recensione di Alessandra Cecchi e Daniele Orlandi
www.carmillaonline.com, 5 gennaio 2015
"Se vi dovesse succedere di finire in carcere, guardate cosa c'è nelle celle. Sappiate che per ogni cosa che vedete, il fornelletto, il libro, la penna, è stato pagato un prezzo". Nel prezzo, le vite di Gerhard Coser, Marcello Mereu, Enrico Delli Carri, bruciati vivi a vent'anni in una cella, durante una protesta del luglio 1970 a San Vittore.
Chi li ricorda è Sante Notarnicola, durante una delle numerose presentazioni del suo "L'anima e il muro", edito l'anno scorso dalla Odradek. L'anima e il muro è una raccolta di poesie scritte prevalentemente in prigionia dal 1955 al 2012, impreziosita dai disegni di Marco Perroni. La lunga introduzione e le note di Daniele Orlandi la rendono però anche un libro di storia. È la storia dei "Dannati della terra", di quell'intensa stagione di lotte che riuscì, in pochi anni, a rivoluzionare il carcere, qualche volta a distruggerlo.
Una storia di segrete medioevali, come quella di Volterra, costruita dai Medici nel 1334, o Castel San Giacomo di Favignana, ex colonia penale borbonica, la cui prima pietra posero i Normanni nel 1074 (entrambe, peraltro, ancora pienamente in funzione). Celle dalle finestre murate, tombe per i vivi, al cui interno il fatto di esistere era già di per se un reato perseguibile. Inferni strutturati per piegare, annichilire, così descritti in una lettera del 1970: "mancanza di servizi igienici, topi che salgono dalle fogne e passeggiano per le celle, scarafaggi, cimici che disegnano coreografie sulle pareti e sulle lenzuola, mancanza di spazio vitale, ossigeno insufficiente d'estate, freddo e umidità d'inverno, celle che sembrano bare per cadaveri viventi, degradazione fisica e psichica, trattamento terroristico, pestaggi, letti di contenzione, insufficienza sanitaria, privilegi, discriminazioni di ogni tipo, assenteismo e noncuranza per migliaia di uomini che raggiungono il completo sfacelo della propria personalità".
Clandestina era la carta e il mozzicone di matita, così come l'aiuto al compagno analfabeta, perché insegnargli a leggere e a scrivere poteva costarti le celle di rigore. In queste carceri siffatte, alla fine degli anni 60, le mille insubordinazioni individuali - tragiche, sempre sconfitte - cominciarono ad unirsi in un'unica grande, ribellione collettiva. Una trasformazione, che per quanto lui si schermisca, avvenne anche grazie all'autore di questo libro. Notarnicola portò fra quelle mura, prima di altri, la sua esperienza di organizzatore politico e combattente sociale, quella capacità cresciuta al suono dei racconti partigiani, e maturata poi nel lavoro di base nei quartieri operai di Torino, negli anni durissimi di Scelba e di Valletta.
Non fu da solo: "Io ebbi la fortuna di essere arrestato nel momento giusto, di trovare i ragazzi giusti". Nel '67, l'anno in cui venne preso, la composizione sociale del carcere non differiva in maniera sostanziale da quella della fabbrica. L'umanità su cui lavorare era la stessa, e proveniva da contesti familiari e sociali non estranei all'organizzazione collettiva del conflitto.
Bisognava smuoverla, trovare le parole adatte per farla riconoscere in una comunità solidale, tanto più unita quanto più era assoluto l'arbitrio e la violenza a cui veniva sottoposta. Notarnicola queste parole seppe trovarle. E furono le prime fermate all'aria, i mattoni divelti da sbattere, in centinaia, sulle sbarre, contro il regolamento penitenziario di epoca fascista. Nei processi, trasformati in occasioni di pubblica denuncia, era il sistema penitenziario a salire sul banco degli imputati.
Fuori da quelle mura nel frattempo tutto veniva messo in discussione: la fabbrica, la scuola, l'intera società. Le prigioni non potevano rimanerne immuni. Presto in quelle celle arrivarono gli anarchici, vittime dell'infame montatura che seguì la strage di Piazza Fontana, e cominciarono ad entrare in massa anche i ragazzi del movimento studentesco, per gli arresti che seguivano, puntuali, ogni manifestazione.
Vennero accolti dalla solidarietà galeotta, sempre pronta a medicargli le ferite, a fargli coraggio. E loro ricambiarono, all'uscita, portando il carcere fuori dai cancelli, sui loro giornali, negli slogan dei cortei, nelle priorità delle organizzazioni di appartenenza. Ruppero l'isolamento, e questo fu di vitale importanza, perché le rivolte dentro quelle mura non fossero soffocate nel silenzio.
A pieno titolo esse divennero parte integrante di un movimento generale. Con una variante: là dentro lo scontro non aveva vie di fuga, il prezzo da pagare era molto più alto. Costava sangue conquistare il tetto, arrivare in alto, dove da fuori potevano vederti. Lunga la strada dal cortile alle celle, dove i reparti speciali ti ricacciavano colpendoti senza pietà. E poi i trasferimenti continui, improvvisi, i pestaggi, nudi, nel cortile di Volterra, e mesi di isolamento, le celle distrutte dalle perquisizioni, lettere e foto strappate. Nuovi anni di galera da scontare.
Eppure non riuscirono a fermarli. Con le rivolte vennero anche i primi risultati: prima la penna, poi i libri, i giornali non più ridotti in coriandoli dai tagli della censura, il fornello, la stampa politica, ma soprattutto sempre maggiori spazi di libertà ... fino a quella vera: nel 1974 evasero 221 detenuti dalle carceri italiane, nel 75 furono 300, nel 76, 443.
Nel 1975 la Riforma penitenziaria sostituì definitivamente il regolamento del '31, passando (nella teoria) da una concezione unicamente punitiva ad un'altra imperniata sulla rieducazione e reinserimento sociale del detenuto. Poteva sembrare una vittoria, ma durò poco. Due anni dopo venne affidata a Dalla Chiesa una ricognizione delle peggiori carceri italiane, da riservare principalmente alla detenzione politica. Con decreto interministeriale, si istituirono le carceri speciali.
"L'anima e il muro" ripercorre questa storia, ma anche gli aspetti più intimi del vissuto in prigionia. Canta Notarnicola, l'amore ai tempi delle sbarre: la separazione, l'attesa, l'assenza riempita di sogni. Canta frammenti di vita, frammenti di cielo sottratti a una grata di ferro, frammenti di luce nel sorriso di lei, dietro un vetro divisorio. Canta le umiliazioni inflitte ai familiari, l'orizzonte negato, il sottile sadismo e le risa sguaiate dei guardiani.
Canta del pianto di Antonio Salerno, il più piccolo prigioniero di Badu e Carros, rinchiuso assieme a sua madre. Antonio che fu accudito dalla comunità delinquente, il giorno che tacquero i televisori, e i litigi e le urla della galera, perché il bambino stava male e nessuno mandava un soccorso. E si fece silenzio, spaventoso silenzio, fino a quando un dottore dovette arrivare di corsa per evitare che il carcere esplodesse di odio. Canta degli antifascisti, passati un tempo in quelle stesse celle, dei compagni perduti lungo la strada. Delle ferite più profonde, quelle che non guariscono.
recensione di Corrado Stajano
Corriere della Sera, 5 gennaio 2015
Il terrorismo? Sembra lontana secoli quella stagione di sangue. Non se ne parla o quasi. Anche se i problemi che furono discussi non superficialmente in quegli anni - la giustizia, le carceri, la funzione della pena, il rispetto della Costituzione e delle leggi, la dignità del cittadino - seguitano a essere di quotidiana attualità.
Vengono invece dimenticati, sottovalutati, cancellati, lasciati ai margini del modesto dibattito politico di oggi. Monica Galfré, che insegna Storia dell'Italia repubblicana all'Università di Firenze, ha ripercorso, in controtendenza culturale, il tragico cammino di quegli anni: il suo saggio, pubblicato da Laterza, "La guerra è finita. L'Italia e l'uscita dal terrorismo 1980-1987" rappresenta un contributo importante, anche per il nostro presente, naturalmente. La studiosa dimostra che quella storia di violenza e di morte non è separata, come si vuol far credere, dalla storia della Repubblica alla quale è invece profondamente intrecciata.
Nella sua ricerca si serve di nuove fonti, gli archivi privati, non usa le testimonianze orali, registra con estrema attenzione le cronache e i commenti dei quotidiani, trascura purtroppo la tv. Pare che il saggio abbia due "anime" che si compongono. Nella prima, Monica Galfré affronta (volutamente senza completezza) certi fatti del terrorismo di sinistra e della manchevole risposta giudiziaria, istituzionale, politica, soprattutto agli inizi, degli apparati repressivi. I magistrati erano dotati di poveri strumenti.
Il Pci si muoveva tra l'incapacità e il rifiuto di capire che le Br nascevano a sinistra. L'album di famiglia. Il libro non parla delle ambiguità e delle complicità dei servizi segreti e neppure delle non ancora chiarite infiltrazioni e presenze internazionali. Anche la funzione della P2 è lasciata da parte. (Fu importante anche perché l'affiliazione alla Loggia segreta di un gran numero di generali a capo dei servizi, di ministri, di politici e di giornalisti di rango avvenne agli inizi del 1977, l'anno dopo il grande successo elettorale del Pci, anche se la Democrazia cristiana, nonostante gli scandali e il degrado, aveva tenuto.
Per i 55 giorni del sequestro Moro, il ministro degli Interni Cossiga ebbe intorno a sé come consiglieri gli uomini della P2). Il saggio di Monica Galfré documenta come la lotta dello Stato contro il terrorismo non abbia rispettato, come vien detto, le garanzie costituzionali. Ne fanno prova, tra i non pochi esempi, il caso del sanguinoso blitz di via Fracchia a Genova, nel 1980, dove furono uccisi senza ragione quattro terroristi; il caso di Marco, il figlio terrorista del vicesegretario della Dc, più volte ministro, Carlo Donat Cattin di cui i carabinieri sapevano e tacquero; il caso della tortura inflitta ai brigatisti sequestratori del generale Dozier, comandante della Nato nel Sud Europa. (Ancora oggi la Repubblica democratica attende una legge contro la tortura). Fu un'atroce guerra.
Duecento i morti, migliaia i feriti e innumerevoli gli attentati del terrorismo di sinistra, "che danno l'idea di un caso imparagonabile al resto d'Europa", scrive Monica Galfré. Se si pensa poi alle stragi, prerogativa dell'estremismo di destra, e alle altre innumerevoli vittime dei gruppi neofascisti, si ha la percezione del clima cupo che in quegli anni gravò sulla comunità. Gli episodi furono barbari, non soltanto gli assassinii degli uomini illustri come Aldo Moro e di tanti onesti servitori dello Stato. Il giornale radio delle 8 dava ogni mattina notizia di una nuova esecuzione, dirigenti industriali, capireparto, guardie carcerarie, agenti di polizia, carabinieri, brigatisti pentiti, giornalisti.
Viene ripetuto ancora oggi che il terrorismo ebbe il merito di sollecitare un rinnovamento politico e sociale. Come mai, si può replicare, le vittime sono state spesso uomini di sentire democratico, Emilio Alessandrini, Guido Galli, Walter Tobagi, tra gli altri? Dopo la strage di piazza Fontana ci fu nella società italiana un risveglio che si manifestò nella volontà riformatrice alle elezioni del 1975 e del 1976.
I terroristi, con la loro violenza cieca, seppero invece far regredire quel desiderio di mutare rotta, di dir no alla corruzione e al cattivo governo. L'assassinio del fratello del pentito Patrizio Peci, nel 1981, che rammenta i metodi nazisti, fece capire come i terroristi non potessero avere un consenso di massa. La seconda "anima" del saggio ricostruisce con minuzia e inediti particolari i processi legislativi, essenziali forse più dei pentiti, a sconfiggere il terrorismo.
Il percorso fu arduo, alla ricerca di una soluzione politica o semplicemente umana: dalla prima legge sui pentiti, del 1980, a quella, del 1982, che mettevano a rischio l'essenza stessa dello Stato di diritto. Come si poteva chiedere "sincerità" e "spontaneità del ravvedimento"? Soltanto la legge sulla dissociazione, approvata nel 1987, riuscì a porre fine al terrorismo. Andò in porto dopo un vero travaglio, una cruda lotta tra gli uomini di buona volontà, senza interessi di parte, e coloro che legavano la decisione ai meschini interessi di partito, tra i socialisti di Craxi all'avventura, i comunisti sulla difensiva, i democristiani sempre con gli occhi puntati ai doppi e tripli forni del potere, i cattolici democratici e gli intellettuali laici che ebbero, invece, con i radicali, una funzione propositiva.
"Cercare di capire le ragioni degli uni e degli altri, reali o presunte che fossero - conclude Monica Galfré il suo libro utile e coraggioso - mi è parsa l'unica strada percorribile per restituire, in tutta la sua complessità, il quadro determinante dalla sconfitta del terrorismo e dalla difficile uscita dall'emergenza: e, attraverso questo capire cosa esso abbia significato per la storia e la coscienza del Paese. (...) Una storia di cui è ancora difficile parlare".
Adnkronos, 5 gennaio 2015
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha assicurato oggi che intende contrastare qualunque sforzo da parte palestinese volto a trascinare "soldati ed ufficiali delle forze di Difesa israeliane davanti alla Corte penale all'Aja". In apertura della riunione settimanale del governo a Gerusalemme, il capo del governo israeliano ha accusato l'Autorità palestinese di aver scelto "la via del confronto con lo stato di Israele" ed ha assicurato che non intende stare con le braccia conserte".
"Chi dovrà rispondere davanti ad una corte internazionale sono i capi dell'Autorità palestinese, che hanno stretto un'alleanza con i criminali di guerra di Hamas", ha affermato il premier citato dal Jerusalem Post. "I soldati delle forze di difesa continueranno a difendere lo Stato di Israele con determinazione e forza", ha avvertito. "E come loro difendono noi, noi li proteggeremo con la stessa determinazione e la stessa forza". Ieri, a seguito della richiesta di adesione alla Corte presentata dai palestinesi, Israele aveva risposto annunciando il congelamento dei trasferimenti di oltre cento milioni di Euro di tasse raccolte per conto dell'Anp.
Ansa, 5 gennaio 2015
L'uomo era latitante dal 7 gennaio 2014. È stato arrestato dagli uomini della Squadra Antiterrorismo della polizia greca. Xiros stava scontando una condanna pari a sei ergastoli e ulteriori 25 anni di prigione nel penitenziario di Korydallos, alla periferia di Atene, per appartenenza all'organizzazione terroristica "17 Novembre" e complicità in 6 omicidi, attentati dinamitardi e rapine.
Terrorista arrestato preparava grande attacco
Il terrorista greco Christodoulos Xiros, arrestato dalla Squadra Antiterrorismo della polizia greca tre giorni fa, stava preparando un grande attacco contro le carceri di Korydallos, per far evadere i detenuti dell'organizzazione terroristica "Cospirazione dei Nuclei di Fuoco".
Lo ha detto il ministro per la Protezione del Cittadino, Vassilis Kikilias in una conferenza stampa dopo l'arresto del ricercato numero uno in Grecia. Nella casa dove si nascondeva Xiros ad Anavissos, una località a 50 chilometri dalla Capitale, la polizia ha trovato un vero e proprio arsenale, tra cui nove fucili d'assalto K-47 Kalashnikov, tre granate a propulsione a razzo (Rpg), due bombe a mano, tre pistole, molte pallottole, e un barile con cento chilogrammi di materiale esplosivo, pronto per essere usato nell'attentato contro il penitenziario, programmato secondo il ministro per questi giorni, in piena campagna elettorale.
Xiros stava scontando una condanna a sei ergastoli e ulteriori 25 anni di prigione nel penitenziario di Korydallos, alla periferia di Atene, per appartenenza all'organizzazione terroristica rossa "17 Novembre" e complicità in sei omicidi, attentati dinamitardi e rapine. Dopo aver ottenuto una licenza di nove giorni il primo gennaio del 2014 non si era più ripresentato. Oggi Xiros, sarà interrogato dal giudice istruttore, mentre la polizia greca sta dando la caccia a suoi eventuali complici.
Nova, 5 gennaio 2015
Il giornalista siriano Abdel Lui Abdel Jawad, che ha trascorso sei mesi nelle carceri dello Stato islamico, ha accusato i membri marocchini del gruppo terrorista di essere "quelli specializzati nelle torture ai carcerati". Il giornalista è stato scarcerato di recente nell'ambito di uno scambio di prigionieri tra l'Esercito siriano libero e lo Stato islamico. In un suo articolo ha rivelato che "i marocchini del gruppo erano i miei carcerieri ed erano le guardie del carcere insieme ad altri stranieri. Questo compito veniva affidato in particolare ai combattenti provenienti da Marocco e Francia".
Nova, 5 gennaio 2015
Le milizie jihadiste dello Stato islamico hanno iniziato a svuotare le carceri nella città di Kirkuk trasferendo i detenuti a Mosul. Il provvedimento segue l'avanzata dei peshmerga, che negli ultimi giorni sono riusciti a riprendere sotto il loro controllo il 70 per cento del territorio espugnato dagli uomini del Califfato nero nel giugno scorso. Lo ha annunciato ieri la polizia di Kirkuk. In una dichiarazione al sito web del Partito democratico curdo (Pdk), il generale di polizia Sarhad Qader, ha detto che "i terroristi dell'Isis hanno iniziato a trasferire i detenuti dal carcere di al Hueijah (55 chilometri a sud ovest di Kirkuk) alle loro prigioni a Mosul nel timore di un attacco da parte dei peshmerga".
di Cristiano Gori
Il Sole 24 Ore, 4 gennaio 2015
Renzi vorrà essere il primo premier nella storia italiana a dare rappresentanza alle richieste di sostegni per fronteggiare il disagio, ben radicate nella nostra società ma regolarmente dimenticate nel momento di compiere delle scelte politiche.
Adnkronos, 4 gennaio 2015
"La delega al Governo per la riforma dell'ordinamento penitenziario contiene un principio importante, che è doveroso sottolineare: le carceri non devono essere considerate come dei luoghi punitivi tout court, dove i detenuti sono abbandonati al loro destino".
di Silvia Barocci e Andrea Bassi
Il Messaggero, 4 gennaio 2015
Nel decreto sulla certezza del diritto approvato dal governo spunta una norma che prevede la non punibilità penale per chi evade tasse inferiori al 3% del reddito. E scoppia il caso. Secondo alcune interpretazioni, questa franchigia potrebbe essere applicata anche alla sentenza Mediaset che ha portato alla condanna dell'ex premier Silvio Berlusconi, annullandola.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 4 gennaio 2015
I giudici non hanno creduto alle lacrime di Veronica, non si sono lasciati condizionare dal suo malore davanti alle foto del viso cianotico di Loris, quel figlio che la accusano di aver strangolato né dalla sua appassionata professione di innocenza.
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