di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 1 gennaio 2021
Anche in questo anno orribile che va a chiudersi i movimenti per i diritti umani hanno ottenuto risultati importanti: prigionieri rilasciati dopo aver subito condanne ingiuste, sentenza di morte annullate, provvedimenti liberticidi abrogati e leggi progressiste approvate. Le "buone notizie" trovano spesso uno spazio inadeguato, nei mezzi d'informazione, rispetto alla loro importanza nel cambiamento della vita di singole persone e di intere comunità. Eppure sono state ben 190 nel 2020. Quella che segue è la selezione, assai difficile, delle migliori, una per mese.
Il 7 gennaio il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che gli stati devono tenere in considerazione le violazioni dei diritti umani causate dai cambiamenti climatici quando valutano le domande di asilo.
Il 27 febbraio il parlamento del Colorado (Usa) ha votato definitivamente a favore dell'abolizione della pena di morte.
Il 30 marzo il governo della Sierra Leone ha abolito il decreto che impediva alle ragazze incinte di prendere parte alle lezioni e agli esami, "per non influenzare negativamente le altre alunne".
Il 4 aprile l'avvocato cinese per i diritti umani Wang Quanzhang è stato rimesso in libertà dopo aver trascorso in carcere quattro anni e mezzo per "sovversione dei poteri dello stato".
Il 27 maggio il tribunale di Messina ha condannato a 20 anni di carcere un guineano e due egiziani per aver torturato, picchiato e lasciato morire migranti trattenuti in un centro di detenzione di Zawiya, in Libia.
Il 9 giugno è stato rilasciato Nabil Rajab, uno dei più importanti difensori dei diritti umani del Bahrein. Stava scontando una condanna a cinque anni di carcere, inflittagli nel 2018, per aver criticato via Twitter l'intervento militare dell'Arabia Saudita nello Yemen.
Dopo tre anni passati tra i tribunali francesi, il 7 luglio l'attivista 76enne Martine Landry è stata definitivamente assolta. Nel luglio 2017 aveva accompagnato dall'Italia due minori guineani affinché venissero presi in carico dai servizi sociali francesi.
Il 30 agosto a seguito di una sentenza del Tribunale civile di Roma sono arrivati via aereo, per presentare domanda di protezione internazionale, cinque richiedenti asilo eritrei che l'Italia aveva illegalmente respinto in Libia nel 2009, dopo averli soccorsi in mare con una nave militare.
L'11 settembre un tribunale di Madrid ha condannato l'ex colonnello ed ex viceministro della Difesa di El Salvador Inocente Montano a 133 anni, quattro mesi e cinque giorni di prigione per l'assassinio di sei sacerdoti gesuiti avvenuto nel 1989.
Il 6 ottobre, dopo due anni e mezzo, un tribunale di Barcellona ha assolto dall'accusa di "incitamento a disordini pubblici" Tamara Carrasco, attivista dei Comitati di difesa della repubblica, gruppi della società civile catalana creati dagli attivisti indipendentisti nel 2017.
Il 16 novembre, dopo un'indagine durata sette mesi, il difensore marocchino dei diritti umani Omar Naji è stato assolto da accuse relative alla gestione governativa della risposta alla pandemia da Covid-19.
Il 17 dicembre, accogliendo le richieste di Amnesty International e dei movimenti per i diritti delle donne, il parlamento della Danimarca ha approvato la legge che stabilisce che il sesso senza consenso è stupro.
articolo21.org, 1 gennaio 2021
È stato un anno di battaglie per la Federazione europea dei giornalisti (Efj). Battaglie combattute purtroppo a distanza, perché la pandemia non sempre ha consentito ai vertici della Federazione di andare a portare sostegno sui territori, nei paesi dove gli attacchi alla libertà di stampa sono stati più forti.
La più importante battaglia europea per la libera espressione è stata per noi della Efj quella sulla Bielorussia. L'estate scorsa il popolo bielorusso è sceso in piazza contro le elezioni truffa che hanno confermato al potere il dittatore Alexandr Lukhashenko. La repressione è stata feroce e si è abbattuta anche e soprattutto sui giornalisti che cercavano di coprire le proteste.
Molti colleghi sono stati arrestati e detenuti anche per più giorni, altri sono stati picchiati e hanno riportato gravi ferite. Un caso per tutti: Natasha Lubnevskaya, giovane reporter della testata "Nasha Niva", che il 10 agosto, mentre svolgeva il suo lavoro coprendo una manifestazione, è stata colpita da un proiettile che le ha fracassato un ginocchio. E che oggi manda un messaggio di speranza, perché pensa che il popolo Bielorusso riuscirà a liberarsi dalla dittatura, continuando ad opporsi come sta facendo. La Federazione europea ha più volte lanciato appelli alla Ue perché intervenisse direttamente con sanzioni nei confronti delle autorità Bielorusse.
La EFJ - attraverso il suo Segretario generale, Ricardo Gutierrez -è anche volata in Francia, a sostenere i giornalisti che si sono ribellati all'approvazione di una legge liberticida, che voleva impedire ai cronisti le riprese di azioni della polizia nelle manifestazioni pubbliche.
La Federazione europea collabora inoltre attivamente alla "Piattaforma del Consiglio d'Europa per rafforzare la protezione del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti ". Nel 2020, ci sono state 201 allerte in 32 Paesi, 86 sono state risolte o almeno hanno avuto una risposta da uno stato membro, mentre due giornalisti sono morti: la russa Irina Slavina, che si è immolata contro le restrizioni alla sua testata e il giornalista pakistano in esilio Hussain Baloch, trovato morto in Svezia la scorsa primavera. 119 sono i colleghi ancora detenuti e 24 i casi di omicidi impuniti di giornalisti. Ed è bene ricordare la Turchia, dove Can Dundar è stato condannato in contumacia (si trova va esule in Germania) a 27 anni di carcere la vigilia di Natale.
Per tutto questo, l'impegno della EFJ anche nel 2021 sarà massimo. Tra le prime questioni sul tavolo dell'anno che sta per iniziare, la Polonia, dove la compagnia petrolchimica Orlen ha annunciato l'acquisizione di Polka press, oggi proprietà di un gruppo tedesco. Polka press possiede 20 dei 24 giornali regionali polacchi, 120 riviste locali e 500 portali online nel paese.
Lo Stato detiene il 27,5% delle azioni di Orlen, cosa che gli assicura il controllo di fatto della compagnia. Dunque la stragrande maggioranza dei media polacchi cadrà di fatto sotto il controllo di un Governo autoritario, che da anni cerca di mettere il bavaglio alla stampa.
L'operazione dovrebbe concludersi a inizio anno. L'impegno della Efj non potrà che essere rivolto al sostegno dei giornalisti polacchi, nella battaglia per una stampa libera. Last but not least, le querele bavaglio stanno diventando un grave problema in molti paesi d'Europa, non solo in Italia, dove la legge ad hoc giace nel dimenticatoio. Una battaglia europea, una grande iniziativa comune, è l'auspicio per l'anno che arriva.
La Repubblica, 1 gennaio 2021
Claudio e Paola Regeni hanno annunciato un esposto contro l'esecutivo per le due fregate acquistate dal Cairo. Un esposto contro il governo italiano per violazione della legge in materia di vendita di armi a Paesi "autori di gravi violazioni dei diritti umani". È quanto annunciato da Claudio e Paola Regeni, nel corso della trasmissione Propaganda Live. Il provvedimento, che fa riferimento alla vendita di due fregate all'Egitto, è stato redatto dall'avvocato Alessandra Bellerini, legale dei familiari del ricercatore ucciso in Egitto nel 2016.
Claudio e Paola Regeni hanno spiegato che l'esposto-denuncia riguarda la violazione della legge 185/90 che vieta esportazione di armi "verso Paesi responsabili di violazione dei diritti umani accertati dai competenti organi e il governo egiziano è tra questi".
"Continuano a gettare fango", hanno detto inoltre riferendosi alle dichiarazioni della procura egiziana, dichiarazioni che "confermano ancora una volta l'atteggiamento conosciuto bene negli ultimi cinque anni, dimostrano l'impunità di cui sentono di godere scaricando la responsabilità su persone innocenti. È come se avesse parlato direttamente al Sisi, è uno schiaffo non solo a noi ma all'intera Italia. E il governo italiano è troppo remissivo e troppo debole, le sue sono parole senza azioni conseguenti".
I genitori di Giulio Regeni hanno ribadito che a loro avviso dovrebbe essere richiamato l'ambasciatore italiano in Egitto: "Lo chiediamo come atto forte. Con queste persone, con questo governo (egiziano, ndr) non si tratta, bisogna reagire, perché diversamente i nostri figli non saranno più sicuri, perderanno fiducia e speranza".
Reuters, 1 gennaio 2021
Secondo quanto riportato recentemente dalla rivista americana Time, l'epidemia di Covid-19 ha causato nelle carceri di varie parti degli Usa il contagio di almeno 275mila detenuti e oltre 1.700 morti. Un duro colpo per il sistema penitenziario del paese. Stando a quanto affermato da Time, attualmente la pandemia ha toccato più di 850 carceri e altre strutture penitenziarie. Oltre ai detenuti, anche molti dipendenti e lavoratori del sistema penitenziario sono stati contagiati dal nuovo coronavirus.
di Farian Sabahi
Corriere della Sera, 1 gennaio 2021
Haftom, 21 anni, fuggito con la famiglia senza nulla dalla regione del Tigray dove imperversavano i combattimenti, ora è in un campo rifugiati del Sudan. "In condizioni normali, a Natale avremmo mangiato carne e bevuto tella (birra tradizionale etiope, ndr). Nel campo rifugiati non ci sono però né carne né tella. Sono nato e cresciuto a Mai Kadra, nella regione nordoccidentale del Tigray vicino al confine con il Sudan.
Ho ventun anni e prima della guerra studiavo contabilità e finanza. Quando è scoppiato il conflitto sono scappato con la mia famiglia, non siamo riusciti a portare nulla con noi. Sulla via della fuga, abbiamo incontrato dei soldati sudanesi che ci hanno portato nel campo rifugiati di Hashaba, nello stato sudanese di al-Gedaref. Nel nostro calendario era il primo giorno del mese di Hidar 2013 (10 novembre 2020)". A raccontare la propria condizione è Haftom Berhe, etiope di etnia tigrina e religione cristiana. Nel campo rifugiati di Hashaba vivono circa 17mila rifugiati, il 70 percento sono donne e bambini. Haftom è originario di Mai Kadra, una cittadina nella regione nordoccidentale del Tigray ma, essendo sul confine, è a maggioranza ahmara.
L'Etiopia ha 110 milioni di abitanti suddivisi in oltre 80 etnie. Tra queste, le principali sono gli oromo (32 percento) e gli ahmara (30,2 percento). I tigrini sono soltanto il 6 percento della popolazione ma per vent'anni hanno controllato il governo centrale etiope. Tigrini e ahmara sono per lo più cristiani ortodossi, mentre gli oromo sono prevalentemente musulmani. I matrimoni tra etnie sono comuni, e infatti Ably Ahmed Ali - premier dall'aprile 2018 e premio Nobel per la Pace 2019 - è oromo di madre ahmara e professa la fede cristiana protestante.
Le tensioni interne all'Etiopia sono per lo più etniche, non religiose. Dal punto di vista politico, l'Etiopia è una federazione su base etnica. In questo anno e mezzo il premier ha cercato di emarginare il Tpfl (Tigray Peoplès Liberation Front) e ha tentato di passare dall'etnofederalismo a una forma di centralizzazione panetiopica. I tigrini si sono però opposti e hanno rivendicato l'autonomia, rompendo con Addis Ababa.Il 9 settembre i tigrini hanno organizzato le elezioni locali, anche se il governo centrale le aveva rimandate al 2021, in tutto il paese, con il pretesto della pandemia. "In Etiopia abbiamo avuto le elezioni, ma il premier Abiy Ahmed era contrario e per questo è scoppiata la guerra. Il governo etiope è una dittatura. Noi, abitanti della regione del Tigray, vogliamo un governo democratico", commenta Haftom.
Il conflitto armato è cominciato il 3 novembre quando, secondo le autorità di Addis Ababa, i tigrini avrebbero attaccato alcune caserme delle forze armate etiopi. Il Tpfl respinge l'accusa, ma questo sarebbe stato il pretesto per l'offensiva lanciata il 4 novembre dalle forze governative contro i tigrini. "Nella nostra cittadina non è stato possibile contare i morti. I militari hanno sparato, decapitato con l'ascia, ucciso con i machete. Ci hanno presi di mira perché siamo di etnia tigrina. Molti dei miei compagni di corso sono stati uccisi".
L'offensiva è terminata il 30 novembre. Come tanti altri rifugiati, Haftom e i suoi famigliari non sono riusciti a prelevare denaro né a portare con sé parte del raccolto: "Ogni mese le agenzie internazionali ci danno le razioni di sorgo, ma il cibo non è sufficiente. Non abbiamo abiti di ricambio, la notte fa molto freddo. Stare qui è complicato, perché è scoppiata la guerra anche tra Sudan ed Etiopia".
Il governo centrale etiope ha oscurato le telecomunicazioni e blindato la regione del Tigray. Di conseguenza, le notizie sono scarse e frammentarie. A perpetrare il massacro di Mai Khadra del 9 e 10 novembre, in cui sono morte 600 persone, potrebbero essere stati i soldati federali, oppure le milizie del Tigray. Oppure le forze armate dell'Eritrea perché dopo decenni di inimicizia con Addis Abeba, ora sono coalizzate con il governo centrale etiope contro i tigrini: "In questi mesi, i militari eritrei hanno ucciso i civili del Tigray, hanno usurpato le nostre proprietà e violentato le nostre bambine", denuncia Haftom. Secondo Riccardo Noury di Amnesty International, "dalle immagini in nostro possesso è evidente che fossero civili perché non indossavano l'uniforme.
Sappiamo che molte delle vittime erano di etnia ahmara, ma non sappiamo esattamente chi sia stato a uccidere. Alcune testimonianze puntano sulla polizia del Tigray, che di fatto è una formazione paramilitare, ma non c'è certezza". Secondo altre fonti, per evitare distruzioni e organizzare la guerriglia, il Tpfl avrebbe evacuato le proprie forze dalla capitale tigrina Macallè. E infatti, Haftom dichiara: "La maggior parte dei morti sono tigrini, ad ucciderli sono stati i soldati governativi. Le milizie tigrine non c'entrano: al momento del massacro erano impegnate altrove, a combattere le forze armate di Addis Abeba".
di Anna Zafesova
La Stampa, 1 gennaio 2021
Olga Misik, 18 anni, è diventata celebre in tutto il mondo quando di anni ne aveva soltanto sedici, per aver protestato nella maniera più semplice e pacifica: seduta a gambe incrociate, leggendo ad alta voce la Costituzione. Quando è capitata alla sua prima manifestazione, trascinata da un'amica, nel settembre del 2018, Olga Misik era un'appassionata di fumetti che di politica non sapeva nulla. Anzi, come molti adolescenti russi, era abbastanza diffidente nei confronti della politica, e dei politici.
A 16 anni, Olga era nata e cresciuta nella Russia governata da Vladimir Putin, e non immaginava nemmeno che la politica potesse essere qualcosa di diverso dall'unanimità burocratica imposta dal Cremlino. Alla manifestazione - organizzata da Alexey Navalny contro la riforma delle pensioni voluta da Putin - Olga ha scoperto che in Russia esistono problemi veri, che la politica può essere anche protesta, rabbia, coraggio. E che anche una ragazzina di provincia come lei può cambiare qualcosa.
Pochi mesi dopo, Olga era nel mirino dei fotografi delle agenzie internazionali e sulle copertine delle riviste occidentali, seduta sull'asfalto delle piazze moscovite a gambe incrociate, davanti alle transenne e alle file serrate dei poliziotti anti-sommossa, a leggere ad alta voce la Costituzione russa. Articolo 31, libertà di assemblea. Articolo 32, libertà della partecipazione elettorale. Articolo 29, libertà di stampa. Articolo 3, il popolo è la fonte principale di potere. Probabilmente non aveva mai sentito parlare dei dissidenti sovietici che negli anni '70 avevano provato a sfidare il regime comunista con lo slogan "Rispettate la vostra Costituzione", sperando di incastrare Leonid Brezhnev sulla contraddizione tra le libertà che prometteva sulla carta e negava nella realtà.
Forse non sapeva nemmeno che già alla fine degli anni Zero, quando Olga era ancora piccola e i prezzi del petrolio garantivano ancora a Putin un consenso quasi universale, un gruppo di liberali aveva iniziato a darsi appuntamento nelle piazze di Mosca il 31 di ogni mese, per invocare appunto l'articolo 31 e la libertà della protesta, e per finire immancabilmente arrestati dalla polizia. Ma nella trovata di Olga - farsi scudo con la Costituzione, in una protesta pacifica e sorridente - c'era una gloriosa continuità con Andrey Sakharov e Boris Nemtsov, con generazioni di dissidenti che l'avevano preceduta.
Olga-Constitutsija, come è stata soprannominata nei social, è la versione Telegram di quelle giovani rivoluzionarie che nell'Ottocento sfidavano la polizia politica dello zar in nome del popolo oppresso. Qualcuno fa un paragone più moderno, Greta: anche Olga ha problemi di comunicazione, è affetta da una forte balbuzie. Le sue idee politiche sono molto vaghe: si dichiara libertaria e femminista, sostiene tutti gli attivisti di qualunque orientamento e come rivendicazione principale della sua protesta vorrebbe la libertà della protesta, senza polizia e senza manganelli.
La sua è una rivolta molto adolescenziale, che mischia la protesta contro l'autoritarismo del Cremlino con quella contro un padre autoritario e contro lo squallore di una cittadina di provincia, dalla quale fuggire con un trenino che la porta nelle piazze moscovite. Dice che perfino i suoi compagni della "Protesta a oltranza", un gruppetto di oppositori irriducibili che si coordinano nelle chat di Telegram e hanno come impegno principale una politica molto "fisica", di scontro in piazza, le chiedono di stare più attenta e non provocare la polizia: lei sostiene di avere una "atrofia dell'istinto di autoconservazione" e di essere "pronta a tutto". Insulta i poliziotti con parole che una brava ragazza con la faccia acqua e sapone come lei non dovrebbe nemmeno conoscere, e sorride quando gli agenti con i caschi e gli scudi la portano via per le gambe e le braccia: nel 2019 è stata arrestata brutalmente diverse volte, nonostante fosse minorenne.
Oggi Olga non può partecipare alle manifestazioni: il tribunale le ha imposto di non avvicinarsi a piazze e sedi del governo. Non può uscire di casa la sera e ha limitazioni a usare Internet, nonostante le serva per le sue lezioni alla facoltà di giornalismo dell'università di Mosca. Ormai è maggiorenne e rischia tre anni di carcere. Non può più leggere nemmeno la Costituzione: dopo il "referendum" voluto da Putin per emendarla e ottenere ancora più poteri, tra cui quello di ricandidarsi alla presidenza per altre due volte, proporla come simbolo di diritti e libertà è impossibile, e Olga la chiama "una raccolta di barzellette".
La Duma ha appena approvato una nuova raffica di leggi contro le manifestazioni di protesta. Che difficilmente fermeranno Olga-Constituzija e i suoi coetanei, una generazione che "non ha paura dei cellulari della polizia", dice il sociologo Oleg Zhuravliov: "Per molti di loro partecipare alla protesta è un rito di iniziazione, un modo di diventare cittadini adulti".
di Carlo Pizzati
La Stampa, 1 gennaio 2021
L'attivista sta scontando in carcere una condanna inflitta da Pechino fino al 2022: "Finché Xi Jinping comanda in Cina, non vedremo il finale di questa partita". Joshua Wong è nato il 13 ottobre del 1996 a Hong Kong. Ha fondato il gruppo di attivisti Scholarism ed è ex-segretario generale del partito pro-democrazia Demosist?. È stato il leader delle proteste a Hong Kong nel 2014, internazionalmente conosciute come "Rivoluzione degli ombrelli".
Al momento sono in prigione. Questo account è gestito da amici". Sulla pagina Twitter di Joshua Wong troverete questo messaggio perché il ragazzo più famoso di Hong Kong si è preso 13 mesi e mezzo di carcere per assembramento illecito assieme ad altre presunte violazioni che la Cina, facendo pressioni su Hong Kong, gli imputa. Tutto per cercare fermare quello che gli amici chiamano "il robot", perché è capace di lavorare dall'alba a notte inoltrata senza mai fermarsi. Grande oratore, ottimo organizzatore e trascinatore di masse giovanili, Wong è stato nominato per il Nobel nel 2018 e si è affermato come portavoce internazionale della protesta di Hong Kong contro il leader cinese che Wong chiama "l'Imperatore Xi".
A vederlo, con zainetto, pantaloni sformati, t-shirt e camicie sempre larghe per un corpo che sembra aver fatto poco sport, non si capisce subito quanto coraggio e forza ci sia dentro questo militante nato il 13 ottobre del 1996, otto mesi dopo che la Gran Bretagna ha abbandonato la colonia di Hong Kong con la promessa che Pechino non l'avrebbe annessa fino al 2047, quando Joshua avrà 50 anni. È cresciuto in una famiglia di borghesi luterani molto credenti. Papà Roger (ingegnere informatico in pensione) con l'aiuto di mamma Grace esorta il piccolo Joshua a combattere il "demonio del Comunismo". Vanno d'accordo su tutto tranne un tema: papà si batte per far approvare una legge antigay, il figlio difende i diritti Lgbtqia.
Ma Joshua è abituato a sfidare l'autorità, paterna o governativa che sia. Non gli fa paura. Il primo ostacolo è stato capire cosa dicevano le lettere sulla pagina. Era dislessico, con forti difficoltà a leggere e scrivere. Con mamma Grace, forza di volontà e disciplina, si è messo lì, duro e ostinato, e ce l'ha fatta. Ha capito subito l'importanza del testo. E dei libri di testo. La sua prima battaglia politica la fa nel 2010, a 13 anni, contro il progetto di un treno ad alta velocità che unisce la sua città alla terraferma cinese. A 14 anni fonda con Ivan Lam "Scholarism" per combattere la propaganda di Pechino nei libri di scuola. Il governo vuole imporre un corso obbligatorio per inneggiare al Partito Comunista cinese. "Lavaggio del cervello", dice Joshua. Nella sua prima intervista balbetta. Ma impara presto. Organizza volantinaggi e picchetti. Il movimento cresce fino a quando Wong si ritrova a guidare una ribellione pacifica che si propaga in tutta la città. Gli studenti fanno lo sciopero della fame e occupano il quartier generale del governo di Hong Kong e, dopo un sit-in di dieci giorni, il governo cede e blocca la riforma.
È qui che Wong comprende come la protesta può cambiare il mondo e fermare ciò che appare inevitabile. La seconda opportunità arriva nel 2014. I ragazzi chiedono che a Hong Kong si possa votare senza ingerenze da Pechino. Nasce il famoso Movimento degli Ombrelli (usati per difendersi dai lacrimogeni). Joshua diventa uno dei leader più influenti del movimento pro-democrazia. Arriva la fama internazionale. Pechino lo accusa di essere un agente americano. Viene incarcerato con il pretesto dell'assembramento non autorizzato.
Appena uscito dice: "Se non facciamo niente, le cose peggioreranno. Stanno già vincendo, quindi non abbiamo niente da perdere. Per questo diciamo: se bruceremo, bruceranno con noi". Inizia un tour mondiale. Va in America per convincere il Congresso a passare una legge di tutela alla libertà di Hong Kong. Poi in Europa e in Asia. In Tailandia viene arrestato e rispedito a Hong Kong su richiesta dei cinesi. In Malesia lo bloccano alla frontiera per paura di irritare la Cina. Lo costringono a sciogliere "Scholarism". Lui si allea con altri militanti e si unisce a "Demosisto", nuova e importante associazione pro-democrazia. Tra scioperi della fame e arresti, si trasforma nel vero volto della protesta di Hong Kong. Fino all'anno caldo del 2019.
Joshua è in prigione a scontare una pena di due mesi quando la protesta comincia a riempire le strade ogni weekend, da primavera ad autunno. Appena uscito, si unisce alla battaglia. Ma questo movimento è diverso. Non vuole leader, vuol restare fluido come l'acqua, per evitare scontri interni come quelli che divisero il Movimento degli Ombrelli. Così Wong si trasforma in portavoce internazionale della rivolta. Non sembra turbato dal ridimensionamento, vi si adatta in fretta. Rilascia dichiarazioni e interviste ai giornalisti stranieri. Scende anche in strada, si fa prendere a bastonate e spray al peperoncino, conserva un ruolo strategico. E finisce di nuovo agli arresti. Ormai è troppo noto. Il nemico lo vuole in prigione. "Finché Xi Jinping comanda in Cina, non vedremo il finale di questa partita. È la nostra guerra infinita". Se ne riparla all'inizio del 2022, quando Joshua, salvo soprese, uscirà dal carcere. Avrà appena 26 anni e una vita di battaglie non solo dietro le spalle, ma, c'è da scommetterci, anche davanti a sé.
di Giuseppe Rizzo
internazionale.it, 31 dicembre 2020
Nel maggio del 2020 Sarah Stillman si chiedeva sul New Yorker se il coronavirus avrebbe messo in discussione l'incarcerazione di massa. Stillman si riferiva agli Stati Uniti, il paese con più detenuti in rapporto alla popolazione: 655 ogni 100mila abitanti. Ma in fatto di galere la corsa a chiuderci dentro quante più persone possibile è combattuta, e il tifo è rumoroso: se si può fare male, si farà peggio.
di Mauro Palma*
La Repubblica, 31 dicembre 2020
Roberto Saviano ha dedicato un opportuno commento, apparso su Repubblica del 28 dicembre, alla doverosa istituzione in Italia della Commissione nazionale indipendente sui diritti umani In un passaggio Saviano auspica che la Commissione osservi "come sono gestite le carceri" e "come vengono trattate le questioni in materia di migranti". Saviano sembra ignorare che in materia di privazione della libertà in Italia esiste già un'istituzione nazionale indipendente conforme ai Principi di Parigi: è l'Autorità Garante dei diritti delle persone private della libertà personale che ho l'onore di presiedere.
di Franco Insardà
Il Dubbio, 31 dicembre 2020
Si dice che la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, e sul carcere di belle parole ne abbiamo sentite sempre tante. Solo il Partito radicale, proseguendo l'azione di Marco Pannella, non ha mai smesso di lottare per assicurare una vita dignitosa ai detenuti, ma anche a tutto il personale e ai volontari che operano negli ambienti carcerari.
Rita Bernardini e gli altri esponenti radicali ogni giorno sono in contatto con chi è in carcere e con le loro famiglie. Sono instancabili nel sollecitare un cambio di passo nel rispetto dell'articolo 27 della Costituzione. Così come va menzionata l'azione costante del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e quella dei garanti territoriali. Ma nulla si muove.
- Le misure deflattive lontane dai pensieri della società civile
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- Carceri. Licenze e permessi straordinari, ecco le proroghe










