di Viviana Lanza
Il Riformista, 30 dicembre 2020
Un gruppo di penalisti partenopei lancia una petizione online per chiedere l'intervento del governatore della Campania. Nelle affollatissime prigioni regionali è boom di soggetti a rischio di contagio da Covid: più di 400 gli anziani, 194 i disabili.
Prima gli appelli e le denunce dei garanti. Poi lo sciopero della fame, iniziato da Rita Bernardini, leader dei Radicali e di Nessuno Tocchi Caino, e proseguito con una staffetta tra i penalisti. Infine una petizione online. L'obiettivo è sensibilizzare la politica soprattutto, ma anche l'opinione pubblica, sul dramma delle carceri durante questa pandemia.
L'avvocato Alessandra Cangiano, che con il penalista Gaetano Balice e un gruppo di altri colleghi si erano candidati alla guida della Camera penale indicando tra le loro priorità anche quella dell'attenzione al mondo del carcere, ha promosso una raccolta di firme per una priorità delle vaccinazioni anche nelle carceri. Ormai il vaccino è una realtà e c'è già un piano per la vaccinazione della popolazione regione per regione.
C'è anche una scala di priorità da seguire: si parte da medici, infermieri, operatori sociosanitari per arrivare alle categorie più a rischio, perché anziani, con patologie o lavoratori in settori essenziali come insegnanti e personale scolastico, forze dell'ordine, personale delle carceri e dei luoghi di comunità. Non c'è, però, un riferimento diretto alla popolazione carceraria.
Eppure quello del carcere è un mondo dove il rischio di focolai si è rivelato un rischio concreto. Siccome parliamo della realtà napoletana, pensiamo al carcere di Poggioreale: in questi giorni i dati sulla pandemia nel grande penitenziario cittadino sono meno allarmanti rispetto al mese scorso e il numero dei detenuti positivi si è più che dimezzato, ma è presto per abbassare la guardia anche perché ci sono stati contagi e decessi negli ultimi mesi.
Il Garante regionale aveva proposto di dare la precedenza, nella campagna vaccinale, a quegli istituti, come Poggioreale e Secondigliano, dove il Covid ha causato più contagi e anche vittime. La raccolta di firme online è un'iniziativa che sta raccogliendo molti consensi tra gli avvocati penalisti che sostengono la necessità di includere anche il popolo delle carceri nel piano anti-Covid. I promotori dell'iniziativa si sono detti pronti a collaborare con la nuova giunta della Camera penale, guidata dal neo-presidente Marco Campora. Intanto, hanno avviato la petizione online e scritto al governatore Vincenzo De Luca.
"È facile intuire che il carcere, nonostante gli sforzi organizzativi in atto, costituisce il focolaio per eccellenza essendo impossibile praticare il distanziamento ma spesso anche solo aprire una finestra - si legge - Le autorità nazionali finora sono rimaste silenti, invitiamo il presidente della Campania, neovaccinato, in quanto responsabile della sanità locale a dare disposizioni in tal senso nell'ambito del territorio regionale. Sarebbe un bell'esempio che sicuramente verrebbe seguito a livello nazionale". Si fa appello all'incomprimibile diritto alla salute, diritto da assicurare a chi vive come a chi lavora in carcere: "Lo stato detentivo non può e non deve costituire un motivo di marginalizzazione di una comunità peraltro molto esposta al rischio contagio".
La proposta, sulla scorta di quanto già stabilito dal piano nazionale di vaccinazione, è quella di iniziare con i reclusi con patologie che superano i 60 anni di età e con i tossicodipendenti, che pure sono una quota numerosissima all'interno delle carceri. Guardiamo i numeri della popolazione carceraria campana, per capire di quante persone parliamo.
Secondo il Ministero della Giustizia, sono 70 i reclusi che hanno più di 70 anni di età, 370 quelli tra i 60 e i 69 anni, 1.164 tra 50 e 59 anni di età: sommati rappresentano circa un quarto di tutti i detenuti della regione. Per il resto, man mano che l'età si abbassa si abbassano anche i numeri dei reclusi: 65 sono i giovanissimi (tra i 18 e i 20 anni), 316 hanno tra 21 e 24 anni, 765 hanno tra i 25 e i 29 anni, 864 non hanno più di 35 anni, 963 hanno tra i 35 e i 40 anni d'età, 1.018 non superano i 44 anni e 833 hanno tra i 45 e i 49 anni. Ci sono inoltre, 114 detenuti con disabilità, 1.440 i detenuti tossicodipendenti, 330 quelli con doppia diagnosi, ossia tossicodipendenti e con altre patologie.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 30 dicembre 2020
Il caso più complicato da gestire resta quello del carcere della Dozza, ma in generale la situazione dei contagi all'interno delle strutture penitenziarie dell'Emilia-Romagna è complessivamente buono e assolutamente sotto controllo. Lo si evince dall'ultima relazione del ministero della Giustizia attraverso cui si è fatto il punto, con dati aggiornati a domenica scorsa, sia rispetto ai detenuti contagiati che agli agenti della polizia penitenziaria. In totale gli attualmente positivi nelle strutture presenti in regione sono 57. Si tratta di 39 detenuti e 18 guardie penitenziarie. I numeri più alti sono quelli della Dozza, dove al 27 dicembre risultano 29 detenuti contagiati e 2 poliziotti della penitenziaria. In tutte le altre strutture i numeri non vanno in doppia cifra e in due casi, Ravenna e Forlì, gli istituti risultano Covid free, ossia senza contagi.
Oltre Bologna le strutture con il maggior numero di persone infettate sono Modena con 8 casi (6 detenuti e 2 agenti) e Reggio Emilia con 6 casi (4 agenti e 2 detenuti ricoverati in ospedale). Tre casi a testa sono poi registrati a Ferrara, Piacenza e Parma. Un unico caso (ma si tratta di agenti e non di detenuti) si registra a Rimini, Castelfranco Emilia e al provveditorato regionale di Bologna. Secondo Nicola d'Amore, vice segretario regionale del sindacato della penitenziaria Sinappe, in sevizio alla Dozza "la situazione sta comunque migliorando di giorno in giorno".
E Aggiunge: "Basta ricordare che soltanto un mese fa i contagiati tra i detenuti erano circa 70 e che ora sono meno della metà". Un ruolo importante per "calmierare la situazione lo ha avuto l'abbattimento del sovraffollamento grazie alle misure alternative e alle strategie di contenimento dei numeri con una diversa distribuzione dei detenuti in altri istituti. Oggi alla Dozza ci sono meno di settecento detenuti, mentre soltanto alcuni mesi fa erano oltre 900".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
Approvato l'emendamento di Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di +Europa radicali. Nella regione Lazio, a partire dall'anno 2021, verranno stanziati 600 mila euro per finanziare progetti e investimenti per l'informatizzazione e il potenziamento delle dotazioni telematiche all'interno degli istituti penitenziari.
Questo servirà anche per incentivare lo svolgimento delle attività formative e culturali, nonché di favorire le relazioni familiari dei detenuti attraverso l'acquisizione di idonea strumentazione informatica e la modernizzazione delle reti. Parliamo di emendamento approvato dalla Regione e promosso da Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali.
"L'emergenza sanitaria legata al Covid, che ha costretto gli istituti a sostituire molte attività in presenza con quelle in collegamento - spiega il consigliere Capriccioli, ha messo in luce l'inadeguatezza degli strumenti digitali e telematici a disposizione delle nostre carceri". Sottolinea che grazie al suo emendamento si potrà iniziare a colmare questa lacuna. Infatti i fondi stanziati potranno essere utilizzati sia per acquistare nuove strumentazioni, sia per modernizzare le reti.
"Grazie a questi investimenti - osserva sempre Capriccioli di +Europa Radicali - sarà possibile potenziare lo svolgimento della formazione, delle attività trattamentali e dei colloqui familiari per via telematica, in modo che nel protrarsi della crisi sanitaria queste attività possano continuare a svolgersi malgrado le misure di distanziamento sociale, e che una volta superata l'emergenza la modalità a distanza possa affiancarsi a quella tradizionale, garantendo ai detenuti un esercizio più pieno dei loro diritti".
Una conquista non da poco la digitalizzazione delle carceri, si tratta di un primo ma importante passo. Sì, perché se pensassimo solo all'istruzione, l'e-learning consente un collegamento interattivo tra il carcere e le agenzie educative all'esterno, senza spostare né i ristretti né il personale insegnante. In questo modo diventa realizzabile la creazione di un ambiente di apprendimento idoneo a far conseguire una formazione e dei titoli di studio spendibili sul mercato del lavoro. Sempre che il detenuto, ovviamente, una volta tornato cittadino libero non si abbandonato a sé stesso ma seguito e aiutato nel suo percorso di inserimento.
Stesso identico discorso con la questione dell'affettività. Potenziare l'utilizzo di Skype ai tempi di pandemia è stata una svolta per non recidere i contatti tra detenuti e famigliari, ancor di più tra detenuti e figli minori. Investire in tecnologia vuol dire innanzitutto offrire ai detenuti un'alternativa alle forme più comuni e praticate di istruzione professionale, ma, soprattutto si pone l'obiettivo di realizzare forme alternative e al passo con i tempi che riescano effettivamente ad assicurare elevati standard trattamentali al fine di realizzare, attraverso il recupero ed il reinserimento sociale, l'azzeramento o quanto meno l'abbassamento dei livelli di recidiva.
cuneodice.it, 30 dicembre 2020
La denuncia dei Radicali Cuneo: "Nel carcere di Cerialdo un detenuto positivo al Covid sta facendo lo sciopero della fame per denunciare condizioni di vita non adeguate".
Desideriamo far conoscere che nelle carceri esistono particolari situazioni in conseguenza della pandemia. Era di per sé prevedibile, visto la difficoltà a mettere in atto la cautela del distanziamento in strutture comunitarie e coatte. A seguito di una specifica segnalazione giunta a Radicali Italiani ed all'Associazione Radicali Cuneo - Gianfranco Donadei, ci siamo attivati per segnalare al Prefetto, al Magistrato di Sorveglianza di Cuneo, al Garante regionale e nazionale dei detenuti una situazione insostenibile.
L'essere condannati ad una pena detentiva non fa decadere il diritto alla salute. Ed il Covid mette a rischio anche tutto il personale addetto, dagli agenti di custodia, agli amministrativi, a chiunque vi svolga mansioni varie. Siamo a conoscenza di un detenuto del carcere di Cuneo affetto da Covid che sta facendo lo sciopero della fame, della sete e si astiene dalle cure per denunciare la situazione. Pare che i contagiati siano rinchiusi in spazi ristretti, senza condizioni igienico-sanitarie consone.
Chiediamo quindi con urgenza l'intervento delle autorità per ripristinare condizioni umane e di legalità all'interno del carcere e degli istituti penitenziari in generale, tramite l'approfondimento della questione, visite ispettive e rigidi controlli sul rispetto delle regole. Vogliamo conoscere quanti siano i positivi nelle nostre carceri, quali siano le cautele poste in essere e quale la loro efficacia e proponiamo che si consideri l'opportunità di una tempistica urgente per la somministrazione del vaccino a questa popolazione "a rischio" ed attendiamo le risposte.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 dicembre 2020
In cella senza abiti adeguati alla stagione, scuola e attività lavorative sospese, forti limitazioni ai colloqui con avvocati e familiari. A denunciarlo in un dossier, sono gli operatori dell'area Carcere di Caritas Ambrosiana sulla situazione degli istituti penitenziari di San Vittore, Bollate e Opera.
Dal dossier emerge che, nonostante il calo della popolazione carceraria dell'8% rispetto a quella registrata all'inizio dell'anno, quindi prima dell'emergenza sanitaria, permane, invece, una situazione di sovraffollamento: i posti teoricamente disponibili sono solo 2.923 a fonte dei 3.400 detenuti presenti. Una condizione fortemente aggravata dalla riorganizzazione degli spazi legata alla necessità di predisporre reparti sanitari per gli ammalati e per l'isolamento dei detenuti positivi al Covid- 19. Per liberare questi spazi - spiegano gli operatori della Caritas - molti reclusi sono stati trasferiti in altri reparti, trovandosi così a condividere la cella con più persone di prima. Una scelta che, sempre secondo il dossier, ha provocato persino nel carcere di Milano Bollate situazioni critiche.
La condizione di sovraffollamento è resa anche più intollerabile, poi, dalla chiusura dei reparti, dei piani e, in diversi casi, persino delle celle, con una significativa diminuzione, in particolare a San Vittore, dell'applicazione della sorveglianza dinamica, un regime che prevede che, nei reparti di media e bassa sicurezza, le celle restino aperte negli orari diurni, migliorando così la vivibilità degli istituti da parte delle persone detenute.
Ma uno degli aspetti che più preoccupa gli operatori della Caritas Ambrosiana riguarda la chiusura della scuola e di gran parte delle attività lavorative, culturali, ricreative e di sostegno psicologico, sociale che nei tre istituti erano garantite dalla presenza di operatori esterni all'amministrazione penitenziaria e dei volontari.
"Le attività scolastiche sono ferme e non è, a oggi, stata attivata alcuna forma di didattica a distanza, le attività trattamentali sono ridotte al lumicino", denunciano gli operatori della Caritas. Sempre secondo quanto emerge dal dossier, la presenza dei volontari è stata drasticamente ridimensionata in tutti e tre gli istituti, con evidenti conseguenze peggiorative per la vita delle persone detenute, soprattutto quelle maggiormente vulnerabili, che non possono effettuare i colloqui con i volontari e le volontarie delle diverse associazioni. Non solo. La diminuzione dei volontari ammessi ad entrare in carcere ha anche determinato un calo nell'erogazione di alcuni servizi di aiuto materiale come la distribuzione di indumenti e prodotti per l'igiene personale (che l'amministrazione penitenziaria non riesce a garantire, nemmeno per quei prodotti essenziali previsti dalla normativa). Dalle informazioni raccolte dagli operatori risulta che la situazione sia particolarmente critica nella casa circondariale di San Vittore, dove molti detenuti non avrebbero ancora ricevuto abiti adatti per proteggersi dal freddo.
Persino l'accesso degli avvocati è fortemente limitato e non riuscirebbe ad essere opportunamente sostituito dai colloqui telefonici o dalle video-chiamate, tanto più per le persone straniere che hanno meno dimestichezza con la lingua italiana.
Contemporaneamente, l'isolamento è reso ancora più intollerabile dall'impossibilità di svolgere i colloqui con i propri familiari e dalla limitazione, in alcuni casi dalla sospensione, della possibilità di ricevere i 'pacchi', con indumenti, prodotti alimentari e altri beni dall'esterno, a volte persino quelli recapitati per posta.
"Nonostante siano chiare le esigenze sanitarie che, in carcere come fuori, suggeriscono di limitare le occasioni di contatto interpersonale, quel che più preoccupa è il protrarsi della durata di questo regime d'eccezione, con il blocco proprio di quelle attività che più di tutte assolvevano alla funzione rieducativa della pena stabilita dalla Costituzione e che dunque sono indispensabili per un corretto funzionamento del sistema penitenziario", osservano gli operatori della Caritas Ambrosiana.
di Milvana Citter
Corriere del Veneto, 30 dicembre 2020
È giallo sulla data. La Cgil: "Il ministero ignora le nostre richieste di informazioni". La sede è stata scelta, la gara d'appalto per oltre 11 milioni di euro per i lavori di ristrutturazione e adeguamento è ormai in via di definizione, ma non c'è ancora nessuna data certa sul trasferimento del carcere minorile di Treviso a Rovigo.
Un'incertezza che pesa soprattutto sugli oltre 40 agenti di polizia penitenziaria in servizio nell'istituto di pena per minorenni di Santa Bona che non sanno quale sarà il loro futuro. La pratica per il trasferimento è stata avviata dal Ministero delle Infrastrutture oltre due anni fa, e nel novembre scorso si è chiusa l'ultima gara d'appalto per l'affidamento dei lavori che dovranno trasformare l'ex casa circondariale di Rovigo nella nuova struttura di detenzione per i minori per i quali viene disposto il carcere tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, arrivano a Treviso. Il trasferimento è stato deciso, come spiega il ministero nel bando della gara: "Per l'esigenza di eliminare l'istituto minorile di Treviso, che in contrasto a tutte le normative e a tutti gli standard nazionali ed europei, è l'unico istituto penitenziario minorile del nostro paese ancora inserito all'interno di una struttura penitenziaria per adulti".
La struttura si trova infatti accanto al carcere di Treviso, con il quale condivide anche l'accesso. Esigenza riconosciuta dagli stessi operatori anche per le dimensioni della struttura che, spesso, si è ritrovata in situazione di sovraffollamento. Ma a preoccupare sono i tempi: "Ancora non sappiamo nulla di definitivo - spiega Luca Bosio, delegato del sindacato Fp Cgil, nemmeno la data di inizio dei lavori e questo naturalmente crea molta incertezza per il personale. Parliamo di agenti che nel Trevigiano hanno vita e famiglia e che potrebbero essere costretti a trasferirsi a Rovigo. Per questo il 23 ottobre abbiamo inviato al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di Venezia, una nota ufficiale nella quale chiediamo informazioni sulle tempistiche". A due mesi di distanza però nessuna risposta è arrivata e per il sindacato e gli operatori restano le preoccupazioni per il trasferimento degli operatori in servizio a Treviso.
umbria24.it, 30 dicembre 2020
"Per Aspera ad Astra", con l'obiettivo del recupero e della risocializzazione, è arrivato alla terza edizione. Il corto artistico "Voliera" sostituisce quest'anno lo spettacolo finale. L'obiettivo è quello di portare il teatro in carcere per contribuire al recupero dell'identità personale e alla risocializzazione dei detenuti e, parallelamente, al loro reinserimento nel mondo esterno e nel contesto lavorativo attraverso percorsi professionalizzanti nel campo delle arti e dei mestieri teatrali.
Giunto alla sua terza edizione "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza", il progetto nazionale promosso da Acri, l'Associazione delle Fondazioni di origine bancaria, è stato portato in Umbria grazie all'adesione della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. Sostenuto da dieci Fondazioni di origine bancaria, 'Per Aspera ad Astra' si articola in una serie di eventi formativi e di workshop rivolti a operatori artistici, operatori sociali e detenuti realizzati all'interno degli Istituti di pena che si trovano nei territori di competenza delle Fondazioni partecipanti.
A livello territoriale è stata dunque attivata una collaborazione che insieme alla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia coinvolge la Casa circondariale di Capanne e il Teatro Stabile dell'Umbria e che, proprio attraverso il progetto 'Per Aspera ad Astra', ha permesso di dare continuità alle attività dedicate alla popolazione carceraria già organizzate negli anni dal Teatro Stabile dell'Umbria all'interno del carcere di Perugia. Giovedì 7 gennaio 2021, a partire dalle ore 18, sui canali social Facebook e YouTube della Fondazione Cassa di Risparmio e del Teatro Stabile dell'Umbria Cristina Colaiacovo, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Bernardina Di Mario, direttore della Casa Circondariale di Capanne e Nino Marino, direttore del Teatro Stabile dell'Umbria, daranno conto del progetto, delle attività svolte e dei risultati ottenuti.
"Attraverso questo progetto - afferma il presidente Cristina Colaiacovo - la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, come è solita fare in altri campi nell'espletare la sua attività istituzionale, non si è limitata ad erogare risorse, ma ha assunto un ruolo attivo e propulsivo raccogliendo e mettendo a sistema energie, conoscenze, competenze e metodologie e costruendo così l'architrave per garantire continuità alle iniziative artistiche all'interno del carcere. Tutto ciò è stato possibile grazie alla disponibilità e al coinvolgimento dei direttori della Casa Circondariale di Capanne e del Teatro Stabile dell'Umbria e degli operatori artistici e sociali che ci hanno permesso di sviluppare una iniziativa che intendiamo consolidare, a beneficio del nostro territorio e del rafforzamento della rete nazionale, con l'adesione all'edizione 2021".
Un progetto che si rinnova e cresce ogni anno e che è diventato un vero e proprio corso di formazione professionale grazie a Vittoria Corallo, della Compagnia dei giovani del TSU. In questa occasione è stata coinvolta anche una classe del Liceo Classico Mariotti e studenti e detenuti hanno lavorato insieme all'interno del carcere.
Al termine del laboratorio era programmata una dimostrazione pubblica che, a causa delle restrizioni in atto, non è stato possibile realizzare. È nato così "Voliera", il corto artistico firmato da Vittoria Corallo che andrà in onda venerdì 8 gennaio nella Sala virtuale del cinema Postmodernissimo e sarà preceduto, a partire dalle ore 19, sui canali social del Postmodernissimo, del Teatro Stabile dell'Umbria e della Fondazione Cassa di Risparmio, da un incontro di presentazione a cui parteciperanno Vittoria Corallo, Daniela Monni del Comitato di Indirizzo della Fondazione Cassa di Risparmio e Nino Marino direttore del TSU.
Voliera è prima di tutto uno spettacolo teatrale, ma è anche la testimonianza che pur tra le difficoltà causate dall'emergenza sanitaria 'Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza' non si è fermato. "Voliera - spiega Vittoria Corallo - ė un'opera visuale che è nata nella Casa Circondariale di Capanne durante la pandemia, per continuare un percorso artistico e formativo che altrimenti rischiava di fermarsi. Volevamo fare uno spettacolo teatrale aperto al pubblico, che fosse liberamente ispirato a "Gli Uccelli" di Aristofane, per mesi ci siamo preparati esplorando alcune delle tematiche che quel testo ci suggeriva.
Per esempio il rapporto tra l'individuo e lo spazio in cui vive, il rapporto tra i metri quadrati che abita e la libertà sociale che questi gli concedono. Il materiale raccolto si è sedimentato ed è poi apparso in visioni a cui ho creduto, una di queste, quella che più mi ha sorpreso vedendola materializzarsi è stata la relazione tra le persone e i propri cani, e tra le persone ed altre persone diverse per etnia e cultura, questa è diventata per me un'allegoria di qualcosa di attuale e confuso del nostro spazio interiore e sociale.
Uno degli obbiettivi del progetto Per Aspera ad Astra è quello espresso nel suo titolo completo: "Riconfigurare il carcere attraverso Cultura e Bellezza", con questo in mente ho cercato di attraversare i contenuti esplorati nei mesi precedenti insieme agli attori detenuti con un linguaggio simbolico e poetico: per trasfigurare il carcere fisico, il carcere estetico e contenutistico, per trasfigurare il tempo del carcere e il tempo della pandemia. Volevamo prendere quel poco concesso e portarlo fino a dove si poteva estendere, anche questo per noi è stato un tentativo di volo".
di Maria Teresa Corso
quotidianodigela.it, 30 dicembre 2020
I detenuti del carcere di contrada Balate saranno impiegati in lavori socialmente utili. Per la definitiva approvazione si aspetta la conferma anche del sindaco Lucio Greco. L'iniziativa rientra in un più vasto progetto di reinserimento sociale dei detenuti ed è stata proposta dall'associazione Cittadini Attivi, presieduta da Carlo Varchi, subito sposata anche dall'assessore ai Servizi sociali, Nadia Gnoffo. Questa mattina entrambi sono stati ricevuti da Cesira Rinaldi, direttore della casa circondariale. Era presente anche Viviana Savarino, capo area trattamentale.
"Il mondo del volontariato - spiega l'assessore Gnoffo - si è speso sempre in maniera elegante e con metodi di alto profilo specie in questa casa circondariale. Il mio assessorato presto proporrà al comune di redigere un protocollo d'intesa per garantire un percorso comune all'istituto penitenziario". L'iniziativa prevede il trasporto e una copertura assicurativa dei detenuti.
"Mi sono attivato facendo da collante tra i due Enti - assicura Varchi, presidente dell'associazione Cittadini Attivi - consapevole che un istituto penitenziario ha bisogno di servizi comunali e di avere collegamenti diretti con il territorio per favorire, certamente, percorsi di trattamento e di inserimento nel tessuto sociale". La direttrice della casa circondariale, Cesira Rinaldi, ha già avviato iniziative del genere in altre strutture penitenziarie prima dell'esperienza gelese.
Il Messaggero, 30 dicembre 2020
Sono stati 72, di cui 15 donne, i detenuti coinvolti in cinque percorsi formativi promossi nell'ambito del progetto Argo. Quello che propone, appunto, percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti ed è finanziato dalla Regione attraverso il Fondo Sociale Europeo.
C'è chi ha trovato la sua passione nella pasta fresca e nel pane fatto in casa, e sogna un proprio ristorante una volta fuori dal carcere. Chi durante la detenzione ha trovato l'orgoglio di saper fare un mestiere perché prima, in 53 anni, era stata "solo una casalinga" ed adesso dice di aver avuto "un'occasione per imparare a lavorare e la speranza di continuare il mestiere della cucina una volta fuori". Se ben organizzato, il carcere può davvero diventare un luogo di recupero. In questo senso l'esperienza formativa nel Nuovo Complesso Penitenziario di Perugia si può dire riuscita.
Sono stati 72 i detenuti coinvolti, di cui 15 donne ristrette nella sezione femminile. Gli allievi che hanno frequentato i 5 percorsi formativi per "Addetto alla cucina" (2 edizioni), "Addetto ai servizi di pulizia", "Impiantista elettricista" ed "Operaio agricolo", promossi da Frontiera Lavoro nell'ambito del progetto "Argo: percorsi formativi per il reinserimento dei detenuti", finanziato dalla Regione Umbria attraverso il Fondo Sociale Europeo, sono soddisfatti della loro nuova o migliorata capacità professionale.
Al termine delle 120 ore di lezione, i migliori 2 del corso di cucina sono stati assunti con regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato in prestigiosi ristoranti del territorio perugino. Il corso di cucina, in particolare, è non solo un'occasione professionalizzante, ma anche motivo di incontro ed integrazione tra culture. Nell'Istituto penitenziario di Perugia sono infatti presenti molti detenuti stranieri che adesso stanno diventando in un certo senso portavoce della cucina mediterranea e dei piatti della tradizione umbra.
Come Elena, 32 anni, romena: "Ho imparato - racconta - tante cose nuove, specialmente riguardo agli ingredienti base della cucina italiana e ai modi di cottura che prima non conoscevo". O come la sua compagna Veronica, 26enne toscana, che però preferirebbe dedicarsi al servizio ai tavoli e dice: "Ora voglio riprendere la mia vita e continuare a fare la cameriera".
Tutti i corsisti che hanno partecipato alla formazione sono coordinati da prestigiosi e rinomati docenti. "Gli allievi - spiega la chef Catia Ciofo - hanno imparato le basi della cucina mediterranea, dalla pasta fatta in casa ai piatti tradizionali rivisitati. Alcuni non avevano idea della cucina, mentre altri avevano già lavorato nel settore. Tutti hanno affrontato il corso con piacere e ottenendo ottimi risultati. Divisi in piccoli gruppi, i partecipanti hanno lavorato in cucina con materiali e prodotti di qualità e, al termine di ogni lezione monotematica, la carne, il pesce, l'orto, la pasticceria, i piatti preparati sono stati consumati insieme.
Il cibo è un linguaggio comune e un argomento che tocca trasversalmente tutte le culture e le nazionalità, da qui la scelta di metterlo al centro di un progetto che ha un duplice obiettivo: da un lato creare le condizioni per una migliore integrazione delle donne detenute e migliorare la loro capacità comunicativa, dall'altro acquisire nuove abilità e competenze tecniche che possano costituire il punto di partenza per modificare il proprio percorso di vita". Il progetto, causa emergenza pandemica, attualmente è sospeso e riprenderà nel prossimo mese di gennaio con il corso per "Impiantista elettricista" in modalità a distanza.
I progetti di inclusione sociale, come quello promosso dalla Regione Umbria, sono utili per persone maggiormente vulnerabili, a rischio discriminazione, per le quali vengono definiti percorsi personalizzati di accompagnamento al lavoro. "Il progetto proposto - dichiara il coordinatore Luca Verdolini - ha l'obiettivo principale di fornire le competenze di base sulle diverse professionalità che possono operare in un contesto lavorativo oltre agli insegnamenti fondamentali, propedeutici ad un successivo reinserimento sociale della persona detenuta.
Negare ad una persona detenuta il diritto al lavoro non equivale infatti a sanzionarlo per il delitto che ha commesso, ma privarlo uno degli aspetti salienti della vita: la relazione con le persone e con la realtà. L'esperienza lavorativa, infatti, aumenta il grado di stima dei detenuti consentendo una riscoperta della loro dignità, permette il recupero dei legami familiari favorendo una rinnovata socialità ed incide infine sulla recidiva migliorando i comportamenti individuali e le abitudini sociali. Solo così riusciranno a ricominciare a vivere con dignità".
di Beppe Manni
Gazzetta di Modena, 30 dicembre 2020
Il carcere modenese di Sant'Anna è in grande sofferenza. Il grave episodio della rivolta dell'8 marzo con nove morti ha lasciato uno strascico di malessere, diffidenze e interrogativi non ancora risolti. La struttura che accoglieva 550 ospiti (la capienza sarebbe stata di 346), oggi ne ha poco più di 200 tra uomini e donne. Ciò dipende sia dai lavori di ristrutturazione che dal Coronavirus che colpisce anche in questo caso maggiormente le fasce più deboli dei cittadini. Gli internati sono doppiamente reclusi per evitare contagi e anche per le misure di sicurezza. I colloqui con i familiari sono stati ridotti, recuperati solo parzialmente da una maggiore possibilità per gli ospiti di fare telefonate.
Il Gruppo Carcere e Città, un'associazione di volontari modenesi, anche quest'anno per Natale ha invitato i cittadini a fare un regalo agli ospiti della struttura di Sant'Anna: un panettone, oltre alle mascherine, che in carcere i detenuti fanno fatica a reperire. Sono stati raccolti, nella sede di via Curie 21, cento panettoni e più di mille mascherine. I volontari non hanno purtroppo potuto consegnare personalmente i doni alle persone detenute.
Ai cittadini che hanno fatto il dono è stato consegnato un biglietto in ricordo e in ringraziamento. Don Erio Castellucci, vescovo di Modena, ha celebrato la messa natalizia in carcere nella sezione femminile. Su Rai tre la scorsa settimana in "Tutta la città ne parla" si è parlato dei fatti di Modena. La città e la società civile se informata è presente e fa sentire la sua vicinanza ai reclusi che fanno parte, anche se in un modo diverso, della nostra piccola collettività urbana.
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