di Giulia Ghirardi
fanpage.it, 4 giugno 2026
“Era in pericolo, subiva intimidazioni”. Trasferito uno dei detenuti firmatari delle denunce sulle presunte violenze nel carcere di Opera dopo aver subito intimidazioni. “Gravissimo, chi denuncia ha diritto alla protezione”, ha commentato a Fanpage.it l’associazione Quei Bravi Ragazzi Family. Un trasferimento urgente disposto dal magistrato per “forti criticità” nel carcere milanese di Opera. L’allarme è stato lanciato dall’associazione Quei Bravi Ragazzi Family che a Fanpage.it ha segnalato che, dopo le denunce degli ultimi mesi su presunti abusi, violenze e aggressioni, un detenuto avrebbe subito intimidazioni.
di Francesca Di Palma
ilcittadino.ge.it, 4 giugno 2026
Il convegno “Housing Penale - La casa come infrastruttura di giustizia”, promosso dalla Veneranda Compagnia di Misericordia e svoltosi a Genova il 25 maggio, ha posto al centro il tema dell’abitare come elemento decisivo per il reinserimento sociale delle persone detenute. L’iniziativa ha evidenziato come la disponibilità di una casa non sia un privilegio, ma una condizione essenziale per favorire percorsi di risocializzazione e ridurre la recidiva. Nel corso dell’incontro è stata presentata l’esperienza della Veneranda Compagnia, che da oltre vent’anni gestisce strutture di accoglienza per detenuti inseriti in misure alternative o in fase di reinserimento.
consiglio.marche.it, 4 giugno 2026
È giunta a conclusione la quarta edizione del corso di formazione per detenuti patrocinato dal Garante regionale dei diritti della persona. Giancarlo Giulianelli: “Nuova testimonianza dell’importanza dei percorsi professionalizzanti per il reinserimento sociale dei detenuti”. Sono 22 i detenuti della Casa Circondariale di Barcaglione, ad Ancona, per i quali si aprono concrete prospettive occupazionali grazie alla partecipazione al progetto di inclusione sociale finalizzato all’inserimento lavorativo di persone in condizione di svantaggio. Giunto alla sua quarta edizione, il corso, patrocinato dal Garante regionale dei diritti della persona, l’avvocato Giancarlo Giulianelli, e finanziato attraverso un bando della Regione Marche, ha previsto 600 ore di formazione con rilascio di attestato finale, oltre a un periodo di stage destinato ai partecipanti in possesso dei requisiti per l’accesso al lavoro esterno.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 4 giugno 2026
“Noi, libere per un giorno riscopriamo Desdemona”. Per la prima volta le attrici della compagnia “Donne del muro alto” escono del penitenziario romano per uno spettacolo in collaborazione con il Teatro dell’Opera ispirato all’Otello. La regista Tricarico: “In cella le donne vivono un doppio stigma, recitare le aiuta a rinascere”. Bruna Arceri, ex detenuta: “Quando ero dentro il teatro mi ha salvata. Ma oggi i progetti vengono spenti”. Le “donne del muro alto” si chiamano Clizia, Dorota, Irina, Maria e Lucia. Il muro, così alto che da lì dentro l’orizzonte si può solo sognare o ricordare, è quello del carcere femminile di Rebibbia, il più grande d’Europa.
chietitoday.it, 4 giugno 2026
Si tiene giovedì 4 giugno lo spettacolo del progetto nato dalla collaborazione con l’associazione culturale “Il Ponte della libertà” e con il regista Ivan Zulli. I detenuti si trasformano per un giorno in attori. Succede nel carcere di Lanciano dove, giovedì 4 giugno, si terrà lo spettacolo “Emozionarsi...dentro”, messo in scena dalle persone ristrette che, dopo un lungo periodo di studio e preparazione, diventano i protagonisti dell’opera. Il sipario del Piccolo teatro Fenaroli della casa circondariale frentana si alzerà alle 15. L’iniziativa rientra nell’ambito della rassegna teatrale “Cattivi? voci, corpi e identità dal carcere”.
Corriere dell’Umbria, 4 giugno 2026
Il progetto si chiama Liberi Dentro ed è rivolto ai reclusi di media sicurezza. I cani come facilitatori in grado di far emergere la componente emotiva dei detenuti. È questo il progetto che coinvolgerà i detenuti della casa di reclusione di Spoleto. Una iniziativa promossa dall’associazione Una zampa per Birillo e dal Centro studi umanistici per l’Umbria e al quale il Comune ha concesso il proprio patrocinio. Il progetto, in questione si chiama Liberi Dentro e ha l’obiettivo di promuovere le capacità di mentalizzazione e regolazione emotiva dei comportamenti disfunzionali attraverso l’incremento delle competenze socio-relazionali della popolazione carceraria detenuta presso la casa di reclusione di Spoleto. In particolare la categoria dei detenuti di media sicurezza.
di Elisa Campisi
Avvenire, 4 giugno 2026
Dagli ex detenuti a chi ha disabilità, le storie di imprese sociali nella rete Cgm mostrano il valore delle attività basate su un modello di inclusione che fa insieme il bene dei vulnerabili e delle comunità: “Serve anche il sostegno di consumatori consapevoli”. Un migrante arrivato in Italia illegalmente, che sotto pressione per l’indigenza in cui vive commette l’errore di cercare guadagni facili attraverso lo spaccio. Una volta arrestato la sua storia sarebbe potuta finire con il carcere e un decreto di espulsione subito dopo aver finito di scontare la pena. Invece, sul finire del periodo di detenzione, l’uomo incontra la cooperativa sociale Nazareth, che opera a Cremona e inserisce nel mondo dell’agricoltura persone fragili altrimenti scartate.
di Luca Mazza
Avvenire, 4 giugno 2026
La strage dei quattro braccianti arsi vivi in un minivan nel Cosentino non è un episodio isolato, ma il punto più estremo di un sistema fondato su abusi, irregolarità e assenza di tutele. La strage dei braccianti arsi vivi in un minivan con le portiere bloccate a un distributore di benzina nel Cosentino sconcerta, comprensibilmente, soprattutto per la brutalità della morte a cui sono stati sottoposti quattro ragazzi. Eppure, a pensarci bene, non siamo di fronte all’eccezionalità di un’esecuzione barbara, ma alla manifestazione estrema di una violenza che rappresenta la punta di un iceberg assai più vasto. Il dramma di Amendolara è l’apice di un caporalato multiforme e sempre più diffuso nel nostro Paese.
di Marco Grimaldi
L’Unità, 4 giugno 2026
Il rogo nel quale han perso la vita quattro ragazzi stranieri che reclamavano il salario è la conferma: al governo che ringhia contro i migranti, i migranti servono. Purché schiavi. Quattro vite sono state spezzate nel modo più brutale possibile, nel rogo infame di Amendolara. Ragazzi di 19, 27, 28 e 29 anni. Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad. Sappiamo che hanno tentato di difendere la propria dignità e sono stati orribilmente puniti. Una punizione esemplare per dire a tutti gli altri di tenere bassa la testa. All’unico sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, va il nostro abbraccio, il nostro cordoglio per gli amici persi, la nostra vicinanza per il trauma subito e il dolore. Ci sono responsabilità penali che la magistratura accerterà: due uomini, Safeer Ahmed e Ali Raza, sono stati fermati con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Ma dietro questa tragedia c’è una realtà che denunciamo da anni.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 4 giugno 2026
Il via vai dei furgoncini, i migranti stremati, le paghe da fame. Viaggio nelle terre gestite dai caporali: “Non parliamo, andate via”. Bevono birre da 66. Non parlano, stanno seduti sul marciapiede. Buttati a terra, divisi per nazionalità, aspettano un segnale. Ma il segnale tarda a arrivare. Alle tre di pomeriggio, i fantasmi dei campi sono tutti fuori. Alla luce del sole. Chiamarli invisibili è solo un altro modo per cancellarli dalla faccia dalla terra. Perché, in realtà, dopo aver lavorato, sono qui: Statale 106, all’altezza di Roseto Capo Spulico, fra la salumeria e il bar. Ci sono già due furgoni e due minivan nello spiazzo. Li vedi, li vedi eccome. Dentro quello azzurro, sei braccianti dormono distrutti dalla fatica.
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