di Pietro Barabino
Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2026
Intervista al sociologo Marco Romito. Il professore dell’Università Milano-Bicocca spiega perché le misure securitarie non risolvono il problema della violenza nelle scuole. “Le cause dell’aggressività a scuola sono le stesse dell’isolamento e riguardano le disuguaglianze. Per questo provvedimenti repressivi o l’idea di utilizzare metal detector sono provvedimenti per lo meno miopi, perché ignorano la radice del problema”. Marco Romito, sociologo dell’educazione all’università di Milano-Bicocca, vive a Livorno e da anni studia il modo in cui la scuola contribuisce a riprodurre le gerarchie sociali. A Genova, invitato dal gruppo di autoformazione “Più che insegnare”, che riunisce docenti di scuole di diverso ordine e grado, allarga subito lo sguardo dalla narrazione emergenziale al modo stesso in cui è concepita l’istruzione in Italia.
di Paolo Limonta*
Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2026
Vogliamo davvero credere che la soluzione per la sicurezza nelle scuole siano misure autoritarie? Se pensiamo di risolvere il disagio e il malessere di ragazze e ragazzi con i sensori all’ingresso, significa che abbiamo smesso di guardarli negli occhi e capirli nel profondo. Significa che abbiamo perso e fallito, da adulti credibili, davanti alle generazioni più giovani. Il dibattito polarizzante sull’introduzione dei metal detector nelle scuole, che secondo recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sarebbero già in fase di sperimentazione, è solo uno spunto, un dettaglio di un discorso molto più ampio su cui vorrei porre l’attenzione e la riflessione a beneficio di tutte e tutti noi.
di Mai più Lager - No ai Cpr
L’Unità, 5 marzo 2026
I recenti sviluppi giudiziari riguardanti i medici di Ravenna, e in particolare la richiesta di loro sospensione cautelare dall’attività per un anno (ad aggiungersi alle indagini, perquisizioni e persino intercettazioni ambientali delle ultime settimane), impongono una riflessione urgente sulla tutela dell’atto medico in quanto tale, e in particolare di quelli svolti in contesti “di frontiera”. Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi della stessa attività dalla quale si ricava il sostentamento per sé e la propria famiglia, ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti.
di Cristina Porta
La Stampa, 5 marzo 2026
La disavventura kafkiana di Giampiero Semeraro: coltivava cannabis light ed è finito sotto processo. È passato da essere un regolare produttore di cannabis legale a essere considerato uno spacciatore in una frazione di secondo. Giampiero Semeraro, 39 anni di Gignod, è a processo per spaccio di sostanze stupefacenti. Il 3 giugno dello scorso anno, la Finanza gli ha sequestrato 200 chilogrammi di cannabis light, tutta già essiccata. Il processo ora è stato rinviato al 26 giugno, in attesa che la Corte costituzionale si pronunci sulla legittimità dell’articolo 18 del decreto sicurezza, approvato dal governo Meloni il 4 aprile 2025, che vieta commercio e lavorazione della cannabis anche quella senza principio attivo.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 5 marzo 2026
Il doppiopesismo dell’Occidente: le illusioni sull’Iran delle nostre opinioni pubbliche. Ruhollah Khomeini ebbe di certo un’illuminazione ascendendo al potere: usare i mostazafin, i “senza scarpe” della terra, a maggior gloria di Allah e della sua rivoluzione. “È nostro dovere salvare gli affamati e i bisognosi”, dichiarò a un mondo smarrito nel quale il comunismo, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, già mostrava la corda. Farian Sabahi spiega, nella sua bella Storia dell’Iran, che l’ayatollah trasformò così lo sciismo, da corrente quietista dell’Islam, “in ideologia politica e teoria terzomondista che sfidava l’imperialismo”, ovvero le potenze straniere e l’alta borghesia iraniana protetta dallo Shah. Un’ibridazione che oggi diremmo “populista”, dal potente impatto scenico, versare un po’ di Marx nel Corano. Il grande esule che tornava da Parigi sembrò insomma parlare alle coscienze di tanti in nome d’un popolo senza frontiere: i diseredati.
La Repubblica, 5 marzo 2026
La denuncia del Centro per i diritti umani. Il timore è che nella segretezza delle carceri i pasdaran possano intensificare le impiccagioni. Nel mezzo della guerra tra USA e Israele da un lato e Teheran dall’altro, il Centro per i diritti umani in Iran, una Organizzazione Non Governativa con sede a New York, lancia un appello per i detenuti nelle prigioni iraniane e chiede ai governi di tutto il mondo che si aprano canali diplomatici per tutelarli. Il timore è che nella segretezza delle carceri i pasdaran possano intensificare le torture e le esecuzioni. Preoccupazione condivisa anche dalla Missione Internazionale Indipendente di Inchiesta sui Fatti (FFM) sull’Iran, creata dal Consiglio di Sicurezza ONU nel 2022, secondo la quale molti dei detenuti corrono il rischio di maltrattamenti e sparizioni forzate. Le prigioni sono protette dal diritto internazionale umanitario in tempo di guerra, questo significa che i diritti e la sicurezza devono essere pienamente garantiti, scrive l’organizzazione.
Ristretti Orizzonti, 4 marzo 2026
Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl) ha pubblicato sul suo sito il Report sui decessi in carcere riferito al 2025, che segue quelli pubblicati a cadenza periodica nei mesi scorsi e che offre un’analisi sistematica con l’auspicio di fornire una base conoscitiva utile per comprendere l’entità e le caratteristiche del triste fenomeno. Tutti i dati che il Garante nazionale utilizza per lo studio e l’analisi, sono tratti dagli applicativi del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap). Il Report contiene anche grafici esplicativi e distingue i decessi in cinque categorie principali: suicidi; decessi per cause naturali; decessi per cause da accertare; decessi accidentali; omicidi.
di Antonio Nastasio
L’Opinione, 4 marzo 2026
Tra denunce di violenze, aggressioni, tensioni quotidiane e i non pochi suicidi che coinvolgono detenuti e appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria, la domanda se esiste ancora l’agente di reparto nelle carceri italiane non è retorica. È una domanda strutturale. Perché tocca il punto più esposto e insieme più identitario dell’istituzione penitenziaria: l’agente di reparto. Eppure, il Corpo possiede un simbolo che ne definisce con chiarezza la missione. Con decreto del 31 maggio 1999 è stato adottato lo stemma araldico moderno: scudo con tre fiamme azzurre, fascia rossa, corona turrita, fronde d’alloro e di quercia e il motto latino Despondere spem munus nostrum, (“garantire la speranza è il nostro compito”). Non è un dettaglio ornamentale. È una dichiarazione di identità: sicurezza e rieducazione come funzioni inseparabili, onore e responsabilità come fondamento del servizio.
di Raffaele Palumbo
Corriere Fiorentino, 4 marzo 2026
Una politica fatta da chi ha un senso della giustizia legata al “mettere in galera e buttare le chiavi”, si esprime necessariamente attraverso queste parole e non altre. Chi pensa che per governare il fenomeno migratorio serva sparare sui barconi carichi di migranti, non ha altre parole per dirlo. C’è però una differenza di peso e di potere. È molto raro imbattersi in cattivi linguaggi a fronte di classe dirigente fatta da politici abili, autorevoli, colti e capaci di una visione. Di solito, i periodi storici che producono élite di alto livello, lasciano sul tappeto un florilegio di citazioni di cui ci nutriamo per i decenni successivi.
di Rita Rapisardi
Il Manifesto, 4 marzo 2026
Gli effetti del pacchetto approvato l’11 aprile 2025 arrivano in queste ultime settimane sotto forma di lettere di verbali e denunce alle porte degli attivisti che hanno manifestato per la Palestina lo scorso autunno. Lo scorso aprile il governo Meloni ha approvato il decreto legge che ha introdotto 11 nuove fattispecie di reato e altrettante aggravanti. Tra queste la riformulazione del blocco stradale, tornato a essere reato, con una pena fino a due anni nel caso di manifestazione. Tenere traccia dei provvedimenti che piovono non è semplice. I primi sono arrivati nei piccoli centri: Massa Carrara, Catania, Brescia, Pisa, Livorno, Ravenna, Taranto. Poi Bologna con oltre 100 denunce e Genova con 80. L’ultima in ordine di tempo è Cagliari, con un’inchiesta che ha portato a 90 denunce.
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