di Francesca Angeleri
Corriere di Torino, 26 giugno 2022
“Non so quanti giovani sappiano chi sia Cesare Battisti. Viviamo troppo nel presente. Ogni operazione che faccia alzare il velo ritengo sia positiva”. È la piccola casa editrice torinese Golem di Giancarlo Caselli a dare alle stampe “L’ultima duna”, primo romanzo scritto in Italia dall’ex terrorista: “In queste pagine ci parla di sé”.
di Gian Carlo Caselli*
Corriere di Torino, 26 giugno 2022
Golem, una casa editrice di Torino diretta da Giancarlo Caselli (quasi omonimo del sottoscritto, non fosse per il “Giancarlo” tutto attaccato) pubblicherà in ottobre un romanzo di Cesare Battisti - L’ultima duna - il primo in Italia dopo i numerosi “noir” scritti in passato in altri Paesi, durante una lunga latitanza favorita e agevolata da una sequela di persone compiacenti. Il nuovo libro si ricollega ad una onlus, “Artisti dentro”, che lavora con carcerati che hanno la passione della letteratura. Dunque una iniziativa in sé più che lodevole.
di Corrado Giustiniani
L’Espresso, 26 giugno 2022
La legge sullo Ius scholae deve essere approvata subito. Perché solo nel nostro Paese vengono imposte delle regole così stringenti e burocratiche per ottenere la cittadinanza. Basta guardare gli altri Stati europei per rendersene conto.
di Antonio Fraschilla
L’Espresso, 26 giugno 2022
I numeri della Direzione centrale antidroga del ministero fotografano un fenomeno in crescita: “Il nostro Paese è il più grande hub tra Sud America e Balcani, ma cresce anche il consumo interno”.
di Marco Santopadre
Il Manifesto, 26 giugno 2022
In centinaia assaltano i reticolati al confine controllati dalle polizie di Rabat e Madrid. “37 morti e decine di feriti”. Giallo sulle cause. Non è la prima volta che dei disperati muoiono tentando di raggiungere il suolo di Madrid e di mettere piede in Europa, ma stavolta il numero delle vittime è molto alto. Le autorità marocchine parlano di 18 morti, ma secondo alcune Ong - tra le quali l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani e la spagnola Caminando Fronteras - le vittime sarebbero addirittura 37 e decine i feriti, alcuni dei quali gravi. “Le cifre non sono definitive, possono aumentare ancora”.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 26 giugno 2022
La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti in tema di aborto richiama l’attenzione e i commenti - con i possibili conseguenti schieramenti - sotto diversi aspetti, che tutti implicano temi di principio. Una questione che immediatamente si impone alla lettura della sentenza è quella che riguarda il vincolo dello stare decisis, il vincolo del precedente. Vincolo che in questo caso la Corte ha negato (naturalmente appoggiandosi ad alcuni propri precedenti!), spiegando che la sentenza Roe v. Wade era sbagliata in diritto, nell’ammettere l’aborto tra i diritti fondamentali della Costituzione federale. Conseguentemente lo era anche la successiva sentenza Casey: sbagliate entrambe nell’argomentare e infondate nella conclusione cui erano giunte. Un diritto costituzionale dichiarato dalla Corte suprema cinquant’anni orsono e che dal 1973 aveva vissuto nell’intero spazio degli Stati Uniti è stato così annullato e qualificato invece come questione di carattere morale e politico, di competenza dei legislatori degli Stati che compongono la federazione. Saranno dunque i parlamenti dei singoli Stati ad ammettere o invece vietare e punire, limitare, regolamentare l’interruzione volontaria della gravidanza. Decideranno le maggioranze locali. Un tema riguardante diritti fondamentali sarà diversamente trattato nelle diverse parti degli Stati Uniti. Un rilevante tema concernente diritti individuali viene degradato a ordinaria questione politica. La sentenza naturalmente è diffusamente argomentata e il dissenso che può suscitare non dispensa dal considerare le motivazioni che la Corte sviluppa. Essenzialmente la Corte afferma ora di aver sbagliato (nella diversa composizione del 1973) nell’affermare che un diritto di aborto fosse “profondamente radicato” nella tradizione americana, così da poter rientrare nelle libertà individuali assicurate dal principio del due process of law, stabilito dal quattordicesimo emendamento alla Costituzione federale americana. L’errore che avrebbe commesso la Corte nel 1973, consente alla stessa Corte, ma nel 2022, di rifiutare di seguire il precedente. Liberatasi dal precedente, la Corte constata che la Costituzione non menziona un diritto all’aborto, che quindi - a livello costituzionale federale - non esiste. Ciò che impressiona è l’astrattezza dell’argomentare della Corte sul punto del vincolo del precedente e della possibilità (o dovere) di rifiutarlo. Non si tratta qui di superare un precedente sulla base di una diversa composizione dei valori in campo per il mutare del contesto in cui la questione si inserisce, ma di correggere un errore giuridico che sarebbe stato commesso con la precedente sentenza. Ciò dopo cinquant’anni e in una materia che incide profondamente nella vita delle persone e della società. Un tema che divide la società, ma che proprio per questo richiede di esser deciso. E che, trattandosi del contenuto della Costituzione dichiarato dalla Corte competente, pretende stabilità ed anche considerazione delle conseguenze della decisione. Nessuna considerazione però da parte della Corte della realtà tragica di quegli aborti, che, quando non possono essere legali, divengono clandestini.
di Massimo Giannini
La Stampa, 26 giugno 2022
No, non è stata “la mano di Dio”. Solo Donald Trump, nel suo permanente delirio iconoclasta, poteva evocare l’intervento divino per giustificare la sentenza con la quale la Corte Suprema degli Stati Uniti ha privato le donne di una delle conquiste più importanti dell’ultimo secolo. Come cantava il poeta De Andrè, Nostro Signore “ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi”. Vale anche nel Paese che scrisse la sua Costituzione come un testo spirituale, ricalcato dalla Bibbia. Dunque il buon Dio non c’entra nulla. Cancellare cinquant’anni di giurisprudenza consolidata, eliminando il diritto all’aborto come principio generale e fondamentale dell’ordinamento, è stata una scelta degli uomini. Uomini che odiano le donne, purtroppo. E che hanno deciso di riportare indietro le lancette della civiltà e della storia. Certo, la decisione è intrisa di implicazioni religiose, delle quali si nutre non da oggi la predicazione dei “teo-con” americani. Ma è soprattutto densa di conseguenze politiche, di cui in queste ore già vediamo la traiettoria. Dopo l’aborto, toccherà alle unioni di fatto e ai matrimoni gay. Poi alla disciplina degli anti-concezionali e poi chissà a cos’altro. Un’inquietante escalation oscurantista, che mescola intolleranza e discriminazione. E che si consuma nella culla dei diritti civili, oggi avviata a diventarne la tomba.
di Caterina Soffici
La Stampa, 26 giugno 2022
L’estradizione negli Usa del fondatore di WikiLeaks è un atto contrario alla democrazia. Se questo è un uomo, noi non possiamo dimenticarci di Julian Assange. Noi che abbiamo una certa tendenza a distrarci. Sì, lo sappiamo. Ci sono tanti altri problemi. C’è stata la pandemia, poi la guerra, ora la crisi energetica, la fame e la siccità. E arriveranno anche le cavallette (anzi, ci sono già, in Sardegna). Ma noi occidentali, che ci siamo spesi con nobili parole in difesa dei valori e dei diritti umani minacciati in Ucraina, che chiediamo la verità per Giulio Regeni e la libertà per Patrick Zaki, che abbiamo denunciato la morte di Anna Politkovskaja e che temiamo per la vita del grande oppositore di Putin Alexei Navalny, che invochiamo la libertà di stampa in Turchia e in Cina e in tutti i paesi dove è negata, che condanniamo la censura e i cattivi che incarcerano i giornalisti, non possiamo girarci dall’altra parte se viene concessa l’estradizione negli Stati Uniti di un uomo - un giornalista per l’appunto - reo di aver fatto il suo mestiere, cioè di aver pubblicato notizie vere.
di Mario Marazziti
Avvenire, 26 giugno 2022
Centrafrica e Kazakistan entrati tra i Paesi abolizionisti. Da non crederci. Nell’ultima parte della rovente primavera che ci siamo lasciati alle spalle e nell’arco di appena una settimana, due Paesi diversissimi, il Centrafrica e il Kazakistan hanno abolito la pena di morte.
di Daniele Bellocchio
L’Espresso, 26 giugno 2022
Jihadisti e milizie puntano ai giacimenti della Repubblica democratica del Congo. Il Paese insanguinato dove è atteso Papa Francesco. La notte sta accomiatandosi con lentezza dalla Repubblica democratica del Congo. Le nere montagne del massiccio del Rwenzori appaiono ancora indefinite all’orizzonte; in cielo persiste il profilo di una luna trasparente ma, poco a poco, la delicata luce dell’albeggio svela la città di Beni, incastonata a 1.100 metri d’altezza tra il lago Alberto e il lago Kivu, tra il Congo e l’Uganda, tra anatemi esiziali e malvagità politiche. È qui, infatti, che nel 2019 si è consumata la prima epidemia di Ebola in una zona di conflitto e la più feroce per numero di bambini colpiti, e oggi è sempre questa città, nell’estrema parte settentrionale della provincia del Nord Kivu, ad essere l’epicentro della guerra tra la formazione jihadista degli Adf e l’esercito governativo.
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