di Luca Romano
Il Giornale, 27 maggio 2026
Lo spettacolo è andato in scena mercoledì al teatro Parioli Costanzo di Roma. Riabilitazione e reinserimento, queste due parole che devono essere il mantra di quello che dovrebbe essere la pena per i detenuti che hanno commesso uno sbaglio, sono andate in scena al teatro Parioli Costanzo di Roma. Mercoledì 20 maggio al Teatro Parioli Costanzo è infatti andata in scena la pièce teatrale “Un bar di paese”, vincitrice della seconda edizione del “Premio Maurizio Costanzo nelle carceri”. Il testo è stato scritto proprio da alcuni detenuti del carcere Santo Spirito di Siena con la compagnia Lalut ed Egum Teatro. L’opera si svolge in un bar situato vicino a un carcere, gestito da un ex detenuto e sua moglie, frequentato da una clientela abituale e pittoresca. Il locale è animato dall’apparizione di sconosciuti avventori, personaggi che portano alla ribalta le loro storie, con un rimando autobiografico al vissuto degli interpreti.
di Eleonora Dragotto
La Repubblica, 27 maggio 2026
Un documentario racconta la storia dei tre pionieri del progetto per la produzione delle particole nel carcere di Opera. Ciro: “Ora cerco la semplicità, fatta di lavoro e famiglia”. “Un giorno ho iniziato a pregare Dio come se parlassi con un amico e gli ho chiesto di poter fare qualcosa per lui. Da quel momento ho dedicato ogni mio gesto alla persona a cui ho tolto la vita”. Cristiano ricorda così l’inizio di un percorso di cambiamento personale avvenuto all’interno del carcere di Milano-Opera, dove insieme ad altri due detenuti, Ciro e Giuseppe, condannati anche loro per omicidio, ha partecipato a un progetto di produzione artigianale di ostie destinate alle parrocchie. La loro esperienza è raccontata nel documentario “Io spero paradiso” (2023) di Daniele Pignatelli, proiettato nei giorni scorsi alla Fondazione Aem, in occasione dell’incontro “Pensare fuori. Riflessioni e prospettive oltre il carcere”.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 27 maggio 2026
Parla il professore aggredito dagli studenti a Parma. Il professore di Sistemi e Reti dell’Itis di Parma (63 anni, insegna dal 1985) è irremovibile. Non firmerà carte che facciano partire un procedimento giudiziario. Niente nome e “parlo con lei solo se mi garantisce che riporterà le mie parole esatte”. L’insegnante dopo il video virale: “In questura mi hanno quasi implorato di procedere, ma io non lo faccio per principio”. Tre studenti sospesi per 30 giorni. “Ho passato due ore in questura dove hanno cercato di convincermi a denunciare quei ragazzi. Mi hanno quasi implorato di farlo e li comprendo, perché loro hanno comunque lavorato al caso e quindi buttano via un paio di giorni di lavoro. Fanno il loro dovere ma io l’ho detto e lo ripeto: nessuna denuncia”.
di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 27 maggio 2026
Riaperto al 9 giugno il termine degli emendamenti. Pd: “Così si affossa la legge”. Le divisioni e l’attendismo della maggioranza rischiano di affossare il ddl sul fine vita. Ieri le commissioni Giustizia e Affari sociali di palazzo Madama, dove si sta svolgendo la discussione, hanno deciso di riaprire il termine per gli emendamenti al testo presentato dal centrodestra. Una richiesta che era venuta da Forza Italia, impegnata nella propria svolta “liberal” e in pressing sugli alleati. Ora ci sarà tempo fino al 9 giugno per proporre modifiche al testo della maggioranza. Un ulteriore rinvio dei tempi, dopo che due settimane fa la capigruppo del Senato aveva votato all’unanimità per portare la proposta di legge in aula il 3 giugno, martedì prossimo.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 27 maggio 2026
Doveva essere il giorno dell’intesa, il patto possibile tra maggioranza e opposizioni sul dossier fine vita. E invece riecco le nubi, al Senato, che spingono la legge sul suicidio assistito verso la prossima legislatura. Ovvero verso l’ennesimo nulla di fatto, come sperano o temono i due fronti impegnati sul tema. Da una parte chi non ha mai avuto intenzione di portare al traguardo la norma, nel governo e nel centrodestra; dall’altra i partiti di minoranza, che ora liquidano le promesse della maggioranza come “giochetti” e parlano di “messinscena”. Chi resta nel mezzo è Forza Italia, che dopo la “svolta liberal” impressa da Arcore ha rimesso il dossier al centro del tavolo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 maggio 2026
Ventisei secondi. È il tempo teorico che un grande hotspot da 600 posti mette a disposizione, al giorno, per ciascuna persona ospitata, calcolato sulle ore settimanali dell’operatore sociale previste dallo Schema di capitolato del ministero dell’Interno. Non è il tempo per un colloquio o per una valutazione psicologica. È il tempo totale, comprensivo di burocrazia, emergenze, coordinamento. In questo numero c’è, condensata, la risposta alla domanda se l’Italia riesca davvero a intercettare i sopravvissuti alla tortura che arrivano nel suo sistema di accoglienza. Il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura”, redatto dalla ReSst- Rete italiana per il supporto alle persone sopravvissute a tortura - in collaborazione con ActionAid, non lascia molto spazio all’ottimismo. L’Italia ha obblighi precisi che derivano dall’articolo 14 della Convenzione Onu contro la tortura: garantire alle vittime i mezzi per una riabilitazione “la più completa possibile”.
di Alessandro Leone
Il Domani, 27 maggio 2026
Sunjay Gookooluk è riuscito a nascondere una penna per scrivere sugli imballaggi alimentari mentre era recluso nel centro di Ponte Galeria. Il suo diario è diventato un libro: “Sarà uno schiaffo a molti”. “Oggi sono a metà strada per esaudire i miei sogni: una possibilità di reinserimento e un lavoro socialmente utile”. Sunjay Gookooluk è seduto a un tavolino del bar dei Giardini di Viale Carlo Felice, a Roma, mentre prepara l’ennesima di una serie infinita di sigarette. È originario delle Mauritius, ha 57 anni ma si trova in Italia da quando ne aveva 20: “Ho vissuto qui gran parte della mia vita. Scrivo soprattutto in italiano”, dice. È stata proprio la scrittura a salvarlo dalla disperazione quando tra il 2014 e il 2015 è finito per due volte nell’allora Cie (Centro di identificazione ed espulsione), oggi Cpr, di Ponte Galeria. Grazie ad alcuni europarlamentari in visita aveva ricevuto una penna, strumento vietato perché considerato pericoloso, che di notte usava per tenere un diario sugli imballaggi alimentari.
di Andrew Francisco*
Il Manifesto, 27 maggio 2026
“Ogni fase ha le sue procedure e il suo personale: la macchina non è un singolo ministro. Gli uomini e le donne palestinesi i cui messaggi in arabo erano graffiati sulle pareti sono i bersagli, le persone per cui sono state costruite le gabbie e le catene”. Erano passate circa quarantasei ore dal nostro sequestro quando la donna mascherata con il megafono è comparsa sopra di noi, sulla passerella della nostra nave-prigione israeliana. A quel punto, più di qualche compagno era riuscito a sbirciare sotto uno dei nostri dormitori improvvisati e a intravedere una lunga striscia verde di terra. Per due giorni avevamo letto il sole come un presagio, cercando di capire se ci stessero portando verso l’Egitto, Cipro, la Grecia o Israele.
di Rita Rapisardi
Il Dubbio, 27 maggio 2026
Il convoglio di terra della missione bloccato a Sirte dagli uomini del generale Haftar. La Farnesina non dà notizie alle famiglie e si “affida” ai giudici libici. Come fu un anno fa, con la marcia su Gaza in Egitto e il convoglio via terra di giugno, la missione via terra della Global Sumud si ferma di nuovo in Libia, sempre a Sirte. Due giorni fa, dopo dieci dall’avvio della missione, il gruppo composto da 200 persone e tonnellate di aiuti umanitari è stato attaccato con forza e sgomberato. Militari riconducibili alle forze di sicurezza della Libia occidentale, hanno attaccato le tende: le persone sono state picchiate e trascinate di peso sugli autobus, alcune percosse fino a perdere i sensi. Gli attivisti sono stati scortati fino a Misurata, poi in viaggio tutta la notte fino a Tripoli.
di Luca Cereda
Famiglia Cristiana, 26 maggio 2026
Educatori, magistrati, detenuti e volontari a confronto nel carcere di Padova: “La sola repressione non salva gli adolescenti”. Dentro il carcere Due Palazzi di Padova, venerdì 22 maggio, non si è discusso soltanto di devianza minorile o di sicurezza. Si è parlato soprattutto di futuro. E della domanda più scomoda che oggi attraversa la politica, i tribunali, le scuole e le famiglie italiane: che cosa significa davvero punire un ragazzo? La Giornata nazionale di studi organizzata dalla redazione di Ristretti Orizzonti ha scelto un titolo volutamente provocatorio - “Punire i giovani?” - per mettere al centro il rischio di una società sempre più tentata dalla risposta punitiva, anche verso gli adolescenti. Una riflessione maturata mentre il dibattito pubblico si irrigidisce attorno ai fenomeni delle baby gang, dei cosiddetti “maranza”, della violenza giovanile e della dispersione scolastica. Nel pieno degli effetti del decreto Caivano, che ha introdotto una stretta sulla criminalità minorile e ampliato il ricorso alla custodia cautelare per i minori, il convegno padovano ha cercato di spostare lo sguardo: dalla paura all’ascolto, dalla pena alla responsabilità educativa.









