di Marco Grimaldi*
Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2026
Arrivano le “zone rosse” permanenti e il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per chi è condannato anche in via non definitiva. Si ampliano così i poteri repressivi dello Stato. In Italia sta prendendo forma un disegno preciso: trasformare il dissenso in un problema di ordine pubblico. Lo vediamo nelle multe e negli avvisi di garanzia contro chi ha riempito le piazze denunciando il genocidio a Gaza e l’economia di guerra. In questi giorni, da Torino a Bergamo, da Massa a Treviso centinaia di studenti, cittadini, sindacalisti, attivisti stanno ricevendo multe salate (da 300 fino a 5000 euro) e avvisi di garanzia per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in difesa dei diritti del popolo palestinese, soprattutto in occasione degli scioperi generali per la Global Sumud Flotilla del 22 settembre e del 3 ottobre 2025.
di Giulia Merlo
Il Domani, 16 gennaio 2026
Il Tar Lazio deve esaminare la domanda cautelare sospensiva presentata dai promotori contro la fissazione della data del voto il 22 e 23 marzo. Secondo loro, la data non tiene conto del tempo necessario alla Cassazione per esaminare il quesito. Le 500mila firme contro la riforma della magistratura sono state raggiunte con due settimane d’anticipo. Così il comitato dei Quindici oggi può festeggiare il traguardo e la raccolta rimarrà aperta ancora fino alla scadenza del termine, così da amplificare ancora di più il sostegno. L’effetto non è secondario: i promotori della raccolta, infatti, sono gli stessi che hanno depositato il ricorso al Tar Lazio con sospensiva contro la fissazione del referendum il 22-23 marzo da parte del consiglio dei ministri e poi con il decreto del Quirinale.
di Federico Gonzato
pagellapolitica.it, 16 gennaio 2026
I promotori della richiesta popolare, che ha raggiunto le 500 mila firme, hanno avviato un contenzioso contro il governo per la decisione di fissare il voto il 22 e 23 marzo. Nella tarda mattinata di giovedì 15 gennaio la raccolta firme popolare per chiedere l’indizione di un referendum sulla riforma costituzionale della giustizia ha superato le 500 mila firme. La raccolta, avviata il 22 dicembre da un comitato di 15 cittadini e giuristi, ha raggiunto la soglia richiesta dalla Costituzione per essere valida. Come previsto dalla legge, il comitato promotore potrà ora depositare la richiesta di referendum alla Corte di cassazione, che avrà 30 giorni di tempo per esaminarla e, a seguire, entro cinque giorni dovrà notificare la decisione ai proponenti del referendum.
di Renato Balduzzi
Avvenire, 16 gennaio 2026
Dovremmo riuscire a passare dalla Babele attuale, caratterizzata da confusione di lingue e approcci, a un’agorà, una piazza comunicativa dove ci si rispetti e si discuta sul nucleo delle questioni. Mentre la raccolta delle firme appoggiate dai Comitati per il No al referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma Nordio supera agevolmente, in poche settimane, la soglia delle 500.000 (attestando una volontà di partecipazione popolare che dovrebbe essere bene accolta un po’ da tutti, quale che sia l’orientamento nel merito), la discussione pubblica continua a essere assai accesa e sarebbe il momento adatto per aiutare l’intero corpo elettorale a farsi un’idea precisa della tematica in discussione, così da orientarsi in vista del voto del 22-23 marzo. Quanti elettori sanno distinguere tra magistrati giudicanti e requirenti, conoscono ruolo, funzioni e composizione del Consiglio superiore della magistratura, hanno chiaro il significato e i limiti del cosiddetto autogoverno della magistratura o sono consapevoli del senso e della delicatezza della responsabilità disciplinare del magistrato e della sua differenziazione da quella penale o civile? Bastano queste poche domande per comprendere la formidabile occasione che la discussione referendaria rappresenta, in un Paese dove alla qualità unanimemente apprezzata della Costituzione non si è mai accompagnata una corrispondente e capillare educazione costituzionale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 gennaio 2026
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, l’uomo di 40 anni deceduto a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 dopo essere stato immobilizzato dai carabinieri in posizione prona per circa venti minuti. La sentenza individua due violazioni dell’articolo 2 della Convenzione europea: una relativa all’uso della forza da parte degli agenti (diritto alla vita), l’altra alle carenze nell’indagine e nell’addestramento delle forze dell’ordine. I giudici di Strasburgo non mettono in discussione le decisioni dei tribunali italiani, che nel 2018 avevano assolto definitivamente i quattro carabinieri coinvolti. Ma certificano che lo Stato italiano non ha fatto abbastanza per proteggere la vita di Magherini, né prima né dopo quella tragica notte fiorentina.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 16 gennaio 2026
Intervista all’avvocato, storico difensore dei familiari di Riccardo “Lo “scudo penale” che si tenta di inserire nel nuovo ddl Sicurezza non tutela affatto le forze di polizia. Anzi, toglie loro il diritto alla difesa. E rischia di anticipare la condanna”. Non solo Riccardo Magherini: Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman, Vincenzo Sapia, Luca Ventre, Giuseppe Uva, Michele Ferulli, Dino Budroni, Aldo Bianzino, Davide Bifolco e molti altri. Ne ha seguiti, di casi, l’avvocato Fabio Anselmo, dovrebbe ormai averci “fatto il callo”. Eppure questa volta, davanti alla sentenza della Corte europea dei diritti umani che condanna l’Italia sul caso Magherini, dice: “Sono commosso, è una sentenza storica che restituisce un’idea di mondo diverso da quello che stiamo vivendo”.
di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 16 gennaio 2026
La Corte di Strasburgo dovrebbe esprimersi a breve sulla vicenda di Vincenzo Sapia, morto in seguito a un controllo di polizia. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) ha condannato l’Italia a risarcire i familiari di Riccardo Magherini, che nel 2014 morì dopo essere stato immobilizzato da alcuni carabinieri. Ma il caso potrebbe non rimanere isolato. È infatti al vaglio della Cedu anche la vicenda di Vincenzo Sapia. Sapia era affetto da disturbi schizo-affettivi, soffriva di allucinazioni, manie di persecuzione e deliri. Il 24 maggio del 2014 stava cercando di forzare una porta nel centro di Mirto Crosia, sulla costa ionica cosentina, convinto che all’interno si trovasse il suo cane con cui andava sempre a spasso.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 16 gennaio 2026
Il Tribunale del riesame può integrare la motivazione espressa nella convalida del Pm, ma se essa manca la misura ablativa è illegittima e il giudice non ha il potere di integrazione. Sì al sequestro probatorio operato dalla polizia giudiziaria del cellulare, in possesso della persona fermata per spaccio di sostanze stupefacenti, se il Pm convalida la misura ablativa indicandone la finalità di individuare la rete dei fornitori e le persone cui sia stata ceduta la droga. La Corte di cassazione con la sentenza n. 1648/2026 ha ritenuto infondato il ricorso della difesa che contestava la legittimità del sequestro in quanto ritenuta indeterminata e priva dell’indicazione delle finalità che il ricorrente sosteneva essere stata illegittimamente integrata nella parte motiva dal Tribunale del riesame.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 gennaio 2026
Applicato il decreto 110/2023 che declina i limiti massimi degli atti giudiziari. Spese di giudizio aumentate sino al limite massimo previsto dai parametri. Spese aumentate per la violazione dei limiti di lunghezza del ricorso. Per la prima volta la Cassazione applica il decreto ministeriale 110 del 2023 e “sanziona”, con il valore massimo dello scaglio di riferimento, la parte che ha presentato un ricorso di 120 pagine e 200.000 caratteri, ben oltre quanto previsto dal decreto che ha dato attuazione al nuovo, perché modificato dalla riforma Cartabia, articolo 121 del Codice di procedura civile secondo il quale “tutti gli atti del processo sono redatti in modo chiaro e sintetico”.
di Giuseppe Di Bisceglie
Corriere del Mezzogiorno, 16 gennaio 2026
Il 65enne di Gravina arrestato nell’ottobre 2024 dopo aver ucciso la moglie, non si suicidò nel carcere di Bari ma venne strangolato nella sua cella. Non è stato il rimorso a stringere il cappio attorno al collo di Giuseppe Lacarpia, il sessantacinquenne di Gravina di Puglia morto nel carcere di Bari dove era detenuto per aver ammazzato la moglie, Maria Arcangela Turturo, nell’ottobre del 2024. Quella che per quindici mesi è stata archiviata come la resa definitiva di un uomo schiacciato dalla colpa, si è rivelata oggi un’esecuzione brutale, consumata nel silenzio della cella numero 2 bis del penitenziario barese. Un delitto maturato nel degrado, per motivi che gli inquirenti non esitano a definire di una “pochezza umana raccapricciante”.
- Bari. Il Garante regionale dei detenuti: “Con sovraffollamento avvilite iniziative di recupero”
- Bari. Il procuratore Rossi: “Scarsa attenzione al carcere. Il sovraffollamento è un problema serio”
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- Modena. Sovraffollamento, la Garante: “Duecento detenuti in più e aggressioni triplicate”
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