di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2024
Il sovraffollamento delle strutture e la mancanza di personale impegnato nell’assistenza dei reclusi, specialmente di quelli più vulnerabili, hanno aggravato la crisi. Nel 2022 si sono registrati 84 suicidi, nel 2023 sono stati 69, e la preoccupante tendenza persiste nel 2024 con già 15 suicidi all’inizio dell’anno, di cui gli ultimi due a febbraio. La crisi dei suicidi nelle carceri italiane, unita al grave sovraffollamento, richiede interventi immediati e mirati.
di Federico Capurso
La Stampa, 5 febbraio 2024
La segretaria del Pd in Abruzzo attacca “il solito populismo di destra”: “Si parla di nuove prigioni senza affrontare il tema delle misure alternative”. È il secondo tour di Elly Schlein in Abruzzo in meno di un mese. E ce ne sarà un terzo, a ridosso delle elezioni regionali del 10 marzo. La segretaria del Pd è sempre accompagnata da Luciano D’Amico, il candidato presidente di Regione del centrosinistra, e insieme parlano di sanità, investimenti edilizi, università, energie da sprigionare nelle piccole comunità dell’entroterra.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 5 febbraio 2024
Tra suicidi e neonati sbattuti in cella senza un minimo di raziocinio prosegue il dramma silenzioso delle carceri italiane. Nonostante le denunce di garanti, associazioni e qualche politico, il tema continua a lasciare indifferenti cittadini e, soprattutto, la politica, abituata ai soliti proclami mai seguiti da fatti. Anzi, l’unico fatto è che il ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio ha stanziato fondi per costruire nuove carceri. Il weekend in corso regala, si fa per dire, due episodi che cristallizzano al meglio il disinteresse totale delle istituzioni verso il carcere. Il primo riguarda il piccolo Aslan, il neonato di un mese ‘ospitato’ per qualche giorno, fino a sabato 3 febbraio, in una cella della Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino.
di Andrea Valesini
L’Eco di Bergamo, 5 febbraio 2024
Secondo un vizio, in Italia vengono qualificati come emergenze fenomeni che ormai sono strutturali. Accade per l’immigrazione: i primi sbarchi sulle nostre coste risalgono a oltre 30 anni fa ma ancora oggi sono giudicati appunto come emergenza. Oltretutto l’approdo via mare rappresenta solo il 15% degli accessi irregolari in Italia. Anche il sovraffollamento carcerario è definito emergenza, nonostante abbia una storia almeno ventennale. Al 31 dicembre scorso nei penitenziari italiani erano detenute 62.707 persone, con una tendenza alla crescita di 400 al mese, a fronte di 51.272 posti. Il sovraffollamento è fra le cause dell’alto numero di suicidi in cella, tragedia che si consuma in una proporzione maggiore rispetto a quella fra la popolazione libera: a gennaio si sono tolti la vita 13 detenuti, uno ogni tre giorni.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 5 febbraio 2024
In Italia serve anche una riforma architettonica delle carceri “nell’ottica della riduzione del danno”. L’architetto Cesare Burdese lo sostiene da sempre. Il professionista torinese ha partecipato in passato ai lavori delle commissioni ministeriali che si sono occupate di architettura penitenziaria. “I nostri Istituti penitenziari sono architettonicamente informati secondo logiche securitarie, con soluzioni che sconfinano nell’afflittività, a scapito della funzione rieducativa della pena”.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2024
L’Italia dovrà adeguarsi alla sentenza della Corte costituzionale sul diritto all’affettività in carcere e garantire momenti di intimità anche dietro le sbarre. La storica sentenza della Corte costituzionale, che riconosce pienamente il diritto all’affettività e alla sessualità dei detenuti, ha indicato il dovere dell’amministrazione penitenziaria di organizzare appositi spazi affinché questo diritto sia esercitato. Mentre la politica è indietro, lo Stato di Diritto - grazie all’intervento della magistratura di sorveglianza e della Consulta - promuove un cambiamento di paradigma dell’esecuzione penale, che inevitabilmente dovrà adeguarsi anche l’architettura carceraria.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 5 febbraio 2024
Non si può essere contro la gogna in Ungheria e a favore in Italia. Non si può essere per le garanzie da noi e per la barbarie a Budapest. Non si può offendere una libertà, diceva Filippo Turati, senza offendere tutte le altre. Ipocrisia, no, grazie. Ci sono buone ragioni per credere che l’attenzione mediatica e politica che si è andata a creare intorno al caso di Ilaria Salis possa aiutare l’attivista italiana, se così si può definire, ad avere un processo che non sia totalmente incompatibile con lo stato di diritto europeo. L’immagine della ragazza di Monza con il guinzaglio, le catene e i ceppi ai polsi ha suscitato emozioni, ha stimolato ragionamenti diversi e ha dimostrato però ancora una volta che il tema delle carceri, dei processi e della giustizia giusta sono questioni che appassionano l’opinione pubblica italiana più per questioni legate alle proprie appartenenze politiche che per questioni legate alla propria aderenza ai valori non negoziabili dello stato di diritto. Per i nemici di Meloni, il caso di Ilaria Salis è diventato rilevante quasi unicamente per via della vicinanza di Viktor Orbán alla destra meloniana. E per gli amici di Orbán, dall’altra parte, il caso Salis è diventato rilevante non tanto per tutto ciò che rappresenta del modo in cui funziona la giustizia in un paese europeo, quanto per tutto ciò che rappresenta per la sinistra il profilo gruppettaro della stessa imputata.
di Valentina Calderone*
lafeltrinelli.it, 5 febbraio 2024
Le immagini di Ilaria Salis condotta in catena nell’aula del tribunale di Budapest, con polsi e caviglie chiusi da ceppi con lucchetti, ci fa pensare a scene che provengono da un’altra epoca, a quei supplizi medievali in cui era prima di tutto il corpo dell’imputato a essere esposto, umiliato e mortificato, per essere mostrato agli altri cittadini con l’idea che la spettacolarizzazione di quelle sofferenze potesse fungere in qualche modo da deterrente. Gogne e impiccagioni, torture e catene, nel corso dei secoli le punizioni si sono evolute, per lo meno in questa parte del mondo, sottraendo sempre più i corpi dei condannati allo sguardo pubblico.
di Eriberto Rosso*
Il Riformista, 5 febbraio 2024
“Sono convinto che né il rito davanti al tribunale, né la gravità del reato, possono giustificare un limite, ed una differenziazione, dell’appello del P.M. rispetto alle sentenze di assoluzione”. Il Prof. Gaetano Pecorella, avvocato penalista, a lungo parlamentare della Repubblica, Past-President Ucpi, è il padre dell’omonima legge sulla inappellabilità delle sentenze di assoluzione, fermata dalla Corte costituzionale nel 2007. Ragionevole dubbio e impossibilità di un secondo grado di giudizio di merito per chi, assolto in primo grado venga poi condannato in appello sono ragioni fondamentali per l’abrogazione dell’appello del P.M.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2024
Si rafforza la tutela della riservatezza delle comunicazioni tra l’avvocato e il suo assistito. È l’effetto di un emendamento al disegno di legge sulla giustizia penale (atto Senato 8o8), approvato dalla commissione Giustizia di Palazzo Madama, che mira a evitare che gli inquirenti possano ascoltare le conversazioni o comunicazioni, telefoniche, ambientali e telematiche, che intercorrono tra l’avvocato e il proprio assistito.
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