Redattore Sociale, 29 dicembre 2020
Il Garante dei detenuti Francesco Maisto risponde alla denuncia di Caritas Ambrosiana sulle condizioni dei reclusi. I contagi sarebbero sotto controllo e le misure di sicurezza "non sono un paravento e vengono verificate ogni giorno in base alle indicazioni dei referenti sanitari". "Certamente è un periodo questo di sofferenza per i detenuti degli istituti penitenziari, ma dal nostro punto di vista non risultano nelle carceri milanesi riflessi sulla riduzione dei diritti fondamentali". Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, non condivide il quadro della situazione nelle carceri di Bollate, Opera e San Vittore che emerge dal documento che Caritas Ambrosiana ha reso noto oggi.
Secondo la Caritas Ambrosiana c'è un problema di sovraffollamento ancora oltre i limiti di guardia, un aumento dei positivi al Covid rispetto alla prima ondata con misure coercitive assunte in nome della sicurezza sanitaria che portano a tenere sempre chiuse le celle e una sospensione di alcune attività risocializzanti come la scuola e di servizi essenziali affidati ai volontari.
Sui contagi, innanzitutto, il Garante assicura che la situazione è sotto controllo: "Nei 18 istituti penitenziari della regione Lombardia, 11 non hanno subito contagi da Covid - racconta Maisto: attualmente gli infetti sono 265 in tutta la regione, a fronte della più grave rilevazione del mese passato in cui erano 400. A Milano i contagiati attuali sono 168 nei tre istituti di cui 98 a Bollate, 29 ad Opera (di cui 9 in ospedale) e 41 San Vittore (di cui 1 in ospedale)".
Il problema del sovraffollamento c'è anche secondo il Garante, ma le misure di sicurezza anti-covid "non sono un paravento per ridurre i diritti dei detenuti e vengono verificate ogni giorno dai Garanti, valutando che sia corrispondenti alle indicazioni dei referenti sanitari anti-covid presenti in ciascun istituto".
Per quanto riguarda la riduzione dei volontari nelle tre carceri, Maisto precisa che "la situazione dei tre istituti va tenuta ben distinta e le limitazioni non sono uguali. Tra l'altro circa due settimane fa abbiamo fatto una riunione con 78 volontari del carcere di Bollate e nessuno ha fatto emergere i problemi denunciati oggi dal documento di Caritas Ambrosiana".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 29 dicembre 2020
Il giudice della Consulta Nicolò Zanon non ha voluto firmare la recente sentenza sulla prescrizione. Ma, spiega, "questa resta una soluzione insufficiente, meglio la trasparenza delle opinioni". E sui ricorsi contro la procedura di approvazione delle leggi dice: "Invece di ricorrere all'aiuto esterno, il parlamento dovrebbe avere uno scatto di orgoglio e difendere da sé la sua centralità"
Venerdì scorso la Corte costituzionale ha pubblicato una sentenza sulla prescrizione redatta da un giudice diverso da quello al quale era stata affidata la relazione. Accade assai raramente. In questo caso il giudice relatore, Nicolò Zanon, è lo stesso che in uno dei podcast pubblicati sul sito della Corte - una "libreria" nella quale i giudici costituzionali spiegano al pubblico il loro lavoro - aveva posto il tema dalla cosiddetta "opinione dissenziente".
Professore, qual è il motivo per il quale lei non ha firmato la sentenza sulla prescrizione?
Perché avevo una tesi diversa rispetto alla maggioranza dei colleghi. Non svelo nulla di segreto, questa è l'unica ipotesi in cui il dissenso del giudice risulta dalla lettura della sentenza, c'è scritto infatti che il relatore è stato "sostituito" per la redazione. Quello che non si sa, perché resta nel segreto della camera di consiglio, è se altri giudici, e quanti, erano in dissenso come lui. Sul quesito che riguardava la sospensione della prescrizione la mia proposta al collegio era di segno diverso da quella adottata. È prevalsa la non fondatezza e non me la sono sentita di scrivere una motivazione che proprio non condividevo. È un caso estremo, tante volte succede di redigere pronunce che hanno un dispositivo diverso da quello che si immaginava all'inizio, ma che magari, discutendo con i colleghi, si impone come soluzione migliore.
Questa mancata firma si può considerare una forma di opinione dissenziente?
Purtroppo no, è una forma di dissenso che definirei autoreferenziale e introversa. Si è affermata in via di prassi: si può sapere che c'è stato un dissenso nel collegio ma non se ne conoscono le ragioni. A mio avviso è una soluzione largamente insufficiente.
Lei è favorevole all'introduzione anche in Italia, come nella corte suprema Usa, nelle corti costituzionali spagnola e tedesca e nella corte europea dei diritti dell'uomo, dell'opinione dissenziente?
Sarebbe un'innovazione con tanti vantaggi, ma anche alcuni svantaggi. Io sono favorevole. È la mia convinzione personale, non ne abbiamo parlato tra noi giudici e quando, molti anni fa, la questione fu valutata, si scelse di non cambiare le cose. L'attuale assetto viene infatti considerato utile a salvaguardare la collegialità perché i giudici rimasti in minoranza hanno l'incentivo a partecipare alla motivazione che non condividono, per migliorarla dal loro punto di vista. La collegialità è, anche qui, certamente un pregio.
L'introduzione dell'opinione dissenziente non rischierebbe, specie nei casi di decisioni prese a stretta maggioranza, di rappresentare in pubblico una Corte costituzionale spaccata?
Questo rischio c'è, ma io credo che l'opinione pubblica interessata abbia raggiunto un grado di maturità sufficiente per comprendere che le decisioni sulla costituzionalità di una legge non sono un'operazione matematica. Sono al contrario il risultato di un'interpretazione che può dipendere da prospettive culturali e concezioni diverse del diritto e dell'intervento della Corte. Forse si potrebbe accettare senza drammi l'esistenza opinioni diverse anche sulla Costituzione, malgrado debba esserci una decisione. Non mi sfuggono i valori da preservare, la certezza del diritto e l'autorevolezza delle decisioni della Corte. Temo però che al fondo delle ragioni di chi non ammette il dissenso ci sia un'idea un po' dogmatica del diritto. Invece le opinioni di minoranza possono gettare un seme nella riflessione dei giuristi e diventare nel futuro le opinioni di tutta la Corte. Nessun dramma, anche perché nella stragrande maggioranza dei casi la Corte decide in maniera unanime e non serve votare.
Il giudice che firma l'opinione dissenziente diventerebbe il punto di riferimento di chi non condivide la decisione della Corte, non teme che tutto il collegio possa essere trascinato nella polemica?
Anche in questo caso non nego il rischio, tutto può essere strumentalizzato. Ma la forza degli argomenti costituzionali dovrebbe servire, al contrario, a rendere le decisioni più accessibili, più trasparenti e persino più comprensibili rispetto al segreto della camera di consiglio. La società italiana è più matura di quanto immaginiamo e nei paesi dove l'opinione dissenziente è prevista queste strumentalizzazioni non avvengono o avvengono molto di rado.
Lei ha redatto la sentenza che ha cancellato alcune parti di una legge elettorale, il cosiddetto Italicum. Cosa pensa della proposta di anticipare il giudizio di costituzionalità sulle leggi elettorali a prima della promulgazione, visto queste leggi finiscono puntualmente davanti alla Corte?
Sarebbe un'innovazione di rango costituzionale che ci attribuirebbe una nuova e specifica competenza e avvicinerebbe la Corte costituzionale italiana a quei supremi tribunali elettorali che esistono in alcune esperienze sudamericane, per esempio in Messico. A mio avviso sarebbe una stranezza, renderebbe la Corte una sorta di co-legislatore in materia elettorale e la butterebbe nell'agone politico proprio sulla più politica delle leggi. Sono scelte del legislatore, è chiaro, ma la mia opinione è che per la Corte si tratterebbe di un "dono avvelenato".
La Corte ha ormai aperto una strada ai ricorsi diretti dei singoli parlamentari sul procedimento legislativo e sempre più spesso la possibilità di ricorso alla Consulta viene utilizzata nel dibattito politico come un avvertimento preventivo nei confronti della maggioranza. Non vede il rischio che la Corte possa trasformarsi non dico in una terza camera, ma quasi in un tribunale delle minoranze parlamentari?
Il tema è vedere se sia utile fare come in Francia, dove dagli anni Settanta è stata introdotta la possibilità per la minoranza di fare ricorso preventivo contro una legge appena approvata e prima che sia promulgata. Da noi sarebbe probabilmente un modo per sollecitare una maggiore attenzione alle procedure e al rispetto delle prerogative costituzionali di tutti i parlamentari. Ma vi sarebbe il rischio di attirare la corte nel mezzo di polemiche politiche relative a scelte appena compiute dal legislatore.
Qui da noi, però, si sta affermando un monocameralismo sostanziale e le polemiche così come i ricorsi annunciati o presentati riguardano sempre più spesso il metodo di approvazione delle leggi e non il merito dei provvedimenti...
Mi permetto di dire che anziché ricorrere all'aiuto esterno di istanze giurisdizionali o para giurisdizionali, il parlamento dovrebbe avere uno scatto di orgoglio al suo interno e difendere il suo ruolo e la sua centralità con la propria autorevolezza. Sarebbe la strada migliore, senza la necessità di immaginare chissà quali riforme.
ansa.it, 29 dicembre 2020
Dopo 3 mesi da primo caso e picco 164 contagi ora solo 5 "positivi". Dopo circa 3 mesi dal primo caso di Sars-Cov-2 è ormai sotto controllo il contagio nella Casa Circondariale di Napoli Poggioreale, il carcere più affollato d'Europa. Secondo i dati resi noti dai vertici dell'istituto penitenziario al momento ci sono solo 5 "positivi".
A monitorare il contagio è stata la Polizia Penitenziaria, con il commissario Ciro Cozzolino e l'ispettore Salvatore De Cicco. L'emergenza è stata gestita con il personale infermieristico e medico dell'Asl Napoli 1, il personale sanitario della Protezione Civile e con i medici dell'Usca, questi ultimi coordinati dal dottor Alessandro D. Oliviero, Task Force (piccole unità mobili dell'Asl metropolitana) impiegate per il monitoraggio ed il contrasto del virus fortemente voluto dal comandante della Polizia Penitenziaria dirigente aggiunto Gaetano Diglio e dal direttore dell'Istituto Carlo Berdini, dal direttore sanitario Irollo, che ha operato con l'obiettivo comune di tutelare la salute di tutti, soprattutto dei 2.250 detenuti ristretti nella Casa Circondariale di Napoli Poggioreale a fronte della capienza regolamentare di 1.633.
Per identificare e isolare il virus sono stati eseguiti 3.596 tamponi (pari al 160% della popolazione detenuta, 2.566 eseguiti dall'U.S.C.A., 1030 dalla Direzione Sanitaria Interna); 179 sono stati i contagiati di cui 119 sono stati i casi di positività gestiti contemporaneamente nel picco di massimo di contagio e 164 i soggetti che si sono successivamente negativizzati (pari al 97% dei positivi). Cinquecento sono stati infine, i detenuti posti in quarantena precauzionale/fiduciaria.
Per quanto riguarda, infine, il Corpo Polizia Penitenziaria sono stati 85 i "positivi" emersi dai controlli, 72 negativizzati, 69 sottoposti in quarantena fiduciaria. Al momento c'è ancora un agente "positivo" e tre in quarantena fiduciaria.
La Stampa, 29 dicembre 2020
Criticato il progetto di una sede in Valbormida. Fabrizio Ferraro, segretario provinciale di Rifondazione Comunista e Marco Ravera, consigliere comunale "Rete a Sinistra - Savona che vorrei" rilancio l'idea che Savona ospiti il nuovo carcere.
"Nelle ultime settimane si è tornato a parlare con insistenza del nuovo carcere. Dalla chiusura del Sant'Agostino, infatti, - scrivono in una nota - la provincia di Savona è rimasta senza casa circondariale. Un'assenza pesante, che ha causato problemi di sovraffollamento delle strutture degli altri circondari, incrementato i tempi di spostamento dei detenuti in vista delle udienze, aggravato il lavoro della polizia penitenziaria e generato disagi per i familiari dei detenuti stessi".
"Per tutte queste ragioni - proseguono - riteniamo importante la realizzazione del nuovo carcere della nostra provincia, peraltro prevista per legge; non condividiamo tuttavia la possibile scelta della Val Bormida, e quella di Cengio in particolare. Ci sembrerebbe irragionevole per la distanza dalla città capoluogo e dal Tribunale, con difficoltà per agenti e parenti dei detenuti, e renderebbe molto più difficile il rapporto con il volontariato e con i servizi. Sarebbe, infine, inopportuno costruirlo nelle aree dell'ex-Acna di Cengio, al centro di un disastro ambientale di grandi proporzioni nei passati decenni, e solo di recente bonificata (ma sul completamento della bonifica e sulla possibilità di edificarvi esistono pareri anche molto critici)".
"Per questo rilanciamo l'idea di trovare - concludono - una collocazione consona e sicura nella città di Savona e sollecitiamo la Giunta comunale ad attivarsi in tal senso. Non vi è nulla di sbagliato o di punitivo ad ospitare il carcere, ed è necessario tutelare i diritti sia dei detenuti con le loro famiglie, sia degli agenti di polizia penitenziaria".
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 29 dicembre 2020
L'ex senatore impegnato anche nella cooperativa che produce il caffé Galeotto. La barba lunga, lo sguardo stanco, in tuta, Denis Verdini incontra l'onorevole Polverini davanti alla sua cella a Rebibbia alla vigilia di Natale: "Renata, le condizioni delle carceri italiane sono incivili! Noi del centrodestra abbiamo sbagliato a non affrontare mai la questione". "Ma parla per te!", lo rintuzza ridendo la deputata di Forza Italia, che anche quest'anno ha distribuito i panettoni nelle galere.
"Guarda qui", le dice Verdini, allargando il braccio sul corridoio rumoroso di voci. "È dura sia per i detenuti che per le guardie carcerarie. Avremmo dovuto fare una grande battaglia politica ".
Verdini, con quell'aria da attore, facondo e guascone, era una delle maschere della Seconda Repubblica. Tutto in lui era eccessivo, un potente, per giunta ricchissimo, che viaggiava in Maybach, e adesso ha trascorso le feste in una cella di pochi metri quadri.
Dal 3 novembre sconta una pena a 6 anni e mezzo per il crack del Credito fiorentino. Ma l'affetto degli amici non è venuto meno. Sono andati a trovarlo Matteo Salvini, che è il compagno della figlia Francesca, Matteo Renzi, Luca Lotti, Maurizio Lupi, e altri ancora. Verdini lavora nell'amministrazione della cooperativa che produce il caffé Galeotto e fa da "tutor" ad alcuni detenuti che si stanno laureando. Chi vuole varcare il pesante portone del penitenziario deve esibire un tampone negativo fatto il giorno primo, e anche là dentro tutti indossano le mascherine, la Polverini addirittura tre. Verdini occupa una cella singola, c'è posto per la branda, la tv, il cucinino, il cesso alla turca. "Non si dà pace", dice Polverini.
"Abbiamo anche parlato di politica, con qualche battuta sul centrodestra e sul governo, ma senza la passione che aveva fuori. Il carcere pesa". I famigliari, spiega l'avvocato Marco Rocchi che lo difende con il professor Franco Coppi, hanno diritto a quattro visite al mese, contingentate causa Covid. "Gli ho detto: Denis, tagliati il barbone ", rivela Daniela Santanché.
"E fai un po' di moto, non rinunciare all'ora d'aria in cortile, non stare sempre chiuso qui dentro. Quando l'ho visto io il morale era così così. Legge di malavoglia i giornali, infatti sulla branda aveva sparpagliati dei libri. "Guardo poco anche la tele, preferisco studiare".
È probabile che le immagini che vengono da fuori, la neve, la corsa a vaccinarsi, le tribolazioni di Conte, lo immalinconiscano. Alcuni detenuti fermano la senatrice Santanché, la stuzzicano sulle sue posizioni legge e ordine: "Sì, resto contraria a indulto e amnistia", tiene il punto.
A maggio Verdini compirà 70 anni. I suoi legali potranno presentare domanda per gli arresti domiciliari, ma l'ultima parola spetterà al tribunale di sorveglianza. A giugno inizierà il processo d'appello per la bancarotta della Ste, la società che editava Il Giornale della Toscana, per la quale è stato condannato a 5 anni e mezzo, e poi un altro giudizio, sempre per bancarotta, altri 3 anni e 4 mesi. Un duro inverno attende Verdini.
Corriere del Mezzogiorno, 29 dicembre 2020
"Ha sbagliato da giovane ma ha un lavoro onesto, moglie e tre figli". L'ordine di carcerazione per fatti del 1999. L'avvocato Pisani chiede la grazia a Mattarella. "Ha commesso degli errori quando aveva 26 anni, poi però ci siamo sposati e lui è cambiato totalmente, adesso ha tre figli e da allora anni lavora onestamente. Ora, dopo 21 anni, arriva questa sorpresa".
Chiede aiuto la moglie di Giuseppe Marziale, il 47enne per il quale nei giorni scorsi si sono aperte le porte del carcere per reati commessi nel 1999. All'epoca militava in un gruppo camorristico dei Quartieri Spagnoli di Napoli e per conto di quella camorra ha commesso dei reati per i quali è stato condannato.
Dopo tutti questi anni deve scontare una pena di 11 anni, 11 mesi e 16 giorni di reclusione per associazione mafiosa e spaccio di droga, anche se nel frattempo ha cambiato totalmente "pelle". "Se lo sono preso e lo hanno portato via - dice la moglie in un messaggio video registrato per chiedere aiuto - e la cosa più brutta è stata dirlo ai figli. Vi chiedo di aiutarmi perché è ingiusto scontare una pena dopo 22 anni e perché Giuseppe Marziale è cambiato totalmente".
Nel 1999 faceva parte di un gruppo malavitoso di stanza nella zona di Sant'Anna a Palazzo, i cui componenti, fatta eccezione per lui, che ha cambiato strada, sono tutti finiti ammazzati. Giuseppe, che tutti chiamano Pippo, adottò la "retta via" lavorando onestamente. Il Tribunale del Riesame, infatti, lo scarcerò, dopo l'arresto, per mancanza di esigenze cautelari. Ma sabato scorso, a distanza di 21 anni da quei fatti, è stato raggiunto da un ordine di carcerazione.
"Questa carcerazione - commenta il legale di Giuseppe, l'avvocato Sergio Pisani - rappresenta il fallimento totale dell'attuale sistema giustizia. Che senso ha, dopo 21 anni da un reato, far scontare 11 anni di reclusione ad un soggetto che in un ventennio si è totalmente riabilitato lavorando onestamente e mettendo su famiglia? Chiederemo la grazia al Presidente della Repubblica perché la funzione rieducativa della pena non si trasformi in una mera funzione punitiva, annullando, di fatto, un percorso di vita che ora viene incredibilmente stroncato".
di Maria Teresa Corso
quotidianodigela.it, 29 dicembre 2020
Solidarietà e speranza non conoscono confini, riescono a raggiungere anche chi è costretto a vivere dietro le sbarre. I volontari della Comunità di Sant'Egidio hanno donato prodotti di prima necessità e panettoni come simbolo del Natale ai detenuti della Casa Circondariale di contrada Balate, diretta da Cesira Rinaldi.
Il pranzo di Natale, offerto ogni anno dalla Comunità di Sant'Egidio è stato quest'anno sostituito con la consegna di doni utili, così da poter consentire ai volontari di dimostrare ai detenuti la loro concreta vicinanza, nonostante le difficoltà generate dalle restrizioni imposte dall'emergenza Covid.
"Le donazioni dei volontari della Comunità di Sant'Egidio - sostiene la direttrice della Casa Circondariale - sono state infatti recepite dai detenuti come un valore aggiunto alla difficile permanenza nella struttura". Garantire sicurezza per ridurre i rischi di contagi all'interno della struttura della Casa Circondariale continua ad essere fondamentale, soprattutto durante il periodo delle festività natalizie in occasione delle quali la direttrice Cesira Rinaldi ha comunque voluto garantire ai detenuti l'opportunità di restare vicini ai propri familiari.
"Le donazioni da parte della Comunità di Sant'Egidio - afferma Selenia La Spina in rappresentanza della Comunità - sono state davvero importanti per i detenuti della struttura, costretti a vivere quotidianamente una realtà in cui la distanza si avverte maggiormente". Le restrizioni imposte dall'emergenza Covid hanno rivoluzionato le tradizionali festività natalizie, da sempre trascorse con numerosi amici e parenti, rendendo il Natale del 2020 alquanto insolito e memorabile.
Tuttavia, la direttrice della Casa Circondariale di contrada Balate si è impegnata affinché i detenuti potessero avvertire il calore dei propri familiari, sempre nel rispetto delle disposizioni di sicurezza. Il Natale è simbolo di speranza e augurarla anche con piccoli gesti diviene un momento davvero importante, soprattutto con l'emergenza Covid che ha oramai caratterizzato l'intero 2020.
avveniredicalabria.news, 29 dicembre 2020
Nonostante l'emergenza sanitaria si è rinnovato l'appuntamento per i detenuti del carcere di Siano. "Il presepe è famiglia, è affetto. E proprio per sentire meno lontani i loro affetti e le loro famiglie, i detenuti del carcere di Siano ogni anno si mettono all'opera per rappresentare una natività diversa, che - già solo per il contesto carcerario che fa da cornice - assume un significato profondo".
Con queste parole la direttrice dell'istituto penitenziario, Angela Paravati, spiega il senso della sesta edizione del concorso "Il Messaggio dei Presepi" alla Casa Circondariale di Catanzaro, la cui premiazione si è svolta alcuni giorni fa nel corso di una manifestazione "a distanza" organizzata dall'istituzione in collaborazione con l'associazione Consolidal Ets, presieduta dall'architetto Teresa Gualtieri.
"Il Covid non ha fermato l'evento che è ormai una tradizione" ha commentato l'architetto Teresa Gualtieri, ed infatti la manifestazione ha visto la presenza anche del Garante regionale dei detenuti Agostino Siviglia, intervenuto personalmente, ma anche, in videoconferenza, dell'assessore alla cultura del comune di Catanzaro Concetta Carrozza, del direttore dell'ufficio detenuti del Provveditorato regionale Giuseppina Irrera, della consigliera di parità della Provincia di Catanzaro Elena Morano Cinque, del docente universitario a riposo e pedagogista Nicola De Cumis, da anni volontario presso l'Istituto e del dirigente scolastico dell'istituto Petrucci Maresca Elisabetta Zaccone.
Sette presepi sono stati realizzati dalle persone detenute presso la Casa Circondariale: sette sfide per far nascere Gesù in carcere durante la pandemia, in un doppio isolamento. Un significato ancora più autentico, essendo la nascita, secondo i Vangeli, avvenuta in una grotta, al freddo, in un ambiente ostile alla vita proprio come è il mondo intero oggi, afflitto dall'emergenza epidemiologica.
E così troviamo personaggi dei presepi con la mascherina, tensostrutture e spazi di emergenza medica rappresentati accanto alla capanna con la sacra famiglia, il bue e l'asinello. Un contrasto che fa riflettere: come è presente la pandemia, è presente anche, ancora una volta, una nascita che rilancia e vince una sfida, contro tutte le previsioni.
E si arriva così al presepe in mongolfiera che poeticamente riesce a vincere i mali del mondo elevandosi al di sopra di essi e che ha avuto un premio speciale. Vincitori a pari merito il presepe intitolato Angeli Di Dio e l'opera "Il presepe con il gruppo di preghiera Rinnovamento dello spirito". Da notare il "dolce Covid" realizzato nel laboratorio di pasticceria dei detenuti dell'Istituto. Il Garante regionale dei detenuti Agostino Siviglia ha apprezzato l'iniziativa affermando che: "È stata la risposta migliore che i detenuti potevano dare a questo periodo di isolamento".
caritaspisa.com, 29 dicembre 2020
L'iniziativa di un gruppo di cittadini con ruoli istituzionali e della sezione soci di Pisa. Anche quest'anno, come in passato, è stata realizzata la donazione dei panettoni per i detenuti del carcere Don Bosco.
L'iniziativa, promossa insieme da persone che hanno ruoli istituzionali e dalla sezione soci della Coop, con il contributo operativo della Caritas di Pisa, ha "il doppio obiettivo di dare da un lato un segnale di solidarietà concreta verso chi vive una situazione ai limiti della civiltà, in un sistema carcerario caratterizzato dal sovraffollamento e dal degrado strutturale, pesantemente aggravata dall'emergenza sanitaria prodotta dal coronavirus - scrivono i promotori dell'iniziativa.
Dall'altro intende richiamare l'attenzione su un problema serio come quello dello stato e del funzionamento degli istituti di pena italiani, in cui si avvertono tutti i rischi di una lesione dei diritti umani. Le misure restrittive necessariamente indotte dalla pandemia hanno accentuato i fattori e le condizioni che mettono in crisi la dignità umana dei detenuti, in un contesto che isola, disumanizza i rapporti e le relazioni, e alla fine spinge alla recidiva, e il risultato non va certamente nella direzione di un miglioramento della sicurezza. Per questo riteniamo importante segnalare l'urgenza del problema e ci auguriamo che da parte dello Stato, del Governo e del Parlamento ci sia l'attenzione che merita"
I panettoni donati da Unicoop Firenze-Sezione soci Pisa e consegnati sono 380 e saranno distribuiti dalla Caritas di intesa con la Direzione del Don Bosco. Allo stesso tempo sono stati consegnati al direttore Caritas Don Emanuele Morelli 400 euro per aiutare i detenuti in maggiore difficoltà, frutto della sottoscrizione dei deputati (in carica ed ex) Lucia Ciampi, Stefano Ceccanti, Paolo Fontanelli, Maria Grazia Gatti, dalle assessore regionali Alessandra Nardini e Serena Spinelli, del consigliere regionale Andrea Pieroni e del presidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo.
Al carico dei panettoni predisposto alla Coop di Porta a Mare erano presenti la presidente della sezione soci pisana Angiolina Rovetini, il vicepresidente Sergio Brondi, la consigliera del direttivo Titina Maccioni, oltre a Don Morelli e all'onorevole Paolo Fontanelli, che hanno poi provveduto alla consegna alla presenza del direttore della Casa circondariale Francesco Ruello.
di Domenico Quirico
La Stampa, 29 dicembre 2020
L'egoismo dei ricchi solleva indignazione, l'indifferenza dei poveri è peggio. Credevamo nella solidarietà dei poveri verso i poveri, nella pietà di chi, scudisciato da delusioni e amarezze, ha vissuto la sventura verso gli altri che la attraversano. L'unico vero comunismo possibile, in fondo, negli abissi della Storia. Ora non più. Anche questo conforto ci è sottratto, sparisce, si asciuga. Perché tremila migranti vagano nella neve della Bosnia malmenata dall'inverno alla ricerca di un varco che li porti nell'Europa che sognano: tremila senza riparo, senza rifugio; isolati, negati, respinti. Disavventure, le loro, non metafisiche ma scavate nella storia di oggi. Tremila di ogni genere, di tutte le età, di tutte le origini, sociali e religiose. Mi trovo a inventare le loro vite, i destini particolari. Non so nulla di loro, ma mi è chiara l'ostilità, il furore della popolazione che, anche lì, non li vuole, se non come vittime senza alcuna speranza di riscatto.
La Bosnia. Se passiamo le dita sulla carta geografica ancora ne palpiamo le ferite, gli squarci, le infinite suture, il dolore. Eppure quei tremila non sono niente, spazzatura umana, numeri da cancellare rapidamente, da consegnare sveltamente ad altri. Ogni strada ogni città ogni bosco e montagna che percorrono laggiù evoca una strage, un agguato, un assedio, un sacrificio.
Ricadere nell'orrore - La Bosnia è un memento, una biografia della possibilità di ricadere, sempre nell'orrore, esemplifica, aspetta al varco, ripropone. Ma anche lì la pietà è sparita, balbetta, tace. Sempre l'odio è di più facile assimilazione. Le televisioni ci mostreranno le immagini, i giornali descriveranno i tremila migranti che avanzano verso il nulla dell'inverno, un giovane che piange di rabbia, una vecchia di disperazione, descriveranno le scarpe scalcagnate, i vestiti inadatti e ci diranno, precisi, i gradi del freddo delle notti balcaniche, assorbiremo i loro sguardi che sembrano supplicarci o rimproverarci. A forza di ascoltare ciò che tacciono, la miseria irrimediabile della loro condizione umana, noi non sentiamo più i rumori della vita.
Sì. È ancora una tragedia di migranti, dieci anni dopo l'inizio, solo le infinite variazioni geografiche, etniche, sociali, politiche si assommano, i luoghi si ripetono, le rotte della marcia si scambiano il proscenio. Il dramma resta uno: verrebbe da dire infinitamente eguale. Eppure quando pensiamo alla tragedia eravamo certi che al termine deve esserci un momento di riconciliazione. Il popolo dei fuggiaschi insiste: dammi una mano, racconta di me, metti a parte, indossami, cammina con me verso dove non sanno neppure di aspettarmi, trova il modo.
Il muro tra i campi - Tra noi e loro, invece, il silenzio si è fatto muraglia, separa ormai definitivamente i due campi. Un silenzio che oltrepassa i suoi limiti per diventare onnipresente e farsi indifferenza. I migranti decantano, si sradicano, non hanno più origine né sfondo. Li abbiamo dimenticati, astutamente consegnati alle unghie di altri.
L'egoismo dei ricchi solleva indignazione, l'indifferenza dei poveri è peggio, ci sottrae il conforto nell'uomo, provoca in tutti noi un senso di smarrimento. Eppure abbiamo attraversato stagioni in questa storia infinita in cui i poveri saldamente davano l'esempio, a noi tentati dalla xenofobia ottusa o distratti dagli infiniti problemi che crea il timore di diventare meno ricchi.
Neppure la pandemia ci ha reso universali nella pietà. Li abbiamo ammirati i tunisini, i libanesi, gli ugandesi allungare la mano a questo immenso popolo in marcia, dividere il poco che hanno da offrire un riparo, una voce di speranza.
Il conforto della minoranza - Erano il conforto della minoranza che da questa parte del mare si ostinava alla virtù del buonismo, al prossimo come dovere assoluto, e non voleva ritrovarsi al buio sotto la fitta coperta di un darwinismo sociale impenetrabile ai raggi della cultura e del diritto.
La gente non reagisce più come un tempo alle tragedie umane che non la coinvolgono direttamente. Un numero infinito di elementi interviene a modificare o nascondere queste reazioni di pietà, le ingiustizie non vengono più riconosciute in modo immediato anche quando siamo dei sopravvissuti. In altre parole le reazioni hanno perso la loro immediatezza perché si sono frapposti il calcolo o la bugia. La pietà umana, dispersa e smarrita, è diventata eccezione anacronistica.
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