di Lorenzo Zacchetti
tpi.it, 3 gennaio 2021
Grazie a una convenzione tra la Statale di Milano e le carceri lombarde i detenuti hanno la possibilità di iscriversi a costo ridotto e di partecipare ai laboratori insieme agli studenti "esterni", che si impegnano anche come tutor dei neoiscritti. Il progetto sta riscuotendo grande successo, nonostante il Covid-19.
La pandemia di Covid-19 ha portato alla luce diverse criticità che in precedenza venivano trascurate, in particolare sulle strutture residenziali: ospedali e Rsa, ovviamente, ma anche le carceri, dove non casualmente ci sono state delle forti tensioni. "I detenuti hanno provato la stessa sensazione di paura di tutti noi, ma senza ricevere adeguate informazioni", spiega a TPI il professor Stefano Simonetta, autore del libro Utopia e carcere. "Non voglio certo giustificare le reazioni violente, ma va tenuto conto anche del fatto che per queste persone l'emergenza sanitaria ha rappresentato un ritorno al regime detentivo di vent'anni fa, annullando non solo le visite, ma anche alcune esperienze di socialità che sono state introdotte nel tempo".
Una di queste deve il suo avvio proprio al prof. Simonetta, docente di filosofia all'Università Statale di Milano, in seguito al suo incontro con un detenuto albanese: "Mi ero recato presso il carcere di Bollate per fargli sostenere un esame e, al termine, mi ha raccontato delle difficili condizioni nelle quali si era preparato. Al di là della necessità di studiare di notte, con una piccola luce per non disturbare i compagni di cella, la cultura carceraria guarda con sospetto a queste velleità, considerandole un modo per conquistare il favore del direttore o del magistrato di sorveglianza".
Dal caso singolo, si è arrivati a una convenzione tra la Statale, il più grande ateneo della città, e il provveditore delle carceri lombarde: "Un protocollo d'intesa tra Pubbliche Amministrazioni era per me un passaggio fondamentale per andare oltre le specifiche discrezionalità e l'allora Rettore della Statale lo ha condiviso con me", prosegue il prof. Simonetta, "Nei vari istituti ci sono già moltissime esperienze di volontariato, anche di grande valore, ma tutte legate alla disponibilità dei singoli: maestri di musica, insegnanti delle scuole superiori e anche signore che insegnano l'arte del cucito.
Noi volevamo invece dar vita a un progetto collettivo e siamo partiti dagli aspetti economici, abolendo tutte le spese possibili: oggi un detenuto che si iscrive alla Statale paga solamente i 156 euro previsti dall'imposta di bollo regionale, che non è abbattibile. Abbiamo messo un unico vincolo: che nei primi due anni si raggiungano almeno 18 crediti (pari a due/tre esami), per evitare che questa possibilità fosse utilizzata in modo solo strumentale".
Dai cinque studenti ristretti che hanno iniziato il progetto, oggi gli iscritti alla Statale sono oltre 100, ai quali vanno sommati i detenuti che seguono i corsi presso altri Atenei. Ovviamente, il Covid-19 ha complicato molto anche il loro percorso di studi. "Inizialmente ci consentivano di entrare in carcere con un tampone negativo, ma adesso non è più consentito", spiega il prof. Simonetta, il quale usa il plurale riferendosi non solo ai colleghi che tengono i laboratori presso gli istituti di pena, ma anche agli studenti esterni. Un tratto davvero particolare di questo progetto è che le classi sono miste in vari sensi: i detenuti frequentano i corsi insieme a studenti non ristretti, dei quali la maggior parte è composta da ragazze. Inoltre vengono invitati a partecipare anche i detenuti non iscritti all'Università, ma che hanno gli strumenti culturali per seguire le lezioni.
Le attività si svolgono in cicli trimestrali, con una presenza settimanale all'interno del carcere. E gli studenti esterni fanno davvero a gara per potervi entrare: "Ogni anno mettiamo a disposizione circa 100/120 posti, ma le richieste sono più del doppio. Ci sono studenti che arrivano dalla Svizzera, dal Piemonte o dall'Emilia Romagna: si alzano all'alba per poi sottoporsi ai rigidi protocolli di sicurezza e infine fare lezione insieme ai detenuti".
Come si spiega questo forte interesse degli studenti per il progetto con il carcere? "Molti sono spinti dall'impegno sociale, ma altri non hanno alcuna esperienza di volontariato. Si tratta di una proposta formativa con tutti i crismi, ma decisamente al di fuori degli standard, grazie alla quale si possono cementare delle relazioni forti, che continuano anche al di là del percorso di studi".
Anche la relazione tra studenti e detenuti è molto particolare: "Inizialmente prevale la diffidenza, da entrambe le parti. Le lezioni si svolgono in cerchio e le prime volte si formano due semicerchi ben distinti. Col tempo, diventa persino arduo distinguere tra chi è ristretto e chi no: anzi, abbiamo notato che spesso i detenuti sono molto meno garantisti dei ragazzi, che tendono a giustificare i loro reati con la loro estrazione sociale. C'è anche chi rimarca che, in fondo, rubare gli piaceva! Su questo devo dire che noi preferiamo non far sapere agli studenti le motivazioni per le quali i loro compagni di corso sono finiti in carcere, per evitare pregiudizi. Fa eccezione il carcere di Opera, che invece vuole che siano informati, per meglio tutelarli rispetto a possibili rischi. Certo, delle situazioni difficili ogni tanto si presentano: ad esempio quella volta che un detenuto di Bollate, nel corso di una lezione sul 41 bis, ha espresso delle posizioni molto dure su Falcone e Borsellino. Quella volta ho fatto davvero fatica".
Oltre a studiare insieme ai detenuti, gli esterni hanno anche la facoltà di diventare loro tutor, sostenendo il percorso delle matricole. Anche in questo caso, si rende necessaria una selezione tra le tante manifestazioni di disponibilità: "Eppure, io stesso ancora mi stupisco del fatto che dei ventenni vadano 8/10 volte al mese in carcere per seguire i loro assistiti. Alcuni di essi sono al 41 bis e quindi non li vedranno mai in faccia, eppure li sostengono lo stesso, in base ai bisogni manifestati".
I risultati sono decisamente incoraggianti: al momento sono circa una decina i detenuti che si sono laureati, ma considerando che l'esperienza è cominciata da pochi anni è più indicativo il dato della media dei voti per esami sostenuti, che non si discosta di molto da quella degli studenti in libertà. Circa il 30 per cento degli iscritti è composto da stranieri (in prevalenza balcanici, ma anche sudamericani e asiatici), con una forte eterogeneità dei livelli di partenza: "Ci sono pezzi grossi del crimine organizzato che sono già alla terza laurea, ma anche immigrati che a fatica hanno preso il diploma di scuola superiore in carcere e provano ad andare avanti".
Altrettanto soggettivo è l'esito del percorso, perché chi ha di fronte a sé molti anni di detenzione preferisce prendersela con calma, mentre chi è vicino alla scarcerazione punta soprattutto a trovare lavoro. Che siano giovani o più maturi - ci sono anche over 70 - i detenuti che iniziano questo percorso hanno comunque a loro disposizione una chance non indifferente, che può essere colta per progettare un futuro di riscatto sociale o anche semplicemente per fare un'esperienza di socialità che altrimenti gli sarebbe negata. "Certo, comprensibilmente incide anche questa motivazione" - conclude il prof. Simonetta - "Non siamo mossi dal desiderio di salvare nessuno, ma semplicemente dalla convinzione che lo Stato debba garantire i diritti dei detenuti: anche se quello alla libertà lo hanno perso, quello all'istruzione va tutelato".
di Maria Sole Lupi
castellinotizie.it, 3 gennaio 2021
"Il carcere di Velletri vive nella tranquillità, la tensione è stata superata. I detenuti sono molto attenti sapendo del pericolo del Covid-19 e portano la mascherina quando sono fuori la loro cella, fortunatamente nessun caso Covid-19 accertato".
Queste sono le prime informazioni rilasciate dal cappellano del Carcere di Velletri, Don Franco Diamante, intervistato a filo diretto per il nostro giornale. Lui che vive dall'interno la dura realtà carceraria, data la lunga esperienza del suo operato, ci racconta di una situazione sotto controllo all'interno del penitenziario, da quando grazie alla concessione della detenzione domiciliare ad opera del decreto Cura Italia dello scorso marzo il numero dei presenti si è via via ridotto di 200 unità.
"Sono attualmente 400 i detenuti presenti nel carcere in linea con la capienza regolamentare - sostiene il cappellano, e aggiunge. Adesso, con meno persone all'interno c'è meno affollamento nei servizi e anche qualche possibilità lavorativa in più internamente all'istituto". Tuttavia, la parte più dolorosa è che il Covid-19 ha sospeso tutte le attività trattamentali interne (tra queste il teatro, il cineforum, libro forum, attività manuali e tanto altro) che davano un senso e uno scopo alle dure e grigie giornate all'interno delle mura carcerarie.
Ci dice il parroco, "I volontari possono entrare ma sono una piccola minoranza rispetto agli ingressi prima della pandemia e possono avere soltanto contatti singoli con il detenuto che ne ha bisogno. Il rapporto è un detenuto per un volontario". La scuola e le messe sono le uniche a rimanere in vigore. Per quanto riguarda la vita religiosa in carcere, ci dice il cappellano: "possono partecipare alla messa 40 detenuti alla volta, abbiamo aumentato i giorni e gli orari settimanali in modo tale da dare l'opportunità a più persone divisi per sezioni di prenderne parte".
Le messe sono il giovedì, il sabato e la domenica in orari diversi per sezioni diverse. Il giovedì la messa è riservata ai precauzionali (sex offender) e il sabato e la domenica per i comuni.
"Posso dire che la partecipazione alle funzioni è più o meno rimasta invariata rispetto al periodo prima della pandemia, in media un centinaio a settimana partecipano alla messa".
Ciò che emerge dal racconto del cappellano è una fotografia drammatica della realtà quotidiana dovuta alla pandemia da Covid-19 nella quale, al fine di ridurre le probabilità di contagio dall'esterno verso l'interno, i detenuti vivono esclusi quasi completamente dal mondo esterno, tranne per i rari casi di coloro che possono beneficiare dei permessi premio e dei permessi di lavoro. Viene reso in tal modo difficile quel cammino rieducativo previsto dall'Art. 27 comma 3 della Costituzione italiana il quale cita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere nella rieducazione del condannato".
Ad aggiungere sofferenza, oltre all'assenza oramai quasi annuale di attività culturali e sociali extra, vi è la limitazione dei contatti in presenza con i familiari. Ci racconta: "I parenti che possono raggiungere il carcere, devono prendere appuntamento prima di poter fare visita al proprio caro in detenzione. A separare le loro conversazioni è un vetro divisorio che non permette loro il contatto fisico". Nessun abbraccio, quindi, è consentito tra compagni, coniugi, madri e figli e padri e figli. È da immaginarsi il loro dolore per vivere in una condizione di totale privazione dell'affettività, soprattutto nel bel mezzo delle appena trascorse festività natalizie.
Tuttavia, si assiste anche nel carcere di Velletri, così come disposto a livello nazionale, l'aumento delle chiamate e videochiamate concesse ai detenuti verso le loro famiglie e soprattutto nei casi in cui vi sono figli minori. Il cappellano spiega: "Diciamo che a seguito delle ribellioni di marzo dovute alle chiusure ai colloqui con i familiari, da qualche mese hanno concesso maggiori possibilità di chiamare in famiglia, alcuni lo fanno anche quotidianamente e questo ha contribuito inevitabilmente ad abbassare la tensione nelle carceri".
Si è chiesto a Don Franco Diamante di raccontarci di come è prevista l'organizzazione della procedura di isolamento per i sospetti Covid-19 e per i "nuovi arrivati" alla casa circondariale. La risposta: "Noi li chiamiamo "i nuovi giunti", loro vengono messi in isolamento in una delle stanze singole nella "sezione quarantena precauzionale" al "secondo B" per 14 giorni, devono fare due tamponi, se sono negativi vengono mandati nelle celle. Anche chi esce per permesso o per una visita in ospedale quando fa rientro viene messo in isolamento e deve seguire l'iter dei due tamponi. In più c'è una "sezione Covid", se tra i detenuti c'è un caso sospetto viene messo in quarantena. La sezione Covid-19 è spesso affollata".
Tuttavia, dalle parole del cappellano sembra di capire che la situazione a livello di organizzazione è di molto migliorata rispetto ai primi mesi della pandemia quando venne dedicata la "sezione transito" (quella riservata ai colloqui con i legali) per la quarantena sia dei nuovi giunti e sia dei sospetti Covid-19, per un totale di poco più di dieci posti.
Si è chiesto all'intervistato di raccontarci se avesse recepito qualche informazione in merito all'adesione dei detenuti del Carcere di Velletri allo sciopero della fame nazionale indetto dall'Onorevole Rita Bernardini, assieme ad altri personaggi del panorama politico e culturale, dai primi di dicembre per chiedere l'apertura di un dialogo con il Ministero di Giustizia circa l'approvazione di provvedimenti che mirino a decongestionare molte carceri italiane in condizione di sovraffollamento (ipotizzate anche la concessione di amnistia e indulto). La replica di Don Franco Diamante: "So che hanno aderito nella Casa Circondariale di Velletri circa la metà dei carcerati più motivata e consapevole. In carcere viene chiamato lo "Sciopero del carrello" e consiste nel non mangiare gli alimenti e le pietanze del vitto ufficiale portate cella per cella dal personale di polizia penitenziaria mediante il carrello", da qui il nome. Lo sciopero è durato 4 giorni".
Immaginando l'andamento delle feste natalizie in carcere, Don Franco Diamante ha aggiunto la sua testimonianza: "Natale in carcere è sempre stato il giorno più brutto dell'anno. Pandemia o no non cambia molto per loro. In quel giorno il personale è sempre stato al minimo e le attività non sono mai state previste così come i colloqui con i familiari". Solitudine, è la parola che più ci sembra descrivere il Natale- così come ogni altro giorno di festa- di coloro che si trovano ristretti in carcere e in generale sono
privati della libertà personale.
Sicuramente le festività in corso sono vissute con ancora più amarezza da coloro che vivono nelle mura delle celle, dai loro familiari e anche da coloro che vi lavorano quotidianamente. Confidando in un 2021 più positivo rispetto al precedente anche per la realtà penitenziaria rivolgiamo auguri sinceri di Buon Anno a tutti gli operatori penitenziari, al personale di polizia penitenziaria, ai volontari, a Don Franco Diamante per averci rilasciato l'intervista e a tutti i detenuti del carcere di Velletri. È importante che le persone recluse non vengano dimenticate dalla società ed è importante che questo lungo periodo sia un'occasione per attribuire il giusto valore alla libertà.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 3 gennaio 2021
Al governo egiziano che, per bocca della sua procura generale, dichiara che non c'è più nulla da fare per identificare i responsabili dell'assassinio e delle torture inflitte a Giulio Regeni, e che il procedimento in corso in Italia è privo di basi, il ministero degli Esteri ha risposto con un comunicato per dire che la dichiarazione egiziana è inaccettabile. Il ministero dice che ha fiducia nella magistratura italiana (!) e prosegue annunciando che agirà anche attivando l'Unione europea.
La difesa dei propri cittadini, anche all'estero, è dovere del governo nazionale; menzionare l'Unione europea non può nascondere la propria inettitudine. Il Parlamento europeo è già intervenuto denunciando le prassi egiziane e sollecitando sanzioni contro i funzionari egiziani responsabili. Ma la responsabilità primaria è dell'Italia. Offensiva del buon senso, a questo punto, è poi la chiusura del comunicato, che incredibilmente formula ancora l'auspicio che la procura egiziana condivida l'esigenza di verità e fornisca la necessaria collaborazione alla Procura della Repubblica di Roma. Al di là delle apparenze che servivano a trascinare nel tempo l'attività della magistratura italiana e tenerne d'occhio gli sviluppi, le autorità egiziane hanno negato collaborazione. Con la loro recente dichiarazione esse l'hanno chiusa definitivamente. Non vi sarà alcuna collaborazione egiziana nella ricerca della verità. Del tutto illusorio è che gli agenti egiziani contro i quali procede la magistratura italiana siano consegnati all'Italia se saranno condannati. E le autorità egiziane non procederanno ad altre indagini per identificare e punire in Egitto i responsabili delle torture e dell'omicidio.
I governi italiani che si sono succeduti nel tempo da cinque anni a questa parte si sono mossi nel quadro dei rapporti politici ed economici con l'Egitto. A parte l'atto dimostrativo del temporaneo ritiro dell'ambasciatore, quei rapporti sono rimasti stretti. Basta menzionare la recente fornitura di due navi da guerra e la collaborazione nella ricerca e nello sfruttamento dei campi di gas nel mare egiziano da parte dell'italiano ente petrolifero di Stato. Ma il tempo della attesa e degli auspici è ora finito. E deve ricredersi chi avesse pensato che il trascorrere del tempo e il succedersi di tragedie finisca con coprire e far dimenticare questa. L'azione della famiglia con l'appoggio che le è assicurato dall'opinione pubblica non ha dato e non darà tregua.
Occorre ora che il governo italiano prenda atto dell'insanabile conflitto apertosi con quello egiziano. Il conflitto è ora tra governi. Entrambi i Paesi sono parte della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Gli Stati si sono impegnati ad impedire che atti di tortura siano commessi nel proprio territorio; essi si sono obbligati e svolgere indagini efficaci e indipendenti e darsi la più ampia assistenza giudiziaria in qualsiasi procedimento penale relativo alla tortura, comunicandosi tutti gli elementi di prova (indipendentemente da eventuali trattati bilaterali in proposito). La collaborazione cui l'Egitto è tenuto è mancata ed ora appare definitivamente negata. Anche se risulta che al momento del suo sequestro Regeni era sotto il controllo degli agenti della sicurezza egiziana, lo stato di indagini preliminari in cui si trova il procedimento penale in Italia può rendere difficile, nel rapporto tra i governi, dar per certa la responsabilità di agenti pubblici egiziani, che abbiano agito per conto di quelle autorità.
Ma ciò che è incontrovertibile è l'ostruzionismo che è stato opposto alle richieste italiane di collaborazione giudiziaria. Almeno sotto questo aspetto è già ora sicura la violazione degli obblighi internazionali da parte dell'Egitto. E per questo il governo italiano dovrebbe attivare subito gli strumenti previsti dalla Convenzione contro la tortura. La Convenzione prevede che una controversia sulla sua interpretazione o applicazione, non risolvibile tramite negoziazione, sia sottoposta a arbitrato. Se, nei sei mesi seguenti alla data della richiesta di arbitrato, le parti non sono giunte ad un accordo sull'organizzazione dell'arbitrato, ciascuna di esse può sottoporre la controversia alla Corte Internazionale di Giustizia. Si tratta della Corte delle Nazioni Unite che decide le controversie internazionali.
Nell'aprile del 2019 è stata istituita una commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Essa non è ancora giunta a formulare conclusioni o raccomandazioni al governo, ma ha recentemente ricevuto un argomentato suggerimento da parte dell'internazionalista professor Pisillo Mazzeschi. In esito alla sua audizione egli ha depositato una memoria che offre tutti i motivi utili a intraprendere la via prevista dalla Convenzione contro la tortura. A quell'autorevole contributo si è ora aggiunta la presa di posizione della Società Italiana di Diritto Internazionale. Il governo non ha più alcuna giustificazione nel protrarre l'inerzia o continuare a limitarsi a più o meno sdegnate dichiarazioni. Non c'è soltanto da far valere la ragione italiana in un caso di omicidio e tortura di cui è stato vittima un suo cittadino.
Non c'è soltanto da adempiere ad un dovere cui il governo è vincolato. La tortura è un crimine contro l'umanità. La comunità internazionale, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, ha preso su di sé l'onere di far tutto il possibile per prevenire, far cessare e reprimere ogni fatto di tortura. E con la Convenzione contro la tortura ha stabilito gli obblighi degli Stati con gli strumenti utili a contrastarla. Il governo italiano si trova ad essere il membro della comunità internazionale che, attivando i meccanismi della Convenzione, può dimostrare che essa non è una vuota serie di belle parole, ma esprime un impegno serio. Può farlo e quindi, senza tardare, deve farlo.
di Ennio Cabiddu*
Il Manifesto, 3 gennaio 2021
Lettera aperta ai genitori di Giulio Regeni. Le due azioni di denuncia, la Vostra e la nostra, contro la violazione della legge 185/90 possono unirsi in un'azione comune in nome della giustizia e dei diritti umani. Considerateci a Vostra disposizione, certi che la ragione finalmente prevarrà sul mercimonio delle vite umane, quella di Giulio e quelle delle vittime innocenti dello Yemen.
Lettera ai genitori di Giulio Regeni. Carissimi Paola e Claudio, apprendiamo con piacere che avete denunciato la violazione da parte del governo italiano della legge 185/90 che vieta espressamente la vendita di armi a Paesi in guerra o che violano i diritti umani. Ci sentiamo particolarmente vicini a Voi in questa tenace e sacrosanta voglia di smascherare la complicità dello Stato italiano (sì, dello Stato e non solo del governo) in nome di superiori interessi economici e geopolitici.
La nostra particolare vicinanza nasce anche dal fatto che noi abbiamo presentato quasi un anno fa analogo esposto alla magistratura in relazione alla esportazione verso l'Arabia saudita delle bombe prodotte in Sardegna dalla Rwm. Il nostro esposto con altre iniziative è servito almeno a far sospendere per 18 mesi la scandalosa fornitura. Questi 18 mesi stanno per scadere anche se la Commissione esteri della Camera dei deputati si è già espressa per convertire la sospensione in revoca delle licenze. Ci sembra allora che le due azioni di denuncia, la Vostra e la nostra possano unirci in un'azione comune in nome della giustizia e dei diritti umani.
Per questo considerateci fin d'ora a Vostra disposizione, certi che la ragione finalmente prevarrà sul mercimonio delle vite umane, quella di Giulio e quelle delle vittime innocenti dello Yemen. Prima di salutarvi e sapendo di farvi cosa gradita, rivolgiamo il pensiero a Patrick George Zaki, da troppo tempo segregato sulla base di pretestuose accuse nel suo Egitto, sempre uguale all'Egitto di Giulio. Per Patrick ci uniamo quindi ai tanti che sono impegnati per la sua liberazione ma non ci uniamo certo all'inerzia dello Stato italiano, tutto preso, ancora una volta, a tutelare ben altri e molto meno dignitosi interessi.
*Portavoce di Sardegna Pulita
di Massimo Basile
La Repubblica, 3 gennaio 2021
L'ultima fu nel 1953 Ethel Rosenberg: finì sulla sedia elettrica vittima del maccartismo. Sedici anni dopo un omicidio orribile e tredici dopo un processo di cui nessuno si ricordava più, adesso Lisa Montgomery riceverà tutta l'attenzione dell'America e un posto nella storia: dopo il via libera della Corte d'appello, il 12 gennaio diventerà la prima donna detenuta in un carcere federale a essere giustiziata dal governo americano in quasi settant'anni. Le ultime erano state, nel '53, Ethel Rosenberg, condannata in pieno maccartismo per spionaggio con l'Unione Sovietica e uccisa sulla sedia elettrica, e Bonnie Brown Heady, condannata alla camera a gas per rapimento e omicidio.
Montgomery, 52 anni, una delle cinquantacinque donne rinchiuse attualmente nel braccio della morte, ne aveva 36 quando il 16 dicembre 2004 strangolò una ragazza di 23 anni del Missouri, Bobbie Jo Stinnett, all'ottavo mese di gravidanza. Erano diventate amiche in chat, parlando di cani e rispettive gravidanze. Solo che quella di Montgomery era paranoia. Vittima di abusi sessuali dal patrigno, la donna, che viveva nel Kansas, per anni aveva sostenuto di essere incinta. Parlando di figli in arrivo e del desiderio di adottare un cucciolo, aveva guadagnato la fiducia della vittima, che gestiva con il marito un allevamento di cani Terrier. Dopo averla uccisa, strangolandola alle spalle, Montgomery aveva preso un coltello da cucina e sventrato la vittima, portandole via la piccola.
Quando la madre della ragazza entrò in cucina, vide un lago di sangue. Ai poliziotti raccontò che era come se alla figlia fosse esplosa la pancia. Il giorno dopo, tornata in Kansas, Montgomery annunciò di aver partorito. Venne arrestata. La bimba, chiamata Victoria, sopravvisse e venne consegnata al padre. Nel 2007 i giudici hanno emesso la condanna a morte, confermata un anno dopo. Rinchiusa nel Federal Medical Center a Fort Worth, Texas, la donna ha atteso l'esecuzione che verrà eseguita nel carcere federale di Terre Haute, Indiana. Doveva essere giustiziata l'8 dicembre, ma la sentenza era stata rinviata perché l'avvocato della donna aveva contratto il Covid dopo una visita in carcere.
Il 23 novembre è stata fissata l'esecuzione per il 12 gennaio, ma il legale si era opposto. La corte d'appello ha respinto il ricorso. Se non ci saranno novità, Montgomery verrà uccisa con iniezione letale, ennesima condanna a morte nell'ultimo anno sotto l'amministrazione Trump, otto giorni prima del giuramento da presidente degli Stati Uniti di Joe Biden, da sempre contrario alla pena capitale.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 3 gennaio 2021
Hassan Rezaei, condannato alla pena capitale per un omicidio commesso quando aveva 16 anni, è stato messo a morte all'alba del 31 dicembre, quando ne aveva raggiunti 28, nella prigione centrale di Rasht. Nel 2020 l'Iran è stato l'unico stato al mondo ad aver eseguito condanne a morte di rei minorenni, in completa violazione delle norme internazionali. Immediate sono state le reazioni delle Nazioni Unite e dell'Unione europea. Secondo Iran Human Rights, dal 2010 in Iran sono stati messi a morte almeno 63 minorenni al momento del reato, quattro dei quali negli scorsi 12 mesi. Almeno 80 rei minorenni sono in attesa dell'esecuzione in varie prigioni del paese.
di Liliana Segre e Mauro Palma*
La Repubblica, 2 gennaio 2021
Difficile dover decidere le priorità nell'accesso a una misura di tutela della salute, così fondamentale come un vaccino, mentre incombe tuttora il rischio dell'esplosione dei suoi improvvisi focolai. Per questo l'azione del governo - e del ministro della Salute in particolare - a cui è affidata la responsabilità di tale decisione va guardata con rispetto. Difficile dover decidere le priorità nell'accesso a una misura di tutela della salute, così fondamentale come un vaccino, mentre incombe tuttora il rischio dell'esplosione dei suoi improvvisi focolai.
di Giovanni Maria Flick e Luigi Manconi
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
Gentile Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, mentre le rivolgiamo i nostri più sinceri auguri di buon anno, intendiamo chiederle scusa per il tempo prezioso che le abbiamo fatto perdere. Due settimane fa, infatti, lei ebbe la cortesia di accogliere la nostra richiesta di un incontro a Palazzo Chigi per discutere della situazione del sistema penitenziario italiano in tempo di pandemia. Nonostante un'agenda di incontri particolarmente impegnativa, e nel pieno di una fase di verifica della solidarietà di governo, lei ha trovato quasi un'ora di tempo per ascoltare dati e valutazioni che, insieme a Gherardo Colombo e a Sandro Veronesi, abbiamo voluto esporle.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 2 gennaio 2021
Tutti i Paesi abolizionisti sono prima passati attraverso una moratoria. Considerarla compromissoria rispetto a un ripudio non negoziabile della pena capitale, significa anteporre una battaglia di principio a una battaglia di scopo che dal 2007 al 2020 ha fermato le esecuzioni di migliaia di condannati e che vede l'adesione di un numero di Stati sempre crescente.
di Giulia Merlo
Il Domani, 2 gennaio 2021
Intervista a Walter Verini. Dodici mesi di promesse da mantenere sui fondi europei. "Questo sarà l'anno delle riforme della giustizia", dice Walter Verini, tesoriere del Pd che da sempre si occupa di giustizia.
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