la droga", scegliendo così oggettivamente di favorire i profitti delle mafie anziché regolamentare un fenomeno che riguarda milioni di consumatori".
Rita Bernardini poi fa un riferimento alla Direzione Nazionale Antimafia, la quale ha affermato che le azioni di contrasto finora svolte non hanno determinato "non solo, una scomparsa del fenomeno (che per quanto auspicabile appare obbiettivamente irrealizzabile), non solo un suo ridimensionamento, ma neppure un suo contenimento". L'esponente del Partito Radicale conclude: "Di fronte a queste dichiarazioni del massimo organo di contrasto alle organizzazioni mafiose, che vuol fare il governo attuale, riempire ancor di più le carceri e celebrare milioni di processi come se fossero pochi quelli che intasano i tribunali italiani?".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 14 giugno 2019
La Corte europea dei Diritti dell'Uomo, sentenza "Viola contro Italia": "È inammissibile privare le persone della libertà senza impegnarsi per la loro riabilitazione e senza fornire la possibilità di riconquistare quella libertà in una data futura".
Stella L., studentessa di un liceo delle scienze sociali entrata in carcere con la sua classe per confrontarsi con le persone detenute: "Una delle cose che mi ha colpito di più è stata venire a confronto con l'idea e il concetto dell'ergastolo ostativo e con le persone che vivono tale realtà. L'ergastolo ostativo non è una pena di morte in senso proprio, ma non ne è lontano. Forse in effetti l'unica differenza tra la pena di morte ed un ergastolo ostativo è l'incognita della morte, che invece di essere programmata per un giorno fisso, avverrà naturalmente per tutti, ergastolo o meno.
Vorrei ringraziare in particolare i detenuti che ci hanno parlato, per averci offerto un incontro unico e di grande valore per la nostra vita. In un certo senso forse hanno contribuito a creare un futuro migliore e più sensibile a questi fatti, dato che i giovani di oggi che li hanno ascoltati saranno gli adulti del domani".
di Maria Brucale*
Ristretti Orizzonti, 14 giugno 2019
L'art. 3 della CEDU esprime con chiarezza un concetto assoluto, il divieto di tortura: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". La potenza cogente di tale disposizione si manifesta in molteplici ambiti e racchiude in sé numerosi precetti posti a tutela di diritti inalinenabili: alla vita, alla libertà, alla sicurezza, a un equo processo, a un trattamento sanzionatorio equo, al rispetto dei rapporti affettivi e della sfera familiare, tutti connotanti un paradigma superiore e immanente, la dignità dell'uomo.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 14 giugno 2019
Storica e giusta sentenza della Corte di Strasburgo contro l'ergastolo ostativo. La Corte europea dei diritti umani ha chiesto all'Italia di rivedere le norme che regolano l'ergastolo ostativo (il carcere a vita), affermando che queste sono contrarie all'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani, che vieta i trattamenti inumani e degradanti.
di Mattia Feltri
Il Secolo XIX, 14 giugno 2019
La sensibilità penale italiana poggia su due capisaldi: "buttare le chiavi" e "marcire in cella". La Cedu, che non è l'università di Del Piero ma la Corte europea dei diritto dell'uomo, dunque per la maggioranza degli italiani fumisteria da professoroni, ha giudicato inumano e degradante l'ergastolo ostativo cui fa ricorso la giustizia italiana.
di Angela Azzaro
Il Dubbio, 14 giugno 2019
Il ruolo dei Tg, il racconto mediatico, il lavoro svolto dai giornalisti: così si crea una percezione sbagliata. Nel 2017, i casi di legittima difesa sono stati 27, di cui quattordici non sono stati neanche rinviati a giudizio.
Se accendete la tv o leggete i giornali o andate a un comizio di Matteo Salvini, vi convincerete che le persone accusate e condannate per aver sparato a un ladro che stava entrando in casa, siano mille, duemila, un milione. Comunque tanti, troppi casi, al tal punto da pensare che la questione sia una emergenza e che ha fatto bene il ministro dell'Interno a modificare la legge.
Stesso ragionamento, vale per i reati. I dati del Viminale dicono che negli ultimi dieci anni sono dimezzati furti, rapine, omicidi. Ma la percezione delle persone è opposta, a tal punto che tra gli italiani crescono - come raccontato in questi anni dal Censis - odio e paura. Come mai?
È la domanda che si sono fatti sul Corriere della sera Milena Gabanelli e Luigi Offedu. La risposta la hanno trovata mettendo sotto accusa i nostri Tg. Nei cinque principali telegiornali il 36,4 per cento dei servizi è occupata dalla cronaca contro il 18,2 per cento della tv tedesca. La considerazione è esatta ma va ampliata tenendo conto di tutta la televisione italiana e ancora più in generale di tutta l'informazione. Sembra infatti che la responsabilità sia sempre degli altri (in questo caso i Tg) quando tutto il sistema mediatico italiano in questi anni ha soffiato sul fuoco, costruendo l'idea diffusa che siamo un Paese ad alto rischio criminalità e che lo Stato è assente in difesa dei propri cittadini.
Qualche tempo fa, partecipando a una trasmissione, il conduttore mi ha chiesto: "Ma se i reati diminuiscono perché le persone hanno questa percezione?". La risposta era insita nel suo programma, nelle ore e ore di servizi dedicati alle rapine, ai furti, ai furbetti del cartellino sottoposti alla gogna del pubblico e dopo qualche tempo assolti senza avere diritto di replica. L'attenzione va infatti posta non solo e non tanto sui Tg, quanto sull'intera programmazione della tv pubblica e privata. Dalla mattina fino a tarda notte chi guarda il piccolo schermo viene bombardato da servizi dedicati alle rapine, ai furti, alle persone che delinquono o alle persone che vengono accusate di aver commesso un reato e solo per questo sono considerate colpevoli. È una dinamica che si fonda su alcuni fattori chiave.
Proviamo a metterne in risalto alcuni. Il primo è quello della ridondanza: la stessa rapina viene mandata in onda più volte, con un montaggio e una musica che tendono a enfatizzare gli elementi violenti. Il secondo è quello della saturazione: tutto il palinsesto è costruito mettendo in evidenza gli aspetti negativi che accadono nella realtà. Il terzo è quello della "colpevolezza": se si parla di una inchiesta viene presentata come una sentenza. Basta cioè un avviso di garanzia per essere giudicati colpevoli. Se questo vale per l'informazione di carta, su cui bisogna rileggere la validissima ricerca fatta dall'Osservatorio informazione dell'Unione Camere penali, ancora di più è vero per la televisione, in cui l'impatto emotivo è più forte.
Le immagini abbassano il livello di criticità, siamo più proni a pensare che ciò che vediamo sia vero, dimenticando - anche quando lo sappiano - che dietro c'è un punto di vista, una costruzione discorsiva, una visione del mondo. Per questo leggendo Gabanelli, domenica scorsa sul Corriere, sono rimasta un po' allibita. Report per primo ha fatto passare l'immagine di un Paese allo sbando, in preda a bande di corrotti, dove tutto va male. In linea con l'attacco alla cosiddetta "casta" che ha conquistato un pezzo del giornalismo nostrano, il programma di Rai3 ha contribuito ad aumentare la sfiducia nei confronti della politica e dello Stato.
Quello cioè che mi ha colpito dell'articolo della giornalista è la mancanza di un "mea culpa". Un "mea culpa" che invece va fatto. Oggi infatti è facile, se non banale, attaccare Salvini che usa il tema della legittima difesa come una bandiera che produce consenso. I dati sul calo dei reati si sa da diversi anni, ma l'informazione sembra accorgersene solo ora, quando - da alcuni punti di vista - è quasi troppo tardi. Il ministro dell'Interno ha sfruttato quella percezione, diffusa nella popolazione italiana, creata da alcuni politici, lui compreso, e da quasi la totalità dell'informazione italiana.
È facile prendersela con lui, quando la vera critica dovrebbe essere mossa verso il modo in cui si sono date, per anni, le notizie. Certo, il piano emotivo- simbolico agito dalle forze politiche non può essere trascurato. Tutt'altro. Ma pensiamo in primis alle nostre responsabilità. In nome dell'audience o delle vendite si è fatto credere che eravamo un Paese violento, corrotto, sotto scacco a causa delle caste, e oggi è molto difficile tornare indietro. Ma va fatto, a tutti i costi. O almeno il mondo dell'informazione smetta di chiedersi come e perché nasca il gap tra fatti e percezione. Di te fabula narratur....
di Marina Caneva*
gnewsonline.it, 14 giugno 2019
Le nuove Strategie sulla prevenzione e la lotta alla radicalizzazione nelle carceri e sulla gestione di terroristi ed estremisti violenti dopo il rilascio sono state recentemente approvate dal Consiglio dell'Unione Europea, una delle quattro più importanti istituzioni della Ue.
Priorità assoluta nell'agenda del Consiglio, la lotta al terrorismo e alla radicalizzazione pone continue sfide nell'ottica di un approccio multi-agenzia, pubblico-privato, in ambito europeo e nelle regioni transfrontaliere. La valutazione delle minacce sul tema dell'antiterrorismo ha evidenziato l'urgenza di identificare misure di contrasto efficaci e progetti di reinserimento alla luce del fatto che numerosi detenuti estremisti violenti o accusati di terrorismo potrebbero essere rilasciati nei prossimi due anni.
Le conclusioni del Consiglio Europeo hanno individuato le iniziative di maggiore impatto, definite 'buone prassi', in vari ambiti, fra cui quello della formazione. Tra le attività formative di maggior importanza sono state segnalate quelle implementate dalle agenzie e dalle reti UE come Cepol (European Union Agency for Law Enforcement Training) e Ran (Radicalisation Awareness Network) e dal progetto europeo Derad (Counter radicalization through the Rule of Law) individuato quest'ultimo come lo standard nella formazione giuridica in materia.
Il Ministero della Giustizia, per il tramite del Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per il Triveneto, ha coordinato il progetto Derad in qualità di capofila, e consegue così un risultato senza precedenti, ottenuto grazie ai finanziamenti europei e senza alcun onere per il Ministero. "Gli obiettivi raggiunti e riconosciuti da 28 Paesi Membri - ha dichiarato il Provveditore Enrico Sbriglia - potranno consentire al nostro Paese di avanzare in futuro maggiori aspettative, anche ove si ipotizzasse l'istituzione di un'agenzia europea che, se costituita in Italia, confortata e sostenuta dall'Amministrazione Penitenziaria a livello centrale, rappresenterebbe indubbio vanto per il nostro Paese".
Oltre 1.000 sono state le unità formate in 27 Paesi europei grazie alle attività predisposte, che hanno consentito di dare vita a un campus virtuale, la piattaforma di formazione online Hermes, contenente 7 moduli innovativi, basati soprattutto su filmati originali per esercitazioni pratiche in tutte le lingue della UE, utilizzati per formare magistrati nazionali e della Corte Europea dei Diritti Umani. Infine, 50 punti di contatto nazionali in 27 Paesi membri hanno collaborato alla costruzione del toolkit, che fa da base all'intero programma formativo.
La sicurezza dell'ordine costituito dei Paesi Membri richiede l'istituzione di un fronte unico, che muova anche da una formazione di base omogenea, a contrasto del concreto pericolo derivante dalle tragiche conseguenze che il radicalismo violento può generare. Con il progetto Derad, per la prima volta nella storia delle istituzioni europee, il Consiglio della UE riconosce finalmente al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria un ruolo all'avanguardia nel progetto di omogeneizzazione legislativa e formativa.
*Referente per la comunicazione del Prap Triveneto
La Repubblica, 14 giugno 2019
"La situazione del mondo penitenziario in Italia è una situazione che abbiamo ereditato: è drammatica". Così Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, a margine della firma del protocollo a Palazzo Salerno a Napoli per il passaggio di immobili dal ministero della Difesa a quello della Giustizia.
"Quello che abbiamo deciso di fare - prosegue Bonafede - a differenza di quanto si faceva in passato, quando si facevano indulti svuota carceri che non servivano a nulla, è di investire risorse sia nelle carceri sia nell'educazione dei detenuti". Il ministro definisce il livello dell'edilizia carceraria "molto basso, a volte non rispettoso della dignità dei detenuti che ci vivono e anche per la polizia penitenziaria".
"Il numero delle strutture che passeranno è ancora un numero da determinare nel totale - spiega Elisabetta Trenta, ministra della Difesa - per ora si lavora sulle prime idee di quattro strutture. Questa è la risposta dello stato, non di un solo ministro, perché nel momento in cui c'è un cittadino al centro, chiunque sia, tutte le spese dello stato devono essere messe insieme in sinergia evitando sprechi per risolvere il problema. Così - conclude - stiamo affrontando i problemi in questo governo".
La caserma Battisti - "La Difesa, con riferimento ad un primo portafoglio immobiliare, con questo protocollo si impegna a cedere al ministero della Giustizia la caserma Cesare Battisti di Napoli". Così Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, dopo aver firmato il protocollo quadro a Napoli, a Palazzo Salerno, con cui il suo dicastero cede alcuni immobili sul territorio nazionale al ministero della Giustizia. Nella struttura di Bagnoli sarà realizzato un istituto di custodia 'attenuata'. Tra gli esempi fatti dalla ministra c'è quello di un istituto per detenute madri o per minori.
Il caso Csm - "Voglio che sia chiaro che la situazione è chiaramente grave, e questa gravità va affrontata dalle istituzioni che devono rimanere compatte". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sull'avvio della procedura disciplinare del ministero sul caso Csm.
"La magistratura italiana - ha detto - è di un livello altissimo, una delle migliori magistrature al mondo, sicuramente c'è un sistema delle correnti, un sistema contro cui in tanti ci siamo impegnati, anche la magistratura stessa, a combattere".
intervista di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 14 giugno 2019
In Italia l'ergastolo è la massima pena prevista nell'ordinamento giuridico penale per un delitto. L'ergastolo ostativo, poi, esclude il detenuto da qualsiasi tipo di beneficio, anche dopo 26 anni passati in carcere. Una condizione che la Corte europea dei Diritti dell'uomo ci contesta da tempo. Ma è realmente così afflittivo il nostro sistema giudiziario? Quanti ergastolani concludono la loro vita in carcere?
Il presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, ritiene che "la nostra sia una giustizia molto garantista", e che dall'entrata in vigore della Legge Gozzini, i condannati a fine pena mai possono vedersi riconosciuti parecchi benefici di legge.
Presidente, perché l'ergastolo ostativo è una pena detentiva difficilmente rivedibile?
"Va premesso che di ergastolani ostativi in Italia ce ne sono pochissimi. Nel caso preso in esame dalla Corte europea il condannato non si è mai pentito, nonostante abbia tenuto una buona condotta in carcere. Ora va valutato se questa buona condotta equivalga anche a un pentimento personale, seppure il detenuto abbia scelto di non fornire indicazioni sui complici o sull'organizzazione mafiosa. Altrimenti potrebbe voler dire che i rapporti non sono cessati e che lui è come un buon soldato pronto a tornare al posto di combattimento".
La Corte europea critica l'Italia perché considera la pena troppo afflittiva e non umana. Come ritiene che sia il nostro ordinamento giudiziario?
"Devo dire che un regalo di civiltà dovrebbe portare, in futuro, al superamento dell'ergastolo: trenta anni di detenzione, credo che siano una sofferenza sufficiente. Ma, bisogna riconoscere, che in Italia difficilmente un ergastolano rimane tale a vita. Le nostre leggi sono molto garantiste, soprattutto rispetto ad altri paesi europei o anche ad alcuni Stati americani. In tante occasioni il giudice ha bloccato l'espulsione, perché nel paese di provenienza c'era la pena di morte. E spesso sono i detenuti stessi a preferire le carceri italiane piuttosto che quelle estere".
La sentenza non implica la liberazione del detenuto, anche se l'Italia dovrà pagargli 6 mila euro di spese. In che modo si potrà contrastare la decisione?
"Spetterà allo Stato decidere di presentare il ricorso, e certamente lo farà rivolgendosi alla Grande camera, diciassette giudici che vengono chiamati a pronunciarsi su casi eccezionali. Se il Governo non lo facesse, il verdetto diventerà definitivo entro tre mesi".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 14 giugno 2019
Il tribunale di Strasburgo dà ragione a un condannato per mafia "La pena ostativa va rivista, il detenuto deve poter ottenere benefici". La legge sul carcere a vita va rivista. Così la pensa la Corte europea dei diritti umani che ha chiesto all'Italia di riformare le norme in materia di ergastolo ostativo.










