di Mario Ghirardi
africarivista.it, 30 dicembre 2020
Gli immigrati che affollano le carceri italiane sono un terzo del totale dei detenuti che a febbraio 2020 superavano i 60.000 e a giugno erano scesi a meno di 54.000. Esattamente il 32,7% a giugno, secondo le statistiche fornite dai ricercatori dell'associazione Antigone e dell'Idos nel loro annuale dossier sull'immigrazione, con un trend che si è mantenuto costante per tutto il primo semestre scorso.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 30 dicembre 2020
Mentre l'attenzione e la speranza del mondo sono concentrate sul vaccino, nelle carceri l'emergenza sanitaria passa anche sotto la voce "carenza di personale". Non c'è solo il Covid a preoccupare la tutela della salute dei reclusi: ogni giorno nel mondo dietro le sbarre si fanno i conti anche con le sproporzioni fra medici, infermieri e operatori disponibili e numero dei detenuti nelle celle.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 30 dicembre 2020
Tanto si parla in modo enfatico delle nuove generazioni, tanto poco si ragiona insieme a loro su come costruire una società autenticamente aperta ed effettivamente impermeabile agli affari sporchi delle mafie. Ci sono evidenti motivi di politica criminale che dovrebbero orientare il Parlamento e il Governo a cambiare rotta in materia di droghe e ad attenuare l'impianto repressivo e sanzionatorio dell'attuale legislazione, diversificando i fatti di lieve entità e la coltivazione di cannabis a uso personale da altri e più sostanziosi traffici.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
Ddl penale, ultimatum a Bonafede: subito il tavolo per riscrivere la tua norma o la modifichiamo noi col centrodestra. A volte i diminutivi e gli accrescitivi, insomma le alterazioni lessicali, fanno la differenza. Nel caso di Renzi l'espediente è consueto. Stavolta tocca al Recovery plan e alla giustizia. Nell'enews diramata ieri mattina, il leader di Italia viva riproduce così il concetto già espresso il giorno prima in conferenza stampa: il piano del governo "comincia con delle paginette giustizialiste sulla giustizia: noi cominciamo con la cultura. Della serie: scopri le differenze".
Di che si tratta? Basta tornare all'incontro coi giornalisti: "Questo Recovery", aveva detto Renzi, "è impregnato di cinquestellismo giustizialista nel momento in cui si parla della prescrizione: no al manettarismo di seconda mano di alcuni membri della coalizione". Ecco qual è il bersaglio. Ecco cosa non va in quelle che lui liquida col diminutivo paginette: l'enfasi celebrativa riservata dall'esecutivo di Conte alla riforma della prescrizione.
Celebrazione in cui ricorre pure qualche sottile offesa rivolta agli avvocati. Come quando si allude all'uso strumentale che si sarebbe fatto della prescrizione e che, impedito dalla norma Bonafede, dovrebbe finalmente sospingere gli imputati e i loro difensori verso i riti alternativi. Ma se le insinuazioni gratuite del "Piano di ripresa e resilienza" sono sgradevoli, anche Renzi la tocca tutt'altro che piano. Quando evoca il "manettarismo di seconda mano" punta dritto alle presunte diserzioni dei dem, i quali si sarebbero messi a rimorchio dei 5 stelle proprio sulla giustizia. L'ex premier paventa la crisi, ed è chiaro che tornerà a incalzare gli alleati sul ddl penale.
Nei giorni scorsi i deputati renziani della commissione Giustizia (Lucia Annibali, Cosimo Ferri e Catello Vitiello) hanno rivolto una specifica richiesta al presidente Mario Perantoni, del M5S: rinviare il termine per il deposito degli emendamenti alla riforma del processo penale. Richiesta accordata. La scadenza era fissata per il 14 gennaio. Ora è il 21.
Alla proposta di dare più tempo si è associato l'intero centrodestra. Ma Italia viva come approfitterà del margine concesso? Ha in rampa di lancio proprio un emendamento sulla prescrizione. E non si tratta di una modifica da poco, ma del famigerato (per la maggioranza) lodo Annibali. In pratica, l'avvocata e deputata renziana propone di sospendere gli effetti del blocca- prescrizione (entrato in vigore il 1° gennaio 2020) fin quando non sarà approvata proprio la riforma penale all'esame di Montecitorio. Solo dopo che si saranno verificati gli effetti di quest'ultima riforma, e solo se ne risulterà un'effettiva accelerazione dei processi, il blocca- prescrizione di Bonafede tornerebbe a essere efficace.
È l'armageddon giudiziario della maggioranza? Non lo si può escludere. I numeri in commissione Giustizia sono in bilico. Il centrodestra voterebbe compatto con Italia viva. Così, sulla carta, i due fronti sarebbero pari.
Cosa potrebbe evitare uno scontro così pesante sulla giustizia? Solo l'immediato insediamento del tavolo sulla prescrizione che i renziani sollecitano da mesi. Una commissione composta dai "migliori accademici del settore, da rappresentanti dell'avvocatura e della magistratura nonché da parlamentari" per definire "le linee guida" sulla prescrizione. Così ne parla Italia viva nelle osservazioni al Recovery plan, che riservano un capitolo proprio alla giustizia.
Secondo la formazione dell'ex premier, non basta dunque il lodo Conte bis: il tavolo dovrebbe riscrivere la norma sulla prescrizione in modo che, "a differenza di questa bozza di legge-delega" sia "organica e strutturale, nel rispetto delle garanzie previste dalla Carta costituzionale".
Renzi vorrebbe che a presiedere la commissione preposta a correggere il blocca- prescrizione fosse il leader dei penalisti italiani, Gian Domenico Caiazza, ossia il più tenace avversario di quella norma. Spiega chi è vicino a Renzi: "Se Bonafede mettesse davvero in piedi, subito, la commissione da noi richiesta per discutere di prescrizione, e per renderla compatibile con il principio della ragionevole durata dei processi, eviteremmo di presentare l'emendamento Annibali. Ecco perché abbiamo chiesto più tempo al presidente Perantoni.
Se il ministro non ci ascolterà, porteremo il lodo Annibali in commissione, e vedremo se il Pd avrà il coraggio di votare contro. Non abbiamo mai capito", dice il fedelissimo di Renzi, "perché si siano arresi così presto a Bonafede. Non hanno preteso nemmeno di poter verificare gli effetti della riforma Orlando, della loro riforma, che aveva già esteso in modo notevolissimo i termini di prescrizione. Vediamo con che argomenti si schiereranno contro".
Non c'è male, come auguri di buon anno. Di ottimismo avrà bisogno anche Perantoni. Che non ha esitato ad accogliere la richiesta di "proroga" avanzata dai renziani della commissione da lui presieduta (Cosimo Ferri e Lucia Annibali). Un gesto di disponibilità anche verso le opposizioni che, come detto, si erano associate a Italia Viva.
D'altra parte il vertice pentastellato della commissione Giustizia è convinto che tra i vari aspetti della riforma penale "molto importanti ed efficaci" vi siano quelli relativi "alla fase delle notificazioni, per eliminare i tempi morti" ma anche "al perfezionamento della prescrizione, che resta", a suo giudizio, "una riforma fondamentale", da attuare "rafforzando gli uffici giudiziari, come siamo impegnati a fare". Altro che congelamenti, insomma. Certo è che il 2021 si apre come s'era aperto il 2020: con Conte che balla sulla giustizia. Certe tradizioni non cambiano.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
Manovra, l'intervento di Cirinnà sui fondi destinati alle case famiglia. "Mai più bambini in carcere con le madri". Una soluzione c'è e ora, a un passo dal diventare effettiva, non si può più attendere per metterla in campo: si tratta di destinare maggiori risorse - con un fondo di un milione e mezzo all'anno - alle case famiglia e alle strutture protette per accogliere i detenuti con figli a seguito.
"L'emergenza sanitaria ha avuto effetti drammatici nelle carceri", spiega la senatrice Monica Cirinnà, responsabile Diritti del Pd, intervenendo in aula alla discussione sulla Manovra.
"I numeri non corrispondono soltanto a somme di denaro", prosegue: "34 è il numero delle bambine e dei bambini che, nonostante la pandemia, sono ancora in carcere. 31 sono invece le loro madri, detenute. 1,5 milioni di euro all'anno, per il 2021, il 2022 e il 2023, la somma che viene stanziata per finanziare quella legge che, da nove anni, prevede che le detenute madri e i loro figli debbano risiedere in case-famiglia protette, per evitare che anche un solo bambino varchi la soglia del carcere". "Il termine per l'adozione del decreto attuativo è di due mesi", spiega la senatrice Pd, certa che "il Ministro Bonafede non ci deluderà e ridurrà al minimo il tempo necessario per "mettere a terra" questo denaro".
Quelle madri e quei bambini reclusi negli istituti penitenziari non possono ridursi a numeri e dati, torna a sottolineare Cirinnà: e "non possono più attendere: ogni giorno in carcere è, per loro, un'esperienza dolorosa e traumatizzante". "Molto c'è ancora da fare - sottolinea la senatrice - a partire dalla rapida approvazione del disegno di legge sull'affettività in carcere".
Si tratta di "un testo sollecitato dai Garanti per i detenuti e per cui come relatrice mi batterò - conclude. Giustizia, legalità e sicurezza non possono esistere se è violata la dignità dei detenuti. Continuare a occuparsi dei diritti non toglie nulla all'efficace gestione dell'emergenza sanitaria e alla ripartenza del Paese. Bisogna tenere assieme gestione dell'emergenza e tutela dei diritti. Non sono separate tra loro, perché unica è la vita delle persone, e tutto si tiene: diritto alla salute, diritti civili, diritti sociali".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 30 dicembre 2020
Non finisce mai il Palamaragate. E ogni capitolo nuovo è una mazzata sulla credibilità di tutta la magistratura. Non perché tutta la magistratura sia corrotta, per carità, ma perché appare evidente che la corruzione ha minato profondamente la sua testa, il suo gruppo dirigente potremmo dire, e per questa ragione ha tolto ogni credibilità a tutta la macchina della giustizia.
È un danno spaventoso per il Paese. Il grosso della magistratura fa il suo lavoro onestamente. Senza pregiudizi. Cerca la verità. C'è però un gruppo di circa 2000 persone, che costituisce un quarto della magistratura, del quale fanno parte soprattutto i Pm, che ha assunto un ruolo sovversivo e che ha messo a soqquadro e posto fuorilegge tutta l'istituzione.
Avete presente quella frase fatta: ho fiducia nella magistratura? È insensata. Anch'io avrei fiducia nella magistratura, ma se mi capita invece di finire sotto il tiro di uno di quei 2000 magistrati del Palamaragate, altro che fiducia! So per certo che in quel caso macchina della giustizia e giustizia hanno divorziato. Il secondo e il terzo capitolo del Palamaragate, venuti alla luce in queste ore, ci dicono due cose sconvolgenti.
La prima l'abbiamo raccontata ieri, ed è il "blocco" delle chat di Luca Palamara (alle quali partecipò il Gotha della magistratura italiana e soprattutto del partito dei Pm) deciso dalla Procura di Perugia, che le trasmise al Csm e alla Cassazione con un anno di ritardo. In questo modo si è evitato che magistratopoli potesse influire sulle nomine avvenute tra il maggio del 2019 e il maggio del 2020, tra le quali moltissime assai importanti, come la nomina del procuratore di Roma, cioè del successore di Pignatone.
La seconda cosa che dicono questi nuovi sviluppi del Palamaragate è che addirittura sono andati perduti tutti gli sms del cellulare sequestrato a Luca Palamara, perché la Guardia di Finanza si dimenticò di scaricarli prima di restituire il telefonino al magistrato sotto inchiesta. Cosa c'era in questi sms? Nessuno può saperlo, ma probabilmente c'erano chiacchiere molto importanti, anche perché è noto che alcuni magistrati non usano whatsapp - non lo possiedono - ma usano i vecchi sms.
Voi provate a immaginare se due errori così clamorosi - sì, certo, vien da ridere a chiamarli errori - fossero stati commessi in una indagine che riguardava dei politici. Sarebbe successo il finimondo: dimissioni, cadute di governi, arresti, gogne, campagne giornalistiche. E invece sembra che la magistratura riuscirà a inghiottire senza fare una piega anche questo nuovo scandalo. E continuerà ad operare, a giudicare, a disporre delle nostre vite, dei nostri patrimoni, della nostra libertà. Cioè a fare uso incontrollato e incontrollabile del proprio smisurato potere, del tutto incongruente con gli assetti di una democrazia moderna, di una società equilibrata, di uno Stato di diritto. È vero che dentro la magistratura sta succedendo qualcosa.
Ci sono frange, gruppi, singoli, che iniziano a ribellarsi. A contestare i vertici, le correnti, il giustizialismo, il corporativismo, il moralismo senza morale, il davighismo, il partito dei Pm. La recente vicenda di Magistratura democratica è un esempio. Md è un pilastro della magistratura associata. Da decenni. Ha una storia lunga, forte, piena di pensiero, di cultura, in parte gloriosa in parte ingloriosa. C'è un mio amico magistrato che, un po' per scherzo e un po' seriamente, dice che Md è l'unico luogo della sinistra - nel mondo intero - che ha retto alla caduta del muro di Berlino. Già. L'unico che è stato capace di proseguire per la sua strada, forte come prima e forse, anzi, parecchio più forte di prima. Mai nella sua storia è stata oggetto di congiure interne. Tantomeno di scissioni. E invece, proprio in questi giorni, l'attacco si è scatenato.
Dopo che Md aveva espresso dei dubbi sul caso Palamara (e ancora lo ha fatto ieri, con la bella e coraggiosa intervista di Mariarosaria Guglielmi, che è la segretaria di Md, al nostro giornale), e dopo che aveva mollato Davigo e ostacolato la sua pretesa di restare al Csm in violazione della legge, è scattata la controffensiva della sua componente conservatrice, che ha attaccato dall'interno e poi è giunta fino alla scissione. Cioè a un gesto clamoroso e inedito.
Md reggerà, probabilmente, anche a questo colpo. E chiaramente il terremoto che è in atto cambierà i rapporti di forza all'interno della stessa Anm, dove recentemente Md, sfidando le tradizioni e i riti, aveva imposto alla presidenza, per la prima volta dopo decenni, un giudice, in contrasto evidente e sfacciato col partito dei Pm. Il presidente di Anm, da tempo incalcolabile, è un Pm.
Tutto questo, insieme a molti altri movimenti e mal di pancia provocati, comunque, dal Palamaragate, scuoteranno l'ambiente fino a mettere in discussione gli assetti della magistratura, i suoi rapporti con la società e la legalità, la possibilità di immaginare, dopo decenni, una riforma profonda della giustizia e il ripristino dello Strato di diritto?
Temo di no, per una ragione molto semplice. Il dibattito e il conflitto all'interno della magistratura non rispondono alle regole normali di una democrazia e di una società libera. Come mai? Perché quando si entra nel campo della giustizia, in Italia, si lascia il campo della libertà.
Questo è un punto difficile da spiegare. È così. La nostra società, bene o male, è una società sostanzialmente libera, nonostante molte strettoie, molti grumi, molte spinte autoritarie. Però è in linea con le altre società occidentali. Forse solo un paio di spanne indietro. Nel campo della giustizia no: manca totalmente la libertà di informazione. In nessun altro settore del vivere civile è così. La stampa è libera, la televisione è libera, ed è libera di criticare, talvolta anche a sproposito, qualunque schieramento politico, o professionale, i medici, i commercialisti, gli architetti e i poliziotti, gli imprenditori, gli scrittori e i generali dei carabinieri, gli immigrati e gli homeless, senza limitazioni, come in tutto l'occidente. Non è libera neppure un poco quando si parla di magistrati. È del tutto subalterna e succube. Obbediente fino al servilismo.
Il rapporto tra potere giudiziario e stampa non è diverso da quello che c'era da noi durante il fascismo, o nella Grecia dei colonnelli o nell'Ungheria o nella Germania comuniste. In nulla è diverso. La censura e l'autocensura sono assolute. I giornalisti ammessi alle sacre stanze devono far parte in tutto e per tutto della consorteria: altro che logge segrete! E questo rende difficilissimo l'emergere del dissenso interno alla magistratura o di piccole o grandi ribellioni verso il partito dei Pm. Chi comanda in magistratura ha il potere di mettere a tacere ogni critica, e di punire chi ha criticato, senza che possa difendersi.
Questo provoca la situazione di regime - sì, esattamente di regime, spesso anche violento, perché dispone delle prigioni, dei sequestri dei beni, della gogna - molto difficile da scalfire. Pensate solo a come la stampa ha reagito alla grande amnistia decisa dalla Cassazione sul caso Palamara. Quando ha stabilito che i magistrati che si autopromuovevano o che promuovevano, presso Palamara, propri amici, non violavano nessuna regola.
Ho scritto amnistia: amnistia piena, celebrata in contemporanea alla condanna e alla cacciata di Palamara. È lui, solo lui, esclusivamente lui il male, e tutti gli altri sono perdonati. Punto. Guai a chi obietta. E infatti mi pare che solo noi del Riformista abbiamo obiettato.
Voi sapete quanti politici sono stati messi al bando per una raccomandazione. Qualcuno, anche recentemente, è stato persino arrestato. Da chi? Dai magistrati che decidevano che le raccomandazioni tra toghe, però, sono cosa buona e giusta. Avete letto qualche riga di critica? Forse Paolo Mieli sul Corriere. Un quadrifoglio. Apparso e poi rapidamente sepolto dalle righe e righe e righe dei "giudiziari di professione". Qualcuno può fermare questo degrado? Può avviare una transizione?
In Spagna, quasi mezzo secolo fa, fu il re che garantì la transizione tra dittatura e democrazia, dopo la morte di Franco. Qui da noi, forse, solo il Presidente della Repubblica potrebbe fare qualcosa del genere. Però dovrebbe chiedere lo scioglimento del Csm (lui, come ha detto più volte, non ha il potere per scioglierlo), chiedere una riforma che limiti il potere giudiziario, chiedere al Parlamento di uscire dalla sudditanza a Beppe grillo e a Marco Travaglio. Lo farà?
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
È stato respinto domenica scorsa dalla Camera, durante le votazioni per l'approvazione della legge di Bilancio, l'ordine del giorno proposto da Azione e Più Europa che impegnava il governo ad adottare con urgenza "un'iniziativa normativa volta a ridurre drasticamente il numero degli attuali incarichi in posizione di fuori ruolo a magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, avvocati e procuratori dello Stato".
Una proposta di limitare il dirottamento delle toghe verso funzioni extra-giurisdizionali, di cui pure si discute ormai da anni. Il governo e la maggioranza che lo sostiene non hanno condiviso l'idea, e così ha reagito il deputato di Azione Enrico Costa, che l'aveva messa sul tavolo: "La maggioranza finge di litigare, ma al dunque Partito democratico, Italia viva e Movimento 5 Stelle si compattano per difendere i privilegi dei magistrati fuori ruolo: tutti insieme alla Camera si sono uniti per respingere quest'ordine del giorno, votato solo dal centrodestra". Secondo l'ex viceministro della Giustizia, "di fronte al massiccio arretrato giudiziario e alle carenze di organico, sarebbe più che ragionevole far rientrare a svolgere attività giurisdizionale quei magistrati distaccati nei ministeri o nelle Organizzazioni internazionali, che sono circa duecento". Il tema dei "fuori ruolo", come detto, non è nuovo.
Anzi, da sempre infiamma il dibattito politico. La materia è oggi disciplinata da una legge del 2008. Il legislatore ha previsto che possano essere destinati a ricoprire "funzioni non giudiziarie" un massimo di duecento magistrati. Il procedimento autorizzativo da parte del Csm prevede che non si crei una scopertura superiore al venti percento nell'ufficio cedente, valutando il positivo ritorno per la magistratura rispetto all'attività che il magistrato andrà a svolgere lontano dalle aule dei tribunali.
Le norme fissano in dieci anni, anche non continuativi, la durata massima di questi incarichi. Attualmente ci sono magistrati presso le authority, i ministeri, le rappresentanze diplomatiche. Le disposizioni vigenti non prevedono, poi, criteri particolarmente "severi" per il ritorno in servizio, terminato il mandato, dei magistrati eletti nelle assemblee politiche nazionali o locali, oppure nominati per ricoprire incarichi politici, come quello di assessore o di ministro. Non esiste, in particolare, alcun periodo di "decantazione" fra i due incarichi.
Nei mesi scorsi l'Associazione dirigenti giustizia (Adg) aveva lanciato a proposito dei fuori ruolo un appello al presidente del Consiglio, ai ministri della Giustizia e della Pubblica amministrazione, alle commissioni Giustizia e Affari costituzionali di Senato e Camera. I dirigenti di via Arenula richiamavano l'attenzione dell'opinione pubblica sulla "anomalia istituzionale" dovuta all'eccessivo numero di magistrati attualmente presenti in quel ministero con incarichi amministrativi, chiedendo di "riaffidare" almeno le funzioni gestionali ai dirigenti, senza così distogliere dalla giurisdizione un numero sempre maggiore di toghe.
I fuori ruolo sono presenti anche fra le proposte di riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm in discussione alla Camera. In occasione della nomina alle funzioni direttive e semi-direttive, si legge nel testo al vaglio della commissione Giustizia, "quando occorra procedere alla comparazione delle attitudini dei candidati, di puntuali parametri e indicatori", si tenga in considerazione anche il periodo svolto "in incarichi fuori ruolo". Con una puntualizzazione: "Le attività esercitate fuori del ruolo organico della magistratura siano valutate nei soli casi nei quali l'incarico abbia a oggetto attività assimilabili a quelle giudiziarie o che presuppongano particolare attitudine allo studio e alla ricerca giuridica, con esclusione di qualsiasi automatismo con riferimento a categorie particolari di attività o incarichi fuori ruolo".
Una disposizione specifica riguarda gli ex componenti togati del Csm. Per "evitare l'attribuzione di vantaggi di carriera o di ricollocamento in ruolo per i consiglieri che hanno cessato di far parte del Consiglio", viene preclusa per un congruo periodo "la possibilità che abbiano accesso a incarichi direttivi o semi-direttivi o che possano essere nuovamente collocati fuori ruolo". Attualmente ci sono alcuni ex togati del Csm sotto disciplinare per aver sollecitato un emendamento che eliminava qualsiasi periodo "cuscinetto". Per i fuori ruolo, infine, sarà previsto un collegio elettorale ad hoc in occasione delle elezioni per il rinnovo del Csm, istituito presso il seggio del Tribunale di Roma.
di Susanna Ronconi
societadellaragione.it, 30 dicembre 2020
La sentenza della Corte di Assise di Brescia, che ha prosciolto Antonio Gozzini, l'ottantenne che nel 2019 ha ucciso la moglie, perché incapace di intendere e volere, ha sollevato reazioni dure e indignate di parte del mondo femminista e dell'associazionismo che si occupa di lotta alla violenza di genere. La ragione di questa forte reazione, sta, come in altri casi simili, nella motivazione addotta dalla Corte, quella del "delirio di gelosia".
Il proscioglimento, cioè, viene letto come un ritorno indietro rispetto a quel movimento - culturale, sociale e infine anche giuridico - che ha sancito come la spinta della gelosia, che sta alla base di tanti femminicidi, non possa più essere considerata una attenuante, come per millenni inteso dalla cultura e dal potere patriarcale, ma all'opposto una aggravante, derivante dall'esercizio violento dell'idea di possesso maschile della donna. Questo slittamento culturale e poi giuridico è un passaggio epocale, ed è ben comprensibile come ogni decisione che faccia balenare il ripristino di una qualche legittimazione attenuante di una accezione patriarcale, asimmetrica e violenta, delle relazioni tra uomo e donna, venga radicalmente messa in discussione.
Non è un caso che l'attenzione del mondo delle donne, dopo aver puntato alla riforma delle leggi e del codice penale, sia oggi principalmente concentrata sulla giurisprudenza: non solo perché le leggi e le pene oggi ci sono (e in Italia le pene per i reati contro le donne sono tra le più elevate in Europa), ma perché la giurisprudenza - le sentenze - sono attraversate e influenzate dalla cultura, dei giudici, degli avvocati, dei periti, della pubblica opinione.
Ed è una complessità, quella tra diritto e cultura, in cui i cambiamenti sono più lenti e contraddittori, ben più di una qualsiasi riforma delle leggi. In questo dibattito, e in questo movimento, mettere la giurisprudenza al centro significa focalizzare l'attenzione sulla responsabilità del reo, sulla pena e sulle motivazioni della sentenza. Sulla pena, soprattutto: che diventa, anche ben oltre le sue finalità, la misura emblematica del successo di questo passaggio culturale epocale, e del riconoscimento della donna vittima e dei suoi diritti.
Ritengo che in questa attuale centralità della pena e del diritto penale vi siano molti rischi, e la reazione alla sentenza di Brescia ne è un esempio. Il primo rischio è quello di un populismo penale femminile e femminista, intendendo per populismo penale la tendenza e la pratica di delegare al codice penale (e alla pena) il fronteggiamento di questioni sociali complesse, quali appunto quelle di genere, facendo inoltre prevalere una funzione simbolica del penale, e caricando di conseguenza ogni sentenza nel merito e ogni pena comminata di questa responsabilità simbolica.
Il tema del populismo penale delle donne mi appare all'ordine del giorno, e più leggo dichiarazioni e reazioni alle sentenze e più me ne convinco. Lo scorso anno, con l'associazione Sapere Plurale, abbiamo cercato di dare una opportunità di riflessione critica su questo slittamento come Coordinamento Cittadino contro la Violenza sulle Donne di Torino, organizzando il seminario Il populismo penale e la violenza di genere, a cui rimando perché lì si sono messi a tema molti aspetti critici.
Definisco questo slittamento verso un penale simbolico un rischio perché, per la mia esperienza e il mio vissuto, il movimento delle donne è un movimento delle libertà per tutte e tutti, che mal si coniuga con la domanda autoritaria, law&order che sta alla base del populismo penale, qualsiasi sia l'oggetto cui si rivolge, così come con una accezione punitiva e vendicativa della pena.
Ma anche o soprattutto, perché il dilatarsi del penale simbolico e della sua importanza cozza irrimediabilmente contro quella accezione di violenza di genere declinata dal movimento delle donne - e ratificata dalla Convenzione di Istanbul - come prodotto della cultura e della società patriarcali, dunque come una realtà che non si riassume nella somma di tanti atti delittuosi individuali contro le donne, ma si profila come fattore strutturale delle nostre società, e come tale va combattuta e cambiata.
Certo, gli atti individuali vanno perseguiti, accertati e puniti, così come la responsabilità del singolo uomo, ma se quella lettura è corretta, non è dal penale che la lotta alla violenza di genere riceverà le sue conferme e le sue vittorie. Il penale va presidiato, perché ognuna ha diritto ad avere giustizia, secondo la legge, ma sarebbe incoerente confonderlo, populisticamente appunto, come terreno privilegiato di lotta.
Eppure ritengo che oggi questo slittamento sia ampiamente in atto, nonostante il femminismo italiano tradizionalmente non abbia mai avuto fiducia nello strumento del diritto e tanto meno in quello del diritto penale. E temo che questo caricare ogni sentenza di questo peso simbolico produca una diffusa illusione iperpunitiva, non solo destinata a fallire (il potere dissuasivo della pena e del carcere è notoriamente nullo) ma anche foriera di una cultura non garantista del processo e della pena. Non è di molto tempo fa la polemica attorno al mancato riconoscimento, da parte di un tribunale che giudicava uno stupro, di una aggravante, quella di aver intenzionalmente indotto la vittima ad ubriacarsi per poterle più facilmente usare violenza: i fatti accertati dicevano che la sua ubriachezza non era stata forzata dagli imputati.
Le proteste contro questa decisione - la sentenza comunque si è conclusa con la colpevolezza e la condanna degli imputati - furono aprioristiche, prescindevano dall'accertamento dei fatti, alludendo pericolosamente a una sorta di giustizia sommaria, in cui i fatti e le responsabilità specifiche attribuite rischiano di essere dettagli poco significativi.
E qui torniamo alla sentenza Gozzini. Non sono una giurista, ma la lettura del dispositivo della sentenza mi pare chiarire che questo rischio paventato, tornare a una cultura della gelosia (o del raptus passionale) come attenuante, non vi sia. Anzi, la sentenza affronta esplicitamente il dibattito sul femminicidio e si addentra nel distinguo tra gelosia come motivazione e, peggio, attenuante (e dunque come tale inaccettabile) e la sofferenza psichiatrica del reo, che è alla base della sentenza di proscioglimento per incapacità di intendere e di volere.
Dice il giudice: "vanno tenuti ben distinti il delirio da altre forme di travolgimento delle facoltà di discernimento che, non avendo base psicotica, possono e debbono essere controllate attraverso l'inibizione della impulsività ed instintualità". La sofferenza psichiatrica esiste, in questo caso il delirio di gelosia è un disturbo psicotico, e quando la sofferenza psichiatrica esiste ha ben poco a che vedere con la retorica patriarcale, autoassolutoria, del raptus occasionale da gelosia.
Il caso di Gozzini non sembra, per esempio, assomigliare a quell'altro caso, giudicato a Bologna nel 2019, il caso Castaldo, con una riduzione di pena di 15 anni per attenuante dovuta a "soverchiante tempesta emotiva e passionale", questa sì, mi pare, una giurisprudenza a maggior rischio. Il processo di Brescia ha appurato che l'imputato ha commesso il delitto, ma lo ha reputato non imputabile per la sua patologia psichiatrica: nell'estrema complessità e contraddittorietà che caratterizza una perizia psichiatrica - di cui la lettura di questa sentenza offre uno spaccato significativo - pure la sofferenza psichiatrica esiste, anche in caso di femminicidio.
Gozzini non sarà un uomo libero, se questo è il timore: è stata comminata la misura di sicurezza della permanenza in una Rems. Queste misure di sicurezza, se non sono il carcere (che in ogni caso per un uomo di 80 anni non dovrebbe essere ammesso, se i criteri costituzionali e di umanità della pena valgono qualcosa) sono comunque restrizioni della libertà centrate sulla pericolosità sociale anche più opache e meno garantiste della reclusione, come ben testimonia il dibattito sul "doppio binario" promosso da Società della Ragione e in corso su questo sito.
No so se la non imputabilità per incapacità di intendere e di volere vada superata, in nome di una responsabilità personale che è anche garanzia di maggiori diritti contro l'arbitrarietà delle misure di sicurezza, oltre che premessa di punibilità; lo sento un tema complesso e anche insidioso, in modo particolare considerando il clima sociale in cui viviamo, con il rischio che quella invocata, riconosciuta responsabilità non faccia tanto rima con dignità, quanto piuttosto con quella "certezza della pena" oggi per lo più declinata in salsa vendicativa. So però che Gozzini non poteva essere giudicato a prescindere dalla considerazione della sua sofferenza psichiatrica. Nemmeno se il reato è il femminicidio.
di Matteo De Luca
Il Riformista, 30 dicembre 2020
Alla luce delle recenti riforme legislative che hanno interessato l'articolo 270 del codice di procedura penale e dell'ormai nota sentenza Cavallo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, torna al centro del dibattito l'annosa questione relativa ai parametri di legittimità delle intercettazioni mediante l'uso di captatori informatici in procedimenti diversi da quelli nei quali sono state disposte.
Le intercettazioni, negli ultimi anni, hanno profondamente condizionato le sorti di indagini e processi. Infatti, gran parte delle inchieste che occupano le aule di giustizia si fondano esclusivamente sulle intercettazioni, oggi corroborate anche dall'ausilio dei trojan, veri e propri virus capaci di attaccare ogni apparecchio elettronico e inseguire le loro prede superando ogni barriera fisica e giuridica.
La materia presidiata dall'articolo 270 è stata modificata dalla legge 7 del 28 febbraio 2020 che, intervenendo sulla riforma Orlando, introduce nel nostro ordinamento la pericolosa disciplina della cosiddetta "pesca a strascico" mediante l'uso di captatori informatici anche per taluni reati comuni, estendendone di fatto l'utilizzo a tutti i reati contro la pubblica amministrazione. In sostanza, si getta l'"esca" nel mare dello scambio di informazioni e conversazioni travati e si attende che qualcosa venga a galla.
È evidente che il dibattito che ha animato i dissidi delle forze politiche e dei protagonisti della giurisdizione penale in fase di conversione in legge della riforma delle intercettazioni non attiene a un profilo prettamente processuale, ma investe inevitabilmente la tutela dei diritti fondamentali dell'individuo, a cominciare da quello alla libertà e alla segretezza della corrispondenza e di ogni forma di comunicazione, sancito dall'articolo 15 della Costituzione, che rischia di essere gravemente compromesso laddove la circolazione dei risultati delle intercettazioni venga estesa oltre ogni misura.
Su questo infausto panorama legislativo si è espressa la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza Cavallo (la 51 del 2020) che, ristabilendo i limiti alla utilizzabilità delle intercettazioni, di fatto vieta l'utilizzo delle stesse in procedimenti diversi rispetto a quelli per cui sono state autorizzate, sempre che tra essi non vi sia una connessione forte e che non si tratti di gravi reati per cui è obbligatorio l'arresto in flagranza (con pena minima non inferiore a cinque anni e massima a vent' anni).
L'entrata in vigore della riforma delle intercettazioni dal primo settembre 2020 ha tuttavia diminuito la portata garantista della sentenza in commento. Infatti, l'utilizzo delle intercettazioni effettuate in un procedimento diverso da quello in cui sono state autorizzate, elude il dettato dell'articolo 15 della Costituzione, che tutela il diritto fondamentale della libertà e della segretezza delle comunicazioni, in assenza di un espresso provvedimento di autorizzazione.
In altri termini, questa riforma, in barba al principio della separazione dei poteri, rischia di trasformare il nostro Paese in uno Stato di polizia, fornendo alle Procure una sorta di autorizzazione in bianco a monitorare la vita privata dei cittadini, in evidente spregio al diritto e costituzionale della libertà di comunicazione. In conclusione, ben venga la tecnologia al sevizio della sicurezza e della legalità ma siamo realmente garantiti contro l'abuso di questi strumenti? E inoltre, siamo sicuri che chi ha disciplinato tali strumenti ne abbia colto realmente la portata invasiva?
targatocn.it, 30 dicembre 2020
Oggi la relazione del garante regionale dei detenuti Bruno Mellano. Sulle stesse tematiche si è espresso anche il gruppo Radicali Cuneo - Gianfranco Donadio: "Il Covid mette a rischio anche tutto il personale addetto, dagli agenti di custodia, agli amministrativi, a chiunque vi svolga mansioni varie"
Si terrà oggi 30 dicembre alle 11 tramite videoconferenza la presentazione del Quinto Dossier sulle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi. A relazionare sui dati il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano e una rappresentanza dei dodici garanti comunali piemontesi; le conclusioni saranno lasciate al portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali Stefano Anastasia.
A seguito della conferenza il dossier verrà inviato al capodipartimento dell'amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, al provveditore dell'amministrazione penitenziaria del Piemonte Pierpaolo D'Andria, al ministro di Giustizia Alfonso Bonafede e ai sottosegretari di Stato Vittorio Ferraresi e Andrea Giorgis. Sulla stessa tematica - e nello specifico in merito alle criticità legate al periodo Covid - anche il gruppo Radicali Cuneo - Gianfranco Donadio si è espresso recentemente, con una lettera e una segnalazione alle autorità regionali.
"L'essere condannati ad una pena detentiva non fa decadere il diritto alla salute - si legge nella lettera. E il Covid mette a rischio anche tutto il personale addetto, dagli agenti di custodia, agli amministrativi, a chiunque vi svolga mansioni varie. Siamo a conoscenza di un detenuto del carcere di Cuneo affetto da Covid che sta facendo lo sciopero della fame, della sete e si astiene dalle cure per denunciare la situazione. Pare che i contagiati siano rinchiusi in spazi ristretti, senza condizioni igienico-sanitarie consone.
Chiediamo quindi con urgenza l'intervento delle autorità per ripristinare condizioni umane e di legalità all'interno del carcere e degli istituti penitenziari in generale, tramite l'approfondimento della questione, visite ispettive e rigidi controlli sul rispetto delle regole. Vogliamo conoscere quanti siano i positivi nelle nostre carceri, quali siano le cautele poste in essere e quale la loro efficacia e proponiamo che si consideri l'opportunità di una tempistica urgente per la somministrazione del vaccino a questa popolazione "a rischio" ed attendiamo le risposte".
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