di Massimo Giannini
La Stampa, 11 luglio 2022
Viviamo un presente “retrotopico”. Perduta l’utopia, ci rifugiamo nella nostalgia. Nel mondo, ormai da quasi cinque mesi, c’è di nuovo la guerra. L’Angelo della Storia di Walter Benjamin, con il viso rivolto al passato e una catastrofe di morti e rovine ai suoi piedi, non riesce più a spiccare il volo verso il futuro. Così ci stiamo abituando anche a questo: l’orrore del Donbass, i missili che piovono, i civili che muoiono. Tutto è già quasi routine, almeno per la nostra coscienza morale. Ma non per la nostra esistenza materiale. Del conflitto russo-ucraino valutiamo il costo economico, più che il conto delle vittime. Quanto rincara la bolletta del gas, il pieno di benzina, la spesa al supermercato? Quando scatteranno le restrizioni alle forniture di energia, di aria fredda o di acqua calda? Dove arriverà l’inflazione, la più ingiusta di tutte le tasse, che non ha pietà dei più deboli? L’Africa e l’Asia sono già in fiamme. Le immagini dello Sri Lanka, dove migliaia di disperati assaltano il lussuoso palazzo presidenziale e si tuffano nella piscina del rais Rajapaksa, non simboleggiano il Quarto Stato di Pellizza Da Volpedo che avanza e si emancipa dal bisogno. Sono piuttosto l’allegoria della ciclica, universale, feroce ribellione dei popoli contro le élite.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 11 luglio 2022
Una è combattuta sul campo in Ucraina. L’altra è sospesa, non guerreggiata e tuttavia dichiarata: è il conflitto tra la Russia e l’Occidente. Dunque le guerre sono due. Una combattuta sul campo in Ucraina, l’altra sospesa, non guerreggiata e tuttavia dichiarata, anzi ormai introiettata nella coscienza dei popoli. È il conflitto tra la Russia e l’Ovest che Putin ha messo al centro del suo ultimo discorso con i leader della Duma, creando una nuova immagine dell’eterno nemico: “l’Occidente collettivo”, accusato di cercare lo scontro per contenere il Cremlino e indebolire la sua guida, “seminando discordia, devastando la società e demoralizzando le persone”, e infine impegnato a “combattere fino all’ultimo ucraino per battere la Russia sul campo di battaglia. Ci provino”.
di Benedetta Argentieri
The Post Internazionale, 11 luglio 2022
Una repressione senza confini - Con la scusa della propaganda terrorista, che colpisce qualsiasi voce critica con la linea di governo, oggi in Turchia ci sono 65 giornalisti in prigione. Almeno 241 sono stati perseguiti solo nel 2021, e centinaia hanno obbligo di firma e divieto di espatrio. Non solo. Avvocati, politici eletti, attivisti, chiunque non segua la narrazione mainstream del governo, chiunque racconti quello che avviene, o dia voce al dissenso viene arrestato e bollato come terrorista.
di Caterina Stamin
La Stampa, 11 luglio 2022
I media: “Un nuovo Regeni?”. Non ci sono tracce del giovane 27enne dall’agosto scorso. Svuotato il suo conto al bancomat. La famiglia: “Le autorità francesi ed egiziane avvisate, ma finora non hanno informazioni”.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 11 luglio 2022
Mentre in Liberia il Senato ha approvato l’abolizione della pena di morte, in un altro stato africano, la Nigeria, c’è stato uno sviluppo molto preoccupante. Un tribunale dello stato di Bauchi ha emesso tre condanne alla lapidazione nei confronti di altrettanti uomini giudicati “colpevoli” di essere omosessuali. I tre imputati, di 20, 30 e 70 anni, non hanno potuto avere assistenza legale e sono stati condannati sulla base, secondo il giudice, delle loro “confessioni”. Bauchi è uno dei 12 stati della Nigeria, molti dei quali nel nord, che applicano la shari’a. L’articolo 134 del codice penale dello stato prevede che “chiunque commetta il reato di sodomia sarà punito con la morte tramite lapidazione o ogni altro metodo deciso dallo stato”. Negli stati dove non è applicata la shari’a, l’omosessualità è comunque un reato punibile con 14 anni di carcere. I tre condannati hanno ora 30 giorni di tempo per ricorrere in appello.
di Mauro Palma*
La Stampa, 10 luglio 2022
Un paio di settimane fa, la Ministra della giustizia, intervenendo pubblicamente, ha sottolineato la gravità di ventisei suicidi avvenuti dall’inizio dell’anno. Oggi i suicidi sono 35, uno al giorno tra il 28 giugno e l’inizio di luglio. L’ultimo l’altro ieri, venerdì 7 luglio, a Sollicciano, dove un detenuto di 47 anni ha deciso di porre fine alla sua vita. Una sequenzialità che scandisce la recente drammatica accelerazione di questo fenomeno che riguarda istituti molto diversi l’uno dall’altro per tipologia, gestione e quotidianità interna, ma accomunati da quel senso di annullamento che il carcere attualmente proietta.
di Davide Varì
Il Dubbio, 10 luglio 2022
Dopo il caso Renoldi le prime parlano di “naufragio del travaglismo italico”, il secondo di “vicenda gravissima e senza precedenti”. La Giunta dell’Unione delle Camere Penali “saluta con autentica soddisfazione l’ennesimo naufragio del travaglismo italico”: il capo del Dap Renoldi “ha infatti autorizzato esponenti di Nessuno Tocchi Caino a visitare cinque carceri sarde, due delle quali anche con reparti di 41 bis, esattamente come fece, tra gli altri, il dottor Basentini, capo del Dap voluto dal ministro Bonafede, con il Partito Radicale e con la Commissione Carcere della Camera Penale di Roma, d’altronde in coerenza con altre precedenti autorizzazioni (capo del Dap Santi Consolo, ministro Andrea Orlando, per esempio)”.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2022
Per i penalisti, Renoldi autorizzò “Nessuno tocchi Caino” come fece il suo predecessore Basentini. Ma una lettera dice il contrario. L’Unione camere penali in lode della ministra della Giustizia Marta Cartabia e del capo del Dap Carlo Renoldi che, come ha ricostruito Il Fatto, ha autorizzato il 7 e il 10 maggio scorsi i vertici di “Nessuno tocchi Caino” a visitare le sezioni 41-bis delle carceri di Sassari e Nuoro, dove la delegazione presieduta da Rita Bernardini ha avuto conversazioni dirette con i detenuti mafiosi e li ha invitati a iscriversi all’associazione.
di Sara Rossi
metropolitanmagazine.it, 10 luglio 2022
Sovraffollamento, malfunzionamenti, carenza di personale. Questi sono solo alcuni dei problemi che riguardano le carceri italiane. Quando poi chi vi è rinchiuso è donna, a questi si aggiungono anche diversi problemi di genere. Anche la prigione infatti appartiene a quella serie di realtà che prende a riferimento il maschile, e solo questo. Le carceri non sono posti per donne, e non perché quest’ultime siano troppo deboli per poter sostenere una detenzione o perché debbano, in un atto di umiliante pietas, essere giustificate, ma perché le carceri non sono a loro misura. E manca anche qualcuno che lotti per le donne in carcere, da fuori le mura.
di Andrea Porcheddu
L’Espresso, 10 luglio 2022
Armando Punzo negli anni Ottanta ha dato vita alla più incredibile esperienza del teatro italiano: la Compagnia della Fortezza. Ora, mentre il carcere di Volterra accoglie il teatro stabile, il fondatore vara un nuovo spettacolo.
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