di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 28 marzo 2015
"La legge sulle intercettazioni verrà approvata entro il 2015". Matteo Renzi promette che metterà il turbo. "Meraviglia che sia questa la priorità", replica a distanza l'Associazione nazionale magistrati. Ma il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, rincara: "Dobbiamo fare di tutto per procedere rapidamente".
A premere per la limitazione della pubblicazione di intercettazioni è il Nuovo centrodestra, dopo la vicenda che ha coinvolto l'ex ministro Maurizio Lupi: dimessosi per quei colloqui in cui si parlava di un lavoro dato a suo figlio. Angelino Alfano aveva chiesto che la norma sulle intercettazioni venisse inserita nel ddl sulla diffamazione, così da arrivare prima alla meta.
Il coordinatore nazionale Ncd, Gaetano Quagliariello, ieri ha twittato: "Sì a lotta a corruzione e crimine, no a #levitedeglialtri sui giornali". E così ieri il premier, al termine del consiglio dei ministri, ha dato garanzie. Entro fine anno la legge sulle intercettazioni entrerà in vigore. Ma come? Attualmente la norma è contenuta nel disegno di legge sul processo penale, che ha tempi molto lunghi. Ma il Guardasigilli assicura: se non si procederà in modo veloce "si utilizzeranno altre strade". Una cosa è certa. Non sarà utilizzata come veicolo la legge sulla diffamazione.
"Lo escludo" ha detto Orlando che ha precisato: "Il testo della diffamazione, che riguarda la professione giornalistica è un tema a sé". Nel Consiglio dei ministri di ieri si è parlato anche di riorganizzazione della Giustizia. E Orlando ha annunciato l'arrivo nelle cancellerie di 1.031 persone in mobilità dalle Province.
La prospettiva dell'arrivo di personale non preparato e magari con qualifiche più alte di coloro che dovrebbero essere aiutati, e che saranno chiamati a formarli, ha già messo in allarme i sindacati dei cancellieri. Che invece chiedono l'assunzione di giovani, pieni di energia e con conoscenze specifiche adatte all'avvio del nuovo processo telematico. Ieri Orlando ha garantito che, oltre agli organici provenienti dalle province, "250 nuove assunzioni ci sono già. Stiamo lavorando all'arrivo di altre 1.000 persone.
Abbatteremo la scopertura di un quarto". Da settembre, poi, i tribunali non saranno più gestiti dai comuni, ma dal ministero. Il governo ha varato anche un piano di riorganizzazione del ministero della Giustizia. "Questo meccanismo qui è uno dei segnali più forti del fatto che stiamo facendo sul serio, si vanno a ridurre le inefficienze che il sistema ha. È una lotta alle storture per smaltire l'arretrato civile", esulta Renzi.
Un piano che, secondo Orlando, comporterà un risparmio di 64 milioni di euro. Il risparmio sarà realizzato attraverso "una riduzione delle direzioni del ministero da 61 a 36, dei dirigenti di seconda fascia da 1.600 a 712 e dei provveditorati sul territorio da 16 a 11". Verrà costituito un dipartimento che si occupa di pene alternative al carcere.
Cura dimagrante, ma anche ricostituente l'ha definita il ministro. "Perché le prescrizioni dei processi - ha fatto notare - si realizzano anche perché non ci sono le strutture per far andare avanti il processo". "Siamo favorevoli alla riorganizzazione della Giustizia, ma attendiamo di vedere i fatti concreti. La politica ci informi non di quello che farà ma di quello che è stato fatto", dice il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli. Lui è scettico che le misure di ieri portino a risultati concreti: "Pensare che mille dipendenti arrivati dalla mobilità risolvano la gravissima sofferenza dell'organico che ha uno scoperto di oltre 8 mila persone o che ciò determinerà una significativa ricaduta sulla prescrizione è veramente una illusione".
"Bisogna ricordarsi - ha evidenziato - che queste mille unità andranno formate e si innestano in personale già esistente. In gran parte andranno nel settore civile e soltanto una parte sarà destinata al penale, quindi non penso si avrà una significativa ricaduta sulla prescrizione. Con ciò, ovviamente non dico che non siamo favorevoli agli innesti, anzi".
I tempi della giustizia si confermano da lumaca. Il 37% delle cause dura più di tre anni, il 18% è nella media mondiale, solo l'11% rappresenta la virtù perché hanno tempi di durata delle cause inferiore alla media mondiale, ha spiegato in conferenza stampa Mario Barbuto, capo del Dipartimento organizzazione della Giustizia. "I 27 migliori tribunali in Italia - ha aggiunto - hanno una durata del processo di 490 giorni, 16 tribunali di 663 giorni e 96 tribunali 965 giorni. La media mondiale è 631 giorni".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 28 marzo 2015
Nel dibattito sull'annunciata riforma delle intercettazioni e delle regole per la loro diffusione, il governo ha a sua disposizione una nuova proposta di soluzione. Più precisamente la presidenza del Consiglio, giacché la proposta viene dalla commissione istituita a Palazzo Chigi e presieduta dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, il magistrato che Matteo Renzi avrebbe voluto come ministro della Giustizia. La sua relazione prevede un ampio intervento sulle intercettazioni, compreso il divieto di pubblicazione di quelle considerate "irrilevanti" per la formazione della prova, con la previsione di multe salate e del carcere per chi lo viola.
Prima ancora, però, c'è un altro divieto, imposto a pubblici ministeri e giudici: nelle richieste e nelle ordinanze d'arresto non potranno inserire i testi integrali dei colloqui registrati, a meno che la trascrizione completa non abbia una diretta relazione con il capo d'imputazione. Il resto delle intercettazioni finirà ugualmente a disposizione delle parti dell'indagine, in atti che però non potranno essere diffusi. Ed ecco la conseguente norma immaginata per chi non rispetta questo divieto. È un nuovo articolo del codice penale, numero 595 bis, da inserire subito dopo il 595 che punisce la diffamazione.
Il reato dovrebbe chiamarsi "pubblicazione arbitraria di intercettazioni", e prevede che chiunque pubblichi o diffonda con qualsiasi mezzo i testi di intercettazioni o altre forme di comunicazione "acquisite agli atti di un procedimento penale", il cui contenuto "abbia portata diffamatoria e risulti manifestamente irrilevante ai fini di prova", venga punito con una sanzione da 2.000 a 10.000 euro, o con la detenzione da due a sei anni.
È una novità molto rilevante, che darà adito a discussioni e polemiche per la previsione del carcere (nonché di contravvenzioni pesanti) e perché in buona misura lascia al giornalista sia la valutazione della "portata diffamatoria" delle conversazioni sia la sua rilevanza penale. Inoltre, vietando tout court la diffusione di ciò che non è contenuto nelle ordinanze d'arresto e nelle relative richieste, ma è tuttavia contenuto in atti a disposizione degli avvocati - e dunque non più segreti - si impedirebbe di rendere noto anche conversazioni che, pur non utili alla individuazione di un reato, potrebbero avere comunque un interesse pubblico.
L'obiettivo della proposta è difendere la privacy delle persone, in particolare quelle non sottoposte a indagini che entrano in contatto con gli inquisiti, ma è evidente che ogni intervento su questa materia va a incidere sia sulla discrezionalità del magistrato nella valutazione degli indizi derivanti dalle intercettazioni, che degli operatori dell'informazione.
Ma le proposte della "commissione Gratteri" non si limitano al divieto di pubblicazione. Subito dopo l'esecuzione di arresto, i difensori degli accusati dovrebbero poter avere copia di tutti i risultati delle intercettazioni, anche se non ancora depositati, ad esempio, al tribunale del Riesame, in modo da rendere effettivo il cosiddetto "diritto all'ascolto".
Inoltre si suggerisce di allungare i tempi previsti per le registrazioni, estendendo a tutte le indagini quelli più ampi già in vigore per le inchieste antimafia. A fronte di una maggiore tutela della riservatezza delle comunicazioni, il gruppo di lavoro coordinato dal procuratore aggiunto di Reggio intende estendere il potere di indagine ad altre forme di comunicazione.
Regolando due nuove forme di intercettazione: le riprese video - quindi "dei comportamenti", non solo dei dialoghi - degli indagati nelle loro case o nei luoghi di riunione, autorizzate dal giudice, rendendole così utilizzabili nel processo. Inoltre si prevede una nuova forma di "intercettazione epistolare", sempre previa autorizzazione del giudice, parificando le lettere ai colloqui registrati. In questo modo si potrebbe venire a conoscenza del contenuto delle lettere in maniera clandestina, facendole recapitare regolarmente senza che il destinatario sappia che quella corrispondenza, prima di giungere nelle sue mani, lungo il tragitto è stata bloccata, letta e interpretata, prima dalla polizia giudiziaria e poi dai magistrati.
di Liana Milella
La Repubblica, 28 marzo 2015
Le intercettazioni? "Indispensabili per contrastare la corruzione". E la corruzione "peccato capitale della democrazia"? "Forse il peccato più grave". Un cancro? "Purtroppo sì, ma curabile". I magistrati, moralizzatori del Paese o potente casta? "Né l'uno né l'altro, funzionari pubblici a tutela della legalità". L'inchiesta di Firenze? "Uno spaccato interessantissimo". Nei panni di Lupi che avrebbe fatto? "Penso che non mi sarei ritrovato in quei panni...".
Raffaele Cantone è reduce da Parigi, dove in un forum dell'Ocse ha illustrato la sua ricetta contro la corruzione. Intercettazioni, Renzi promette la nuova legge, niente più fatti penalmente irrilevanti negli atti pubblici.
Sarà censura?
"No. Il tema della limitazione della pubblicità dei colloqui irrilevanti è importante, il problema è trovare un giusto equilibrio che consenta ai giudici di stabilire quali sono le intercettazioni utili. Ovviamente non va depotenziato il meccanismo".
Un'intercettazione come quella di Lupi doveva o non doveva stare nell'ordinanza?
"Sul fatto specifico non rispondo. Ma l'utilità della telefonata va valutata in modo complessivo. Anche i rapporti di un indagato con un personaggio di primo piano della politica possono essere utili a individuare il suo ruolo e la sua eventuale attività illecita".
Il procuratore di Torino Spataro dice che in un'indagine conta il contesto. Condivide?
"Assolutamente sì, un'indagine fuori dal contesto è una non indagine, uno stesso colloquio cambia completamente di senso se non è inserito in un contesto. Questa è un'impostazione anche a garanzia degli imputati. La stessa affermazione potrebbe essere uno scherzo o un fatto di reato".
Poche intercettazioni danneggiano l'indagato?
"Se è il giudice a fare la selezione nel contraddittorio delle parti, questo rischio non credo ci sia". Multe ai giornalisti che le pubblicano lo stesso.
Un bavaglio?
"Se si stabilisce la regola che prima di un certo momento le intercettazioni non sono pubblicabili è giusto prevedere una sanzione. Sennò rischierebbe di essere un divieto inutile".
Corruzione, "il male italiano". È il titolo del suo libro. Non dà troppo lustro a corrotti e corruttori?
"Assolutamente no, questo è il tema che per lungo tempo ha portato a dire che parlare di mafia poteva essere un danno. Invece è stato proprio il parlarne che ha consentito di cambiare la mentalità e far capire a tutti quanto fosse pericolosa la mafia. Questa stessa operazione va fatta sulla corruzione, dicendo anche quanto di buono si fa nel nostro Paese. A Parigi un americano ha proposto, come una grande innovazione, le white list delle imprese. Gli ho fatto notare che in Italia le abbiamo introdotte da anni".
Lei scrive di avere più rispetto per i Casalesi che per i colletti bianchi corrotti.
"È un'iperbole. Ma chi si nasconde dietro il perbenismo spesso dà anche l'esempio peggiore, che finisce per influenzare un pezzo della società. Dal criminale certi atteggiamenti te li aspetti, dal colletto bianco ti aspetteresti altro".
Le inchieste sulla corruzione aumentano. Significa che, come scrive lei, "puoi sempre cucire un abito perfetto dentro il quale però è nascosto un killer"?
"Le inchieste sono un fatto positivo perché se la mafia è un tumore bisogna estirparlo. Quanto sta emergendo è il segnale di un tentativo di cambiamento, che va raccolto senza fare gli errori del 1992".
Quali?
"Non inserire nel sistema gli anticorpi e credere che le sole indagini bastino per contrastare la corruzione. Io rilancio: subito un codice degli appalti ben fatto come strumento per evitare che in futuro si verifichino fatti di corruzione".
Con il capo gabinetto del Mef Garofoli ha scritto il decalogo anti-corruzione. Ci crede davvero?
"Io ci credo, eccome. Il tentativo di estendere le regole anti-corruzione alle società pubbliche è un salto di qualità vero, perché si esce dall'ambiguità di considerare questi enti ermafroditi, qualcosa di diverso da quelli pubblici e li si sottopone alle stesse regole".
Opere inutili e massimo ribasso che producono revisioni continue. Cambiare le regole?
"Certo, rivedendo scelte del passato che avevano creato l'attesa di un'abbuffata di opere che non c'è stata. Voglio fare una provocazione: se certe norme avessero consentito di fare le opere, il malaffare avrebbe fatto meno impressione. Il paradosso è che non si sono fatte le opere ed è aumentato il malaffare".
Si riferisce a qualche legge?
"Soprattutto alla legge Obiettivo, una montagna che ha prodotto un topolino dal punto di vista delle opere e che ha generato quanto si legge nelle carte di Firenze".
Lei è critico sulla correnti dei giudici. Ancora "offeso" perché non l'hanno nominata procuratore aggiunto a Napoli?
"Ma io ringrazio il Csm per non avermi nominato, perché forse avrei perso l'occasione di fare una cosa come quella che sto facendo, che mi piace moltissimo e che mi sta dando grande soddisfazione. Ciò non toglie che come tanti colleghi sono deluso da correnti divenute solo uno strumento di promozione delle carriere o di tutela della corporazione e che tradiscono le ragioni per cui sono nate".
Senza citarla esplicitamente, la segretaria di Magistratura democratica Canepa dice che non le piacciono "gli eroi dell'Antimafia arruolati nell'esecutivo a dimostrare che il governo fa sul serio".
"Non raccolgo nessuna critica in queste parole, non mi sono mai annoverato tra gli eroi dell'Antimafia e non ho mai fatto nella mia vita la foglia di fico. A oggi, non ho mai accettato un incarico in un ministero, e fino a questo momento non avevo mai fatto un giorno fuori ruolo. I fatti parlano molto più delle parole".
Agi, 28 marzo 2015
Il 31 marzo chiuderanno gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma solo una Regione su due è pronta ad applicare la riforma con le nuove strutture, le Rems (Residenze per l'Esecuzione della Misura di sicurezza Sanitaria), che dovrebbero accogliere gli attuali ospiti.
Alla scadenza fissata allo scorso 15 marzo, infatti, secondo quanto apprende l'Agi da fonti del ministero della Salute, sul versante della concreta attuazione del passaggio da Opg a Rems solo dieci Regioni e una Provincia autonoma potranno contare già dal primo aprile su Residenze funzionanti. Si tratta di Val d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna, oltre alla Provincia Autonoma di Bolzano. A queste potrebbero aggiungersi Abruzzo e Molise frenate solo da un giudizio amministrativo pendente che potrebbe risolversi, almeno in fase cautelare al Tar, già prima dell'inizio di aprile.
Il Veneto, invece, non ha ancora individuato le soluzioni logistiche per l'attuazione della riforma, il Piemonte, pur avendo individuato soluzioni, non ha fornito i relativi atti deliberativi. Altre sei Regioni e la Provincia Autonoma di Trento hanno individuato soluzioni per le quali, tuttavia, i tempi di effettiva attivazione, in relazione a lavori e procedure da ultimare variano da pochi giorni (il caso delle Marche che conta di attivare la propria struttura il 15 aprile prossimo) fino al massimo del primo settembre 2015 (il caso del Piemonte).
Le altre sono l'Umbria, che congiuntamente alla Toscana utilizzerà la struttura di Careggi dalla fine di maggio, il Friuli Venezia Giulia e la Puglia, che prevede l'attivazione delle proprie Rems il prossimo maggio, la Calabria, che stima in 120 giorni il tempo necessario per l'attivazione di una struttura transitoria ed ha intanto chiesto disponibilità alle Regioni limitrofe per ospitare i pazienti calabresi non dimissibili attualmente in Opg, e la Provincia Autonoma di Trento che conta di essere pronta il prossimo primo luglio.
Marino (Pd): se Regioni non sono in grado Governo nomini commissario
"Se le regioni non sono in grado il Governo nomini un commissario". Così il sindaco di Roma Capitale Ignazio Marino al termine di un convegno sul tema "Vite in Bilico: progetti di vita, percorsi di cura e programmi riabilitativi per un reale superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari" presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università Roma Tre.
Il 31 marzo 2015 infatti scade per legge il termine ultimo per la chiusura degli Opg, dopo numerose proroghe, e il sindaco di Roma sostiene che molte regioni non siamo ancora pronte per questo passo. "Già avevo indicato nell'ottobre 2012 al presidente del consiglio Mario Monti di intervenire con la nomina di un commissario per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari che avesse pieni poteri - ha spiegato quindi il primo cittadino di Roma Capitale - e si sostituisse nei confronti di quelle regioni che erano inadempienti nel superamento questo orrore, dei lager dove sono stati chiusi per decenni i folli autori di reato senza alcuna possibilità di cura e con la loro dignità di persone completamente devastate, ridotte ad oggetti e rinchiusi in molti di questi luoghi".
Dirindin (Pd): processo superamento avviato, non si torna indietro
"È stato avviato un percorso da cui non si tornerà più indietro e questo è un risultato positivo di cui siamo soddisfatti", Così la senatrice Nerina Dirindin, capogruppo Pd in commissione Sanità, commenta, a pochi giorni dalla data del superamento definitivo degli Opg del 31 marzo, il lavoro svolto e le recenti visite alle strutture delle senatrici e dei senatori della commissione. "Siamo soddisfatti del lavoro svolto - aggiunge Dirindin - anche se ancora molto ne resta da fare, perché nonostante le molte criticità che abbiamo potuto rilevare nel percorso che porterà al superamento definitivo degli Opg, possiamo dire che in tutte le Regioni, tranne il Veneto, il processo è stato avviato.
Alcune si sono attivate prima, altre dopo come il Piemonte. Ora l'importante è che in questo processo che sarà lungo e ad ostacoli, si evitino scorciatoie: non si trasferiscano semplicemente le persone da una struttura degradata ad una solo un po' più bella, si attuino effettivamente percorsi riabilitativi terapeutici personalizzati, si rispetti la dignità delle persone.
È anche previsto un commissario nazionale, unico per tutte le Regioni per fare in modo che ci sia omogeneità nell'attuazione della Riforma". "Noi come Istituzioni - sottolinea Dirindin - continueremo a vigilare con attenzione su questo percorso e saremo da stimolo la dove sarà necessario, perché, come dimostra lo spirito che ha portato a questa riforma, quando si collabora insieme si ottengono i risultati, e questo per noi è motivo di conforto e soddisfazione", conclude Dirindin.
Ansa, 28 marzo 2015
"Medici, infermieri e poliziotti non sono la stessa cosa: diciamo no ai mini-Opg e chiediamo di superare la logica manicomiale e modificare il codice penale". Lo affermano Cecilia Taranto, Segretaria Nazionale Fp-Cgil e Massimo Cozza, Segretario Nazionale Fp-Cgil Medici, in riferimento all'entrata in vigore dal primo aprile della legge per il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg).
"La prossima chiusura degli opg, obiettivo da sempre perseguito dal sindacato e dagli operatori del settore - affermano i due esponenti sindacali in una nota - rischia di essere compromessa da ritardi e mancanze. Giusta quindi la richiesta del comitato Stop Opg di commissariare le Regioni inadempienti". Tanti i nodi ancora da sciogliere, sottolineano: "in primo luogo la modifica del codice penale per il quale chi soffre di disturbi psichiatrici deve avere gli stessi diritti e doveri degli altri cittadini: il giudice deve poter decidere che chi ha compiuto delitti efferati venga curato in carcere; gli altri devono poter essere presi in carico dai dipartimenti di salute mentale, da potenziare viste le risorse oggi carenti".
Serve quindi, rilevano, "un intervento normativo del Parlamento, ma soprattutto un impegno concreto delle Regioni, colpevolmente in ritardo, e una regia complessiva del Governo". Ciò che va evitato, affermano, "è l'affidamento di compiti di custodia ai medici e agli infermieri, compresi coloro che lavorano nelle Rems (Residenze per le misure di sicurezza), che rischiano di diventare dei mini-Opg. Snaturare le funzioni di cura con responsabilità di natura carceraria sarebbe un danno per tutti, a partire da chi dovrebbe essere curato. I medici e gli infermieri non sono poliziotti, i poliziotti non sono operatori sanitari. Basterebbe mettere tutti in condizione i fare il proprio mestiere al meglio, senza confondere ruoli e funzioni".
Ansa, 28 marzo 2015
Innocenti: Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono stati assolti dalla Corte di Cassazione dall'accusa di aver ucciso otto anni fa a Perugia la studentessa inglese Meredith Kercher. Tra chi immaginava una sentenza definitiva di condanna e chi puntava ad un processo d'appello-ter con annullamento del verdetto della Corte d'assise di secondo grado di Firenze che aveva dichiarato i due giovani colpevoli dell'omicidio, la Suprema Corte ha scelto una terza via, forse la più difficile.
Rivalutati in oltre dieci ore di camera di consiglio i fatti e gli atti, i giudici hanno concluso per l'assoluzione degli imputati: tecnicamente "per non aver commesso il fatto", in sostanza per insufficienza di prova (come spiega l'indicazione, nel dispositivo, del secondo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale). Resta una sola condanna, diventata definitiva, per Amanda: tre anni (con uno sconto rispetto alla decisione dei giudici di secondo grado) per aver calunniato Patrik Lumumba, accusandolo dell'omicidio nella prima fase delle indagini. "Sono immensamente felice, torno a riprendermi la mia vita", ha commentato Raffaele Sollecito, che ha atteso la sentenza nella sua casa di Bisceglie (Bari).
"Quella stessa magistratura che mi ha condannato ingiustamente - ha aggiunto - mi ha restituito oggi la dignità e la libertà". E da Seattle Amanda Knox, informata dell'assoluzione, ha trasmesso la sua felicità ai difensori Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova. "Sono enormemente sollevata e grata per la decisione della Cassazione italiana", ha detto, sottolineando che "la consapevolezza della mia innocenza mi ha dato la forza nei tempi più bui di questo calvario", in cui "ho avuto l'inestimabile sostegno della mia famiglia, degli amici e di sconosciuti".
L'urlo di gioia dell'avvocato Giulia Bongiorno, difensore di Sollecito, alla lettura della sentenza ha ricordato quello che lei stessa fece in occasione dell'assoluzione di Giulio Andreotti, che pure difendeva. "È stata una battaglia durissima, era pacifico che Sollecito è innocente, e questa Cassazione ha avuto il coraggio di affermarlo".
Arline Kercher, madre di Meredith Kercher, dal canto suo, si è detta "sorpresa e molto scioccata". Di tono dimesso anche il commento dell'avvocato Francesco Maresca, difensore della famiglia Kercher. "È una verità difficile da digerire per la famiglia, per noi che l'abbiamo difesa e per i giudici che hanno emesso i verdetti di condanna".
"Evidentemente avevamo ragione noi", ha commentato Claudio Pratillo Hellmann, presidente della Corte d'assise d'appello di Perugia che nel 2011 assolse Amanda e Raffaele; mentre il sostituto procuratore generale di Perugia Giancarlo Costagliola ha detto di essere "curioso di leggere le motivazione della sentenza. "Prendo atto della sentenza - ha detto il magistrato - e ho il massimo rispetto per le decisioni della Corte".
La vicenda dell'omicidio di Meredith Kercher si chiude, dunque, con un unico punto fermo: riguarda Rudy Guede, il solo degli imputati che ha scelto il rito abbreviato e definitivamente condannato a 16 anni di reclusione. L'ivoriano ha da subito ammesso la sua presenza nella villetta del delitto, affermando però di essere stato in bagno mentre la Kercher veniva uccisa da altre due persone. Guede ha poi sostenuto più o meno espressamente che in casa c'erano Sollecito e la Knox. Lei, originaria di Seattle, era arrivata a Perugia per studiare scrittura creativa all'Università per Stranieri.
Appassionata di yoga e calcio era da poco fidanzata con Raffaele, conosciuto a un concerto di musica classica. Lui, amante tra l'altro di fumetti manga, all'epoca frequentava ingegneria informatica in cui si è laureato in carcere specializzandosi poi da libero in realtà virtuale. Le immagini di Sollecito e della Knox abbracciati davanti all'ingresso della casa di via della Pergola hanno fatto il giro del mondo.
I due hanno però sempre negato di essere stati nella villetta la sera dell'omicidio. Erano invece - hanno detto più volte - a casa di Sollecito dove avrebbero dormito. Una versione alla quale non ha tuttavia creduto la polizia che ha condotto una complessa indagine coordinata dal sostituto procuratore Giuliano Mignini (poi affiancato in dibattimento da Manuela Comodi). Per gli inquirenti le tracce di Dna (come quello di Sollecito sul gancetto del reggiseno della studentessa inglese), le impronte (anche di piedi nudi insanguinati) e le testimonianze raccolte collocano i due giovani nell'abitazione mentre la Kercher veniva uccisa.
Un omicidio con un movente a sfondo sessuale ha ipotizzato inizialmente l'accusa. Collocato in un quadro che ha portato all'arresto e alla condanna in primo grado dei due giovani ma anche a quella definitiva di Guede. Elementi che le difese di Sollecito e della Knox hanno ritenuto da subito non certi. Dando battaglia in particolare sull'attendibilità della prova genetica (il gancetto di reggiseno repertato dalla polizia scientifica dopo diversi giorni di sopralluoghi) e quella delle testimonianze, in particolare di Guede.
Tesi accolte dai giudici d'appello perugini che hanno assolto i due giovani, rendendoli di nuovo liberi, con una sentenza poi però annullata dalla Cassazione e ribaltata in appello a Firenze con una nuova condanna. Per i giudici toscani fu la Knox a sferrare la coltellata mortale a Meredith colpita con un'altra lama anche da Sollecito nel corso di un'aggressione successiva a una lite alla quale prese parte anche Guede. Una ricostruzione che non ha convinto la Cassazione, la quale ha scritto la parola fine alla vicenda giudiziaria di Amanda e Raffaele, assolvendoli definitivamente dall'accusa di omicidio.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 28 marzo 2015
L'ex Sottosegretario all'Economia aveva un Ipod. Un poliziotto penitenziario indagato per corruzione. E al processo Ce4 è scontro tra accusa e difesa.
C'era anche un Ipod, fra gli oggetti rinvenuti nella cella del carcere di Secondigliano dove, fino a giovedì scorso, era rinchiuso l'ex sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino. Gli agenti del Nic (il nucleo investigativo delle carceri) entrati in azione su disposizione della Procura, hanno sequestrato l'Ipod e altro materiale che, nella interpretazione dell'accusa, Cosentino non poteva tenere in cella. Poi è scattato il trasferimento in un altro istituto, fuori dalla regione Campania. Da ieri Cosentino è recluso nel carcere di Terni.
Il caso è ora sulla scrivania dei pm Sandro D'Alessio e Fabrizio Vanorio, del pool coordinato dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, che ipotizzano il reato di corruzione nei confronti di un poliziotto penitenziario. Nell'inchiesta, l'ex parlamentare non è indagato.
Dopo e perquisizioni scattate nel fine settimana, la Procura indaga per accertare i presunti collegamenti fra l'agente penitenziario ora indagato per corruzione e la "rete" di rapporti e amicizie intrecciata dall'ex sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino in tanti anni di attività politica sul territorio.
L'esito delle verifiche e il sequestro di materiale che dovrà essere esaminato dagli investigatori ha però fatto scattare il trasferimento in un istituto fuori regione. La misura è stata disposta ieri, proprio mentre a Santa Maria Capua Vetere si celebrava un'udienza tesa del processo che vede Cosentino (non presente in aula) imputato di concorso esterno in associazione camorristica.
I legali dell'ex coordinatore regionale del Pdl, gli avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro, hanno incalzato con decime ne di domande l'ex presidente del consorzio dei rifiuti Ce4 Giuseppe Valente, il manager divenuto nei mesi scorsi collaboratore della giustizia. A molte domande della difesa, si è opposto il pm Alessandro Milita. "Lei non può opporsi ad ogni domanda, presidente mi tolga la parola e ne vado", è sbottato a un tratto l'avvocato De Caro.
Il presidente del collegio ha poi mediato tra le parti ed è tornata la calma. Dopo undici udienze, si è dunque conclusa la lunga deposizione di Valente. Il primo aprile è fissato il processo dove Cosentino è imputato per l'operazione, poi non andata a buon fine, che puntava alla realizzazione di un centro commerciale a Casal di Principe. Il 9 invece arriverà il caso delle presunte pressioni denunciate da un imprenditore che voleva aprire un distributore di carburanti non lontano da un impianto di proprietà della famiglia Cosentino. Un quadro giudiziario pesante, al quale si aggiungono i sospetti della nuova inchiesta, e la tegola del trasferimento in un carcere lontano dalla Campania.
Ansa, 28 marzo 2015
Un'ambiente accogliente, nella prima periferia di Bologna. Un'antica casa colonica lontana anni luce, nell'aspetto, dai pensionandi Ospedali psichiatrici giudiziari. È la Rems, residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, di Bologna che oggi è stata presentato alla città e che, a partire dall'inizio di aprile, accoglierà quattordici ospiti provenienti dall'Opg di Reggio Emilia. "Quella dell'Emilia-Romagna è un'esperienza pilota a livello nazionale.
Come Regione abbiamo rispettato i tempi previsti - ha sottolineato il sottosegretario alla presidenza della Regione, Andrea Rossi, che ha presentato la Rems insieme ai vertici della sanità di Bologna, Parma, Reggio e all'assessore Venturi - Si passa dalla struttura di Reggio, che era una vera casa circondariale, a questa residenza, inserita in un contesto socio-abitativo ben diverso: credo che abbiamo raccolto fino in fondo quello che era lo spirito del percorso avviato a livello nazionale per il superamento degli Opg".
Quella di Bologna è una delle due residenze realizzate in regione (l'altra è a Casale di Mezzani a Parma e ospiterà altri dieci pazienti) che accoglieranno i ricoverati emiliano-romagnoli. Le due strutture sono state realizzate in attesa dell'ultimazione del centro che sorgerà a Reggio Emilia entro il 2016. La Rems di Bologna è una struttura di 1.160 metri quadrati su due edifici collegati da un tunnel vetrato. All'interno di questa casa colonica con fienile annesso (chiamata 'Casa degli svizzerì dalla nazionalità della famiglia che l'abitava e che l'ha donata al Comune) opererà un'equipe composta da uno psichiatra, due psicologi, 14 infermieri, sette operatori socio-sanitari, quattro educatori, un'assistenza sociale e un amministrativo.
La sicurezza della struttura è fondata su una particolare attenzione per gli aspetti relazionali e terapeutico-riabilitativi. La vigilanza del perimetro esterno e l'intervento d'urgenza in caso di necessità sono regolati da un accordo con le Forze dell'ordine (che potranno essere allertate direttamente dagli operatori premendo un pulsante). Inoltre la Rems sarà sorvegliata da un servizio di vigilanza privato. In totale i residenti in Emilia-Romagna presenti nell'Opg di Reggio sono 26 (nel 2008 erano 46) e tre sono ospitati a Castiglione delle Stiviere (Mantova). 23 saranno trasferiti nelle due Rems, mentre per tre sono già avviati i percorsi di dimissione.
Al momento all'Opg reggiana sono presenti 136 persone, 68 delle quali - oltre agli emiliano-romagnoli - destinati alle Rems attivate dalle Regioni di residenza. Nel caso in cui nelle altre regioni non fossero ancora attive le strutture, le persone resteranno all'Opg fino all'apertura delle residenze. Nell'Opg sono inoltre presenti 42 detenuti, quindi provenienti da istituti penitenziari e sottoposti a misure di sicurezza specifiche collegate alla loro pericolosità sociale: queste persone non sono destinate alle Rems e al termine della misura di sicurezza nell'Opg torneranno a essere detenute in istituti penitenziari.
Dire, 28 marzo 2015
"Lavoro qui dall'1 novembre 1990. Presiedo questa comunità cristiana, un po' originale ma unica. Come ogni comunità cristiana, anche questa ascolta la parola, celebra l'eucarestia, fa esercizio di carità. Ogni tanto, poi, mi capita di fare fronte alle esigenze a cui non riescono a sopperire le Istituzioni". Don Daniele Simonazzi è il cappellano dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, quella struttura che, per il decreto legge 52 del 31 marzo 2014, chiuderà il prossimo 31 marzo. "Solo due anni fa, qui c'erano oltre 200 internati, oggi sono poco più della metà: diciamo che abbiamo già visto partire molti dei nostri amici". Tra pochi giorni, infatti, gli internati emiliano-romagnoli saranno in parte presi in carico dal sistema sanitario regionale, in parte trasferiti nelle due strutture temporanee di Casale di Mezzani, alle porte Parma, e di Bologna, alla Casa degli Svizzeri, in attesa dell'attivazione, prevista per il 2017, delle due Rems definitive a Reggio Emilia.
Gli internati di altre regioni (35 solo quelli del Veneto) saranno trasferiti in istituti nei territori di provenienza non appena le loro Istituzioni daranno la disponibilità ad accoglierli. Insomma, don Daniele dall' 1 aprile avrà ancora il suo bel da fare: "Resteranno nella struttura le persone non emiliano-romagnole detenuti con infermità psichica sopravvenuta durante la carcerazione normale e i detenuti minorati psichici: un'ottantina di persone, con cui andremo avanti. Certo, saremo più soli, ma nemmeno il Signore i suoi se li è tenuti sempre con sè. Credo che il Vangelo non solo debba essere annunciato ai poveri, ma anche dai poveri".
"La legge adesso esiste, fu il mio ultimo atto da parlamentare nel marzo 2013 di portare al voto un emendamento che dà un potere preciso al governo italiano. Se una regione è inadempiente il governo può intervenire nominando un commissario unico per tutte le regioni inadempienti. Questo scandalo che è stato definito dal consiglio d'Europa "vera tortura" e dal Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano un "orrore indegno per un Paese civile", conclude Marino.
di Alessia Cannizzaro
www.extraquotidiano.it, 28 marzo 2015
Istituito con legge regionale nel 2005, diventerà a breve una costola dell'assessorato regionale alla Famiglia. La nuova Finanziaria prevede infatti la cancellazione della carica e dell'intero ufficio
Mentre nelle altre regioni d'Italia si lavora per istituire, laddove non presente, il Garante dei detenuti, in Sicilia, regione pioniera, l'ufficio chiude i battenti. Una morte annunciata, vista la mancata nomina di un Garante da quasi due anni, ma che adesso verrà sancita dalla nuova Finanziaria che ne prevede lo smantellamento per diventare una branca dell'assessorato regionale alla Famiglia, snaturando la natura di tale ufficio che di fatto perde la propria autonomia.
Istituita nel 2005, con legge regionale, la figura del Garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti, è stata ricoperta sino al 2013, dall'ex senatore Salvo Fleres. In sette anni di effettiva attività sono state esitate oltre 20 mila pratiche, senza contare le denunce, i ricorsi, le ispezioni all'interno delle carceri, la riapertura di processi archiviati erroneamente come suicidi, e i numerosi esposti per le condizioni inumane e il mancato rispetto dei diritti dei detenuti. Battaglie portate avanti dall'ufficio e che, per i tempi della giustizia, non sono ancora tutte concluse.
In questi due anni di vacatio, sono state recapitate centinaia di lettere, spedite dai detenuti, che giacciono ancora là, sugli scaffali. "Quelle indirizzate al Garante non possono essere aperte, se non dal Garante, che di fatto non c'è - precisa Gloria Cammarata, funzionario direttivo assegnato all'ufficio del Garante dei detenuti - quelle indirizzate all'ufficio sono state aperte, ma nessuno può rispondere. Al loro interno, richieste d'aiuto per il trattamento ricevuto, denunce di abusi, e ingiustizie subite dai carcerati e chissà cos'altro".
L'ufficio ha all'attivo due dipendenti a Palermo e quattro nella sede di Catania, dipendenti che negli anni hanno acquisito competenze specifiche nel settore (c'è chi, ad esempio, ha frequentato a spese proprie master e corsi di specializzazione) che adesso la Regione dovrà rimodulare e assegnare ad altri uffici.
Stipendi, affitto dei locali e spese di gestione: la Regione, per questi due anni ha sborsato una cifra esorbitante per tenere in vita un ufficio "fantasma", reso improduttivo proprio a causa della mancata nomina del Garante da parte del governatore Rosario Crocetta. Costi che, adesso, non verranno però né ammortizzati né ridotti in nessun modo. I dipendenti regionali saranno riassegnati ad altri uffici e i locali resteranno comunque a disposizione della Regione, per cui continuerà a pagare il canone di locazione.
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