di Oscar Camps
Il Manifesto, 16 gennaio 2026
Il nuovo anno, purtroppo, non porta novità per il soccorso in mare. Ma le bozze di un nuovo pacchetto sicurezza che, in una disposizione, recupera in pieno l’ispirazione del 2019 (governo Conte-Salvini): trasformare il soccorso in mare in una minaccia all’ordine pubblico. L’Italia cioè non interviene per contrastare un reato, ma per colpire un obbligo giuridico internazionale inderogabile: salvare vite umane in mare. Chiamiamo le cose con il loro nome. L’articolo 15 letto nelle bozze del disegno di legge non è una norma di sicurezza, è uno strumento di espulsione morale. Usa il linguaggio del terrorismo e dell’ordine pubblico per nascondere una scomoda realtà: persone che annegano perché l’Europa ha scelto di guardare dall’altra parte. Paragonare il soccorso in mare a una minaccia alla sicurezza nazionale è una vergogna istituzionale.
di Pasquale De Sena
Avvenire, 16 gennaio 2026
Talvolta le norme, invece di combattere l’odio, rischiano di irrigidire i conflitti minando la libertà e la convivenza, favorendo le contrapposizioni. Quello che si volle evitare nel processo contro i nazisti. Hersch Lauterpacht, grande giurista ebreo, contribuì a evitare che nello Statuto del Tribunale di Norimberga venisse inserita la figura del genocidio, pur avendo assistito all’eliminazione di tutti i membri della sua famiglia d’origine, nel corso dell’occupazione nazista di Leopoli, nelle cui vicinanze era nato. Membro dello staff dell’accusa britannica a Norimberga, nel 1946, poi professore di Diritto internazionale a Cambridge e giudice della Corte internazionale di giustizia, Lauterpacht riteneva che, in caso contrario, si sarebbe rischiato di accentuare la contrapposizione tra gruppi, soggiacente alla Shoah, alimentandola, e senza ottenere risultati significativi, sul piano delle responsabilità individuali per i crimini commessi in quel contesto. Com’è noto, una grande convenzione multilaterale venne stipulata, solo due anni dopo, in materia di genocidio.
di Giuseppe Muolo
Avvenire, 16 gennaio 2026
Presto potrebbero diventare operativi i sistemi d’arma autonomi. La Rete Italiana Pace e Disarmo e l’Iriad chiedono un Trattato di messa al bando o regolazione. Di primo acchito possono sembrare fantascienza, ma il rischio che diventino operativi a breve è dietro l’angolo. Più di quanto si potrebbe immaginare. Sono i cosiddetti “Killer Robots”, sistemi d’arma autonomi letali, capaci, anche grazie alla mediazione dell’Intelligenza artificiale, di selezionare e colpire obiettivi senza un controllo umano significativo. Una prospettiva che solleva interrogativi etici, giuridici e umanitari di estrema rilevanza e mette pericolosamente in discussione principi fondamentali del diritto internazionale e della tutela dei diritti umani.
di Riccardo Michelucci
Avvenire, 16 gennaio 2026
Si è concluso a un passo dall’esito irreversibile lo sciopero della fame di un gruppo di attivisti di Palestine Action rinchiusi da mesi nelle carceri britanniche. La decisione del governo di Londra di non assegnare un contratto da 2 miliardi di sterline alla filiale britannica della società israeliana di armamenti Elbit Systems ha portato alla sospensione della protesta, avvenuta quando due dei detenuti in sciopero stavano ormai morendo e il timore per le loro condizioni si era fatto sempre più pressante. La 31enne Heba Muraisi aveva raggiunto il 73° giorno consecutivo senza assumere cibo; Kamran Ahmed, 28 anni, era invece al 67° giorno di digiuno prolungato.
di Samuele Ciambriello*
L’Unità, 15 gennaio 2026
“Non nuove carceri ma carceri nuove”. I dati oggi disponibili restituiscono un quadro allarmante sulle carceri: il progressivo aumento della popolazione detenuta, il ritorno a percentuali di sovraffollamento prossime a quelle che nel 2013 determinarono la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, il numero crescente dei suicidi e il diffuso disagio del personale penitenziario. In questo contesto, la realizzazione di nuovi istituti caratterizzata da tempi lunghi e costi elevati, non può essere considerata una risposta adeguata né sufficiente, poiché rischia di riprodurre modelli detentivi inefficaci e disumanizzanti. Carceri nuove non significa semplicemente carceri più moderne ma istituti ripensati nella loro funzione e nella loro finalità. Significa strutture conformi ai parametri costituzionali e convenzionali, capaci di garantire condizioni di vita dignitose, spazi adeguati, tutela della salute e accesso effettivo ai diritti fondamentali. Significa luoghi orientati al trattamento, al lavoro, alla formazione, nei quali la pena possa realmente tendere alla rieducazione e al reinserimento sociale, come prescritto dall’articolo 27 della Costituzione.
di Davide Ferrario
Corriere della Sera, 15 gennaio 2026
La baby gang di periferia che ruba il giubbotto al coetaneo è la copia patetica del presidente Usa che si prende quello che vuole perché “gli serve”. Le notizie sugli agenti della Penitenziaria feriti al Gleno in seguito a tafferugli con i detenuti mi hanno fatto pensare alle parole della direttrice del carcere, Antonina D’Onofrio, pronunciate durante un incontro pubblico a cui ero stato invitato per via dei miei dieci anni di volontariato, dal 2000 al 2010. Rispetto a quell’epoca, diceva D’Onofrio, è cambiato tutto. Oggi in galera non finiscono malviventi “strutturati”, ma principalmente soggetti con problemi di adattamento sociale; e per di più quasi tutti con dipendenze da psicofarmaci (cosa diversa dalla tossicodipendenza classica).
di Simone Canettieri
Corriere della Sera, 15 gennaio 2026
Novità e strette in un decreto e un ddl. I provvedimenti, che saranno varati nei prossimi Consigli dei ministri, intervengono su sicurezza pubblica, immigrazione e funzionalità delle forze di polizia con nuove assunzioni. È in arrivo una stretta sulla sicurezza. Gli uffici legislativi del ministero dell’Interno hanno trasmesso un decreto legge e un disegno di legge (il primo composto da 25 articoli, il secondo da 40). I provvedimenti saranno varati nei prossimi Consigli dei ministri per prendere poi iter diversi. Sono norme che intervengono su sicurezza pubblica, immigrazione internazionale e funzionalità delle forze di polizia con nuove assunzioni. Il pacchetto prevede, tra l’altro, la creazione di zone rosse nelle città, il potenziamento dei daspo e delle misure di prevenzione, più fondi per la sicurezza urbana per i sindaci, contrasto all’immigrazione illegale, velocizzazione e maggior efficacia delle espulsioni e dei rimpatri.
di Giansandro Merli
Il Dubbio, 15 gennaio 2026
Il Viminale invia a Palazzo Chigi un dl e un ddl sicurezza: un manuale di autoritarismo. Punizioni per minori, pugno duro con le piazze, giro di vite su migranti e ong. Fermi di 12 ore contro chi sia sospettato di mettere a rischio l’ordine pubblico. La nuova stretta sulla sicurezza era nell’aria, ma le bozze circolate ieri fanno impallidire quanto disposto finora dal governo Meloni e perfino la contestatissima legge dello scorso anno. Quel ddl 1660 che inaspriva le pene per reati di piazza, occupazioni e resistenza (anche passiva) poi trasformato in decreto e convertito dal parlamento. Sul tavolo di palazzo Chigi è atterrato un pacchetto di 65 misure messe a punto dai tecnici del Viminale. La presidenza del Consiglio deciderà cosa tenere o scartare e che forma dare alle proposte.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 15 gennaio 2026
In città zone rosse più facili e rafforzate - I prefetti potranno “individuare delle zone caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità, in relazione alle quali è vietata la permanenza ed è disposto l’allontanamento di soggetti già segnalati dall’Autorità giudiziaria per particolari reati”. Non serviranno più motivazioni legate a casi eccezionali e urgenti, sarà sufficiente un’analisi delle autorità di polizia che indichi i luoghi interessati e la durata temporale per stabilire le zone rosse. Che potranno durare sempre di più, senza particolari giustificazioni. Il decreto legge prevede anche più soldi per riempire le città di telecamere e gli stadi di apparati per l’identificazione biometrica delle persone che compiono reati. Aumenta la vigilanza su rete ferroviaria e litorali, dove saranno dispiegati anche nuovi “natanti” di polizia.
di Riccardo De Vito
Il Manifesto, 15 gennaio 2026
Come noto, il decreto sicurezza ha introdotto un nugolo di reati miranti a criminalizzare il dissenso, anche pacifico: tra questi il blocco stradale e ferroviario con il proprio corpo. La più classica delle proteste nonviolente. Questo diritto penale del dissenso ha mostrato in questi giorni il suo volto più riconoscibile. Colpendo con imputazioni o avvisi di indagini tantissimi giovani che, a settembre e ottobre, hanno deciso di scendere in piazza contro il genocidio perpetrato a Gaza; trascinandoli, dunque, dentro procedimenti che, per quanto è dato sapere dalla stampa, hanno poco a che fare con la tutela dell’ordine pubblico e molto con la repressione di una posizione politica. Non è una novità, ma la frequenza e sistematicità con cui è accaduto in questi giorni segnalano, a distanza di tempo dalle manifestazioni, che il sistema ha introiettato un salto di qualità: il dissenso, anche pacifico, si punisce. Punto. In questo contesto, è logico che i settori dell’opinione pubblica più esposti alla repressione percepiscano una catena unica: forze di polizia - pubblico ministero - giudice. Una catena che funziona come un blocco solo, senza attriti, senza frizioni, come se la fisiologica distinzione dei ruoli fosse diventata una formalità.
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