di Valentina Stella
Il Dubbio, 25 settembre 2025
Carriere separate, Forza Italia spinge per la raccolta firme e comitati per il Sì: “Non possiamo mica lasciare le piazze solo alle opposizioni”. Nella maggioranza si comincia a ragionare più seriamente su come affrontare la campagna politica e comunicativa in vista del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere. I tre partiti che sorreggono il governo ancora non hanno fatto riunioni operative ma ovviamente si ragiona sulle varie opzioni in campo. E qualcuno, soprattutto dalle fila di Forza Italia - il main sponsor della modifica dell’ordinamento giudiziario -, vorrebbe porre sul tavolo la possibilità di richiedere la consultazione popolare della prossima primavera percorrendo tutte le strade che la Costituzione offre attraverso l’articolo 138.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 25 settembre 2025
Il via libera in terza lettura alla separazione delle carriere, deliberato esattamente una settimana fa dalla Camera dei deputati, segna una tappa cruciale per la giustizia italiana. Si tratta di un passaggio politico e istituzionale di grande rilievo che spinge la riforma verso l’ultimo esame in Senato e, se confermata, verso il referendum popolare. La riforma - fortemente voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e sostenuta con compattezza dalla maggioranza di centrodestra - mira a distinguere in maniera netta i percorsi professionali dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti. Non sarà più possibile il passaggio da una funzione all’altra, eliminando così un tratto tipico dell’ordinamento italiano che per decenni aveva suscitato critiche e difese. Secondo i promotori, l’obiettivo è rafforzare l’efficienza e la trasparenza, costruendo un sistema giudiziario più equilibrato, in cui accusa e giudice siano pienamente separati, come già avviene in diversi ordinamenti stranieri.
di Gian Carlo Caselli e Vittorio Barosio
La Stampa, 25 settembre 2025
C’era una volta, 40/50 anni fa, una sostanziale omogeneità (consapevole o meno) di molta parte della magistratura con il sistema politico. Per lustri ciò ha prodotto omissioni, insabbiamenti, avocazioni, competenze sottratte, connessioni ardite e molti altri artifici, pur di non turbare gli assetti di potere esistenti. Una stagione di “politicità” massiccia a senso unico, incompatibile con un indipendente esercizio della giurisdizione, falsamente contrabbandata come neutralità. Una stagione dalla quale la magistratura ha cercato di affrancarsi con una lunga marcia verso una reale indipendenza.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 25 settembre 2025
Per l’esponente dem, che ha chiesto di accogliere la richiesta di mandare a processo Nordio, Piantedosi e Mantovano, il governo non difese un interesse pubblico. Ma fu Caravelli, direttore dei servizi segreti per l’estero, a segnalare il pericolo di ritorsioni ai danni degli italiani in Libia. Ci si aspettava (e il centrodestra temeva) una relazione scottante, piena di dettagli compromettenti nei confronti di Nordio, Piantedosi e Mantovano, provenienti dalle migliaia di atti di indagine segretati e depositati dal Tribunale dei ministri. E invece, alla fine, la relazione sul caso Almasri presentata ieri dal relatore di minoranza Federico Gianassi (Pd) alla Giunta per le autorizzazioni della Camera si limita a cristallizzare le critiche delle opposizioni rispetto all’operato degli esponenti governativi, dicendo “sì” all’autorizzazione a procedere per tutti loro.
di Checchino Antonini
Il Manifesto, 25 settembre 2025
Vent’anni fa, all’alba del 25 settembre, Ferrara si accorgeva della “malapolizia”: crimini apparentemente non politici spesso contro persone fragili, pratiche devianti dai principi di legalità, trasparenza, equità e rispetto dei diritti fondamentali. Tutto molto politico. In realtà, la città se ne sarebbe accorta solo tre mesi dopo. Quel giorno se ne resero conto solo Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, i genitori di Federico. Vent’anni dopo non sappiamo perché quattro agenti - Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri - uccisero un diciottenne che tornava a casa dopo un sabato sera con gli amici. Ma dicono tutto le cinquantaquattro lesioni dovute a calci, pugni, le fratture al torace e alla testa, due manganelli riportati rotti in questura, il suo cuore spezzato sotto il peso della violenza su un corpo ammanettato e provato da uno stato di agitazione. E lo ha confermato Anne Marie Tsegue, una donna camerunense col permesso di soggiorno in scadenza, che tuttavia dimostrò più coraggio degli indigeni. Nel 2009 i quattro furono condannati a 3 anni e 6 mesi per “eccesso colposo in omicidio colposo”, pena confermata in tutti i gradi di giudizio.
di Fabio Anselmo*
Il Domani, 25 settembre 2025
Vent’anni fa moriva “Aldro”, un ragazzo appena maggiorenne, incensurato, disarmato, che non aveva commesso alcun reato. I poliziotti imputati per la vicenda sono stati condannati a tre anni e sei mesi fino in Cassazione. Cosa racconta questa morte avvenuta nella città di Ferrara. Erano le primissime ore di quella domenica in cui il silenzio pressoché assoluto che regnava in via Ippodromo venne improvvisamente squarciato da “urla disumane”, rumori gutturali, voci per lo più non intellegibili e rumori sordi di colpi. Così veniva ucciso Aldro, un ragazzo appena maggiorenne, incensurato, disarmato, che non aveva commesso alcun reato. Non stava facendo nulla di male. Era figlio di un’impiegata comunale, Patrizia, e di un ispettore della Polizia municipale, Lino. Nipote di un maresciallo dei carabinieri.
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 25 settembre 2025
I furti di figurine e biscotti da bambini, il carcere Beccaria, la caccia ai riflettori. Il trapper è stato arrestato la prima volta a 17 anni nel 2008, il bandito della Comasina a 15 anni nel 1965. La voglia di stare al centro dell’attenzione e quella difesa a oltranza dei complici: “Tradire mai”. L’uno smilzo e svelto, l’altro smilzo e svelto. Quantomeno a quindici e diciassette anni, l’età del primo accesso nel carcere minorile Beccaria che allora come oggi, ovvero l’anno 1965 per Renato Vallanzasca e l’anno 2018 per Zaccaria Mouhib alias Baby Gang, versava in condizioni pessime, posto sempre ai margini non soltanto geografici di Milano, una volta i “terroncelli” come ospiti (di quello che era il riformatorio e non l’attuale struttura, ma di fatto poco cambia) e adesso i “maranza”, una volta, quale provenienza, le periferie cittadine e adesso la sorta di grande geografia suburbana essa includendo le terre dei pendolari prossime alla metropoli fra treni, passanti, metrò, tangenziali, bretelle, pedemontane, autostrade; una volta l’emigrazione e adesso pure.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 25 settembre 2025
Il provvedimento di clemenza concesso anche a due donne. Il ragazzo che ammazzò a colpi di martello il padre violento, la guardia giurata che sparò al ladro in fuga e due donne, condannate per reati minori. Sono le quattro persone graziate da Sergio Mattarella, che ha firmato ieri altrettanti decreti. L’articolo 87 della Costituzione assegna al capo dello Stato la possibilità di “concedere grazia e commutare le pene”. E certo non si tratta di una decisione calata dall’alto come fosse un editto, perché l’iter prevede la richiesta dell’interessato, l’istruttoria del ministero della Giustizia e il via libera (non vincolante) del ministro.
Gazzetta di Modena, 25 settembre 2025
Un detenuto tunisino di 24 anni si è tolto la vita ieri sera - 24 settembre - nella casa circondariale di Modena. Si tratta del 62esimo recluso suicida dall’inizio dell’anno in Italia, il quinto a Modena. “Tunisino, 25 anni non ancora compiuti, si è impiccato ieri sera nella sua cella della sezione accoglienza, dov’era stato allocato da poco, della casa circondariale di Modena. Mentre al ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si esercitano nel pestare l’acqua nel mortaio, nelle carceri si continua a soffrire, più del necessario, e a morire.
di Simona Lorenzetti
Corriere di Torino, 25 settembre 2025
Pene fino a 6 anni e mezzo. A sette poliziotti contestato il reato di tortura. “Stiamo parlando di violenze commesse da persone che indossano la divisa, persone che rappresentano lo Stato e agiscono contro detenuti che stanno scontando la loro pena. Se un agente dà uno schiaffo a un detenuto, è lo Stato che gli sta dando uno schiaffo. Il fatto che in Italia avvengano episodi di questo tipo ci dice che nel nostro Paese abbiamo un problema con i diritti umani. Il modo in cui lo Stato tratta le persone private della libertà è indice di civiltà”.
- Monza. “Situazione esplosiva, sovraffollamento e cimici”. Il dramma del carcere
- Pavia. Distribuiti in carcere profilattici per i detenuti: è polemica
- Pavia. La direttrice: preservativi ai detenuti. Scontro col Dap. “Sicurezza a rischio”
- Milano. Dal carcere di Bollate alle scuole di Oggiono: gli studenti incontrano i detenuti
- Cremona. Il tennistavolo in carcere coinvolge 100 detenuti










