di Valeria Valente*
Il Dubbio, 22 febbraio 2025
In un tempo di crescenti paure, di maggiori precarietà e incertezze sul futuro, il bisogno di sentirsi più sicuri, a proprio agio nella propria casa e nella propria città coinvolge tutti e tutte e per questo interroga la politica. E, come sempre avviene quando parliamo di tutele e diritti, anche l’insicurezza riguarda tutti ma non allo stesso modo: chi è più solo, più vulnerabile, ha meno risorse e opportunità rischia di pagare un prezzo più alto. Lo sappiamo bene come donne, abituate ad essere spesso le più colpite di fronte ai grandi cambiamenti, sul piano sociale, politico ed economico. Proprio per questo la questione non può che riguardare le forze democratiche e progressiste e in particolare il Pd, che per sua stessa vocazione è chiamato a stare accanto a chi è più esposto e più svantaggiato.
di Angelo Stirone
Il Domani, 22 febbraio 2025
È chiaro che la giustizia penale internazionale non ha sempre saputo rispondere adeguatamente, tuttavia è un’istituzione che ha saputo effettuare scelte coraggiose anche se impopolari, come quella di incriminare capi di stato di Paesi potenti. In questo senso, la Corte ha saputo rappresentare quell’ideale di giustizia universale. Le atrocità dei crimini contro l’umanità che si dipanano in diverse parti del mondo non sconvolgono più, non solo perché percepite come lontane, ma ancor di più perché diventano quotidiane, accettata normalità, e perciò non smuovono la coscienza dei più. Deve essere questo il motivo per cui una sempre maggiore parte di mondo ha perduto di vista quella scintilla che, di fronte alle mostruosità della Seconda guerra mondiale, aveva spinto l’umanità ad unirsi nel grido del “never again”, da cui sono emerse le ragioni del multilateralismo e le regole del diritto internazionale poste a presidio dell’umanità contro crimini così indicibili. Da tali ceneri nascevano i Tribunali ad hoc per la ex-Jugoslavia e per il Ruanda e, più tardi, la Corte penale internazionale.
di Valerio Fioravanti
L’Unità, 22 febbraio 2025
In ambito protestante, quelli che noi chiamiamo sacerdoti, o preti, si chiamano “pastori”. Nelle intenzioni di Lutero questo voleva rimarcare, in polemica con il cattolicesimo, che la chiesa è una emanazione degli uomini, non di Dio. Non esistono persone che hanno ricevuto una particolare chiamata “sacra”, da Dio in persona, ma sono, più terrenamente, persone esperte della lettura delle Scritture, e che in nome di questa cultura sono in possesso dei rudimenti per essere “buoni pastori dei loro greggi”.
di Giusy Baioni
Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2025
Quattro anni e nessuna verità per lui, Iacovacci e Milambo. E la seconda inchiesta rischia l’archiviazione. Ma il nuovo legale della famiglia del carabiniere, l’avvocato Lorenzo Magnarelli, ha depositato due memorie tecniche e la relazione di un giuslavorista. Sono trascorsi quattro anni dal 22 febbraio 2021. La Russia ancora non era stata esclusa dal consesso delle nazioni, alla Casa Bianca si era insediato Biden da un mese, in Italia l’ennesima crisi di governo si era appena risolta con l’incarico a Mario Draghi e in Repubblica Democratica del Congo il presidente Félix Tshisekedi aveva appena assunto la presidenza di turno dell’Unione Africana, ma fronteggiava una crisi interna che rischiava di mandare all’aria la sua maggioranza di governo. All’est del Paese, i venti di guerra mai sopiti parevano però in un periodo di bonaccia e il movimento M23 era solo un ricordo del recente passato. Nessuno si aspettava che di lì a pochi mesi sarebbe risorto dalle sue ceneri.
di Enrica Muraglie
Il Manifesto, 22 febbraio 2025
Intervista a Narges Mohammadi, la premio Nobel per la pace iraniana, in occasione del suo intervento alla Commissione permanente per i diritti umani del Parlamento italiano. In Iran sono “giorni difficili e turbolenti, di proteste. Studenti universitari, donne, insegnanti, lavoratori, pensionati e vari settori della popolazione civile scendono in piazza ogni giorno per manifestare contro la Repubblica islamica”. Una fotografia di Mahsa Amini al suo fianco, il 19 dicembre la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi racconta alla Commissione permanente per i diritti umani del Parlamento italiano come vivono le iraniane e gli iraniani sotto il regime di Masoud Pezeshkian: “Povertà, disoccupazione, inflazione e la crisi ecologica hanno alimentato la rabbia della gente. Le risposte dall’altra parte sono violenza in strada, incarcerazioni e processi farsa”. Gli stessi che hanno reso possibili gli innumerevoli arresti della giornalista, scrittrice e attivista per i diritti delle donne che ha già scontato dieci anni di detenzione, 135 i giorni in isolamento. E non è tutto: fuori dal carcere di Evin dallo scorso settembre per sottoporsi a cure mediche urgenti dopo lunghi dinieghi, a Mohammadi spettano ancora 11 anni di detenzione. Al manifesto racconta una delle accuse esplicitamente dichiarata nella sentenza: “Essere una femminista”. Nel corso dell’audizione, Laura Boldrini ha ribadito l’impegno italiano per l’introduzione del reato di segregazione di genere nella Convenzione sui crimini contro l’umanità in discussione all’Onu, e accolto la richiesta di Mohammadi di anteporre il rispetto per i diritti umani a qualsiasi accordo diplomatico e commerciale con l’Iran.
di Roberto Galullo
Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2025
Si tratta di professori scienze sociali, sociologia diritto e della devianza che invocano un provvedimento di clemenza, amnistia o indulto. Una lettera aperta di studiose/i e docenti di scienze sociali, sociologia del diritto e sociologia della devianza per porre l’attenzione sulla grave situazione carceraria. È stata diffusa ieri, per invocare un provvedimento di clemenza, amnistia o indulto, che riconduca le carceri italiane almeno alla capienza prevista. Nella lettera viene ricordato come il 30 dicembre 2024 Papa Francesco abbia aperto la porta Santa del Giubileo nel carcere romano di Rebibbia in segno di speranza, mentre la Conferenza episcopale italiana e autorevoli giuristi - tra cui l’Associazione italiana dei professori di diritto penale e del processo penale - invocano un atto di clemenza: “Sono segnali - si legge - che denunciano la gravità della situazione. ‘Non respirano le persone detenute’ afferma Antigone, ormai oltre 62.000 per 47.000 posti disponibili, con un tasso complessivo di sovraffollamento del 130%, che in alcune carceri supera o sfiora il 200%; mai numeri così alti dal 2013, anno della condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti”.
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 21 febbraio 2025
Manifestazione nazionale il 3 marzo. A gennaio 15mila detenuti oltre i posti disponibili. Sovraffollamento, carenza di strutture e risorse adeguate, burocrazia. Sono i tre lacci che soffocano da anni il sistema penitenziario italiano, giunto ormai allo stremo. L’allarme arriva ancora dai Garanti territoriali delle persone private della libertà personale che in un documento congiunto parlano di “silenzio assordante della politica e della società civile” e hanno indetto per il 3 marzo prossimo una giornata di protesta nazionale. I Garanti chiedono al governo “l’approvazione urgente di misure deflattive del sovraffollamento per chi deve scontare meno di un anno di carcere, l’accesso alle misure alternative per quei 19mila detenuti che stanno scontando una pena o residuo di pena inferiore ai tre anni.
di Gianpaolo Catanzariti*
Il Dubbio, 21 febbraio 2025
Mentre leggiamo l’accusa rivoltaci dal Procuratore Ardita di esserci avventurati, attraverso un “ contorsionismo concettuale”, in un “ difficoltoso tentativo di difendere il regime delle celle aperte”, tralasciando, da parte nostra, la dovuta considerazione al moltiplicarsi di “tutte le espressioni di disagio e di sofferenza della popolazione detenuta”, a distanza di poche ore dal suicidio di un cittadino egiziano avvenuto nel carcere di Pescara e che ha provocato un moto di indignazione e protesta tra i suoi compagni di detenzione, giunge la ferale notizia dell’ennesimo detenuto che ha deciso di togliersi la vita nel silenzio di una cella. Il dramma delle morti in carcere, stavolta, si è consumato a Frosinone. Era un 52enne, come tanti suicidi, a pochi passi dalla espiazione della pena. E siamo già a 14 dall’inizio dell’anno.
di Federica Delogu e Marica Fantauzzi
L’Espresso, 21 febbraio 2025
A un anno dalla sentenza della Consulta accolto il ricorso di due detenuti a Terni e Parma. Pronta un’ondata di richieste da Rebibbia. Le resistenze del Dap: la mancanza di strutture addotta come alibi per non dare corso al riconoscimento. Ma ora i magistrati di sorveglianza cambiano passo e le carceri dovranno adeguarsi. Era la fine di gennaio 2024 quando la Corte Costituzionale ha riconosciuto il diritto all’intimità e alla sessualità delle persone detenute. Con una sentenza storica, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 18 della legge sull’ordinamento penitenziario, nella parte in cui prevedeva il controllo visivo della polizia penitenziaria durante i colloqui familiari. Che cosa è successo nelle carceri da allora? Poco o nulla dopo un anno.
di Davide Varì
Il Dubbio, 21 febbraio 2025
L’Organismo Congressuale Forense esprime “profonda preoccupazione per il mancato adeguamento delle strutture penitenziarie italiane alla storica sentenza della Corte costituzionale numero 10/ 2024 sul diritto all’affettività dei detenuti, nonostante sia trascorso oltre un anno dalla sua pubblicazione”. Lo si legge in una nota diffusa ieri dall’Organismo congressuale forense, in cui si ricorda come la Cassazione, a propria volta, abbia “ribadito che il diritto all’affettività e alla coltivazione dei rapporti familiari costituisce un diritto fondamentale, non una mera aspettativa, e come tale deve essere tutelato in via giurisdizionale”. L’Ocf ha segnalato come “ad oggi, in nessun istituto penitenziario italiano sia stata data concreta attuazione al diritto riconosciuto dalla Consulta”.
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