di Massimo Filipponi
gnewsonline.it, 25 luglio 2019
Ieri sera l'Osteria degli uccelli in gabbia nel carcere di Rebibbia a Roma ha avuto un ospite d'eccezione: Sergio Mattarella. Al presidente della Repubblica, ha raccontato all'AdnKronos il presidente della cooperativa promotrice del progetto, Luciano Pantarotto, è stata servita una lunga lista di pietanze, a partire da un mantecato di baccalà e patate con polvere di taggiasche e uno sformato di triglia con patate e cipolla rossa. A seguire, gnocchi alla romana di semolino gratinati al pecorino con amatriciana di pesce spada e tortino di spigola con purea di ceci, funghi porcini e finferli. Dulcis in fundo, cheesecake di lamponi con crema allo strega e "caffè Galeotto", così denominato perché torrefatto tra le stesse mura dell'istituto penitenziario. Il Capo dello Stato sarà accompagnato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
La notizia della visita è arrivata alla cooperativa una settimana fa: "Abbiamo saputo dalla direttrice che il Presidente sarebbe venuto a trovarci, e l'amministrazione penitenziaria ci ha chiesto di preparare la cena per l'occasione", ha ricordato il presidente di Men at Work. Ma l'Osteria, aperta da circa un mese e mezzo, ha una storia che nasce da lontano: "Il progetto nasce da un lavoro iniziato nel 2003 - ha continuato Pantarotto - un mese fa abbiamo lanciato l'idea di un'osteria all'interno del carcere, come già fatto in altri istituti. Il progetto rappresenta un'opportunità di lavoro per i detenuti e per i soci della cooperativa, che sono persone in esecuzione penale. L'Osteria nasce anche per portare la gente all'interno dell'Istituto, per far vedere in azione delle persone che hanno sbagliato e che stanno scontando una pena: il lavoro, per noi, è un fattore di reinserimento per i detenuti, una scommessa di rientro nella società con dignità". "Esiste un'emergenza lavoro all'interno degli istituti di pena - ha evidenziato l'organizzatore -, solo il 30% delle 60mila persone detenute ha un lavoro, e la metà collabora con l'amministrazione penitenziaria".
L'Osteria offre a chiunque sia interessato l'opportunità di prenotare una cena nel cuore di Rebibbia, in quella che viene comunemente chiamata 'area verdè: un giardino all'aperto al centro dell'istituto intorno al quale si ergono le sezioni detentive. "È dove i detenuti normalmente incontrano le loro famiglie, dove ospitiamo le visite quando ci sono dei bambini", ha detto Pantarotto.
E i 60 coperti che l'area riesce ad ospitare non sembrano mai bastare per la grande richiesta di prenotazioni che la cooperativa riceve ogni venerdì: "Facciamo sempre il tutto esaurito, anzi, c'è un vero e proprio problema di overbooking", ha continuato il presidente di Men at Work. "Dopodomani abbiamo 68 prenotazioni. Ad agosto ci prenderemo una pausa, ma da settembre siamo pronti a ripartire".
"Progetti come questi - ha concluso - si riescono a fare quando c'è collaborazione con l'amministrazione penitenziaria e la direzione. Ci troviamo in una fase di sovraffollamento delle carceri e di carenza di personale, bisogna gestire molte persone che entrano in orario extra attività, quando tutto si interrompe ed il personale torna a casa.
Siamo riusciti nel nostro intento anche grazie alla comandante ed alla direttrice, che hanno compreso la bontà del progetto e la sua importanza culturale. Spesso si presenta un'immagine distorta del carcere senza rendersi conto che si sta parlando di persone con voglia di ricominciare, che prima o poi usciranno dalle mura degli istituti: sta a noi riuscire a renderle migliori".
di Antonio Pintori
L'Unione Sarda, 25 luglio 2019
È in programma per sabato alle 19, nella sala conferenze del municipio di Ales (SS), la cerimonia di premiazione del terzo concorso di pittura "Peppinetto Boy", organizzato dall'associazione culturale "Casa Natale Antonio Gramsci", sempre di Ales. "Il tema del concorso, Gramsci visto da dietro le sbarre, ha coinvolto ancora una volta detenuti da tutta Italia", ha spiegato Alberto Coni, presidente dell'Associazione Casa Natale Antonio Gramsci. "Tramite questo concorso abbiamo messo in rapporto l'esperienza della detenzione di Gramsci con quella dei detenuti che popolano le carceri italiane. L'iniziativa si aggiunge ai progetti rieducativi e culturali che offrono a chi è ristretto in carcere la possibilità di evadere mentalmente dalla propria routine quotidiana".
Sempre Coni ha aggiunto: "Le opere sono state giudicate, oltre che per tecnica e il messaggio, con la considerazione che i partecipanti non sono artisti professionisti, ma sottoposti ai limiti del regime carcerario e che non tutti hanno ricevuto un'adeguata informazione e i mezzi necessari a svolgere il lavoro richiesto per il concorso". Nella giuria il presidente Paolo Sirena, direttore generale della Fondazione Meta di Alghero, il pittore Alberto Scalas e l'artista Massimo Spiga. 110 le opere arrivate da venti istituti di pena italiani. Sabato pomeriggio alla cerimonia di premiazione interverranno Paolo Sirena, che illustrerà i lavori premiati e le motivazioni della giuria, e Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e direttore della rivista di educazione e formazione "Cercare".
gnewsonline.it, 25 luglio 2019
Sono state comunicate dal Coordinamento nazionale Teatro in carcere (Cntic), le date della VI edizione della rassegna nazionale rientrante nel Programma di eventi "Destini incrociati" sostenuta dal Mibac. La manifestazione, organizzata e promossa dal Cntic in collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) e quello della Giustizia minorile e di comunità (Dgmc) del ministero della Giustizia, si terrà a Saluzzo dal 12 al 14 dicembre 2019.
Come nelle edizioni precedenti, saranno sette gli spettacoli della rassegna, selezionati tra quelli proposti dai vari laboratori presenti negli istituti penitenziari. Le rappresentazioni saranno affiancate da una rassegna video, conferenze, mostre, convegni e incontri di formazione destinati a detenuti, operatori, studenti e spettatori interessati a questo importante settore del teatro italiano.
Le produzioni teatrali o filmiche (documentative del lavoro teatrale) che intendono candidarsi alla partecipazione alla rassegna devono inviare il materiale tra il 20 e il 31 agosto 2019, seguendo le indicazioni contenute nella sezione dedicata del sito teatrocarcere.it Gli spettacoli saranno inseriti in un cartellone unico nazionale pubblicizzato anche a livello internazionale tramite i canali dell'Istituto internazionale del teatro dell'Unesco.
Il sostegno all'iniziativa è stato rinnovato dal Capo Dap Francesco Basentini in una nota inviata a tutti gli istituti penitenziari e ai provveditorati regionali, in cui sottolinea" la proficua collaborazione con il Coordinamento Nazionale del Teatro in Carcere, a cui aderiscono numerose compagnie teatrali operanti negli istituti penitenziari, promotore di apprezzabili iniziative culturali e artistiche sul tema". Il 5 giugno 2019 è stato rinnovato dal Dap il protocollo d'intesa triennale con il Cntic, sottoscritto anche dall'Università Roma Tre e dal Dipartimento della Giustizia minorile e di comunità.
di Simone Innocenti
Corriere Fiorentino, 25 luglio 2019
Marco Malvaldi presenta a "La bella estate" il suo nuovo noir "Vento in scatola" scritto insieme all'ex militare e detenuto tunisino Glay Ghammouri, condannato per omicidio.
"Non lo definirei un romanzo di denuncia ma un libro civile", dice Marco Malvaldi per spiegare Vento in scatola (Sellerio editore, 212 pagine) che - per un lettore - può invece essere comodamente definito una commedia noir: lo stile è ironico e a tratti amaro. Non un libro sul carcere e neppure una metafora sulle condizioni del carcere, bensì una storia che "usa" le dinamiche carcerarie per raccontare vite che si intrecciano.
"Vento in scatola" nasce dall'incontro, durante un corso di scrittura tenuto nel carcere di Pisa, tra Marco Malvaldi e Glay Ghammouri, 42 anni, ex militare tunisino "dalla carriera stroncata in patria per motivi politici", si legge in una nota. Domani (alle 20,45) Geraldina Fiechter presenterà lo scrittore e il suo nuovo romanzo nell'ex pista di pattinaggio a Castelnuovo Garfagnana nell'ambito de "La bella estate", fortunata rassegna di incontri dedicati alla letteratura, all'arte e alla politica che sono curati da Alba Donati.
Mavaldi e Ghamouri raccontano la vicenda di Salim Salah, un giovane e brillante laureato in economia, di fatto scappato dalla Tunisina con un "malloppo" che ha racimolato in maniera molto poco legale. Ma è per droga che lo arrestano, dato che si fa trovare su una macchina in divieto di sosta lasciata da un parente senza però dirgli che era piena di stupefacente. Ed è all'interno del carcere che si sviluppa la trama vera e propria che si basa sugli equilibri fra detenuti e detenuti, fra detenuti e sorveglianti, fra agenti penitenziari e superiori. Di mezzo ci sono tematiche come la religione musulmana, ma anche mondi come quelli della criminalità organizzata, universi come quelli della truffa. E morti ritenute sospette.
Ghamouri è attualmente nel carcere di Volterra e ci dovrà restare fino al 2043 perché ha una condanna di omicidio da scontare: le cronache raccontano di come - nel 2008 - nelle campagne di Orta Nova, nel Foggiano, abbia ucciso Mustafà Nouaili, tunisino di 49 anni, dopo averlo picchiato, incaprettato e impiccato.
Marco Malvaldi, come vi siete conosciuti lei e Ghamouri?
"Un corso di scrittura, a Volterra: mi fu chiesto di farlo dalla mia insegnante di letteratura delle superiori. Lui si distingueva rispetto agli altri, che magari erano lì per prendere solo dei "punti". Era rasato, in forma e ben vestito: voleva mantenere la sua dignità. Mi consegnò un elaborato, rimasi colpito, tra me e me dissi che ci si poteva lavorare con questa persona e sulla sua scrittura".
Questa persona ha ucciso un'altra persona...
"È stato lui a dirmelo, il che è rarissimo in carcere. Mi ha raccontato la sua vita. Di quando era nell'esercito in Tunisia e di quando partecipò a una rivolta fino a quando ha commesso l'omicidio. Mi disse che la pena che gli avevano comminato era giusta e commisurata al tipo di reato che aveva commesso. Mi ha spiegò però che era poco giusta una privazione lunga 30 anni e il fatto che anche chi deve far rispettare la legge deve per primo rispettarla".
A cosa si riferiva?
"Alla burocrazia del carcere: tutto è demandato alla disponibilità e alla bontà delle figure che lavorano o gravitano nel carcere".
Lei ha frequentato questo mondo e ha fatto amicizia con Glay. Cosa è cambiato in lei?
"Non avevo idea di cosa fosse un carcere. Un assassino non è diverso da come sei te. Ho fatto i conti con la mia parte violenta: l'avrei potuta fare anch'io, anche se non sono sicuro che ne sarei capace".
Lei dice cose non "buoniste"...
"Il buonismo non mi convince, quando uno fa del buonismo è sempre qualcosa non lo riguarda".
Come avete lavorato su questa storia?
"Lui aveva in mente una storia di riscatto, io un giallo carcerario. Lui ha scritto la sua parte, io la mia. Poi le ho intrecciate facendole passare, come materia, dalla cucina del carcere".
Del carcere cosa pensa?
"Che bisogna sempre rispettare per primo chi quella legge l'ha violata e che i detenuti, spesso, si accorgono dei loro diritti dopo che i diritti per primi li hanno violati. Ci vorrebbe un progetto serio, che vada avanti da tempo. Con strutture non sovraffollate e agenti che siano in numero equo. Rieducare non è facile ma è lì "che si impara la sua bilitate", direbbe Dante".
Questo libro sta andando molto bene. Siete contenti?
"Sì, sta andando molto bene. L'editore all'inizio era preoccupato ma poi ci ha creduto. Ora mi chiamano anche negli altri carceri a parlare del libro: credo sia un segno realmente positivo".
Ma adesso si ferma o continua ad andare avanti con la scrittura?
"Sto pensando al prossimo libro sui vecchietti della serie del BarLume, una specie di morra cinese che ha per protagonisti il Comune, la popolazione e gli usi civici, che sono una parte burocratica meravigliosa per il romanzo. Poi ci sarebbe anche un'altra cosa, ma non la scriva".
Va bene.
"Sto lavorando per portare al cinema uno dei miei romanzi".
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 25 luglio 2019
Il 19 luglio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sulla Cybersecurity. Il testo, che prevede un percorso attuativo di circa un anno fra decreti applicativi e regolamenti, dovrà ora percorrere l'iter parlamentare per diventare effettivamente operativo. Se fosse stato un decreto sarebbe stato al riparo da un'eventuale crisi di governo.
Il disegno di legge istituisce il "Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica" e ha l'obiettivo di "assicurare un livello elevato di sicurezza delle reti, dei sistemi informativi e dei servizi informatici delle amministrazioni pubbliche, degli enti e degli operatori nazionali, pubblici e privati". 'Perimetro', in gergo cyber, è l'area da difendere quando parliamo di attacchi ai sistemi informatici.
Convertito in legge definisce le finalità del perimetro e individua i soggetti, le reti, i sistemi e i servizi che ne fanno parte e il meccanismo di procurement più sicuro per i soggetti inclusi nel perimetro stesso; definisce le competenze del Ministero dello sviluppo economico per i soggetti privati e dell'Agenzia per l'Italia Digitale per le amministrazioni pubbliche in termini di vigilanza e controllo sul rispetto degli obblighi introdotti; prevede attività di ispezione e verifica da parte delle strutture specializzate in tema di protezione con sanzioni elevate, che vanno da 200mila a 1,8 milioni di euro mentre l'azione di verifica è affidata al Centro di valutazione e certificazione nazionale, istituito presso il Mise, che deve valutare, nel caso di acquisti di tecnologie estere per beni e servizi Ict, l'opportunità di effettuare test su software o hardware.
È la naturale conclusione di un percorso che è partito con la riforma Monti nel 2013 e proseguito con il decreto Gentiloni nel 2017, per finire con l'adozione della Nis, la direttiva sulla Sicurezza di reti e infrastrutture e della Gdpr, il Regolamento per il trattamento e la protezione dei dati personali nello scorso 2018. Il 3 luglio l'Italia ha elaborato le linee guida per la gestione dei rischi, la prevenzione e mitigazione degli incidenti relativi alla fornitura dei servizi essenziali.
Il 27 giugno invece è entrato in vigore il Cybersecurity Act, uno strumento normativo europeo che mira a una sicurezza informatica coerente su tutto il territorio dell'Unione. Il cuore del Regolamento è la creazione di un quadro europeo unico per la certificazione della sicurezza informatica Ict e dei servizi digitali "A salvaguardia degli interessi dei cittadini e delle imprese europee", secondo Mariya Gabriel commissaria Ue al digitale.
Il Cybersecurity Act dovrebbe rendere l'Europa più forte in caso di attacchi alle infrastrutture critiche e ai servizi digitali da cui dipendono i suoi cittadini. Ma l'idea sottostante è quella di creare un mercato unico della cybersecurity in fatto di prodotti, processi e servizi certificati, anche grazie al nuovo ruolo attribuito all'Agenzia dell'Unione europea per la sicurezza delle reti e dell'informazione, l'Enisa, sia nell'elaborazione delle strategie di cybersecurity, che nelle certificazioni che potranno sostituire quelle nazionali grazie a un set di linee guida riconosciute a livello comunitario.
Era ora. Il mercato europeo della sicurezza informatica vale 130 miliardi di euro con una crescita annua del 17%. Solo in Italia, secondo UnionCamere, tra la fine del 2017 e i primi tre mesi del 2019 le imprese italiane che offrono servizi di cybersecurity sono aumentate del 300%, passando da circa 700 a 2.800 con un aumento nello stesso periodo da 5.600 a 23.300 addetti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 luglio 2019
In Italia sono circa 30mila che la utilizzano e il monopolio non riesce a soddisfare la domanda. Nonostante l'aumento del fabbisogno italiano di cannabis terapeutica, il monopolio di Stato non riesce a soddisfare la domanda. Un problema, infatti, che ha costretto i vari governi ha indire gare straordinarie per aumentare di poco la produzione. Ma non basta.
Per questo viene importata, tramite il ministero della Salute olandese, dalla ditta Bedrocan che negli ultimi anni non sempre è riuscita a far fronte a tutte le richieste, dal momento che vari paesi europei hanno regolamentato il settore nello stesso periodo, facendo esplodere le richieste. Un fabbisogno, ribadiamo, talmente in crescita che ha costretto il ministero della Difesa a lanciare un nuovo bando a rapida scadenza (3 luglio) per la fornitura di 400 kg di cannabis. Pochi, molto pochi.
Basti pensare che sono circa 30mila le persone che in Italia ne fanno uso terapeutico, per un fabbisogno di 1 tonnellata l'anno, mentre le previsioni per il 2022 e 2025 parlano di un fabbisogno di 3 e 4 tonnellate. Oggi la domanda viene soddisfatta in minima parte dalle coltivazioni dello Stabilimento chimico farmaceutico militare (Scfm) di Firenze, del ministero della Difesa, l'unica struttura autorizzata. Ma, come detto, il resto proviene dall'estero. Un monopolio di Stato che a lungo andare non riuscirà più a soddisfare il reale fabbisogno.
La Coldiretti, che rappresenta oltre 1,6 milioni di coltivatori diretti italiani, ha chiesto all'attuale ministro della Salute, Giulia Grillo, di valutare l'opportunità di aprire ai provati la "coltivazione, trasformazione e commercio della cannabis a scopo terapeutico", utilizzando le conoscenze di migliaia di affiliati. Secondo la Coldiretti, "questa pratica potrebbe garantire un reddito di 1,4 miliardi e almeno 10 mila posti di lavoro, dai campi ai flaconi.
Utilizzando gli spazi già disponibili nelle serre abbandonate o dismesse a causa della crisi nell'ortofloricoltura, la campagna italiana può mettere a disposizione da subito mille ettari di terreno in coltura protetta. Ambienti al chiuso, dove è più facile effettuare i controlli da parte dell'autorità preposte ed evitare il rischio di abusi".
Una soluzione che d'altra parte è già realtà negli Usa, in Canada a in altri paesi, dove le aziende agricole private possono ottenere licenze al fine di coltivare cannabis ad uso medicinale e che, se applicata, permetterebbe allo stato di risparmiare sulle importazioni di cannabis dall'Olanda, dove la cannabis è coltivata legalmente da privati proprio come chiede Coldiretti. "La promozione della cannabis terapeutica - ha concluso la Coldiretti - è pertanto un'opportunità che va attentamente valutata per uscire dalla dipendenza dall'estero e avviare un progetto di filiera al 100% italiana, unendo l'agricoltura all'industria farmaceutica". Ma, finora, la proposta è rimasta inascoltata.
Tutto ha avuto inizio con un decreto del 2015 che ha regolato la produzione e l'utilizzo della cannabis terapeutica, individuando le funzioni del ministero della Salute, le quote di fabbricazione di sostanza attiva di origine vegetale a base di cannabis, le prescrizioni e le garanzie dell'autorizzazione alla fabbricazione e rinviando poi ad un allegato tecnico le parti relative alle stime sulla produzione e ai controlli sulla coltivazioni, all'appropriatezza delle prescrizioni, al tipo di patologie per cui è consentito l'uso di prodotti derivati dalla cannabis, al sistema di sorveglianza sulle piante e ai costi di produzione. Le Regioni entro il 31 maggio di ogni anno sono chiamate a predisporre le richieste sulla base dei fabbisogni dei pazienti, vecchi e nuovi, e sulla base delle richieste sarà determinato il quantitativo da produrre.
Le coltivazioni sono previste nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, mentre la rimborsabilità a carico del SSN è subordinata alle indicazioni delle singole Regioni. In sintesi, quindi, la scarsità è dovuta al fatto che la quantità di Cannabis per uso terapeutico distribuita alle Asl e agli ospedali è predeterminata anno per anno dal ministero della Salute sulla base del fabbisogno indicato dalle Regioni, che si rivela spesso sottostimato. Per questo motivo diverse Regioni e città si sono candidate per avviare la coltivazione di Cannabis, mentre le associazioni di produttori di canapa premono per rompere il monopolio dello Stato su un prodotto che poi viene acquistato all'estero da aziende private.
Eppure i vantaggi economici sarebbero enormi. Potrebbe costare meno di altre terapie se la produzione nazionale dovesse aumentare. Così come, si metterebbe fine a tutti quei pazienti che si sono ritrovati costretti a ricorrere all'auto coltivazione. Ma in Italia è illegale e si finisce in prigione. Per questo Rita Bernardini del Partito Radicale da anni ha portato avanti la disobbedienza civile tramite la coltivazione di decine di piantine di marjuana. Recentemente ha subito un fermo dai carabinieri e denunciata. Ma lei voleva finire in prigione come tutti gli altri cittadini. L'ha voluto mettere nero su bianco nel verbale.
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 25 luglio 2019
Secondo un'analisi del Pew Research Center la religione è utilizzata sempre più dai governi per consolidare il loro potere. È diffusa l'idea che la religione giochi una parte sempre meno importante nel mondo. Almeno lo si pensa spesso in Europa. Al di là del numero di persone che dichiarano di avere una fede, la realtà è che la religione è utilizzata sempre più dai governi per consolidare il loro potere. Un'analisi del Pew Research Center ha mostrato che dal 2007, quando ha iniziato a raccogliere dati, a oggi, i Paesi che impongono restrizioni "elevate" o "molto elevate" sulla religione sono passati da 40 a 52. Alcuni di questi sono estremamente popolosi, ad esempio la Cina, l'Indonesia, la Russia. Il numero di Paesi che, come risultato, hanno registrato episodi di ostilità sociali legate alla religione sono cresciuti da 39 a 56.
I limiti alla libertà religiosa si concretizzano soprattutto in leggi restrittive di certi culti o in politiche di favoritismo verso altri: tra il 2007 e il 2017 queste norme sono aumentate del 20%. I limiti che i governi pongono alle attività religiose o le loro iniziative per infastidire certi culti sono meno diffusi ma hanno registrato aumenti notevoli: in Europa, i limiti al proselitismo e alla circoncisione sono raddoppiati, sempre dal 2007, e nella regione Africa del Nord-Medio Oriente le persecuzioni contro sette minori dell'Islam sono cresciute del 72%. Per esempio, in Medio Oriente, su 20 Paesi, 19 hanno politiche che favoriscono una religione (escluso il Libano): 17 hanno una religione di Stato e gli altri due una religione preferita. Ma il fenomeno, inteso nel suo complesso di favoritismo verso un culto, è in crescita in tutti gli angoli del pianeta. In un indice elaborato dal Pew Research Center che misura i limiti che gli Stati hanno messo all'attività religiosa, l'Europa (compresa la Russia) raddoppia, da 1,5 a 3: le Americhe passano da 1,1 a 2, su scala globale si va da 2,3 a 3,4. Anche l'ostilità sociale verso norme religiose di gruppi minoritari è molto cresciuta: in Europa da 0,8 a 3,4, nelle Americhe da 0,2 a 1,2 e globalmente da 1,7 a 3.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 luglio 2019
Ci sono Alaa Abed El-Fattah, il blogger protagonista della "rivoluzione del 25 gennaio", e due co-fondatori del Movimento 6 aprile, Ahmad Maher e Mohamed Adel. C'è "Ahmad" (non è il suo vero nome), l'attivista politico che hanno cercato in tutti i modi di far diventare un informatore della polizia e, di fronte ai suoi continui rifiuti, è stato picchiato e minacciato di essere torturato con l'elettricità. E ce ne sono almeno altri 400, secondo una ricerca di Amnesty International che aggiorna quella del 2017, costretti a trascorrere anche 12 ore al giorno, dal tramonto all'alba, nelle celle delle stazioni di polizia egiziane. Sono ex prigionieri usciti dal carcere dopo aver terminato di scontare condanne inflitte al termine di processi di massa gravemente iniqui. Molti di loro erano stati condannati solo per aver preso parte a manifestazioni pacifiche o in relazione alla loro attività giornalistica.
Nella maggior parte dei casi, durante il periodo di reclusione notturna, non sono previste visite né è possibile usare telefoni o computer portatili. Le celle sono sovraffollate, c'è poca aria e l'accesso ai servizi igienici è limitato. Secondo la legge 99 del 1945, tuttora in vigore, le persone sottoposte a misure cautelari devono trascorrere le ore oggetto del provvedimento in casa, in modo che possano essere presenti in caso di controlli da parte dei funzionari che devono verificare il rispetto di tali misure. Tuttavia, quella legge conferisce alla polizia ampi poteri di obbligare le persone a trascorrere il periodo in questione in una stazione di polizia qualora controllarle nelle loro abitazioni risulti difficile.
La legge inoltre punisce con un anno di carcere chi violi le misure cautelari, senza specificare cosa esattamente ne costituisca una violazione. Misure cautelari del genere hanno un impatto assai duro sulla capacità di svolgere una vita normale durante le ore di libertà, limitando il diritto al lavoro, all'istruzione, alla vita familiare e alla vita privata. In alcuni casi, colpiscono anche il diritto a uno standard adeguato di vita. L'obiettivo è il solito: sorvegliare e punire. Queste misure cautelari sono un ulteriore mezzo con cui le autorità egiziane cercano di consolidare il loro potere e diffondere un clima di paura e intimidazione.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 25 luglio 2019
Nella morsa di al Sisi. La morte di un 29enne accusato, come tutti i 60 mila prigionieri politici egiziani, di "terrorismo". Era in isolamento nella famigerata prigione di Tora, dove 138 detenuti continuano lo sciopero della fame iniziato in seguito alla morte dell'ex presidente Morsi.
Omar Adel aveva 29 anni. È morto in carcere lunedì, nella famigerata prigione di Tora, dopo pochi giorni di isolamento. Ai familiari che erano andati a trovarlo sabato era stata negata la visita dicendo che il ragazzo era stato trovato in possesso di un cellulare ed era stato sottoposto a provvedimento disciplinare. Il giovane era in carcere dal 2014, da quando aveva 24 anni, e a febbraio scorso era stato condannato da una corte militare a dieci anni di carcere. Secondo il suo avvocato non aveva particolari problemi di salute prima della morte. Adel era stato ritenuto colpevole di far parte di un'organizzazione terroristica (accusa di cui sono incriminati ormai quasi tutti i dissidenti politici in Egitto) e di aver bruciato un posto di blocco di polizia.
Le prigioni egiziane, che dal colpo di stato del 2013 si sono riempite di circa 60.000 prigionieri politici, sono tristemente note per le dure condizioni di detenzione e per i casi di negligenza medica. Secondo un gruppo di organizzazioni egiziane per i diritti umani dalla metà del 2013 sono 650 i detenuti morti in prigione a causa della negazione di cure mediche adeguate. Le stesse organizzazioni chiedono che venga concessa alla Croce Rossa Internazionale la possibilità di ispezionare le carceri egiziane e riferire pubblicamente sulle condizioni dei prigionieri. Il dibattito sulla questione si è riaperto il mese scorso con la morte dell'ex-presidente Mohamed Morsi, collassato durante un'aula in tribunale dopo anni di disperati appelli da parte dei familiari.
E proprio a Tora, in uno dei bracci più temuti della prigione simbolo dell'oppressione politica, continua da oltre un mese lo sciopero della fame di 138 detenuti. A riferirlo è l'Egyptian Coordination for rights and freedoms, un'organizzazione i cui membri sono stati anch'essi duramente colpiti da arresti e sparizioni.
Lo sciopero era iniziato proprio in seguito alla morte di Morsi e da allora si è allargato nonostante i tentativi delle autorità carcerarie di dissuadere i detenuti, prima con le buone offrendo alcuni benefici, poi con le cattive con bombe sonore lanciate nelle celle e l'assalto dei secondini armati di bastoni. Intanto sono sempre più numerose le denunce di vere e proprie esecuzioni extra-giudiziali di persone arrestate dalle forze di sicurezza.
È il caso di Mohamed Abdelsatar, arrestato nella scuola in cui lavorava ad aprile 2017 e poi scomparso per un mese, finché un giorno la polizia ha dichiarato che era morto in uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza. La sua storia è arrivata in questi giorni sulle pagine del Wall Street Journal, con un'inchiesta di Jared Malsin e Amira El-Fekki che ricostruisce altre morti simili e denuncia che potrebbe trattarsi di centinaia di casi analoghi, tutti spacciati per terroristi uccisi durante blitz dell'esercito o della polizia. Storie che ricordano da vicino quella dei cinque uomini trucidati in una finta sparatoria inscenata per insabbiare le responsabilità nel rapimento e nell'uccisione di Giulio Regeni.
agenzianova.com, 25 luglio 2019
Un altro episodio di rivolta dei detenuti si è verificato oggi nel carcere di Buea, nel Camerun sud-occidentale. Lo riferiscono i media locali, secondo cui le forze di sicurezza hanno sparato colpi d'arma da fuoco e lacrimogeni per ristabilire l'ordine. Non è chiaro se vi siano delle vittime. L'episodio segue quanto avvenuto nella notte fra lunedì e martedì scorsi all'interno del carcere di Kondengui, nella capitale Yaoundé, dove sono state dispiegate le forze di sicurezza per reprimere una rivolta di detenuti che protestavano contro la repressione nei confronti del movimento separatista anglofono e delle cattive condizioni interne alla struttura.
Nella rivolta sono rimaste ferite decine di detenuti. In un video filmato dai detenuti e caricato su Facebook, i manifestanti scandiscono lo slogan "Ambazonia libera!" e lanciano detriti contro le forze di sicurezza all'interno del carcere, mentre in sottofondo si odono colpi di arma da fuoco spari e si intravedono pennacchi di fumo. Secondo quanto riferito dall'emittente statale "Crtv", i detenuti hanno dato alle fiamme la biblioteca e un laboratorio situati all'interno della struttura. Il carcere, costruito nel 1969 per 1.500 persone, conta attualmente circa 9 mila detenuti, il 90 per cento dei quali non sono stati passati in giudicato.
Per quanto accaduto il governo del Camerun ha incolpato i sostenitori del leader dell'opposizione Maurice Kamto, attualmente agli arresti, per la rivolta avvenuta ieri all'interno del carcere di Kondengui, nella capitale Yaoundé. Stando a quanto riporta la stampa locale, un funzionario del governo, Jean Claude Tilla, ha visitato ieri la struttura e ha puntato il dito contro i sostenitori del Movimento per la rinascita del Camerun (Mrc), definendoli gli istigatori della violenza. "Sappiamo che si nascondono dietro il problema anglofono per fomentare tali rivolte", ha detto Tilla. In una nota diffusa lunedì scorso il vice portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, Farhan Haq, ha denunciato che più di 1,3 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria nelle regioni anglofone del Nordovest e del Sudovest del Camerun. Inoltre, si legge nella nota, circa 1.300 persone sono state sfollate soltanto la scorsa settimana in seguito ai nuovi attacchi che hanno provocato decine di morti fra i civili, mentre centinaia di case sono state date alle fiamme. "La situazione continua ad essere caratterizzata da violazioni dei diritti umani diffuse", ha detto Haq, secondo cui, nonostante le crescenti esigenze, il Camerun resti una delle risposte umanitarie maggiormente sottofinanziate a livello globale.
Nei mesi scorsi l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha lanciato un avvertimento alla comunità internazionale sul rischio che la crisi in Camerun stia "sfuggendo" di mano e che la finestra per la riconciliazione si stia chiudendo. In precedenza l'International Crisis Group (Icg) aveva riferito che almeno 1.850 persone sono state uccise e 530 mila sono state sfollate negli scontri negli ultimi 20 mesi, mentre sia il governo che i separatisti continuano a rifiutarsi di sedersi al tavolo dei colloqui.
Le violenze nelle regioni anglofone del Camerun sono riesplose in concomitanza alle elezioni presidenziali dell'ottobre scorso, vinte dal presidente uscente Paul Biya che ha ottenuto la rielezione per un settimo mandato. Nel discorso da lui pronunciato in occasione della cerimonia di giuramento, Biya ha promesso di trovare una via d'uscita al conflitto che da paralizza le regioni, dicendosi "certo che esista una via di uscita nell'interesse di tutti", ma indirizzando al contempo un messaggio di rigore ai militanti separatisti, "fautori della guerra" responsabili di "nuocere alla nostra unità nazionale promuovendo la secessione": chi non dimostrerà volontà di difendere il paese nella sua unità sarà fermato con ogni mezzo dal governo, ha detto Biya, "non solo in base al rigore della legge ma anche grazie alla determinazione delle nostre forze di sicurezza e difesa". Le violenze sono scoppiate nel 2016 a causa della presunta emarginazione della comunità anglofona da parte delle autorità centrali di Yaoundé e si sono aggravate dopo che i separatisti hanno autoproclamato la Repubblica di Ambazonia.









