www.campanianotizie.com, 15 febbraio 2015
Opg con i giorni contati. Questa potrebbe essere la volta buona per cancellare definitivamente gli ospedali psichiatrici giudiziari, tra cui anche quelli di Aversa e Napoli, dall'ordinamento italiano. Il governo ha comunicato al parlamento che intende rispettare "la scadenza dell'1 aprile 2015". Se necessario, attivando "la procedura di commissariamento da parte del Governo per quelle Regioni che a tale data non sapranno garantire il completamento delle iniziative necessarie per la presa in carico dei soggetti dichiarati dimissibili e di quelli non dimissibili". Sono le conclusioni contenute nella seconda Relazione trimestrale sullo stato di attuazione dei programmi regionali relativi al superamento degli Opg, inviata ieri al Parlamento dai ministri della Salute e della Giustizia. Il piano prevede per i soggetti dichiarati dimissibili l'affidamento ai dipartimenti di salute mentale (Dsm) delle Regioni di residenza.
di Agnese Moro
La Stampa, 15 febbraio 2015
A Roma un raggruppamento di realtà associative impegnate nella promozione della genitorialità in carcere e dei diritti dei bambini figli dei detenuti, ha condiviso e sostenuto un progetto elaborato dal Presidente della Consulta Penitenziaria di Roma Capitale, Lillo Di Mauro, per la realizzazione di una casa famiglia protetta, "La casa di Leda", in ricordo dell'onorevole Leda Colombini, fondatrice e animatrice per venti anni dell'associazione "A Roma insieme", www.aromainsieme.it.
Pochi giorni fa il progetto è stato presentato in una conferenza stampa a cui era presente l'assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale, Francesca Danese. L'immagine utilizzata per spiegare a noi, che non la conosciamo direttamente, la situazione dei bambini che crescono in carcere con le loro madri, è quella dello stupore che questi piccolissimi provano nel vedere - uscendo dal carcere per una passeggiata - cose per noi banali come il cielo o le nuvole.
È uno stupore che ci dice molto su quello che questi bambini vivono; e che ci indica anche l'urgenza di un percorso diverso. Percorso che la legge (62 del 2011) prevede con la attivazione - appunto - di Case protette per ospitare madri (o padri) e bambini, ma delle quali, al momento, non c'è neanche un esempio. L'assessore Danese ha dato un'ampia disponibilità a mandare avanti il progetto, individuando luoghi idonei (la legge è precisa sulle caratteristiche strutturali e non che devono avere le Case protette) e le risorse finanziarie necessarie (il costo di gestione annuo è stimato dai promotori in 300.000 euro).
Nel Lazio (ed è il numero maggiore d'Italia) sono reclusi 18 bambini e 18 madri in gran parte straniere o Rom. Il progetto prevede di accogliere fino a un massimo di sei madri o padri con relativi figli e che nella casa famiglia vi siano attività e servizi affinché le/gli ospiti italiane/i, straniere/i e rom e i loro bambini abbiano garantite assistenza, educazione ed istruzione, e opportunità di socializzazione e inserimento lavorativo.
La struttura non si configura come spazio di contenimento e domicilio stabile, ma come luogo di passaggio dove ciascuno, sia le madri o i padri, sia i bambini e le bambine, abbiano l'occasione di sviluppare le proprie potenzialità in maniera armonica. Con la speranza che non si debbano più stupire dell'esistenza delle nuvole. Sarebbe davvero bello.
di Lorenzo Mondo
La Stampa, 15 febbraio 2015
Un bel giorno di giugno del 2010 un avvocato milanese si affaccia alla finestra della sua villetta e cambia rapidamente di umore alla vista di un piccione. Dirà poi che detesta quei pennuti perché anni prima avevano causato al figlio una grave infezione. Fatto sta che afferra un fucile ad aria compressa e centra il piccione che stramazza nel cortile del vicino condominio. Questa fatale caduta è l'innesco di quella che può apparire una commedia surreale.
C'è evidentemente della ruggine tra lo sparatore e i vicini se questi chiamano i carabinieri. Contro di lui, sorpreso in stato di ebbrezza, viene formulata l'accusa di uccisione di animali con crudeltà e "getto pericoloso di cose" in luogo privato. Va a sapere dove sta la crudeltà, se non nell'animo del protagonista, e dove l'effettivo pericolo rappresentato da un pallino o da un piumato cadaverino. Il gip emette comunque un decreto di condanna a 8.000 euro di multa. Ma l'imputato si oppone e chiede di andare a processo. Comincia allora una bella gara tra l'avvocato, esperto di cavilli, e la magistratura. Un confronto che passa tra sanzioni e ricorsi, tra processi d'appello e Cassazione fino a concludersi, nel gennaio del 2015, con una condanna a un mese e venti giorni. Il bello è che questo tramenio è durato per quasi cinque anni, e magari non è finita, perché incombe a giugno la prescrizione del reato.
Non sono mancati nella vicenda tratti esilaranti. Fin dall'avvio, quando dovette intervenire il Comune per rimuovere il deceduto, e alle ultime disquisizioni sul "getto" nel cortile: da ricondursi al ferale pallino o allo svolazzo dell'uccello agonizzante? Mai era accaduto che un piccione assumesse tale importanza nell'aula di un tribunale.
Dove i magistrati hanno dato l'apparenza di esercitare, contro l'imputato, la stessa ostinazione che lo induce a sparare sui volatili. Formalmente, a termini di legge, nulla da eccepire. Se non avessimo le rilevazioni dei solerti cronisti che hanno rispolverato la vicenda. Ci dicono infatti che essa, nell'arco di un lustro, ha impegnato 18magistrati, con annessi e connessi. E allora lo stupore, e il riso, si tramutano in sconforto e sdegno.
Il Paese è assediato dalla piccola e grande criminalità, con e senza colletti bianchi. Non c'è inaugurazione di anno giudiziario, non c'è convegno di esperti e proposta di riforma che non lamenti l'esiguità del corpo giudiziario e il rigurgito dei fascicoli inevasi. Mentre si trova il tempo per occuparsi di simili quisquilie. Davvero, si vorrebbe a volte non sapere e non vedere per darsi pace.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 15 febbraio 2015
La Sardegna tra pochi giorni diventerà ufficialmente la Caienna - il famigerato bagno penale francese - in salsa italiana. Nei nuovi complessi penitenziari di Sassari e Uta verranno concentrati tutti i detenuti del 41 Bis, attualmente dislocati su tutto il territorio italiano. A confermalo è stato il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
In una nota si spiega che "i provvedimenti di trasferimento di detenuti ex art. 41 bis nelle sezioni delle carceri di Sassari e Uta saranno adottati ai sensi delle "disposizioni in materia di sicurezza pubblica", varate con la legge 15 luglio 2009, n. 94 che dispone: "I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all'interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero comunque all'interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell'istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria".
Le due moderne strutture di Uta e di Sassari sono state realizzate in conformità alla legge 15 luglio 2009, n. 94 e assicurano i più elevati standard di sicurezza e di gestione". Prosegue sempre il Dap: "Il trasferimento avverrà non appena saranno ultimati i lavori della sezione 41 bis del carcere di Uta e l'attivazione del sistema di multivideo-conferenza nel carcere di Sassari. Le due sezioni hanno una ricettività di 92 posti ciascuna".
Il Dipartimento precisa inoltre che "la titolarità esclusiva dei procedimenti relativi alla realizzazione dei due nuovi complessi penitenziari di Cagliari e di Sassari appartiene al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti-Provveditorato Interregionale alle Opere pubbliche per il Lazio, l'Abruzzo e la Sardegna".
I costi complessivi, al netto del ribasso, sono stati comunque alti: 18 milioni 600.000 euro per il carcere di Uta e 16 milioni e 350.000 per quello Sassari. La vicenda fa discutere. A parte le idee soggettive, e fortemente discutibili sulla natura del 41 Bis , la proposta di concentrare i detenuti a regime speciale nelle due carceri va comunque a scontrarsi con le parole del dottor Roberto Piscitello - direttore generale dei detenuti e del trattamento presso il Dap - ascoltato nel giugno scorso dalla commissione straordinaria sui Diritti umani, presieduta dal senatore Luigi Manconi.
Così disse Piscitello durante l'audizione: "Nell'assegnazione della misura si evita l'assembramento in pochi istituti di soggetti che facciano parte della medesima associazione o di organizzazioni fra loro contrapposte. E si evita che soggetti di grande spessore criminale siano ristretti nello stesso istituto. I soggetti in 41 bis sono detenuti rigorosamente in celle singole. Come tutti i detenuti hanno diritto a colloqui e momenti socialità con alni detenuti, in gruppi non superiori a quattro".
Alla notizia dell'imminente trasferimento dei detenuti sottoposti al regime duro, alza la voce il deputato sardo di Unidos, Mauro Pili: "Bloccate il progetto folle dei 41 bis in Sardegna e convocare il governatore Pigliaru nella commissione antimafia per il parere della Regione". L'ex governatore Pili, dopo avere denunciato per primo l'arrivo nelle carceri dell'isola di capimafia e altri detenuti ristretti nel regime di massima sicurezza, ha inviato una lettera al presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi, per convocare la bicamerale e acquisire il parere della Regione.
"La commissione antimafia", afferma Pili, "deve occuparsi immediatamente dello scellerato progetto del Dap di trasferire in Sardegna oltre 200 capimafia". Il parlamentare chiede che l'organismo bicamerale convochi al più presto il presidente della Sardegna, Francesco Pigliaru, "per acquisire il parere della Regione su questo demenziale progetto che rischia di attivare un processo di infiltrazione mafiosa senza precedenti in Sardegna".
Pili definisce senza mezzi termini "intollerabile" e "scandaloso" il silenzio della Giunta regionale. Per l'ex governatore il trasferimento dei 41 bis è una scelta in contrasto con le linee guida legate alla regionalizzazione della pena detentiva ma anche contro tutte le impostazioni sinora seguite di non concentrare capimafia. "Un vero e proprio regalo alle cosche. Anche per questo motivo", conclude, "il ministro dovrebbe revocare i massicci trasferimenti di detenuti in Sardegna, E se non lo farà la reazione sarà durissima".
di Claudio de Luca
www.termolionline.it, 15 febbraio 2015
Di recente, nella Sala Livatino di Via Arenula, il Ministro della Giustizia Orlando ha firmato un protocollo d'intesa al fine di potenziare l'accesso alle misure alternative alla detenzione per i detenuti che hanno problemi legati alla tossicodipendenza e di rendere più accessibili i percorsi di inclusione sociale e di reinserimento lavorativo per gli altri ospiti in genere.
I protocolli già stipulati sono stati undici (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Liguria, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Puglia, Sicilia, Lombardia ed Abruzzo; poi c'è stato quello col Molise). Per un certo periodo si era ritenuto di risolvere l'handicap di edilità con prefabbricati da collocare all'interno di strutture detentive moderne, del tipo di quella attiva a Larino. Il Commissariato all'edilizia penitenziaria voleva cercare di attivare, entro tempi stretti almeno diciassettemila posti-letto; ed era stato soprattutto il Dap che, per cogliere l'obiettivo, avrebbe voluto puntare su questi padiglioni.
La soluzione sarebbe stata vantaggiosa ed economica, dal momento che una serie, da duecento posti l'uno, costava intorno ai dieci milioni di euro; poi non se ne fece alcunché pure perché - per la verità - l'unico istituto che avrebbe necessità di essere "allargato" è quello di via Cavour a Campobasso.
Nel 2011 le cifre del sovraffollamento delle carceri italiane facevano registrare oltre 67mila detenuti: 22mila in più di quelli previsti, il 148% della capienza regolamentare. Però i dati, diffusi da "Antigone", esternarono uno scandalo a cui occorreva porre fine. Oggi la situazione non è cambiata di molto; e, periodicamente, affolla le cronache nazionali e locali. Eppure la Penisola dispone di decine di istituti, nuovi o restaurati, che non vengono utilizzati; e, in rapporto alla popolazione, l'Italia ha meno detenuti della media europea (106,6 carcerati contro 143,8 ogni 100mila abitanti).
Perciò diventa utile confrontarci con la California che, di recente, è stata condannata dalla Corte suprema perché riempie le sue carceri quasi al 200%. In cifre si tratta di 154mila detenuti in un sistema studiato per 80mila; e la situazione dura da un quindicennio. Perciò quei Giudici hanno imposto di ridurre il sovraffollamento al 137,5% della capienza: di raggiungere, cioè, una percentuale di soli dieci punti inferiori a quella (giustamente deprecata) esistente oggi in Italia. Negli Usa non dicono come raggiungere questi livelli; ma, come in Italia, si punta all'amnistia, depenalizzando il possesso di piccole quantità di droga ed i reati minori contro la proprietà.
Nella Penisola le obiezioni all'amnistia sono tante. Tra queste i Giudici ricordano che, negli Anni '90, i Tribunali imposero un tetto al numero di carcerati a Philadelphia, la quale reagì cercando di liberare solo quelli meno a rischio di recidiva violenta.
Nel giro di 18 mesi però la Polizia ne dovette riarrestare migliaia, registrando accusati di 79 omicidi, 90 stupri, 1.113 aggressioni, 959 rapine, 701 furti con scasso e 2.748 furti, senza contare le migliaia di violazioni delle leggi sulla droga. In Italia, fra amnistie e indulti, sono stati 16 gli atti di clemenza susseguitisi dal 1962 ad oggi. Le statistiche dicono che l'indulto del 2006 fece scarcerare il 44,2 % dei detenuti. L'effetto fu di ridurne il numero per 100mila ab. da 102 a 66. Ma raddoppiarono le rapine, gli omicidi (+5%) e l'incidenza della popolazione carceraria risalì subito a 108.
L'indulto aveva fatto scendere i detenuti da quasi 61mila a quasi 34mila unità; ma, tre anni dopo, erano di nuovo 65mila (il 6,72%). Però, a differenza della California, l'Italia avrebbe 40 istituti già costruiti, spesso arredati e perfino vigilati, che permetterebbero di custodire i carcerati in condizioni più umane, di curare meglio i disabili psichici, di prevenire meglio i suicidi, di difendere meglio i detenuti più deboli, e di offrire condizioni migliori anche alle guardie. In Molise solo la Casa di Larino potrebbe patire modifiche; quella di Isernia non ne ha necessità mentre a Campobasso vigono vincoli precisi per i restauri.
Il Giorno, 15 febbraio 2015
"La Corte di Assise d'Appello di Venezia lo aveva condannato, nel giugno 2013, all'ergastolo per avere ucciso un vicino. E lui, nella tarda serata di ieri, si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Milano Opera. Protagonista un detenuto rumeno di 39 anni, Ioan Gabriel Barbuta. Nonostante l'intervento degli uomini della Polizia Penitenziaria, non c'è stato nulla da fare. Purtroppo, nonostante il prezioso e costante lavoro svolto dalla Polizia Penitenziaria, pur con le criticità che l'affliggono, non si è riusciti ad evitare tempestivamente ciò che il detenuto ha posto in essere nella propria cella".
La notizia arriva dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, per voce del segretario generale Donato Capece. Aggiunge il leader del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria: "Quel che mi preme mettere in luce è la professionalità, la competenza e l'umanità che ogni giorno contraddistingue l'operato delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria di Milano Opera con tutti i detenuti per garantire una carcerazione umana ed attenta pur in presenza ormai da anni di oggettive difficoltà operative come le gravi carenze di organico di poliziotti e le strutture spesso inadeguate.
Siamo attenti e sensibili, noi poliziotti penitenziari, alle difficoltà di tutti i detenuti, indipendentemente dalle condizioni sociali o dalla gravità del reato commesso". E Capece sottolinea come "nei dodici mesi del 2014 nel carcere di Milano Opera si sono contati purtroppo il suicidio di un detenuto e la morte, per cause naturali, di un altro ristretto, 4 tentati suicidi sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, 35 episodi di autolesionismo, 24 colluttazioni e 7 ferimenti. Numeri su numeri che raccontano un'emergenza purtroppo ancora sottovalutata, anche dall'Amministrazione penitenziaria che pensa alla vigilanza dinamica come unica soluzione all'invivibilità della vita nelle celle senza però far lavorare i detenuti o impiegarli in attività socialmente utili".
Uccise e bruciò un agricoltore: romeno suicida, di Luca Ingegneri (Il Gazzettino)
Si è impiccato nella sua cella del carcere di Opera. Ioan Barbuta, 41enne romeno, domiciliato a Rovigo, non ha retto all'idea di dover trascorrere in carcere il resto dei suoi anni. Era stato recentemente condannato dalla Cassazione, che aveva confermato l'ergastolo inflitto dalla Corte d'Assise d'Appello di Venezia. Il ricorso del suo legale, l'avvocato Antonio Chiarion, era stato respinto.
L'intervento degli agenti penitenziari non è riuscito a scongiurare il suicidio: quando gli hanno prestato i primi soccorsi era ormai troppo tardi. Quella di Barbuta è una vicenda giudiziaria controversa, scandita da ben cinque processi. Il 41enne era accusato dell'omicidio di Guerrino Bissacco, l'agricoltore sessantenne di Due Carrare, trovato senza vita, semicarbonizzato, nella sua abitazione il 6 giugno del 2007. In occasione dei primi due gradi di giudizio Barbuta era sempre stato assolto, prima dall'Assise di Padova, quindi dall'Assise d'Appello di Venezia. I giudici avevano sempre condiviso l'impostazione della difesa. Secondo l'avvocato Chiarion non vi sarebbe stata alcuna prova decisiva a carico di Barbuta.
I due verdetti erano stati però impugnati in Cassazione dalla Procura generale e dall'ex moglie della vittima. La Suprema Corte aveva annullato la sentenza assolutoria rinviando il processo ad un'altra sezione della Corte d'Assise d'Appello. Il 26 giugno 2013 i giudici veneziani gli avevano inflitto l'ergastolo, con isolamento diurno per sei mesi. Barbuta era stato arrestato un paio di mesi dopo dalla polizia romena nella città di Miroslava, nel distretto di Ieþiu, ed estradato in Italia.
Inizialmente la morte di Guerrino Bissacco era stata attribuita ad un incendio accidentale o addirittura ad un suicidio. Le lesioni rilevate sul corpo dell'agricoltore durante l'autopsia avevano rapidamente portato i carabinieri della compagnia di Abano ad orientarsi verso l'omicidio. Secondo l'accusa, Barbuta, che abitava a pochi chilometri dall'abitazione della vittima in via Bassan, si sarebbe introdotto in casa di Bissacco per rubare la targa della sua auto, da montare successivamente sulla propria vettura. Avrebbe avuto infatti bisogno di una targa "pulita" per rapire la fidanzata e riportarla in Romania. Scoperto dall'agricoltore, lo avrebbe ucciso provocando poi un incendio per far sparire ogni traccia del delitto.
di Corrado Barbacini
Il Piccolo, 15 febbraio 2015
Durante l'udienza di convalida, il giudice Dainotti si era accorto che il detenuto era tutto pesto. Picchiato in caserma? Un banale arresto per droga. Lo hanno accompagnato in caserma. E lì lo hanno preso a schiaffoni. Ma anche lo hanno riempito di pugni e - dopo la perquisizione - gli hanno sbattuto la testa contro il muro. La vittima si chiama Lorenzo Damiani, 39 anni, un personaggio conosciuto dalle forze dell'ordine.
Sotto accusa sono finiti i due carabinieri in forza al comando di via Dell'Istria che, come scrive il pm Lucia Baldovin che a loro carico ha emesso un decreto di citazione diretta, "in qualità di pubblici ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni", hanno provocato all'arrestato policontusioni e traumi guaribili in 7 giorni. Si tratta degli appuntati scelti Marco Tagliavini e Francesco Fulvi. La data dell'udienza è stata fissata per il prossimo 6 maggio.
A disporre l'imputazione coatta dei due carabinieri per concorso in lesioni personali è stato il gip Luigi Dainotti che nello scorso mese di novembre aveva rigettato l'istanza di archiviazione del pm ordinando il processo. A scoprire gli ematomi sul volto e il corpo dell'uomo arrestato era stato lo stesso giudice. Aveva interrogato per la convalida l'uomo. E a sorpresa Damiani prima di tutto aveva dichiarato: "Sono stato picchiato da due carabinieri".
E poi a conferma delle gravi accuse aveva indicato al giudice alcuni ematomi al volto e al torace. Il pm Lucia Baldovin, dopo la denuncia di Damiani - avvenuta il 7 marzo scorso - aveva disposto una serie di accertamenti proprio su indicazione del giudice Luigi Dainotti a carico dei due carabinieri indagati del reato di concorso in lesioni personali. Ma gli accertamenti avevano dato esito negativo e così il pm aveva chiesto l'archiviazione. Ma il giudice Dainotti, nell'udienza preliminare alla presenza dei difensore di Damiani, l'avvocato Sergio Mameli, e di quello dei carabinieri, Elena Sgandurra di Roma, l'ha respinta.
La data dell'arresto di Lorenzo Damiani è il 5 marzo dello scorso anno. Secondo la prima ricostruzione, quel giorno aveva cercato di nascondere la droga che deteneva all'interno dell'auto dei carabinieri che lo stavano portando in caserma. Ma c'è anche un'altra ipotesi. Quella secondo la quale Damiani si sarebbe rifiutato di rivelare agli investigatori il nome di colui che gli aveva fornito la droga. E qui c'è il primo punto strano della vicenda. Il medico legale Fulvio Costantinides incaricato dal pm Lucia Baldovin aveva datato il pestaggio nella notte tra il 5 e il 6 marzo, quando l'uomo era già in carcere.
Ma il provvedimento che ha costretto il pm Baldovin a imputare i due carabinieri contempla anche un altro aspetto valutativo delle dichiarazioni accusatorie di Damiani che hanno portato due carabinieri sul banco degli imputati. Un testimone, interrogato durante gli accertamenti successivi alle dichiarazioni dell'uomo picchiato, lo ha aveva smentito.
L'altro elemento strano è che quelle lesioni viste dal giudice durante l'interrogatorio non sono state notate né dagli agenti della polizia penitenziaria, né dal medico del carcere nei due giorni di detenzione. Al contrario quei traumi erano stati diagnosticati dai medici di Cattinara e oltre che dal giudice Dainotti anche dagli avvocati e dagli assistenti presenti all'interrogatorio di Lorenzo Damiani.
La Nuova Ferrara, 15 febbraio 2015
Ieri i mezzi di demolizione in azione per abbattere la struttura di via Piangipane Occorreranno tre mesi per distruggere i vecchi muri e avviare la ricostruzione.
Ruspe in azione per demolire l'ex carcere di via Piangipane. Dopo i primi interventi che avevano fatto riaprire la struttura nel dicembre del 2011 per ospitare il Meis, il museo dell'ebraismo e della Shoah, sono partiti ora i lavori per il secondo lotto che porterà nel giro di tre mesi alla demolizione di quel fabbricato obsoleto costruito all'inizio del Novecento.
I lavori di demolizione, affidati a una ditta di Parma, hanno lo scopo di fare tabala rasa di alcuni muri e locali del vecchio carcere cittadino. La struttura venne terminata nel 1912, costruita a spese dello Stato, su progetto redatto dagli ingegneri Bertotti e Facchini dell'Ufficio del Genio Civile, in base alle indicazioni del Ministero dell'Interno. Le opere furono dirette dagli ingegneri Ponti e Fabbri dello stesso ufficio ed eseguite dall'impresa Luigi Brandani.
Da allora e per ottant'anni, ha rappresentato le prigioni della città. Il 9 marzo 1992 ci fu il trasferimento dei 130 detenuti nella più moderna casa circondariale di via Arginone. In quasi vent'anni di oblio la struttura e il terreno circostante hanno avuto bisogno di numerose bonifiche e la scelta di trasformare il vecchio carcere nel Meis è stata utile non solo dal punto di vista culturale, ma anche igienico perché la situazione di abbandono era diventata insostenibile. Dopo la prima parte di costruzione del Meis, ora si aspetta, con lo stanziamento di fondi statali, l'ampliamento del museo che sorgerà dalle macerie del vecchio carcere, che verrà demolito in questi mesi per costruire una nuova struttura anche in regola con le normative antisismiche.
www.ilgiornaledelmolise.it, 15 febbraio 2015
Se ne inventano di tutti i colori pur di far entrare la droga in carcere. A Isernia ci hanno provato spedendo una cartolina con su stampata l'immagine di Papa Francesco, che tra l'altro proprio l'estate scorsa ha varcato le porte dell'istituto di pena di ponte San Leonardo, durante la sua storica visita in Molise. Le cartoline in realtà erano due, una incollata sull'altra.
Nel mezzo era stata sistemata una bustina contenente cocaina. Il mittente sotto sotto sperava che il pacco droga abbellito con la foto del Santo Padre passasse inosservato. È però andata male: l'agente di polizia penitenziaria addetto al controllo ha notato un leggero rigonfiamento e ha scoperto il trucco. Ma non il mittente, perché l'indirizzo era ovviamente falso.
Non ha invece avuto scampo una donna che ha tentato di far arrivare la droga al marito nascondendola nei ricambi di biancheria intima che stava per consegnare al coniuge: è stata scoperta e denunciata a piede libero alla Procura di Isernia. Intanto - restando a Ponte San Leonardo - si avviano alla conclusione le indagini sulla morte di Fabio De Luca.
Il procuratore capo Paolo Albano e il sostituto Gaeta hanno infatti acquisito anche la documentazione con i risultati degli esami irripetibili, effettuati dalla Scientifica di Napoli e dalla Mobile di Campobasso nelle due celle sequestrate. Ora manca solo la relazione di Vincenzo Vecchione, il medico legale che ha effettuato l'autopsia.
Bisognerà aspettare ancora qualche giorno. Per la morte del 45enne originario di Roma - colpito alla testa con un oggetto avvolto in un panno - sono indagati i due detenuti napoletani presenti nella cella in cui si è verificata l'aggressione, più una terza persona, il cui ruolo è ancora da chiarire. Il reato ipotizzato è quello di morte derivante da altro delitto.
www.siracusanews.it, 15 febbraio 2015
È stato accolto con grande entusiasmo dai detenuti della Casa di Reclusione di Augusta il progetto che prevede, al termine di un laboratorio di letteratura e teatro, la messa in scena di Effatá, il romanzo di Simona lo Iacono. "I bambini le chiedevano questo" e con la mano indica il grande tavolo attorno al quale in 12 assieme a lui sono stati fino a quel momento seduti ad ascoltare, "proprio questo che sta succedendo qui oggi".
A parlare è F. B., 53 anni, detenuto nella Casa di Reclusione di Augusta con una condanna pesante che, dopo le spiegazioni della scrittrice e magistrato Simona Lo Iacono, ha dato la sua personale interpretazione del sogno che ha spinto l'autrice a realizzare il romanzo "Effatà".
Il testo è infatti al centro del programma di lettura "Read and Fly" una delle attività organizzata all'interno del carcere grazie alla sensibilità del direttore Antonio Gelardi e che prevede al termine di una serie di incontri preparatori, la messa in scena del romanzo da parte degli stessi detenuti. Nel corso del primo appuntamento l'autrice ha dunque spiegato come la storia, che intreccia due piani narrativi accomunati dal tema della sordità e dal dramma dell'Olocausto, sia stata ispirata da un sogno in cui le apparvero due bambini sordomuti.
"Capivo che mi stavano domandando qualcosa, e mi svegliai molto turbata - ha raccontato ai carcerati - Il giorno dopo, lavorando a una questione di diritto internazionale, scoprii l'esistenza di un bambino, morto in seguito ai programmi di eugenetica voluti dal führer un mese dopo la scomparsa di Hitler. La prima cosa che ho pensato è "si sarebbe potuto salvare" e da qui è nata la voglia di restituirgli la dignità del ricordo attraverso le pagine del mio libro".
"Con queste cose Dio ti paga, perché l'uomo invece non ce la fa" ha detto in italiano stentato un altro detenuto, uno straniero, al termine del racconto del sogno. Un gruppo dunque abbastanza affiatato (anche se la composizione potrebbe mutare, spiegano dalla Casa di Reclusione "qualcuno potrebbe uscire e altri potrebbero arrivare") e sicuramente molto reattivo ha accolto la partenza del progetto teatrale.
"Teniamo molto all'attività espressiva all'interno del carcere - ha affermato il direttore Gelardi nella sua introduzione all'incontro - e cerchiamo di espanderla a quante più persone possibile proprio perché crediamo al suo potere liberatorio". Il corso è partito nel novembre 2013, come spiegato dall'ideatrice e curatrice di "Read and Fly" Michela Italia, e al suo interno sono stati affrontato testi importanti come Shakespeare e Wilde.
Adesso c'è una nuova sfida per questi uomini che, qualunque sia il tipo di reato per il quale sono stati condannati, stanno pagando la propria colpa alla società: calcheranno le scene vestendo i panni di personaggi del tutto diversi da loro, un impegno che li aiuterà anche ad affrontare la lunga permanenza all'interno dell'istituto di detenzione. "Ho scelto di lavorare su questo libro invece che su altri - ha spiegato la Lo Iacono ai detenuti - perché è un libro che parla di colpa e di redenzione, e perché rappresentando uno dei sotto processi di Norimberga, quello ai dottori, vi darà la possibilità di vivere un vero e proprio ribaltamento dei ruoli.
Ed è proprio questo scambio di visioni della vita che è sempre fonte di una grande crescita spirituale". A questo punto la scrittrice ha cominciato a suddividere le parti da interpretare e, ispirata dalla particolare verve oratoria di uno dei partecipanti, gli ha affidato quella di Telford Taylor, il pubblico ministero americano nel processo contro i gerarchi nazisti. L'uomo (condannato per narcotraffico internazionale), ha allegramente commentato: "Certo che la vita è strana, mai avrei potuto immaginare di fare il Pm". L'appuntamento è adesso per il prossimo mese quando i detenuti, dopo aver letto il libro ed essersi documentati sul materiale audio video relativo, affronteranno la sceneggiatura.
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