di Giuliano Foschini
La Repubblica
Sette lettere nel 2023 all’ambasciata, l’ultima dopo la liberazione di Zaki; le richieste ora che i due Paesi si parlano: “Ma finora nessuna risposta”. “Vogliamo parlare con l’Egitto, ma non si degnano nemmeno di una risposta”. Come se già non fosse abbastanza, Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, hanno chiesto più volte un incontro al nuovo ambasciatore del Cairo in Italia per capire come l’Egitto volesse mettere in pratica la collaborazione annunciata in più occasioni al nostro Governo. Non hanno però mai ottenuto alcuna risposta. La loro legale, Alessandra Ballerini, ha scritto per l’ennesima volta pochi giorni fa, il 27 di luglio a Bassam Rady, l’ambasciatore nominato a maggio del 2022 e arrivato a Roma a marzo di quest’anno. Rady non è un diplomatico qualsiasi ma è l’ex portavoce di Sisi: è uno dei pochi uomini dell’apparato che sa quindi molto, forse tutto, del fascicolo Regeni. Quello che è noto e quello che invece non è mai emerso.
di Matteo Garavoglia
Il Domani, 31 luglio 2023
Viaggio al confine con la Libia dove le autorità di Tunisi non hanno pietà con uomini, donne e bambini. È la realtà che ci fa comodo ignorare, pur di stringere accordi macchiati dal sangue degli innocenti. “Mi hanno deportato nel deserto con l’Algeria il 6 luglio scorso insieme ad altre 200 persone” è il racconto di Daina.
di Umberto De Giovannangeli
L’Unità, 31 luglio 2023
Parla padre Camillo Ripamonti: “Diritti umani garantiti? Nulla di più falso. L’Europa non chiede alcuna garanzia, in questi memorandum si parla di intervenire sulle cause dei fenomeni ma in realtà interessa solo bloccare le persone”.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 31 luglio 2023
Abbiamo molto da offrire, agli alleati della Nato e ai nostri partner europei: una strategia in divenire per il continente più giovane, più povero e più instabile del pianeta, che serva a contenere tanto i cinesi quanto i russi. Il golpe in Niger, subito benedetto da Prigozhin, con tanto di assalto all’ambasciata francese al grido di “viva Putin!” in uno sventolio di bandiere russe, ci svela molto della partita geopolitica nella quale il nostro Paese può essere coinvolto in Africa. L’effetto icastico è rafforzato peraltro da una pura casualità: la coincidenza di tempi tra il pronunciamento militare a Niamey, in quella fragile democrazia tanto strategica per l’Europa, e il viaggio americano di Giorgia Meloni, che ha finito per richiamare oggettivamente, al di là di ogni protocollo o dichiarazione congiunta, la dimensione anche italiana di una scommessa da sostenere in nome e per conto dell’Occidente nei prossimi anni.
di Domenico Quirico
La Stampa, 31 luglio 2023
Orrore: a Ouagadougou, Dakar, Bangui, N’Djamena, Bamako, Goma, e adesso anche a Niamey (dove i golpisti si sono impadroniti di un altro Palazzo che credevamo fedelissimo) ci sono folle africane che vanno in piazza con le bandiere russe, inneggiano a Putin, invocano la Wagner e invitano in cartelli di chirologica perentorietà francesi e occidentali ad andarsene a casa. E poi: presidenti e ministri di quell’Africa così obbediente e ossequiosa vanno e vengono da Mosca, capitale dell’anticristo, commettono allegramente peccato mortale con Putin nonostante le esecrazioni e le scomuniche di Biden Macron Von der Leyen. Che succede? Dopo la Françafrique la Russiafrique?
di Domenico Quirico
La Stampa, 31 luglio 2023
Il problema non sono la Cina, la Russia, i mercenari della Wagner o i califfati redivivi. L’Ue si è illusa di affiancare l’influenza francese senza capire l’ostilità degli africani. Immagini da Niamey, ennesima capitale di un golpe: folla furibonda, stracciata, urlante che marcia e circonda minacciosamente la ambasciata di Francia. I soldati (golpisti) lanciano lacrimogeni, impediscono il peggio. Finisce nella polvere, calpestato da piedi giubilanti, il cartello con i colori della République. E poi il sonoro del tumulto: “Viva Putin”, “Viva la Russia”, “Viva l’esercito” che ha deposto il presidente Bazoum.
di Luigi Mazzufferi
L’Unità, 31 luglio 2023
Due morti di fame in due giorni nelle carceri del Congo. Detenuti mai processati, i cosiddetti “dimenticati dalla giustizia”. Sempre assenti dalla stampa italiana le notizie relative alle carceri del Congo. Fino a che non ne ha scritto Padre Giovanni Pross, domenica 25 giugno, sulla pagina dell’Unità curata da Nessuno tocchi Caino. Che mi ha portato a raccogliere qualcosa, tra le poche notizie disponibili, per tentare di completare il quadro di una situazione ancor più disperata delle carceri in un paese di per sé già disperato.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 30 luglio 2023
Nordio propone Felice D’Ettore come presidente dell’Autorità, Carmine Esposito e Mario Serio. Metodo: il manuale Cencelli. L’articolo 18 del Trattato Onu prevede che chi riveste tale funzione “debba avere le capacità e le conoscenze professionali richieste”. Inoltre va garantito l’equilibrio di genere.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 30 luglio 2023
Fondi per gli edifici non usati, più arretrati e personale che si licenzia. Nel rapporto del governo sullo stato di avanzamento del Pnrr, è desolante il quadro del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Altro che riduzione dell’arretrato, che sarebbe dovuto scendere del 65% nel 2024. Le cose invece vanno all’opposto. “Quarantacinque tribunali su 140 hanno registrato un aumento dell’arretrato”. La ragione della debacle sarebbe dovuta “all’onda dei ricorsi in materia di protezione internazionale del 2019”.
di Riccardo Rossotto
lincontro.news, 30 luglio 2023
Ripartiamo da Montesquieu: dai fondamentali delle democrazie moderne. La separazione dei poteri è il mantra dei nostri Stati di Diritto: la base di una governance istituzionale fondata su sistemi operativi e di controllo, ben bilanciati e connessi tra di loro. Il Parlamento fa le leggi; il Governo… governa in base all’impianto normativo varato, appunto, dal Parlamento; la Magistratura controlla la correttezza delle condotte dei cittadini dello Stato rispetto alla normativa vigente. Perché ripartire da qui? Perché se no, non si riesce a capire cosa stia succedendo in Italia quando si parla di Giustizia, con la G maiuscola. Avremmo dovuto uscire, con la scomparsa di Silvio Berlusconi, da quella gabbia, divenuta quasi antropologica, che ci ha impedito di parlare di una necessaria riforma della Giustizia, proprio perché ogni volta che qualcuno ci ha provato, è stato subito additato come un supporter del Cavaliere o come un suo accusatore: senza vie di mezzo.
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