Il Dubbio, 2 gennaio 2021
"La legge di Bilancio per il 2021 porterà forze fresche e ingenti capitali nei settori di competenza del ministero della Giustizia". È il dato che il guardasigilli Alfonso Bonafede ha tenuto a rivendicare nell'ultimo giorno dell'anno, poche ore dopo il via libera definitivo del Parlamento alla Manovra, con un post su Facebook. Un riassunto dell'investimento previsto soprattutto sul carcere (e che in buona parte erano stati segnalati su queste pagine sull'edizione del 31 dicembre, ndr) e che il ministro della Giustizia definisce "straordinario", considerate le "risorse disponibili da subito e quelle che saranno assicurate nei prossimi anni". Ma tra le voci da segnalare, Bonafede cita anche l'incremento di 40 milioni l'anno previsto per lo "stanziamento delle spese di giustizia".
Un fondo a cui, come lui stesso ricorda, si attinge anche per pagare gli onorari degli avvocati che assumono il patrocinio a spese dello Stato. Un segnale di attenzione, che fa seguito alla "mobilitazione" dei 92 milioni di euro utilizzati, negli ultimi mesi, per saldare i tanti debiti sofferti dallo Stato proprio nei confronti di chi aveva assicurato, negli ultimi anni, la difesa dei meno abbienti.
"Solo con l'immissione di risorse consistenti, adeguate assunzioni e investendo sulle strutture e infrastrutture", scroive il guardasigilli, "saremo nelle condizioni di garantire un servizio giustizia che possa rispondere in modo efficiente alle istanze di cittadini e imprese. Penso ai Tribunali e alle Procure che potranno contare su ulteriore personale, ma anche al sistema penitenziario, per adulti e minorenni, e di comunità che potrà beneficiare di sempre crescenti risorse umane e finanziarie per aumentare la sicurezza delle strutture, il trattamento dei detenuti e la funzionalità dei servizi dell'esecuzione penale esterna".
Il ministro passa, quindi, a elencare nel dettaglio le risorse messe a disposizione dalla legge di Bilancio: si tratta di "420 milioni (anni 2021- 2026) per investimenti nel campo dell'edilizia giudiziaria e dell'informatizzazione; 80 milioni di euro per potenziare le infrastrutture penitenziarie (anni 2021- 2026)". Si passa quindi alla "assunzione straordinaria di 1.935 agenti di Polizia penitenziaria nel piano quinquennale (anni 2021- 2025) per tendere alla copertura della pianta organica del Corpo; assunzione di 330 magistrati ordinari vincitori del concorso; incentivi per i magistrati destinati alle piante organiche flessibili distrettuali".
E ancora: "Assunzione di 3.000 unità di personale amministrativo da inquadrare nell'amministrazione giudiziaria a partire dal 2023; assunzione di 200 unità per il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; aumento di organico di 100 unità, con relativa assunzione, dell'Amministrazione penitenziaria per quanto riguarda il personale destinato al trattamento dei detenuti".
Viene ricordato, ancora, l'"incremento di 1 milione di euro per la rete di assistenza alle vittime di reato; fondo di 4,5 milioni destinato alle case famiglia protette per diminuire la presenza di bambini in carcere al seguito di genitori detenuti". Fino, appunto, al ricordato "incremento di 40 milioni di euro all'anno dello stanziamento delle spese di giustizia da destinare agli ausiliari del giudice e agli avvocati del patrocinio a spese dello Stato".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
Passato sotto silenzio il parere del Consiglio superiore della magitratura sull'istituzione di "Eppo". Non piace l'idea di un pm alle dipendenze del potere politico. Il rammarico del togato Cascini: "Non si è tenuto conto delle specificità delle nostre Procure".
È passata sotto silenzio questa settimana la votazione del parere del Csm sull'istituzione della Procura europea "Eppo", a regime da quest'anno. Un ufficio che, usando le parole del pm Nino Di Matteo, sarà il "cavallo di Troia" nell'ordinamento italiano, prevedendo la figura del pm alle dipendenze del potere politico.
La Procura europea, prevista con il Trattato di Lisbona del 207, è un organismo indipendente dell'Ue incaricato di indagare, perseguire e portare in giudizio i reati che ledono gli interessi finanziari dell'Unione (ad esempio, le frodi ai danni del bilancio dell'Unione, comprese le operazioni finanziarie quali l'assunzione e l'erogazione di prestiti, i reati contro il sistema comune dell'Iva compiuti in due o più Stati membri ed il cui danno complessivo sia almeno pari a 10 milioni di Euro, il riciclaggio). A tal proposito Eppo svolgerà indagini, eserciterà l'azione penale ed esplicherà le funzioni di pubblico ministero davanti agli organi giurisdizionali degli Stati membri. Attualmente gli Stati membri partecipanti a Eppo, fra cui l'Italia, sono 22.
La sede della Procura europea e del procuratore europeo è a Lussemburgo. La novità, e quindi il "cavallo di Troia" come dice Di Matteo, riguarda la nomina, prettamente politica, del procuratore capo europeo e dei procuratori europei.
In particolare, per il procuratore capo, la competenza è del Consiglio e del Parlamento europeo. Per i procuratori europei della Commissione europea. Nel 2019 la scelta del Consiglio e del Parlamento europeo è caduta sulla 47enne rumena Laura Codruta Kövesi, prima procuratrice capo europea. Gli interessati a ricoprire questa posizione avevano presentato direttamente la propria candidatura, senza alcuna designazione preventiva da parte degli Stati membri.
Lo scorso luglio la Commissione ha provveduto alla nomina dei procuratori che supervisioneranno le indagini e le azioni penali e formeranno il collegio di Eppo, insieme alla procuratrice capo europea.
I procuratori europei sono stati nominati per un mandato di sei anni non rinnovabile. Alla fine di tale periodo, il Consiglio potrà decidere di prorogare il mandato per un massimo di tre anni. I candidati dovevano essere membri attivi delle Procure o della magistratura degli Stati membri.
Dovevano poi possedere le qualifiche necessarie per essere nominati ad alte funzioni a livello di Procura o giurisdizionali nei rispettivi Stati membri e vantare una rilevante esperienza pratica in materia di sistemi giuridici nazionali, di indagini finanziarie e di cooperazione giudiziaria internazionale in materia penale. Gli Stati, per la nomina del loro procuratore europeo, dovevano fornire una terna di nomi al Consiglio per la successiva designazione. L'Italia è rappresentata dal pm Danilo Ceccarelli, già sostituto a Savona, Imperia e Milano. Ogni Stato membro dell'Unione avrà, infine, i suoi procuratori europei delegati.
La rivoluzione della Procura europea è, dunque, relativa alla selezione dei magistrati che la compongono: non più nomine da parte del Csm ma nomine politiche. Un altro aspetto importante è relativo al coordinamento investigativo con l'Autorità nazionale, nel caso italiano con la Direzione nazionale antimafia ed antiterrorismo.
"Chi ha rappresentato l'Italia per Eppo in sede europea non conosceva la realtà delle Procure italiane", ha commentato il togato di Area Giuseppe Cascini, già aggiunto alla Procura di Roma. "Non si è tenuto conto della nostra specificità", ha ricordato, sottolineando che tale sistema "va bene per i Paesi dove l'attività inquirente dipende dall'esecutivo: il nostro modello ordinamentale è diverso".
In concreto si tratta dell'inserimento di ' un corpo estraneo" nella "felice anomalia" del pm italiano che è un magistrato e non un funzionario. Anche il laico della Lega Stefano Cavanna ha criticato l'impostazione generale di Eppo, incompatibile con la Costituzione italiana. Fra le criticità il fatto che i pm europei saranno collocati "fuori ruolo" pur continuando ad esercitare l'azione penale nei confronti dei cittadini italiani. Dove non sono mai arrivate le iniziative delle Camere penali sulla separazione delle carriere, arriva ora l'Europa.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
"Se lo vedessi per un caffè gli chiederei caro Renzi, intendiamoci sugli obiettivi, a te cosa interessa? Sei anche tu dell'idea che i processi debbano andare più veloci in modo che il nodo della prescrizione non si ponga neppure?".
Mario Perantoni dev'essere stato scelto per lo spirito zen. È presidente della commissione Giustizia della Camera in un momento pazzesco: il 21 gennaio scade il termine degli emendamenti al ddl penale, e i renziani hanno già detto molto chiaramente che, se Bonafede non aprirà il tavolo per rivoltare la prescrizione come un calzino, loro proporranno di bloccare la norma del 2019 attraverso l'emendamento Annibali. Sembra un rischio fatale, insomma, per la riforma, e Perantoni è lì, nel mezzo, fra la sua maggioranza, il Movimento di cui è "orgogliosamente" parte, e la sua funzione di garante. Esposta al rischio che fra Renzi e le opposizioni la riforma vada per aria, e magari pure la maggioranza di governo.
Visto l'altolà di Italia viva sulla prescrizione, è pessimista sul futuro del ddl penale?
No, sono ottimista per natura, e lo sono a partire da un principio molto chiaro, che è ispiratore dell'intero disegno di legge presentato dal ministro Bonafede: rendere più veloci i tempi dei processi in modo che neppure ci si trovi dinanzi al rischio che un reato si estingua. Quindi vorrei chiedere a Matteo Renzi e agli amici di Italia viva esattamente questo: la pensate anche voi così? Pensate anche voi che si debba dare priorità a uno snellimento della giustizia atteso anche dai partner europei? Volete processi veloci o volete che vadano in prescrizione? Se tifate per la prima opzione, allora bloccare la riforma, e tutto il progetto della maggioranza sulla giustizia, non ha senso.
Intanto il suo voto sull'emendamento Annibali rischia di essere decisivo...
Siamo 46 in commissione, certo, l'equilibrio dei numeri è abbastanza sottile. Sa, che il mio voto in commissione, durante l'esame degli emendamenti risulti decisivo è una cosa che non mi auguro. D'altra parte sono alla Camera per volontà degli elettori del Movimento 5 Stelle: non c'è motivo di pensare che non debba esprimere, anche col mio voto, le convinzioni per le quali mi sono candidato e sono stato scelto.
Ma se il suo voto sul lodo Annibali fosse decisivo, non sarebbe un grande auspicio per il cammino della riforma: al Senato Italia viva è determinante...
Mi permetto di essere ottimista anche qui, e ho diversi motivi. Innanzitutto io credo che gli equilibri nei prossimi mesi potrebbero cambiare.
Una pace con Renzi? O pensa che una parte dei senatori di Iv non lo seguirebbe?
Diciamo che ci sono diversi elementi tutti plausibili. Intanto al Senato siedono alcuni parlamentarti oggi non annoverati nella maggioranza ma comunque eletti con il Movimento 5 Stelle: immagino che su questioni importanti qual è la giustizia penale voterebbero in coerenza con il mandato ricevuto. In secondo luogo non mi sento di escludere un atteggiamento più coerente da parte della Lega.
La Lega? A cosa si riferisce?
Nel precedente governo la Lega condivise l'idea che si dovesse tentare di rendere più veloci i processi e che in un quadro del genere la riforma della prescrizione fosse più che sostenibile. Mi aspetto che si ricordino di questa loro posizione e votino in coerenza.
È accettabile indebolire le garanzie difensive per rendere più veloci i processi?
Non ci sono moltissimi strumenti disponibili su cui poter fare leva, per assicurare maggiore rapidità. Certo non si possono introdurre tout court tempi predeterminati per la definizione delle diverse fasi del processo, dunque la tempistica non può essere semplicemente scaricata sui magistrati, se non rispetto a casi di negligenza grave, cioè in circostanze davvero estreme. La via stretta ha finito per orientare alcune delle modifiche previste dal ddl penale verso soluzioni che impattano piuttosto sull'imputato e la difesa.
Come i tanti appelli che non verrebbero più decisi da un collegio o l'addio quasi totale alla rinnovazione del dibattimento in caso di sostituzione del giudice?
Ecco, le posso dire che la commissione ha prestato grande ascolto ai rilievi avanzati su questi aspetti durante le audizioni, innanzitutto dall'avvocatura. Come presidente della commissione mi sento di dire che nella fase emendativa è plausibile possa esserci modo di tenere in conto quei rilievi.
La norma che più forse può snellire riguarda i maggiori poteri del gup: Italia viva la critica. È per la poca fiducia nell'autonomia del gup dal pm?
Io capisco che qui si è dinanzi a un tema serio, ossia il peso che le ipotesi dell'accusa assumono anche nell'udienza preliminare per via della risonanza mediatica, per il contorno che sembra rafforzarle. Devo dire molto sinceramente che, per cultura personale, per la mia estrazione di avvocato e anche per le mie origini sarde, io sono molto legato a un'idea di sobrietà nella comunicazione. Credo serva misura, discrezione. Mi piacerebbe molto vedere maggiore rispetto della riservatezza delle indagini. Credo anche che quanto è conoscibile debba essere conosciuto, ma insomma sono convinto che il giudice dell'udienza preliminare abbia diritto di trovarsi meno accerchiato dalle aspettative esterne. L'autonomia del giudice è però sottovalutata, probabilmente.
In che senso?
Nella magistratura è in corso e sta per completarsi un cambio generazionale e culturale. Chi è entrato da non molti annoi è probabilmente più in sintonia con la cultura del codice dell' 89, dunque se si tratta di un giudice è tendenzialmente più consapevole della distanza, aumentata, fra le funzioni sue e quelle del pm.
Quindi questa norma dell'udienza preliminare può essere la novità più utile a deflazionare il carico?
Sì, tra l'altro potrebbe anche contribuire a superare un aspetto che va comunque risolto: la tendenza della difesa a preferire il dibattimento all'udienza preliminare, nel senso che al gup spesso arrivano pochi elementi della difesa, rispetto all'accusa. Anche per questo va a dibattimento un numero di procedimenti superiore al dovuto, con tutto ciò che ne viene in termini di rallentamento.
A proposito di garanzie: questi anni in Parlamento hanno indotto un po' il M5S a preservarle di più?
Credo che il nostro Movimento non abbia mai disconosciuto i diritti dell'imputato. Siamo convinti assertori dell'intangibilità dei diritti per tutti i cittadini, e certo chi è sotto processo non può essere escluso. C'è stata però una battaglia suscitata da un fenomeno a nostro giudizio disfunzionale: l'uso legittimo di alcune garanzie in vista di una impunità altrettanto legittimamente conseguita ma che mortificava l'aspettativa di giustizia. Vogliamo sciogliere questo nodo, ma non certo smantellare il diritto di difesa.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 2 gennaio 2021
La ovvia e da noi penalisti condivisa necessità di ridisegnare temporaneamente regole e modalità di celebrazione dei processi di fronte alla morsa della pandemia ha armato il tentativo di ribaltare le regole costituzionali. Tentativo che noi abbiamo sconfitto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
"Si apprende di una proposta degli enti locali per la collocazione di un nuovo carcere nell'area piemontese dell'ex fabbrica "dei veleni", l'Acna di Cengio". A denunciarlo attraverso il dossier di fine anno è Bruno Mellano, il garante dei diritti dei detenuti del Piemonte. Come mai? Tutto parte dalla chiusura del vecchio carcere di Savona avvenuta nel 2016.
Anche se parliamo della città ligure, come ha ben spiegato il garante Mellano nel dossier, l'ambito territoriale del Prap di Torino comprende anche la Liguria e la Valle d'Aosta ed inevitabilmente le scelte del distretto ricadono direttamente o indirettamente anche sulle strutture penitenziarie e sui ristretti piemontesi. Per questo motivo, sia in termini di gestione del personale, sia nei trasferimenti che sul distretto vengono decisi a Torino, sia negli sfollamenti fra istituti, di cui usufruiscono frequentemente case circondariali molto grandi, come Torino. Ecco perché Mellano fa un riferimento al vecchio carcere di Savona. L'ex istituto sorgeva in centro a Savona sulla collina del Monticello, dove nella seconda metà del trecento vennero eretti la Chiesa ed il convento di Sant'Agostino. Il complesso, articolato su tre livelli, subì nei secoli trasformazioni e modifiche. Ad inizio dell'ottocento, a seguito della soppressione degli ordini monastici operata dalle leggi napoleoniche, il convento diventa sede di carcere giudiziario, funzione che ha ricoperto per più di due secoli per venire - finalmente - chiuso solo nel 2016.
L'ex fabbrica dei veleni - Ebbene, il Garante Mellano ora apprende della proposta degli enti locali per la collocazione di un nuovo carcere nell'area dell'ex fabbrica "dei veleni", l'Acna di Cengio, su un'area gestita dalla Syndial, ora Eni-Rewind.
"Le ragioni che spingono il Ministero di Giustizia e quello delle Infrastrutture per l'acquisizione e la costruzione di un istituto penale in quel sito sono certamente rispettabili (riutilizzo dell'area, posti di lavoro, mercato immobiliare, ecc.) - denuncia il garante del Piemonte - ma non hanno nulla a che fare con i problemi di un'esecuzione penale volta al reinserimento sociale, ad assicurare una pena dignitosa, a contatto con le famiglie e con i servizi del territorio".
Mellano segnala però una possibile alternativa. Ovvero la presenza "dell'imponente ed adeguato complesso di edifici della Scuola di Polizia Penitenziaria di Cairo Montenotte (Sv), che ha ampi spazi e significative strutture di servizio, e che - con lungimiranza della Direzione - sta già sperimentando sia il lavoro all'esterno dei detenuti della Casa di Reclusione a custodia attenuata di Fossano (Cn), sia l'utilizzo di stanze per l'accoglienza sul territorio di soggetti in misura alternativa, accettando una sfida di senso e di prospettiva, per un carcere davvero "nuovo"!".
Quando l'inquinamento ritornò a galla - La denuncia del garante Mellano è seria e desta preoccupazione. Sembrava che l'idea di costruire un nuovo carcere in quella zona fosse stata cestinata e invece è di nuovo in auge. Parliamo di terre fortemente inquinate, dove la bonifica non è tuttora completata, frutto di un disastro ambientale, forse uno dei più terribili che ha coinvolto l'Europa.
A fine novembre 2016, un periodo di piogge intense è culminato con una grande piena dei corsi d'acqua del Piemonte meridionale. In alcuni fiumi la piena ha assunto carattere di vera e propria alluvione, testimoniata anche dall'emergenza in termini di protezione civile che ha caratterizzato quei giorni. Gli abitanti del posto hanno testimoniato la presenza di un odore acre, a tratti nauseabondo. L'alluvione è stata così dirompente che interi tratti di fascia ripariale sono rimasti stravolti e persino distrutti, con abbattimenti di alberi anche di grosse dimensioni.
Inoltre, i sedimenti fluviali sono stati depositati nell'ampia fascia pianeggiante ai lati del fiume e grazie alla colorazione diversa del suolo dei terreni agricoli sono rimasti chiaramente visibili anche per diversi mesi dall'evento alluvionale. Da più parti sono state fatte segnalazioni di odori caratteristici dei sedimenti tipicamente associati alla pluridecennale vicenda dell'ex- Acna. In quell'anno, quindi, è ritornato a galla la memoria storica del grande disastro ambientale.
Il 23 luglio di più di 30 anni fa una grande nube tossica si sollevò dallo stabilimento Acna di Cengio: in poche ore raggiunse numerosi comuni sul confine tra Liguria e Piemonte, causando intossicazioni e forti preoccupazioni tra la popolazione.
La fuoriuscita di gas tossici era solo l'ultima di una lunga serie di incidenti e danni ambientali causati dall'Acna, contro la quale si battevano da tempo i comuni della val Bormida, valle che dall'entroterra di Savona si estende fino al Basso Piemonte lungo il corso del fiume Bormida. La vicenda dell'Acna e dei decenni che furono necessari per riuscire a chiuderla è esemplare nella storia dell'ambientalismo in Italia: l'incidente del 1988 contribuì alla fine dello stabilimento nel 1999, mentre i danni ambientali per la val Bormida e i suoi comuni sono evidenti ancora oggi. Ora vogliono costruirci addirittura un carcere sopra?
di Viviana Lanza
Il Riformista, 2 gennaio 2021
Il carcere di Poggioreale è Covid free. Il più grande e più affollato penitenziario d'Italia ha chiuso l'anno con un bilancio positivo sul fronte della gestione dell'emergenza epidemiologica. Considerato che i contagi a Poggioreale superavano i cento fino a circa un mese fa, c'è da riconoscere un merito al lavoro svolto per contenere il diffondersi della pandemia nelle celle da parte del direttore Carlo Berdini, del direttore sanitario Vincenzo Irollo, del provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone, ma anche l'impegno dei detenuti a rispettare le regole anti Covid all'interno della struttura nonostante la mancanza di spazi, le carenze e le rinunce che il periodo emergenziale ha imposto, dalle attività trattamentali e ai colloqui con i familiari.
Zero contagi a Poggioreale è un risultato che consente, quindi, di tirare un sospiro di sollievo ma guai ad abbassare la guardia. Proprio il carcere di Poggioreale ha pagato un tributo pesantissimo durante la seconda ondata della pandemia, con due detenuti morti per Covid. E siccome la pandemia è ancora in atto e nelle carceri campane ancora si fanno ancora i conti con contagi ed emergenze, è più che mai necessario un intervento per non vanificare gli sforzi e i sacrifici fatti finora.
Ne sono convinti anche i penalisti napoletani. Il carcere è un mondo chiuso e ad alto rischio pandemico, proprio come le Rsa. Ma a differenza delle Rsa, il carcere non è stato inserito dal Governo tra i luoghi dove avviare con priorità il piano di vaccinazioni. "Le carceri - osservano i penalisti dei direttivi guidati dall'avvocato Marco Campora, presidente della Camera penale di Napoli, e dall'avvocato Anna Maria Ziccardi, leader del Carcere possibile - presentano notevolissime similitudini con le Rsa, essendo luoghi in cui di fatto è impossibile mantenere il distanziamento fisico e la cui popolazione è in larghissima misura portatrice di gravi e croniche patologie.
Riteniamo doveroso, pertanto, anche in ossequio all'articolo 3 della Costituzione che impone di trattare situazione che presentano le medesime caratteristiche in modo eguale, che agli istituti penitenziari si assegni la medesima priorità già prevista per le case di cura: tale iniziativa assumerà reale significato solo se seguita dall'effettiva immediata adozione di tutte le misure idonee ad affrontare la grave e nota situazione epidemiologica che affligge gli istituti penitenziari della Campania".
I dati sullo stato delle carceri (sovraffollamento, carenza di educatori e personale sociosanitario, problemi di edilizia penitenziaria, Covid) non possono essere ignorati. "Occorre peraltro avere ben chiaro che il piano di vaccinazione nelle carceri impone necessariamente anche l'adeguamento delle piante organiche sanitarie negli istituti penitenziari (allo stato talmente carente da non consentire di fatto il diritto di cura dei detenuti) per evitare di distogliere il già limitato personale sanitario dallo svolgimento di tutte le attività ordinarie".
"L'atteggiamento del Governo in questi mesi di pandemia è stato di totale disinteresse verso il carcere e la sua popolazione lasciata completamente al suo infausto destino - sottolineano gli avvocati osservando come tardiva, rispetto agli appelli lanciati dall'avvocatura e da varie associazioni, sia stata la visita di mercoledì a Poggioreale del ministro Alfonso Bonafede - Non si è voluto, di fatto, incidere sul sovraffollamento come la situazione avrebbe imposto e, nel contempo, non si è previsto alcun piano specifico per consentire anche negli istituti penitenziari il rispetto delle regole che vigono nel mondo di fuori".
"È possibile però un cambio di rotta", affermano i penalisti napoletani. "L'esecuzione immediata di un piano di vaccinazione dei detenuti, ultimi tra gli ultimi, indicherebbe una nuova rotta in cui lo Stato, recuperando un principio di lealtà nei confronti dei suoi cittadini, torni a farsi garante di chi non ha voce e non può proteggersi da solo". Il governo Conte e il ministro Alfonso Bonafede, questa volta, accoglieranno per tempo l'appello?
di Marco Benvenuti
La Stampa, 2 gennaio 2021
La proposta del Garante regionale dei detenuti: la palazzina chiusa da dieci anni potrebbe ospitare i servizi sanitari e risolvere alcune criticità. Sovraffollamento delle celle, criticità strutturali e logistiche, ma anche sanitarie e trattamentali, cui si è aggiunto, ultima in ordine di tempo, la pandemia. Sono tanti i problemi delle carceri piemontesi contenuti nel Quinto dossier presentato il 30 dicembre dall'onorevole Bruno Mellano, garante regionale delle persone detenute.
Alla vigilia del nuovo anno il deputato lancia una proposta: "Come non pensare di utilizzare parte dei fondi Ue destinati all'Italia per far compiere un salto di qualità alla sanità e all'edilizia penitenziaria?" E se non ora quando?"
Nel sottolineare alcune priorità per il 2021, Mellano fa cenno anche ad alcune necessità della casa circondariale di Novara: "È urgente e indispensabile il recupero e la rifunzionalizzazione della palazzina interna alla cinta muraria, un tempo destinata alla sezione femminile, struttura che risulta chiusa da oltre 10 anni". Secondo il garante dei detenuti, "la collocazione in tale palazzina di tutti i locali adibiti ai servizi medico-infermieristici valorizzerebbe il presidio sanitario regionale interno al carcere, consoliderebbe e razionalizzerebbe l'accesso delle ambulanze, servizio erogato dall'Asl di Novara, e potrebbe rispondere, con sempre maggior efficacia ed efficienza, a una responsabilità propria del servizio sanitario, cogliendo anche la particolare esigenza della casa circondariale connessa alla presenza del circuito detentivo speciale del 41bis, con la presenza molto particolare di circa 70 ristretti del regime di "carcere duro"".
Il carcere di via Sforzesca ha una capienza di 159 posti. Al 28 dicembre erano presenti 178 detenuti, in calo rispetto ai mesi di novembre (185) e settembre (192). Nel corso del 2020 il numero non è mai sceso sotto le 173 persone, a testimonianza, come ha sottolineato di recente anche la Camera penale di Novara, che persiste il problema del sovraffollamento. Un problema che poco si concilia con un'epidemia come quella da Covid 19. Per i penalisti è necessario aumentare i dispositivi di sicurezza anti contagio e i controlli, e sono fondamentali norme per prevedere la libertà anticipata o per scarcerare i detenuti non pericolosi e chi ha una pena breve da scontare, sotto i due anni, così da evitare sovraffollamenti nelle celle.
Il garante Mellano va oltre. Ritiene che "in una stagione complessa come quella degli ultimi mesi, dove la crisi che si sta attraversando può rappresentare anche un'opportunità per un cambiamento radicale, lo specifico contesto dell'esecuzione penale deve essere un terreno su cui misurare la capacità di un cambio di passo. Le sentenze della Cedu e i monitoraggi degli organismi di garanzia offrono ai decisori politici e istituzionali l'occasione di un intervento di prospettiva e di innovazione".
Le criticità in Piemonte sono tante, e vengono elencate: strutture fatiscenti e strumentazioni vecchie, ascensori e montacarichi fuori uso, acqua piovana che entra nelle stanze e nelle infermerie, stanze di osservazione psichiatrica con il wc alla turca in bella vista. In regione sono detenute complessivamente 4.164 persone, 381 in più rispetto alla capienza regolare. Nel 2020, nel nostro Paese, 157 persone sono morte in carcere, di cui circa un terzo (55) per suicidio. Fra loro anche un egiziano detenuto a Novara, che si è tolto la vita a marzo. È il primo decesso in via Sforzesca dal 2016 (quando due italiani morirono di malattia) a oggi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
Il carcere di massima sicurezza de l'Aquila rischierebbe di chiudere perché abusivo? Mercoledì scorso, il Consiglio di Stato ha ributtato la palla al Tar sulla decisione del Commissario per gli usi civici che da tempo ha riconosciuto che i terreni su cui è stato costruito il carcere di massima sicurezza de L'Aquila sono di proprietà dei ' naturali' della frazione di Preturo.
Parliamo di un terreno occupato abusivamente dal 1 luglio 1982. Un terreno dove sorge, appunto, il carcere de L'Aquila (ospita anche la sezione del 41bis) e che quindi, astrattamente, potrebbe essere chiuso. Nel 2014 la Corte d'Appello di Roma sezione speciale usi civici accertò però la natura dei terreni annullando di fatto tutto ciò che era stato realizzato fino ad allora, espropri compresi.
La sentenza condannò l'Agenzia del Demanio Abruzzo e Molise al rilascio dei fondi interessati da uso civico e cioè i 4 ettari di terreno rimandando per l'esecuzione alla Regione Abruzzo che intraprese tutti i passaggi necessari con una determina del marzo 2015 per reintegrare i terreni. L'Amministrazione separata, successivamente, fece reintegra e voltura. L'Agenzia del demanio, che era stata condannata al rilascio dei fondi, non fece nulla.
Qui si inserisce il ricorso al Tar dei beni separati per ottemperanza: un anno fa aveva dichiarato il difetto di giurisdizione del Tribunale amministrativo a decidere sulla vicenda dichiarando competente in materia il Commissario per gli usi civici della Regione Abruzzo. Il Consiglio di Stato, com'è detto, ha ributtato la palla al Tribunale amministrativo regionale. Chiaro però che non si arriverà mai all'abbattimento del carcere, quindi si potrebbe prospettare un accordo fra amministrazione separata di Preturo e Agenzia del demanio col riconoscimento dell'indennizzo economico
La struttura del carcere de L'Aquila è stata ultimata nel 1986, ma l'istituto è entrato in funzione nel 1993. La particolarità che su un centinaio di detenuti sottoposti al 41bis, sette sono donne. Le loro celle si trovano alla fine di un lungo tunnel sotterraneo, sono grandi due metri per due e si affacciano sul nulla. Tra di loro, ricordiamo, c'è l'unica detenuta al 41bis non appartenente alla criminalità organizzata.
Parliamo di Nadia Desdemona Lioce, la leader delle ex nuove Brigate Rosse, condannata a tre ergastoli per gli omicidi, commessi con finalità di terrorismo, dei giuslavoristi Massimo D'Antona e Marco Biagi e del sovrintendente di Polizia Emanuele Petri. Parliamo di una organizzazione brigatista che è stata completamente smantellata nel 2003 con gli arresti. Ed è dal 2005 che il 41bis le viene applicato di proroga in proroga, nonostante le cosiddette nuove brigate rosse siano state smantellate dal 2003.
di Guido Peparaio
mentinfuga.com, 2 gennaio 2021
Delle donne e degli uomini rinchiusi in un carcere difficilmente si parla. E quando si parla di carcere spesso si dimenticano anche tutte le persone, anche bambini, che soffrono delle condizioni dei reclusi. Parlare di carcere lo imporrebbe anche l'esplosione della crisi sanitaria, insieme a tutto il resto, sovraffollamento in primis.
Di questi tempi c'è voluta tutta la forza drammatica di uno sciopero della fame portato avanti per 35 giorni. A metterlo in atto è stata Rita Bernardini, esponente di spicco del Partito radicale e presidente di Nessuno tocchi Caino. A darle una mano concreta c'è stata la staffetta circa 3.500 detenuti, 200 docenti di diritto penale e personaggi di primo piano. Il 22 dicembre scorso Rita Bernardini è riuscita ad incontrare il Presidente del Consiglio al quale ha chiesto provvedimenti immediati sulle carceri in questo momento di emergenza sanitaria.
Proviamo a tenere viva l'attenzione sul mondo delle carceri cambiando angolazione, quella di attività che possono aiutare l'inclusione e dare qualche opportunità per il futuro.
Abbiamo seguito il seminario "Pratiche e arti performative tra carcere e territorio. Inclusione e opportunità" svoltosi lo scorso 18 dicembre. Un vero e proprio convegno ospitato da Pareti ispirate e introdotto e coordinato da Iris Caffelli, responsabile organizzativo ForMattArt.
Il ruolo del teatro, delle arti e in genere delle attività che detenute e detenuti possono svolgere è più di una speranza per il futuro. Cristina Valenti, docente all'Università di Bologna nel suo intervento, "L'età adulta del teatro in carcere", dopo aver ripercorso la storia del teatro in carcere, dalla sua invenzione negli anni 60 e 70 agli anni 90 quando la Legge Gozzini ne favorì la crescita, ha spiegato che la recidiva si abbassa al 20% in caso di esperienze lavorative rispetto ad una media del 68%/70% e addirittura diventa un 6% per coloro i quali hanno svolto attività artistiche culturali e in particolare di teatro.
In questi anni, nel 50% delle carceri si fa teatro e nel 33% lo si fa da dieci anni almeno. Per gli attori detenuti è stata riconosciuta con l'articolo 21 il loro lavoro anche eventualmente con la paga sindacale e la possibilità, se ci sono i requisiti, di farlo fuori dal carcere.
Sono stati costruiti teatri o addirittura edifici come al Beccaria e, a Volterra, si sta lavorando ad un teatro stabile di prossima costruzione. Come ha detto sempre Valenti siamo in un'età in cui i detenuti non sono "non attori" ma "attori", pur non avendo avuto una formazione accademica. E gli spettatori sono più preparati, non vanno più in carcere per vedere i "tatuaggi dei detenuti" ma per assistere ad una forma d'arte.
Il convegno ha visto la partecipazione di dirigenti della direzione generale delle politiche della famiglia, genitorialità e pari opportunità della Regione Lombardia, che hanno sottolineato la centralità della programmazione per la tutela delle persone sottoposte a provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria. Centralità tornata a manifestarsi con forza attraverso la legge 25/2017 che ha disposto sostegno ai piani territoriali e alla realizzazione di interventi di rete sul territorio tesi al dialogo e alla collaborazione fra le istituzioni della giustizia penitenziaria, i servizi sociali e socio sanitari, gli enti del terzo settore e l'associazionismo.
I direttori delle carceri di Vigevano, di Opera, di San Vittore che hanno evidenziato come l'attività teatrale, ormai adulta nei loro istituti, si sia dimostrata capace di creare quella distanza da certe logiche criminali, da parte di chi vi ha partecipato all'interno del contesto penitenziario, con effetti tangibili negli anni, in termini di misure alternative e di ricadute sul territorio. Aggiungendo inoltre che, essendo il compito di prendere per mano una persona che ha fallito nella vita propria e accompagnarlo su percorsi virtuosi qualcosa di entusiasmante al punto da far tremare i polsi, il carcere ha bisogno di fare rete essendo composto di relazioni a cominciare da quella tra il detenuto e la struttura penitenziaria fino ad arrivare a quella con l'esterno e soprattutto con le istituzioni.
Su tema della vita fuori e con il fuori dalle mura, Claudio Bernardi, docente all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel suo intervento "Carcere e comunità", ha sottolineato quanto sia necessario e importante il ruolo della comunità che dovrebbe aprirsi e consentire di andare oltre anche rispetto, ad esempio, alle semplici visite settimanali dei familiari. La comunità non può essere solo spettatore del teatro sociale.
Infatti, quando si esprime al meglio durante le feste gli eventi giochi collettivi dovrebbe includere, sospendendo le regole del carcere, le relazioni con i detenuti che partecipano. Come accade, ad esempio a Brescia dove la Festa della Repubblica a Brescia diventa un momento di partecipazione e incontro collettivo tra i detenuti e il resto dei cittadini con i quali si mangia si fa laboratorio, arte stabilendo relazioni. Esplorare per tutto l'anno i momenti collettivi di partecipazione è fondamentale per espandere positività per i detenuti. Organizzare e creare eventi continuativi aiuta la comunità ad accettare e preparare il futuro dopo il carcere per l'inclusione nella normalità.
L'interessante punto sullo stato dell'arte del teatro sociale fatto da Stefano Locatelli professore all'Università La Sapienza di Roma ha messo in luce quanta strada ci sia da fare in questo settore, facendoci tornare con i piedi per terra.
Per quanto siano scarsi i dati a disposizione, si può dire che, come accade per molte altre realtà, ci troviamo di fronte ad un mondo tipico "del lavoro neoliberista: i lavoratori del teatro sociale hanno competenze elevate, spesso istruzione post-laurea, i contratti sono brevi se non casuali, le collaborazioni sono strettamente connesse all'ottenimento di fondi pubblici o privati, le protezioni legislative di welfare sono sostanzialmente assente, i pagamenti possibili in certi casi solo a consuntivo...".
E per il teatro sociale, quindi, anche per quello che lavora nelle carceri e per i detenuti la strada resta dura da percorrere. Secondo Fabrizio Fiaschini professore dell'Università di Pavia l'unica via per ridare ruolo primario al teatro nella cultura e nella comunità bisognerà passare prima per l'accettazione della realtà. La pandemia ha amplificato "radicalmente gli esclusi"; le esclusioni di molte persone ha di fatto provocato una situazione generale di isolamento e di "regressione psicosociale". Tra tutti gli esclusi, per la prima volta in maniera così evidente, il mondo delle arti e degli artisti diventano parti di questa vasta realtà delle esclusioni.
Quindi "se dobbiamo pensare a processi di inclusione da parte dell'arte e degli artisti nel futuro non si può non avviare un'alleanza con tutti gli esclusi perché solo così di potrà essere emancipati tutti. Bisogna uscire da ogni "cornice di referenzialità" degli artisti e dei performer. E poi provare continuamente a creare "forme di vita, possibilità di vita, che di fatto siano inclusive".
Il convegno ci ha dato l'opportunità di conoscere le attività in altre nazioni, esperienze di teatro e di performance con detenute e detenuti come quella in Polonia raccontata da Diego Pileggi della Compagnia Giubilo Teatro esperienza dove la situazione è meno rosea di quella italiana per quantità e qualità di lavoro essendo partiti anni dopo.
Maria Joao del collettivo artistico Pele Associação ha portato l'esperienza di due lavori, uno al maschile e l'altro al femminile nelle carceri di Porto in Portogallo. Un passaggio è stato istruttivo e significativo per l'importanza di fare teatro in strutture carcerarie. Lo spettacolo, una metafora dell'essere in prigione, ha richiesto un anno di lavoro per l'allestimento, I trenta detenuti "si sentivano alla fine forti - tutti all'inizio, quando abbiamo iniziato a parlare delle attività che avremmo fatto con loro, non avevano mai sperimentato il teatro nelle loro vite, non avevano mai sperimentato un processo creativo, [...].
Dopo il riconoscimento del pubblico, dei media, della televisione per la quale abbiamo fatto un breve documentario. Poiché la performance era un percorso all'interno della prigione l'idea era quello di cambiarla in uno spettacolo teatrale perché anche gli altri detenuti potessero vederlo". In Portogallo, non è stato possibile far diventare questa esperienza un gruppo di attori per continuare il processo e far diventare lo spettacolo visibile da altri detenuti perché le istituzioni non possono accettare una condizione di tale forza espressiva, di autonomia nel lavoro. Lo stesso direttore del carcere che ha assistito a lavoro solo alla fine quando è stata rappresentato è rimasto spaventato dalla potenza che esprimevano gesti e parole.
In Germania i progetti artistici e i risultati per uomini e donne detenute sono migliori come avuto modo di spiegarci Holger Syrbe della società indipendente aufBruch che lavora con tutte le prigioni di Berlino e lo fa organizzando performance di ogni genere. Non solo ma ci sono interazioni con attori provenienti dall'esterno e agli spettacoli possono assistere spettatori provenienti da ogni dove. Organizzano anche performance e spettacoli all'esterno delle strutture carcerarie.
Una realtà che è nata nel 1996 cercando di dare concretezza all'obiettivo di ridare una vita socialmente responsabile ai detenuti, preparandoli alla libertà. Non è semplice perché a parte tutte le problematiche connesse alle circostanze di un mondo recluso si trovano di fronte a persone che in gran numero sono migranti, hanno un basso livello di istruzione, un'alta percentuale di recidive. La loro organizzazione che ha prodotto più di 90 spettacoli lavora proprio coinvolgendo tutti senza distinzione di razza, cultura, educazione e sostenendo, attraverso l'interazione, l'integrazione anche con l'esterno.
Il Gazzettino, 2 gennaio 2021
Aperta un'indagine per i botti di Capodanno a S. Maria Maggiore. Si sospetta un'azione organizzata. Notte di fuoco nel veneziano quella fra San Silvestro e Capodanno. Sia in senso figurato che concreto. A base sempre di botti. Esplosi in aria ma anche dentro i cassonetti. Costringendo in quest'ultimo caso i pompieri a una ventina di interventi in mezza provincia.
Ma l'episodio che avrebbe provocato più scalpore tanto da far aprire un fascicolo in Procura sarebbe stato una sorta di spettacolo pirotecnico del tutto illegale andato in scena qualche secondo dopo la mezzanotte proprio sopra il carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia, tramite l'utilizzo di un cannoncino posizionato nell'immediata vicinanza dell'ingresso.
In una zona che dire sorvegliata è ancora poco. Particolare questo che fa sembrare poco probabile che si sia trattato di una casualità o di una bravata ma anzi che autorizza a pensare a un atto organizzato in ogni dettaglio. Tanto che c'è qualcuno che ipotizza un messaggio destinato a qualche detenuto eccellente o anche un gesto di sfida nei confronti delle forze dell'ordine.
Chiunque abbia organizzato l'impresa infatti ha messo in conto che poteva anche essere sorpreso, se non all'opera, anche nella fase di allontanamento, dato che in centro storico come in terraferma i controlli erano stato intensificati come da direttiva della Prefettura. In ogni caso nonostante i fuochi d'artificio abbiano fatto scattare l'allarme della struttura penitenziaria non si sarebbero registrati disordini interni tali da mettere a rischio la sicurezza e degli agenti e dei reclusi.
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