di Chiara Rizzo
Tempi, 27 gennaio 2015
La prova? Gli annunci sulla prescrizione dopo il caso Eternit e sulla corruzione dopo Mafia capitale. Intervista al presidente delle Camere penali Beniamino Migliucci, che cita Beccaria e ne ha anche per il sindaco Marino e per il commissario Cantone.
di Giorgio Ponziano
Italia Oggi, 27 gennaio 2015
Inaugurazione dell'anno giudiziario al calor bianco, a Bologna. Uno scontro così frontale tra magistratura e governo, scontro peraltro oscurato dai media, probabilmente ancora non si era mai visto. Il presidente della Corte d'appello, Giuliano Lucentini, ha attaccato a testa bassa il premier Matteo Renzi, provocando la reazione sdegnata del ministro dell'Ambiente, Gianluca Galletti, che si è alzato (era in prima fila) e se n'è andato in segno di protesta.
I sassi lanciati da Lucentini? Contro le ferie tagliate, gli stipendi bloccati e le annunciate riforme del Csm e della giustizia senza trattativa coi magistrati. Un attacco così veemente a un presidente del consiglio e al suo governo non si era mai ascoltato nelle austere e paludate inaugurazioni dell'anno giudiziario.
A Matteo Renzi & Co le hanno cantate, nei giorni scorsi, i presidenti delle Corti d'appello di mezza Italia ma a Bologna è andato in scena uno strappo istituzionale senza precedenti, col rappresentante del governo, il ministro (bolognese) all'Ambiente, Gianluca Galletti, che si è alzato (era in prima fila in uno dei posti d'onore, come prescrive il protocollo) e se n'è andato in segno di protesta verso le parole pronunciate nel suo discorso ufficiale dal presidente della Corte d'appello, Giuliano Lucentini.
Altro che sassolini nella scarpa. Qui sono stati lanciati massi di granito. Le ferie tagliate, gli stipendi (più o meno) bloccati, le annunciate riforme del Csm e della giustizia senza trattativa coi magistrati: quanto basta per indurre i giudici ad accendere una miccia sotto la poltrona di Renzi. Tanto che il suo rappresentante, appunto Galletti, non ha nascosto l'ira.
Anche perché il presidente è stato chiaro: prima avevamo contro Silvio Berlusconi, adesso abbiamo contro Renzi. Cambia il colore del premier, non muta l'assalto ai magistrati. Il che, in pieno patto del Nazareno, ha fatto una certa impressione, con una parte degli invitati a quella che solitamente era un'inaugurazione di routine che hanno sgranato gli occhi e si sono dati di gomito: avevano davvero sentito bene? Anche perché Giuliano Lucentini (ex presidente di sezione della Corte d'appello di Firenze, nominato nel 2007dal plenum del Csm presidente della Corte d'appello di Bologna) non aveva mai, finora, fatto parlare di sé, agli antipodi dal cliché del magistrato interventista e sovraesposto.
La sorpresa è quindi stata maggiore quando ha scandito: "Avevo pensato che finito un certo periodo di tempo, le cose potessero cambiare. Certo, non siamo più additati come disturbati mentali, non si dice più che taluni di noi, quelli impegnati in ben noti processi, sono mafiosi, criminali, irresponsabili. Peraltro, tali epiteti non ci toccavano più di tanto, perché per la loro grossolanità si sconfessavano da sé". E invece, afferma il presidente della Corte d'appello: "Mi sbagliavo perché le cose sono sostanzialmente rimaste quelle di prima. Quello che è cambiato è solo il metodo, che è diventato mediaticamente più sottile e dunque di maggiore suggestività".
E ancora: "Mi fu detto tempo addietro che sul sito web del governo era scritto che, se la giustizia era lenta, era conseguenza diretta delle ferie troppo lunghe dei magistrati. Mi sembrò incredibile e volli verificare di persona. Con mia enorme sorpresa constatai che, effettivamente, sul sito governativo "Passo dopo passo", recentemente istituito, vi era la testuale scritta: "Meno ferie dei magistrati: giustizia più veloce".
Si tratta di uno sconsolante accostamento delle due proposizioni". In verità il presidente della Corte d'appello anche lo scorso anno aveva accennato al difficile dialogo con la politica, ma i toni erano stati meno perentori pur se la fustigazione era stata, anche in quell'occasione, esplicita: "Per buona parte della gente comune, anche sull'onda di interessate campagne mediatiche, se la giustizia civile e penale non funziona, la colpa è dei giudici, in quanto inefficienti e indolenti, se non addirittura fannulloni. La politica, che pur sa bene come stanno le cose, e comunque dovrebbe saperlo, ha sempre taciuto per ovvie ragioni di convenienza".
"Fino a vent'anni fa", aveva aggiunto Lucentini, "se un qualche personaggio di rilievo pubblico subiva una condanna penale, la prima cosa che sentiva di dover pubblicamente comunicare era il senso del suo più totale rispetto per il giudice e la sua decisione: la quale però, di norma aggiungeva, non toglieva che lui fosse innocente, la qual cosa sarebbe stata accertata nei successivi gradi di giudizio. Ipocrisia? Può darsi, ma comunque un pur formale rispetto era, allora, alla base di ogni rapporto. Ora invece arrivano soltanto ingiurie e attacchi ai giudici, considerati "mafiosi" o appartenenti alle "toghe rosse".
Quest'anno ha ripreso il tema, e riempito il cannone di munizioni. Così Lucentini spara a zero su Renzi ricordando scandalizzato che "a settembre, quando l'Associazione nazionale magistrati preannunciava uno sciopero, uscì pubblicamente con un "Brrr... che paura", una frase irrispettosa". Poi il magistrato insiste, per chi eventualmente non ha voluto capire: "Non voglio pensare che la politica, per farsi bella, non volendo o non potendo metter mano a una seria riforma della giustizia, debba ricorrere a mezzucci di tal genere.
Che per le istituzioni possono essere mortali". Gianluca Galletti, che pur è un politico casiniano di lungo corso, è scandalizzato e mentre se ne va, commenta coi giornalisti: "Ho trovato la situazione imbarazzante. Ero qui per ascoltare, non voglio commentare, non è il momento di fare polemiche. Le riforme sono il punto forte del nostro governo, ci sono molte resistenze, ma andiamo avanti comunque". Ma per Lucentini è sbagliato sottovalutare il pericolo "che corre il Paese se i suoi giudici sono delegittimati".
Quindi l'errore di Renzi verso il mondo giudiziario è assai grave, tanto più che ci sono encomi verso il lavoro dei magistrati: "Vi è il giudizio positivo arrivato dalla Commissione europea per l'efficacia della giustizia (Cepej) sulla produttività dei giudici italiani oltre a quanto detto dal capo dipartimento dell'organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia che ha riconosciuto l'assoluta laboriosità dei magistrati italiani.
Voglio solo pensare, anche se mi è diffi cile, che nemmeno il capo del governo conoscesse né quanto aveva detto il capo dipartimento di un suo dicastero né quanto aveva rilevato la Cepej". Non solo. La bocciatura di Renzi è totale: "il concetto che sta alla base è stato di recente ribadito dal capo del governo, allorché ha pubblicamente detto che preferiva ai magistrati che facevano comunicati quelli che facevano sentenze. Che è quanto dire, in sostanza, che i magistrati pensassero a fare meno chiacchiere e a lavorare di più".
Pollice giù anche sull'azione di governo: "In settembre è stato pubblicato il decreto sulle misure urgenti per la degiurisdizionalizzazione e il taglio dell'arretrato in materia civile dice il presidente della Corte d'appello. Un illustre studioso della materia nel commentarlo ha scritto: Tristi notizie per la giustizia, tanto rumore per nulla, o quasi".
Un j'accuse in piena regola, con l'equilibrio istituzionale che vacilla. Tra il sistema giudiziario e l'organo esecutivo si è prodotta a Bologna, ma è solo la punta dell'iceberg, una frattura dirompente. Mentre il ministro sbatte la porta, Renzi risponde per le rime: "Di nuovo le contestazioni di alcuni magistrati che sfruttano iniziative istituzionali (anno giudiziario) per polemizzare contro il governo. Mi dispiace molto perché penso che la grande maggioranza dei giudici italiani siano persone per bene, che dedicano la vita a un grande ideale e lo fanno con passione. Ma trovo ridicolo - e lo dico, senza giri di parole - che se hai un mese e mezzo di ferie e ti viene chiesto di rinunciare a qualche giorno, la reazione sia: "il premier ci vuol far crepare di lavoro". La crisi è aperta. Un nuovo fronte per Renzi, che si aggiunge alla legge elettorale, a quella costituzionale, al voto per il nuovo capo dello Stato, alle tante riforme che non riescono a decollare. Tra i litiganti a rimetterci sono i cittadini, che non riescono ad avere giustizia: a Bologna ogni giorno in Appello vengono decise quattro prescrizioni, nel 2014 in secondo grado, in Emilia-Romagna, le sentenze di prescrizione sono state 1.524, il 23,6%. È giustizia questa?
di Giovanni Minoli
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2015
Onorevole Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm, dichiarazioni violentissime quelle che abbiamo sentito. Siamo di nuovo alla guerra tra politica e magistratura?
"Spero proprio di no. La giustizia italiana di tutto ha bisogno fuorché di una nuova stagione di scontro, che rischia di distogliere i decisori politici ma anche la magistratura, gli operatori del diritto e i cittadini, dai problemi veri".
Come fa un cittadino normale a sentirsi garantito da una giustizia così conflittuale al suo interno?
"Infatti occorre recuperare urgentemente quell'autorevolezza, quel prestigio della magistratura, con fatti e comportamenti concreti, e con politiche che pongano il tema giustizia finalmente tra le grandi priorità nazionali".
Onorevole, mentre tutte le categorie pubbliche hanno il blocco degli scatti di stipendio solo i magistrati no; è giusto?
"Anche per i magistrati ci fu il blocco degli stipendi, a seguito del ricorso ci fu un pronunciamento della Corte Costituzionale qualche anno fa, che dichiarò illegittimo quel blocco. Dopodiché io penso che è ingiusto anche per le altre categorie professionali, nel pubblico. Per i magistrati tutto si può dire fuorché che siano privilegiati sotto il profilo economico".
L'eccesso di visibilità dei Pm a lungo andare ha creato protagonismi ingestibili?
"Che si siano provocati fenomeni di eccesso di visibilità è fuori discussione. Dopodiché c'è un grande tema: quello del rapporto tra la comunicazione e l'amministrazione della giustizia, che è molto importante".
Nel mondo dominato dai mass media, mi sembra quasi una priorità.
"Assolutamente. Io penso che bisogna arrivare, e noi avvieremo un lavoro nelle prossime settimane, a una sorta di protocollo di comportamento".
Vincolante per tutti?
"Io penso che bisognerà arrivare a una condivisa autoregolamentazione".
Di fronte ai 5 milioni e mezzo di pratiche inevase nei processi civili, è stato un errore iniziare la riforma da lì, come ha fatto il governo, oppure era una necessità?
"Era ed è una necessità. Il processo civile per troppo tempo è stato considerato una Cenerentola, e invece è l'aspetto dell'amministrazione, dell'esercizio dell'attività giurisdizionale che impatta di più sui cittadini".
Il procuratore Maddalena, a proposito del taglio delle ferie voluto dal governo, ha detto testualmente che "Renzi vuol far crepare di fatica i magistrati come il maiale Napoleone della fattoria di Orwell". Lei come giudica questa dichiarazione?
"La giudico sbagliata, perché questo tema delle ferie è stato enfatizzato. È noto che quei 15 giorni in più sono serviti, servono ai magistrati, come agli avvocati, per smaltire il lavoro pregresso, per completare gli adempimenti, per depositare le sentenze. Dopodiché il legislatore ha deciso. Si può giudicare più o meno giusta quella decisione, ma il legislatore ha deciso. Continuare a parlare di ferie significa produrre una situazione di sviamento dai reali problemi della giustizia".
Infatti il premier Renzi ha commentato: "Accusarci di far crepare magistrati per una settimana di ferie in meno o è un disegno o significa che i magistrati hanno perso il contatto con gli italiani che lavorano". Quindi la guerra è una guerra veramente alzo zero.
"Guardi noi eviteremo che questa guerra continui a combattersi, perché non serve ai cittadini. Il Parlamento ha deciso che i giorni di ferie effettivi devono essere 30. Punto. Dopo di che è giusto che i magistrati critichino ma bisogna rispettare quella norma".
A proposito degli organici, il ministro Madia propone di assegnare una quota dei 20mila esuberi delle province ai tribunali. Una strada semplice e chiara. È giusto secondo lei?
"Secondo me è giusto e io stesso l'ho sollecitata. Il ministro Madia va nella giusta direzione, ma anche qui, non bisogna solo dirlo ma bisogna farlo. E ricordo anche che negli uffici giudiziari italiani lavorano circa 2mila precari che non si sa che fine faranno e bisogna decidere anche sulla sorte di questi lavoratori".
di Errico Novi
Il Garantista, 27 gennaio 2015
Poteva scegliere tra due indicazioni, il Csm. La prima l'aveva proposta l'Associazione nazionale magistrati: secondo il parere tecnico - e ovviamente non vincolante - del sindacato delle toghe, il taglio delle ferie dei giudici da 46 a 31 giorni riguarderebbe solo la magistratura fuori ruolo. Secondo questa lettura dunque nulla dovrebbe cambiare per tutti coloro esercitano effettivamente la funzione giurisdizionale. Nulla di vincolante.
Palazzo dei Marescialli avrebbe d'altronde avuto modo di sottoporre il dilemma al proprio Ufficio Studi. Così ha fatto (come riferito con tutti i dettagli tecnici nell'altro servizio di questa pagina, ndr), e ha raggiunto una conclusione opposta: la norma sulle vacanze di giudici e pm, contenuta nel decreto sul processo civile, va estesa a tutti; non riguarda solo i colleghi in distacco presso ministeri o altre amministrazioni, vale per qualsiasi magistrato. Gli esperti in servizio presso il Csm lo hanno sostenuto in un documento di ben 18 pagine, consegnato il 19 dicembre. Bene: tra le due, il Consiglio è orientato a optare per la prima versione. Quella secondo cui i giorni di vacanza restano 45.
Quella prodotta dal sindacato dei giudici. La dotta disquisizione dell'Ufficio Studi resterà un mero esercizio di erudizione. La Settima Commissione si prepara a votare a netta maggioranza la proposta di documento avanzata dal consigliere Antonello Ardituro. Un consigliere togato. Cioè un magistrato pure lui. L'Organo di autogoverno dei giudici, che dovrebbe rappresentare l'autonomia, l'indipendenza ma anche la credibilità della magistratura, sposa una tesi sindacale e mette da parte quella dei propri tecnici.
Deciderà il plenum. Se davvero approverà un documento con efficacia regolamentare che di fatto vanificherebbe il decreto governativo, si aprirà un pesante scontro istituzionale. A quel punto il ministro della Giustizia, più che sollevare il conflitto dinanzi alla Consulta, ricorrerà al Tar. La magistratura rischia di apparire come una corporazione che difende con le unghie e con i denti 15 giorni di vacanza in più.
Ieri il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, un politico, ha dato torto al pg di Torino Maddalena rispetto alla polemica sulle ferie con Renzi: "È sbagliata, si può anche ritenere che quei 15 giorni in più sono usati dai giudici per completare gli adempimenti, ma ormai il legislatore ha deciso". Poi ha aggiunto: "Occorre urgentemente recuperare l'autorevolezza e il prestigio della magistratura con fatti e comportamenti concreti". Il plenum, col voto sulle ferie, sta per smentire in modo clamoroso il suo vertice.
Ristretti Orizzonti, 27 gennaio 2015
Mentre si avvicina sempre più la data per la chiusura definitiva degli attuali Opg - 31 marzo 2015 - nonostante l'ottimismo esternato dal Sottosegretario De Filippo sulla concreta possibilità di rispettarla, i segnali che giungono dalle Regioni destano allarme e giustificate preoccupazioni.
Appare evidente che il programma di ridimensionamento delle Rems, annunciato nel seminario al Senato, nel novembre scorso, sta scontando dei ritardi nella sua attuazione e le Regioni cominciano ad avanzare dubbi sulla possibilità di attivare le nuove soluzioni residenziali, per quanto "provvisorie", entro i termini di legge (si veda la denuncia di Psichiatria Democratica per quanto riguarda la Toscana ma anche il Veneto sembra essere in ritardo e in Emilia Romagna l'attivazione delle Rems provvisorie sembra incontrare difficoltà, specie con i familiari dei pazienti che dovrebbero lasciare il posto agli ex internati).
Non mancano inoltre segnali diversamente allarmanti e assai gravi, come la decisione della Sicilia di attivare la Rems nell'area del vecchio Opg di Barcellona Pozzo di Gotto: è evidente che una simile soluzione va respinta con forza non rispondendo certamente allo spirito della legge 81, non realizzando una reale territorializzazione ma una continuazione, sotto altro nome, del vecchio internamento (stesso luogo, stessi reparti per quanto ammodernati) come pure non è accettabile la soluzione adottata in Lombardia che prevede più moduli accorpati, anche qui, nell'opg di Castiglione delle Stiviere.
Psichiatria Democratica ritiene che si debbano rifiutare queste scorciatoie per un formalistico rispetto del termine di chiusura e ribadisce che solamente l'attuazione di veri programmi individualizzati di presa in carico territoriale degli attuali internati dichiarati dimissibili (la grande maggioranza dei presenti secondo le stesse stime ministeriali) possono conseguire l'obbiettivo della legge; solo in questo modo, insieme ad un atteggiamento proattivo dei Servizi e della Magistratura di sorveglianza per prevenire i nuovi invii in misura di sicurezza detentiva, si ridurrà il numero di posti letto nelle Rems facilitandone la realizzazione e, se ancora il termine per la chiusura non dovesse essere rispettato si ricorra, come prevede la legge, al commissariamento delle Regioni inadempienti.
di Davide Milosa
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2015
Il campione di Ignoto 1, almeno per metà, non corrisponde all'arrestato. Se la scienza ha portato in carcere Massimo Giuseppe Bossetti con l'accusa di essere l'assassino di Yara Gambirasio, ora sempre la scienza rischia di rimetterlo in libertà sollevando ragionevoli dubbi sull'esistenza dei gravi indizi e, dunque, sul fatto che il 44enne muratore di Mapello la sera del 26 novembre 2010 non rapì e non uccise la 13enne di Brembate, ritrovata cadavere nei campi di Chignolo d'Isola il 26 febbraio del 2011. La svolta clamorosa, infatti, sta nelle oltre cento pagine con cui il perito della Procura di Bergamo ha rianalizzato e confrontato la prova regina di tutta questa inchiesta, vale a dire le tracce ematiche trovate sugli slip tagliati della ragazza.
Si tratta, è sempre stato detto, di una sostanza mista, ovvero un mix di Dna della vittima e di quello del killer, che fino al 16 giugno 2014 era identificato come Ignoto 1 e che da allora ha preso il nome e il volto di Bossetti, sposato con tre figli. Incastrato, hanno raccontato gli atti dell'inchiesta, dopo un controllo causale con l'alcol test e dopo aver capito che Ester Arzufi aveva avuto un figlio illegittimo con l'autista di Gorno Giuseppe Guerinoni.
In quel momento il Dna estratto fa il "match" con quello di Ignoto 1. Questi i fatti, fino a poche settimane fa, quando il ricercatore dell'università di Pavia Carlo Previderè deposita la sua perizia. E qui iniziano i problemi, per la procura in futuro e d'interpretazione in generale. Secondo quanto ricostruito, infatti, la parte mitocondriale, legata al ceppo materno, di Ignoto 1 non corrisponde in alcun modo a quella dello stesso Bossetti. Il punto è certamente a favore della difesa. Va detto, però, che la cellula di Dna è composta anche da una parte nucleare che fissa il ceppo paterno e che, al contrario, corrisponde a Massimo Giuseppe Bossetti.
La svolta, dunque, se c'è potrebbe non essere decisiva per la conclusione del processo, ma certamente fondamentale per la richiesta, già annunciata dall'avvocato Claudio Salvagni, di scarcerazione del suo assistito. Tanto più che oltre all'anomalia clamorosa della non coincidenza della parte mitocondriale, dalla relazione del perito escono totalmente ribaltati i rapporti quantitativi tra il Dna di Yara e del presunto killer.
Nella perizia, infatti, si sottolinea come sulla traccia catalogata 31G20 prevalga decisamente il Dna di Yara rispetto a quello di Ignoto 1. E ancora: secondo quanto ricostruito dal rapporto, gli esperti hanno dovuto rifare, dal punto di vista genetico, la traccia trovata sugli slip di Yara e questo perché "i campioni risultano essere esauriti". Insomma, a questo punto dell'inchiesta, che va ricordato resta ancora nella sua fase preliminare (la Procura ha tempo fino al prossimo 16 giugno), i dubbi aumentano esponenzialmente.
E non solo sul Dna. La relazione, infatti, spiega che dall'analisi dei peli trovati attorno e sul corpo della ragazza emergono almeno due profili genetici identici ma ad ora sconosciuti e non certo corrispondenti ad Ignoto 1. E del resto è fatto accertato che il Dna di Bossetti non compaia sul cosiddetto "cuscino di peli" repertato attorno al corpo della vittima. Non solo: le analisi del Ris di Parma hanno escluso presenza di Dna di Yara nel camion Iveco cassonato dello stesso muratore di Mapello. A questo, infine, va aggiunto il ragionamento del tribunale del Riesame di Brescia che nell'ottobre 2014 ha respinto la richiesta di scarcerazione di Bossetti.
In quel frangente i giudici hanno considerato come vera e unica prova il Dna, mentre tutti gli altri indizi (compresi i filmati del furgone di Bossetti attorno a casa Gambirasio) sono stati definiti "dati neutrali" perché "potrebbero aver valore per ricostruire la dinamica degli eventi ma sono poco significativi per istituire una relazione univoca con Bossetti solo perché lavora come muratore". A sette mesi dall'arresto dell'operaio di Mapello, buona parte del castello dell'accusa sembra seriamente vacillare. Tanto più, e questo è agli atti dell'inchiesta, che sul corpo di Yara Gambirasio sono stati trovati molti profili genetici diversi da quelli di Ignoto 1. Tracce che ora potrebbero aprire scenari inediti.
di Igor Greganti
Ansa, 27 gennaio 2015
È necessaria una perizia psichiatrica per valutare le condizioni di salute di Fabrizio Corona, l'ex 're dei paparazzi' in carcere da circa due anni e che, come viene spiegato in una consulenza tecnica depositata dai suoi difensori, soffre di stati d'ansia, psicosi, depressione e attacchi di panico. Lo ha stabilito il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha tenuto conto proprio di quella relazione firmata da uno psichiatra e allegata all'istanza di detenzione domiciliare presentata dagli avvocati Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra.
"Questa decisione - ha spiegato l'avvocato Chiesa - è una buona notizia, perché vuol dire che i giudici hanno valutato la nostra consulenza tecnica e vogliono approfondire la questione, verificando quali siano le condizioni di Fabrizio".
I magistrati della Sorveglianza (presidente Marina Corti, relatore Beatrice Crosti), infatti, hanno ordinato che venga effettuata una "perizia psichiatrica" sull'ex agente fotografico, dopo che "in particolare", come si legge nel provvedimento, i difensori di Corona hanno depositato una consulenza, redatta dallo psichiatra Riccardo Pettorossi, nella quale si parla delle sue condizioni di "sofferenza" psichica. Consulenza su cui è basata l'istanza di detenzione domiciliare: i legali chiedono, infatti, che l'ex fotografo dei vip possa uscire dal carcere di Opera e andare in regime detentivo in una comunità (la Fondazione Exodus di Don Mazzi ha già dato la sua disponibilità).
"Sto male, ho seri problemi psicologici e vi chiedo di darmi un'opportunità", aveva detto Corona, rivolto ai giudici, nell'udienza di giovedì scorso nella quale si è discussa l'istanza. Il sostituto pg Giulio Benedetti, però, si era opposto alla richiesta di domiciliari e oggi il Tribunale ha deciso di disporre un accertamento tecnico d'ufficio per poi stabilire, proprio sulla base della perizia, se fare uscire o meno l'ex fotografo dei vip dal carcere di Opera.
I giudici hanno fissato un'udienza per il prossimo 11 febbraio nel corso della quale verranno nominati i periti (medici e psichiatri) che dovranno condurre gli accertamenti sullo stato psichico e psicologico di Corona. In quell'udienza verrà conferito formalmente l'incarico ai periti, e verrà anche fissato un termine per il deposito della relazione.
Nella consulenza psichiatrica della difesa Corona, che viene curato in carcere con degli psicofarmaci, viene descritto come un uomo dalla personalità "narcisistica" e "borderline". Un tipo di personalità che all'interno del carcere gli sta causando, secondo la relazione, soprattutto gravi stati depressivi e psicosi. Ora la parola passerà ai periti del Tribunale.
Intanto, lo scorso dicembre, la difesa dell'ex agente fotografico (ha riportato condanne definitive per un totale di 14 anni, poi ridotti a oltre 9 anni, di cui 6 anni e 8 mesi ancora da scontare) ha presentato all'allora presidente Giorgio Napolitano una domanda di grazia parziale per chiedere la cancellazione dei due anni e mezzo circa, ancora da scontare, per la condanna riportata a causa del foto-ricatto all'ex attaccante juventino David Trezeguet.
di Michele Giuntini
Ansa, 27 gennaio 2015
Il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino rischia 26 anni di carcere e l'arresto per pericolo di fuga per il naufragio al Giglio del 13 gennaio 2012, che causò 32 morti e decine e decine di feriti. Deciderà il tribunale di Grosseto.
"Dio abbia pietà di lui, noi non possiamo", ha concluso il pm Stefano Pizza dopo aver coniato per Schettino la definizione di "incauto idiota", crasi logica di una citazione dottrinale giuridica - "incauto ottimista" e "abile idiota" - relativa alla figura di chi sopravvaluta le proprie capacità, si sente bravo e poi causa gravi danni.
La requisitoria conclusa oggi - quasi 20 ore in tre udienze, con staffetta fra tre magistrati, Alessandro Leopizzi, Stefano Pizza, Maria Navarro - è stata dura e ha mirato direttamente sulle responsabilità dell'imputato culminando nella richiesta di una condanna esemplare: Schettino ha portato la nave sugli scogli, non ha dato subito l'emergenza generale perdendo tempo prezioso, ha mentito alla capitaneria sulle reali avarie a bordo, ha abbandonato la nave lasciando al loro destino centinaia di persone in difficoltà, tra cui bambini, anziani disabili, ha causato morti, feriti, danni.
Schettino, ha poi detto il pm Navarro prima di esprimere il pesante conteggio della pena, è "l'unico responsabile" di un evento da lui stesso causato, cioè il naufragio della Concordia, che solo per la Provvidenza non si è trasformato in ecatombe". I 26 anni di reclusione richiesti vanno riferiti alle accuse di omicidio e lesioni colposi (partendo dal fatto più grave, 4 anni per la morte della bambina Dayana Arlotti, si arriva con le altre 31 vittime più decine di feriti a 14 anni), a quella di naufragio (9 anni), abbandono di incapaci e della nave (delitti dolosi), 3 anni.
In più, "una ciliegina", altri tre mesi di arresto perché l'imputato omise, o fece dire cose false (come quella su un risolvibile black out a bordo anziché dell'irrecuperabile allagamento della nave) all'autorità marittima: per queste contravvenzioni la legge prevede o una semplice ammenda o un arresto. È scattata, dati i fatti gravi, la seconda opzione.
E ancora, no alle attenuanti generiche. "Schettino non le merita", ha detto il pm Navarro: "Anche se è incensurato e non ha precedenti penali né giudiziari, la gravità dell'evento e dei fatti trattati è tale e totalmente ascrivibile a sue responsabilità".
"Non ha mai chiesto scusa", ha inoltre accusato il pm Navarro, "non ha mai ammesso le sue responsabilità e si è rimangiato quel poco di colpa che aveva ammesso", anzi "al dibattimento ha tentato di scaricarle sugli altri". Tra il pubblico il procuratore di Grosseto, da qualche giorno in pensione, Francesco Verusio, che aveva sempre ipotizzato una richiesta di 20 anni: "Oggi - ha commentato lasciando l'aula - i pm hanno presentato il conto".
Presente a Grosseto il pg di Firenze, Tindari Baglione, che ha pronto per i pm del processo un elogio formale: "La richiesta è congrua, forse si poteva chiedere un po' di più, ma non meno. Sono qui per dare piena adesione alla linea della pubblica accusa". Sbalordita la difesa di Schettino, non tanto per i 26 anni di condanna chiesti - "c'erano avvisaglie di una richiesta forte", ha detto l'avvocato Donato Laino - quanto per la richiesta di arresto che era "già stata respinta dal riesame e poi dalla Cassazione tre anni fa e che ora viene riproposta dal pm con gli stessi argomenti di allora". Il processo continua con le parti civili tutta la settimana.
www.radicali.it, 27 gennaio 2015
"Anche quest'anno, dirigenti e militanti del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e di Radicali Italiani sono stati presenti all'inaugurazione dell'anno giudiziario presso le Corti d'Appello, lo scorso sabato 24 gennaio. E anche a Catanzaro, dove è intervenuto Rocco Ruffa con delega della segretaria Rita Bernardini, durante la cerimonia i Radicali hanno letto un testo, lo stesso in ogni Corte d'Appello, per denunciare lo stato della giustizia e del sistema carcerario italiano, anche alla luce di quelle "ispezioni" che, militanti e dirigenti radicali svolgono regolarmente e che erano state intensificate nelle ultime settimane, nell'ambito dell'azione nonviolenta denominata "Satyagraha di Natale", lanciata dal leader Marco Pannella".
A comunicarlo, con una nota congiunta, sono i radicali calabresi Giuseppe Candido, componente del Comitato nazionale di Radicali italiani e Rocco Ruffa militante del partito e intervenuto sabato 24 gennaio presso la Corte d'Appello di Catanzaro per i Radicali con delega della segretaria Rita Bernardini.
"Il Presidente della Corte d'Appello di Catanzaro nella sua relazione di inaugurazione dell'anno giudiziario, ha dato ragioni" - scrivono Candido e Ruffa - "a noi Radicali che a Capodanno eravamo stati al carcere Ugo Caridi di Catanzaro notando e denunciando come, soltanto dal punto di vista del sovraffollamento, la situazione era leggermente migliorata dopo la consegna del nuovo padiglione. Mentre avevamo denunciato il permanere di violazioni palesi dei diritti umani sia per quanto riguarda il diritto alla salute sia per quanto attiene il diritto al lavoro e a scontare la propria pena vicino i propri parenti. Per non parlare di quelle "traduzioni forzate" dei detenuti, trasferiti non su base della territorialità della pena, ma in base alle capienze disponibili. Una situazione patente in tutte le carceri della regione. Tutto ciò è stato rilevato, nella relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, dal presidente della Corte d'Appello di Catanzaro, Domenico Introcasio che ha sottolineato chiarissimamente come, nelle case circondariali del distretto di Catanzaro ci sia una "grave situazione igienico-sanitaria". Riportando i dati del tribunale di Sorveglianza, il Presidente della Corte d'Appello del capoluogo calabrese, ha infatti sottolineato come, nelle otto carceri del distretto, sono presenti 1.810 detenuti: 645 a Catanzaro, 272 a Vibo Valentia, 242 a Rossano, 243 a Cosenza, 140 a Castrovillari, 264 a Paola, 4 a Crotone. Per il presidente Introcasio è migliorata quindi la percentuale di sovraffollamento, che comunque "rimane critica solo a Castrovillari" dove si registra ancora una presenza di detenuti superiore all'11% rispetto la capienza regolamentare, ma, come avevamo denunciato all'uscita dalla visita al carcere Ugo Caridi di Catanzaro condotta a Capodanno nell'ambito del Satyagraha di Natale, molti diritti umani delle persone detenute rimangono sistematicamente violati perché persistono i gravi deficit di personale rispetto alle piante organiche delle varie figure professionali, specie per educatori, polizia penitenziaria e personale amministrativo.
Come Radicali Italiani abbiamo deciso di fare nostro e difendere in ogni sede istituzionale possibile quel messaggio inviato dal Presidente della Repubblica alle Camere l'8 ottobre del 2013 in cui si descrivevano gli obblighi del nostro Paese per rientrare nella legalità costituzionale e sovranazionale che, praticamente, è rimasto inascoltato proprio dal quel Parlamento e dagli interlocutori istituzionali cui era esplicitamente rivolto.
Un messaggio che - di fatto - chiedeva al Parlamento di riconsiderare l'ipotesi di un provvedimento di amnistia e indulto non solo per l'immonda realtà carceraria delle nostre patrie galere, ma anche, e forse soprattutto, per la non ragionevole durata dei processi per la quale il "Paese canaglia" Italia continua ad esser condannato da trent'anni a pagare cifre ingenti in risarcimenti. E, come ha sottolineato anche il Presidente della Corte d'Appello di Catanzaro nella sua relazione, le pendenze sono in crescita anche nel distretto di Catanzaro dove, nel penale, sfiorano il 25%.
E non solo il Presidente della Corte d'Appello, ma anche il Procuratore Generale, il rappresentante del Csm, il presidente Iannello e molte altre autorità intervenute all'inaugurazione hanno ammesso che la situazione, per molti versi, è "al collasso". Una non ragionevole durata dei processi che l'Europa sanziona, e come Radicali denunciamo inascoltati perché, di fatto, si ripercuote sul senso di giustizia che i cittadini percepiscono. Pure in Calabria - concludono Candido e Ruffa - serve subito il garante dei detenuti perché, con le prescrizioni che galoppano e di cui nessuno parla troppo, viene il dubbio che si discuta di ferie dei magistrati per far melina e nascondere i veri problemi della giustizia e delle carceri".
Di seguito il testo letto e depositato per i Radicali Italiani, da Rocco Ruffa, presso la Corte d'Appello di Catanzaro sabato 24 gennaio 2015 in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario:
Anche quest'anno, come Radicali del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e come Radicali Italiani abbiamo deciso di essere presenti, chiedendo di intervenire, in tutte le Corti di Appello in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, leggendo lo stesso testo in ogni corte d'Appello, con lo spirito di dialogo e confronto con le istituzioni che hanno la responsabilità di occuparsi della giustizia.
Si tratta di un atto e di una iniziativa che riteniamo doverosa per corrispondere in una sede istituzionale all'unico messaggio formale, inviato alle Camere ai sensi dell'art. 87 Cost., dal Presidente della Repubblica uscente nel corso dei suoi nove anni di Presidenza, contestualmente denunciando il comportamento degli interlocutori istituzionali del Presidente, in primo luogo quelle Camere alle quali il Capo dello Stato si è rivolto, che con platealità hanno sistematicamente negato dignità al testo formale proveniente dalla più alta carica dello Stato nell'esercizio della sua massima autorità magistrale e volto a richiamare gli improcrastinabili obblighi di riforma strutturale della Giustizia, a partire da un provvedimento di amnistia e indulto.
Un comportamento scandaloso, che siamo convinti abbia suscitato non poca amarezza nell'animo del Presidente, che è servito e serve al regime partitocratico, editore di riferimento dell'informazione radiotelevisiva e di una stampa spesso asservita, per continuare ad impedire all'opinione pubblica e al popolo italiano di conoscere e giudicare gli atti del Presidente della Repubblica nel solenne esercizio delle sue funzioni costituzionali ed i fatti, gravissimi e che implicano altrettanto gravi violazioni di norme costituzionali e sovranazionali, che di quell'unico messaggio formale alle Camere rappresentano i presupposti.
L'assenza di riforme organiche e strutturali del sistema, a partire da quelle ordinamentali, ha reso - da anni - cronici i mali di una giustizia divenuta strutturalmente inefficiente soprattutto per la sua irragionevole durata.
La giustizia è divenuta in tal modo per i nostri cittadini e le nostre imprese - e queste sono parole del ministro Orlando dette alla Camera dei Deputati lo scorso 19 gennaio 2015 - non la sfera a cui rivolgersi per vedere garantiti diritti o dare tutela ai propri legittimi interessi, non la dimensione dove anche il più debole tra i cittadini possa trovare riparo dai soprusi del più forte, ma il simbolo di un calvario da tenere il più lontano possibile dalla propria vita.
Tutto questo ha un notevole costo in termini di denaro pubblico, a causa di uno Stato le cui stesse istituzioni non sono in grado di rispettare le proprie leggi.
È ormai accertato che le violazioni delle fondamentali norme della Convenzione europea dei diritti dell'uomo da parte del nostro Stato stanno causando ingenti danni all'intera economia nazionale. Lo stesso Ministero della Giustizia, nella relazione presentata all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2014, ha ammesso che i ritardi della giustizia ordinaria determinano ricadute anche sul debito pubblico.
L'alto numero di condanne ed i limitati stanziamenti sul relativo capitolo di bilancio hanno comportato un forte accumulo di arretrato del debito ancora da pagare sulla base dei risarcimenti previsti dalla "legge Pinto", debito che, ad ottobre 2013, ammontava ad oltre 387 milioni di euro.
Il fenomeno ha oramai assunto le sembianze di una vera e propria ipoteca accesa a carico di ogni cittadino italiano. A queste cifre si devono aggiungere le somme dovute a titolo di risarcimento per i detenuti che hanno scontato e che stanno scontando la loro pena in condizioni disumane e degradanti.
Lo scorso 8 ottobre, in occasione dell'anniversario dall'invio del messaggio alle camere da parte del Presidente Napolitano, noi Radicali abbiamo depositato un esposto presso la procura regionale della Corte dei Conti del Lazio per sollecitare un'indagine volta a stabilire l'esatto ammontare del danno economico patito dall'intera nazione in relazione alla mancata attuazione di concrete e urgenti riforme volte a impedire il reiterarsi delle violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo ed al fine di individuarne i responsabili.
Questa è lo stato in cui versa in Italia una fondamentale infrastruttura immateriale del paese, com'è la giustizia, perno di qualsiasi processo di crescita civile, sociale ed economica oltre che un essenziale pilastro di ogni moderna democrazia.
Gli interventi frammentari e disorganici assunti dal Governo anche nel corso del 2014 appena trascorso, l'assenza di un disegno complessivo di riforma del sistema, non hanno affatto posto rimedio alle censure mosse dalla Corte Edu con la nota sentenza Torreggiani, posto che la Corte aveva chiesto soluzioni e rimedi effettivi, mentre i rimedi adottati continuano a rimanere solo sulla carta, com'è evidente ad esempio, a chiunque conosca, anzitutto la magistratura di sorveglianza, la vicenda del nuovo art. 35 ter dell'ordinamento penitenziario, introdotto con il d.l. 92/2014 successivamente convertito con la legge 117/2014.
A sei anni dalla sentenza Sulejmanovic e a due dalla sentenza Torreggiani, in Italia abbiamo ancora ben 72 Istituti penitenziari che hanno un sovraffollamento che va dal 130% al 210% se vogliamo riferirci esclusivamente al sovraffollamento; ma tutti sappiamo che la sentenza pilota dell'8 gennaio 2013 faceva riferimento non solo allo spazio disponibile pro-capite in cella, ma anche alla possibilità di accesso alla luce naturale e all'aria, alle condizioni igieniche e, in generale, alle condizioni trattamentali.
L'Italia è ancora sub judice, le Istituzioni Europee sino ad ora hanno fatto fiducia all'Italia, riservandosi di verificare in un prossimo futuro l'effettività dei rimedi adottati in seguito alla sentenza Torreggiani: il 2015 sarà l'anno in cui la Corte Edu, così come il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, non potranno che prendere atto della assoluta ineffettività ed inadeguatezza di questi rimedi e nuove pesanti ombre si profilano all'orizzonte, sul versante della verifica del rispetto dei diritti umani fondamentali da parte dell'Italia.
È per questo che gli obiettivi indicati al Parlamento dal Capo dello Stato nel 2013, da raggiungere attraverso il percorso pure indicato dal Presidente, nel messaggio rimasto totalmente inascoltato anche nel corso dell'appena trascorso 2014, rappresentano e continuano a rappresentare i nostri obiettivi che hanno quale fondamentale pilastro quello del rientro nella legalità costituzionale e sovranazionale del sistema giustizia del nostro Paese.
Sin qui, illustrissimo signor Presidente, ho letto il discorso che, come Radicali Italiani, abbiamo inteso ribadire in ogni Corte d'Appello d'Italia per l'inaugurazione di quest'anno giudiziario. Giustizia ritardata è giustizia negata; come calabresi, siamo profondamente rattristati dalla condizione esanime della Giustizia anche calabrese dove, problematicità presenti in tutta Italia appaiono aggravate da carenze di organico ancora più marcate che altrove. Da semplice cittadino mi consenta di aggiungere che provo profonda vergogna a vivere in uno Stato che è condannato per la violazione dei fondamentali diritti umani, e che ha un Parlamento incapace di corrispondere come avrebbe dovuto al messaggio di Napolitano che, anch'io, personalmente e non formalmente ringrazio da questo luogo istituzionale.
di Giò Barbera
www.riviera24.it, 27 gennaio 2015
Detenuti che accompagnano i disabili a scuola, detenuti che puliscono strade, cimiteri, alveni dei fiumi e ancora che aprono e chiudono cimiteri e controllano giardini pubblici. Il Comune di Imperia è pronto a stipulare una convenzione con la casa circondariale di via don Abbo Il Santo così come prevede una nuova normativa approvata lo scorso anno.
Sarebbe uno dei primi Comuni della provincia di Imperia a trovare un accordo del genere. Ma non è tutto è pronta anche una seconda convenzione che in realtà è un rinnovo: quello siglato nel 2002 e scaduto nel 2007 con il Tribunale di via XXV Aprile che prevedeva la messa alla prova in lavori di pubblica utilità di persone denunciate per guida in stato di ebbrezza.
Con la legge 381 del 1991, i detenuti o ex detenuti potevano svolgere lavori socialmente utili. Oggi, la legge 67/2014 ha introdotto uno strumento in più per le pubbliche amministrazioni: le persone che hanno commesso determinate tipologie di reato possono chiedere la sospensione del processo con la cosiddetta "messa alla prova", anche attraverso lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità. "È un'opportunità concreta per l'inclusione sociale e dà la possibilità a chi ha sbagliato di non far diventare un errore un danno permanente - spiega il sindaco Carlo Capacci.
Abbiamo predisposto una bozza di convenzione che Comune che prende in carico il soggetto dovrà siglare con il Tribunale e con il carcere". I lavori di pubblica utilità potranno riguardare la tutela del patrimonio culturale, ambientale, la manutenzione del verde pubblico e del patrimonio comunale, l'accompagnamento di anziani e disabili, il supporto alle attività musicali e bibliotecarie, l'accoglienza al pubblico presso gli uffici comunali, le attività connesse alla sicurezza e all'educazione stradale.
C'è anche una mozione, predisposta dal consigliere Oliviero Olivieri del Pd, pronta a sbarcare in consiglio comunale dopodomani che salvo imprevisti sarà ratificata. "In particolare - spiega Olivieri, che di professione fa l'avvocato - sono due i punti contenuti nella mozione. Il primo rispolvera una convenzione che il Comune di Imperia aveva sottoscritto nel 2002 con il Tribunale che è scaduta cinque anni dopo e mai rinnovata. Secondo la convenzione, i cittadini autori di reati lievi, come la guida in stato di ebbrezza, possono richiedere di rivolgersi al Comune e eseguire dei lavori di pubblica utilità per ottenere una sentenza di estinzione del reato. Ma era limitata ad un numero decisamente esiguo di persone: comprendeva una ventina di posti disponibili ed era stata interpretata dagli uffici in modo molto restrittivo. Chi veniva destinato a lavori di pubblica utilità, infatti, veniva mandato a fare lavori di fatica, generalmente veniva destinato ai servizi cimiteriali. Ora, invece, chiediamo di poter utilizzare i soggetti anche in altri settori come ad esempio i servizi sociali. Il controllo - precisa il consigliere - sarà comunque fatto dal giudice che dovrà stabilire se la persona sia o meno adatta a svolgere lavori di pubblica utilità".
C'è poi l'altro capitolo della mozione, ovvero il lavoro che potrà essere svolto dai detenuti del carcere di Imperia. Chi ha subito condanne per reati minori può svolgere lavori socialmente utili. Si tratta di un progetto che prevede percorsi di formazione lavoro rivolti a detenuti ed ex detenuti che riguarda in particolare servizi a tutela della manutenzione del territorio con particolare attenzione alle problematiche ambientali.
Obiettivo non meno importante è quello di valorizzare l'occupazione lavorativa al fine dell'integrazione sociale di ciascun detenuto. "In questo senso - sottolinea Oliviero Olivieri - l'amministrazione comunale può svolgere un ruolo importante di coordinamento". Una convenzione quindi che di fatto sostiene progetti finalizzati al recupero e alla risocializzazione delle persone, che danno la possibilità a chi ha sbagliato di pagare il proprio debito e che allo stesso tempo possono avere un effetto deflattivo sul numero dei procedimenti e quindi contribuire a rendere più efficace l'intero sistema della giustizia.
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