di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2020
Accolto l'Ordine del giorno alla legge di bilancio di Riccardo Magi di +Europa. Il governo verrà impegnato a valutare la predisposizione di un piano per la vaccinazione del personale che opera negli istituti penitenziari e dei detenuti, nel quadro della programmazione nazionale.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 29 dicembre 2020
Ora o mai più. Non può più essere rimandato, a gennaio sarà in aula il ddl per creare una Commissione nazionale indipendente sui diritti umani: lo attendevamo da moltissimo tempo. Che si realizzi è fondamentale, se dovesse nuovamente fallire significherebbe che la democrazia italiana ha scelto di rinunciare al senso stesso del suo esistere: creare e presidiare diritti.
di Giuseppe Di Lello
Il Manifesto, 29 dicembre 2020
Dal "libretto giallo" alle battaglie epiche tra istituzionalisti e movimentisti fino alla rottura. Della scissione tra Area e Md non ho capito granché ma temo che si sia riprodotto il solito contrasto tra l'ala politico-antagonista e quella istituzional-governista: mi si perdonino queste etichette approssimative che non vogliono intaccare in nessun modo l'onestà intellettuale dei protagonisti.
Nulla di nuovo, comunque, sotto il cielo di una sinistra giudiziaria che non è mai stata omogenea ed anzi ha nel suo dna proprio questa sorda lotta, non troppo sotterranea, tra chi è preoccupato di promuovere più efficienza democratica nel funzionamento della giustizia e chi è più preoccupato del contesto politico generale, tra chi guarda troppo dentro e chi troppo fuori dagli uffici. È stato sempre difficile in Md trovare una sintesi, anche se si era tutti disposti a rimanere all'interno di una sorta di coesistenza pacifica, una tregua che però nei momenti difficili provocava scontri furibondi.
Vorrei innanzitutto ricordare che, contrariamente a quanto afferma Zaccaro nell'intervista al manifesto (27 dicembre), Md è nata proprio con una fuoriuscita da una più ampia area di magistrati, sicuramente democratici, ma contrari a portare fuori dagli uffici le battaglie libertarie e soprattutto sociali dei primi Anni 60.
Il manifesto ideologico e programmatico di Md è tutto nel "libretto giallo" redatto da Luigi Ferrajoli, Vincenzo Accattatis e Salvatore Senese per il congresso del dicembre 1971 (Per una strategia politica di Magistratura democratica) nel quale si teorizzava la promozione di una giurisprudenza alternativa non chiusa in se stessa ma capace di promuovere, "attraverso il collegamento organico con il movimento di classe, una cultura giuridico-politica alternativa all'ideologia tradizionale del diritto e della giustizia borghese che valga a prefigurare ... un modello di giudice e di giustizia alternativo in una prospettiva di transizione al socialismo".
All'interno della corrente però questa strategia era mal sopportata da settori più moderati che volevano le stesse cose solo se e quando concordassero con le battaglie della sinistra ufficiale, cioè del Pci. L'ala movimentista, con l'avversione del Pci, era corsa lancia in resta contro la legge Reale con la raccolta di firme per il referendum abrogativo.
Poi aveva preso una posizione pubblica contro le leggi speciali emanate per contrastare il terrorismo e in questo contesto c'erano state rotture, perfino personali, tra giudici di Md che istruivano i processi ai brigatisti e giudici che criticavano questo impegno, ed ancora tra giudici che appoggiavano il teorema del pm Calogero sull'autonomia operaia e quelli che lodavano la resistenza del giudice istruttore Palombarini.
Molto altro ci sarebbe da ricordare di queste battaglie epiche tra istituzionalisti e movimentisti che si sono anche odiati, ma non si sono mai divisi perché alla fine si riusciva sempre a conciliare con intelligenza i due momenti della stessa battaglia.
Si era molto attenti alla giurisprudenza, con riviste come Quale giustizia e poi Questione Giustizia, ma si era anche molto dentro i movimenti e le lotte sindacali. Così sia all'interno degli uffici che all'esterno nella società risaltava la figura di un giudice di Md legato all'impegno giudiziario e al sociale. Ora che se ne sia uscita la maggioranza della componente eletta nel Csm è veramente un brutto segno di rottura, speriamo non irrimediabile, perché sarebbe una sconfitta per quel poco di sinistra che c'è rimasta. Basterebbe tornare alle origini, ma la vedo dura.
di Cesare Maffi
Italia Oggi, 29 dicembre 2020
Il governo boccia un Odg che aveva accolto in giugno. Anziché restituire i giudici ai tribunali, la maggioranza preferisce assumerne di nuovi. Assumere nuovi magistrati e, contemporaneamente, non ridurre il numero dei magistrati fuori ruolo, è una contraddizione che danneggia la già dissestata giustizia nostrana.
Chi sono questi fuori ruolo? La legge ne prevede un massimo di 200, destinati a svolgere funzioni amministrative (si noti bene: amministrative, estranee in sé alla carriera intrapresa entrando in magistratura) presso una miriade di enti e istituzioni. Si va dal ministero della Giustizia all'Ispettorato generale, al dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, dalla Presidenza del consiglio alle Camere, ai ministeri, dalle autorità indipendenti agli organismi internazionali, alla Scuola superiore della magistratura.
Tuttavia il tetto dei 200 fuori ruolo non tiene conto dei magistrati che operano presso alcuni palazzi romani: Quirinale, Consulta, Marescialli. Sono esclusi altresì i 16 eletti al Consiglio superiore della magistratura. Vi sono poi altri, collocati in aspettativa per svariati motivi: mandato parlamentare o amministrativo, funzioni di governo, assessori esterni, ricongiungimento col coniuge all'estero.
Nel corso del dibattito svoltosi a Montecitorio sulla legge di Bilancio il deputato Enrico Costa, oggi di Azione (il movimento di Carlo Calenda), ha sollevato l'incoerenza di una spesa di 7 milioni iniziali, nel primo anno, per arrivare agli oltre 25 dal 2030, con lo scopo di assumere magistrati ordinari in aggiunta a quelli di cui è prevista l'assunzione in base alla normativa vigente.
Non è coerente stanziare nuovi finanziamenti in luogo di recuperare decine e decine di magistrati fuori ruolo, in massima parte collocati al dicastero della Giustizia (più volte occasione di pepate polemiche da Francesco Cossiga, il quale vedeva i magistrati al lavoro in via Arenula impegnati nel predisporre disposizioni che li toccavano in prima persona).
In giugno il governo aveva accettato un ordine del giorno mirante all'adozione delle iniziative volte a ridurre gli incarichi in posizione di fuori ruolo. Eppure, nonostante che da giugno a oggi il fenomeno sia cresciuto, il governo non ha accolto l'ordine del giorno Costa, proponendone una riformulazione che l'avrebbe depotenziato e che è stata respinta dal presentatore.
Il parlamentare ne ha approfittato per segnalare una parte degli incarichi di fuori ruolo. L'elenco è perfino spassoso, perché parte dall'ambasciata a L'Aia per transitare nel Garante per concorrenza (tre magistrati, tanti quanti presso la Commissione europea), nella Commissione antimafia (ancora tre), nella Scuola della magistratura (cinque). Abbondano gli organismi internazionali: Consiglio d'Europa, Corte di giustizia, Corte penale internazionale, Corte europea per i diritti dell'uomo, Eurojust (in questo caso, con assistenti, anche loro parimenti magistrati).
Non mancano destinazioni che rivelano eccellenti doti di fantasia: missioni in Ucraina, nei Paesi Bassi, presso il ministero della Giustizia del Marocco. Così, un magistrato va a Rabat mentre, putacaso, a Brescia ve ne sarebbe bisogno. In Albania un fuori ruolo è "magistrato di collegamento".
Numerosi magistrati operano nei gabinetti e negli uffici legislativi dei ministeri. In via Arenula ben 41 fuori ruolo sono incaricati di "funzioni amministrative". Già: ma, come ha vanamente fatto notare Costa, "se svolgono funzioni amministrative, non si possono prendere degli amministrativi e non dei magistrati"?
di Daniela Piana*
Il Dubbio, 29 dicembre 2020
La diagonale. Una traiettoria che non si vede mai in una piazza. Troppo affollata, troppo percorsa, troppo corsa, per poterne percepire la diagonale. Stamane era possibile. Era possibile il notturno deserto della città eterna, era possibile intravedere nelle brume Venezia eretta nell'assoluto improbabile della sua storia, le vie di fuga dei portici di Bologna si aprivano al viandante che avesse avuto voglia di avventurarsi nella immensa ed essenziale esperienza della solitudine. Diagonale. Non è una banalità quello sguardo che attraversa lo spazio in modo così inedito.
L'anno che si chiude si chiude con un ribaltamento delle categorie del vivere. Il secolo breve - che sembra avere quasi voluto riprendersi la rivincita della sua brevità allungandosi fino al XXI secolo - è imploso come una pulsar nel rallentare fino allo zero un tempo accelerato in cui abbiamo vissuto per effetto centrifugo sempre più sfilacciati e disconnessi come atomi anomici.
Tempo accelerato, hanno teorizzato e osservato i sociologici e gli studiosi dei fenomeni umani.
Il tempo come metrica, il nomos rispetto al quale determinare il modo in cui gli uomini ordinano le loro azioni. Fare la spesa e poi andare al lavoro e nel frattempo rispondere alle mail e poi passare dalla scuola e certamente nel mezzo inserire una ora di palestra oppure fluttuare fra gli aerei ma non disconnessi già preparando le poste elettroniche che stanno per partire ad orario prefissato mentre stiamo valutando se fra un transfer e l'altro possiamo forse risolvere uno dei punti nel nostro taccuino virtuale che sempre - ovviamente - ci accompagna. Così si è vissuto. Così tanto accelerati che quando ci siamo fermati la prima volta non abbiamo davvero capito cosa fosse successo. Senza molto discutere ci si è immersi in una sorta di esperimento di laboratorio, la società ferma e coesa distanziata e solidale tutti per uno perché c'è un uno piccolo piccolo fra noi che rischia di mandare a carte e quarantotto quello che siamo e quello che vorremmo essere. Come individui ovvio, della società non è che siamo tanto abituati a curarci.
La seconda volta è stato molto diverso. Lo abbiamo sentito eccome il fermarsi del tempo. Negli spazi forse interstizi vissuti fra il tempo fermo e il tempo che riprendeva nell'estate abbiamo avvertito la presenza pulsante di una categoria smarrita e dimenticata, lo spazio. Quello che si apre attorno al nostro respiro. Poi quando avvertiamo lo spazio vuoto. Non c'è spazio per l'horror vacui nel XXI secolo che sta diventando quello che è, ancora in embrione ma già si fa capire molto bene. Lo spazio ne è la categoria dominante e caratterizzante. Spazio vuoto perché è nello spazio vuoto che si possono dispiegare come se fossero trame di un tessuto tutto da intessere le nostre vite collettive, i nostri rituali, i nostri modi di essere nel mondo.
Uno spazio che si è nel frattempo arricchito di una dimensione ulteriore quella immateriale. Abbiamo il materiale e abbiamo l'immateriale e siamo fortunati perché il secondo ci ha permesso di conservare e di potere in qualche modo prendere le distanze critiche allo stesso tempo dai riti che eravamo abituati a praticare e che avevamo rattrappito e accorciato nel primo.
Un divertissement che chiosa a pié di pagina di Kant questo? Nulla affatto. Le conseguenze sul piano della vita sociale e soprattutto del rapporto che intercorre fra diritto e società sono immense ed ancora largamente inesplorate. Ne possiamo intuire la portata e tratteggiare alcune forme che chiedono però di essere approfondite e lavorate molto meglio e tutti insieme.
Se lo spazio è importante e lo spazio è doppio allora i riti della giustizia devono essere ripensati in uno spazio doppio, attraverso una differenziazione, nel digitale alcuni nel materiale altri, gli uni connessi con gli altri attraverso l'unico ponte capace di integrare intelligenze e visioni, le persone che operano nella e per la giurisdizione. In secondo luogo se gli spazi sono importanti allora lo spazio centrato sul cosa fare e non tanto sulla procedura, non sull'artefatto, ma sul rito istituzionalizzato, significa che le sequenze delle azioni vanno ripensate, ma vanno ripensati anche i dispositivi che regolano gli accessi alla giustizia, non solo le porte dei palazzi di giustizia - remoti o vicini - ma anche la comprensione la accessibilità in senso linguistico e comunicativo oltre che l'accoglienza.
Gli spazi di giustizia possono diventare luogo di investimento sul capitale sociale, di cultura. Facciamo degli interni dei palazzi luoghi di adozione di alberi e sculture, di significato di pitture e stralci di letteratura, perché chi frequenta i corridoi dei pas perdus non sia perduto ma raccolto in un tessuto culturale che dà un senso di uno spazio aperto e non angusto.
Facciamo delle piattaforme internet di erogazione dei servizi legali anche luoghi virtuali dove i giovani possono raccontare le loro visioni della legalità. Ci costerà pochissimo ci darà un risultato incommensurabile di partecipazione e trasparenza. Ed infine ripensiamo le periferie: la giustizia dovrà essere sensibile soprattutto a chi non la raggiunge facilmente.
Se la direttrice è la diagonale allora la diagonale collega i punti estremi ed è dal collegamento dei punti estremi di poligoni poliformi che emergono i nodi- centri di maggiore densità normativa giurisdizionale e di bisogno di giustizia. Forme che emergono da uno spazio vissuto, respirato capito e osservato. Facciamo dello spazio la metrica della giustizia del XXI secolo.
*Comitato scientifico Consiglio di Stato
di Salvatore Sfrecola
La Verità, 29 dicembre 2020
C'è una grave ingiustizia nell'emendamento che prevede il risarcimento per chi risulta innocente dopo un processo. Nessun indennizzo è dovuto se si tratta di giudizi contabili. "Il processo è esso stesso la pena", ricorda Enrico Costa, parlamentare di Azione e già Vice ministro della Giustizia, citando una famosa definizione di Salvatore Satta, a commento di quello che considera "un passo verso la civiltà", l'emendamento, del quale è stato primo firmatario, sottoscritto anche da Lucia Annibali, di Italia Viva, e Maurizio Lupi di Noi per l'Italia, al quale si sono associati Nunzio Angiola e Flora Frate di Azione, il leader di +Europa, Riccardo Magi, e Massimo Garavaglia della Lega, e Giusy Bartolozzi di Forza Italia, approvato all'unanimità con l'adesione del ministro Alfonso Bonafede, che attua un rimborso, sia pure parziale, delle spese legali sostenute da chi, sottoposto ad un processo penale, viene assolto perché il fatto non sussiste, non lo ha commesso, non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato.
di Federico Berni
Corriere della Sera, 29 dicembre 2020
Nella seconda ondata il 7,7 per cento della popolazione complessiva raggiunto dal contagio. Spazi ridotti e limitazioni a familiari e volontari aggravano la situazione: "A molti mancano i vestiti invernali". Il Covid restringe ulteriormente gli spazi di libertà nelle carceri milanesi. L'allarme arriva da una ricerca di Caritas Ambrosiana, che parla di 260 detenuti positivi al virus tra quelli ospitati nei tre istituti del capoluogo (San Vittore, Bollate, Opera), anche se è guerra di cifre con il Ministero della Giustizia, secondo cui il dato relativo ai contagiati è drasticamente più basso (in tutto 160 persone, la metà delle quali a Bollate).
Stando al report degli operatori dell'Area carceri, la cosiddetta seconda ondata ha colpito più duramente all'interno dei penitenziari rispetto alla prima, con il 7,7 per cento della popolazione complessiva raggiunto dal contagio (senza dimenticare la morte, ai primi di dicembre, dell'ispettore di polizia penitenziaria Mario De Michele). Percentuale più alta rispetto al alla prima ondata della pandemia nella scorsa primavera, e che si spiegherebbe solo in parte con il trasferimento di malati da altre strutture lombarde in due "hub" allestiti in questi mesi a Bollate e San Vittore per fronteggiare l'emergenza sanitaria.
Situazione che va a gravare sul problema congenito della realtà carceraria cittadina, quello del sovraffollamento: 3.400 detenuti presenti, rispetto ai 2.392 previsti sulla carta. Una situazione di sofferenza che resiste nonostante il calo dell'8 per cento, rispetto alla situazione di inizio anno: prima, cioè, dei numerosi provvedimenti di rilascio o di alleggerimento delle misure di custodia adottati per sgravare le strutture all'epoca della prima ondata.
L'obbligo di garantire gli spazi adeguati per l'isolamento dei positivi, però, restringe quelli dei detenuti sani. Per questo, riporta il documento della Caritas, "molti reclusi sono stati trasferiti in altri reparti, trovandosi così a condividere la cella con più persone di prima". Ma non è l'unico effetto a catena della pandemia. Si segnalano, infatti, tensioni derivanti da chiusura dei reparti, in certi casi delle singole celle. E poi stop alla scuola, e a tutte le altre attività culturali e ricreative. Limitazioni all'accesso dei volontari ("a molti mancano vestiti adatti per l'inverno") e ai colloqui con avvocati e familiari (il 12 dicembre la protesta delle mogli dei detenuti all'esterno di San Vittore). Si chiede quindi di intervenire su tre fronti: misure alternative al carcere per chi ne ha diritto, poi continuità degli interventi educativi e, dove sarà possibile, meno restrizioni, perché, afferma Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, "la gestione della crisi sanitaria non può prescindere dalla tutela dei diritti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 dicembre 2020
L'uomo internato nella Rems di Carovigno era un malato terminale, non più socialmente pericoloso. L'udienza rinviata al 21 gennaio e poi anticipata al 7. Nella Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) pugliese di Carovigno c'era un malato terminale, con tanto di piaghe da decubito e non più socialmente pericoloso.
Lo stesso direttore della struttura aveva dichiarato che era incompatibile, visto che non hanno gli strumenti per assisterlo "negli ultimi giorni della sua vita". Parliamo nel passato perché ieri l'uomo è deceduto. Muore senza essere stato assistito adeguatamente visto che una Rems - seppur virtuosa come quella pugliese - non è una struttura per curare le persone con gravi patologie fisiche, ma esclusivamente quelle con disagi psichici. Una vicenda tragica e indicibile dove, ancora una volta, la giustizia considera le persone come numeri di protocollo. Una giustizia che assomiglia sempre di più ad una sorta di burocrazia del male.
Visto la situazione dell'uomo, il 10 dicembre scorso si è celebrata l'udienza per il riesame della pericolosità sociale, ed in tale occasione l'avvocato Conte ha rappresentato la grave situazione di salute del detenuto, di cui comunque il Giudice era stato informato dalla Rems, e il venir meno di qualsivoglia indice di pericolosità sociale.
Quindi l'uomo andava subito trasferito in una struttura idonea non solo perché incompatibile per motivi di salute, ma anche per il fatto che la misura di sicurezza non aveva alcun senso visto il suo non essere più socialmente pericoloso. Nonostante ciò non è stata revocata la misura, limitandosi il Tribunale a rinviare l'udienza al 21 gennaio e chiedendo un aggiornamento alla Rems e interessando il Centro di salute mentale di Maglie (Le) per l'individuazione della struttura dove ricoverare la persona. Ma è troppo tempo. Come può rimanere l'uomo, gravemente malato, in una struttura non adatta per poterlo assistere?
Si stava palesando, come l'avvocato ha denunciato a Il Dubbio, un evidente trattamento disumano e degradante. Il 18 dicembre scorso, è giunta all'avvocato una ulteriore relazione della Rems, con la quale, sentito il parere del responsabile del centro di salute mentale, si indica la necessità di un "trasferimento urgente del paziente in ambiente idoneo alle sue attuali gravi condizioni di salute". Con la stessa relazione veniva, come detto, esclusa la pericolosità sociale. A quel punto è stata anticipata l'udienza al 7 gennaio. Ma è sempre troppo tempo.
Lo stato di salute risultava assolutamente precario, infatti dalla descrizione clinica, si legge: "disorientato, afasico, allettato, incontinente, si alimenta con fatica, iniziano le piaghe da decubito", nella stessa relazione scrivono nero su bianco di "ultimi giorni della sua vita". Visto la drammaticità della situazione, l'avvocato ha chiesto con la massima urgenza di anticipare ulteriormente il riesame della pericolosità sociale, ma soprattutto di disporre d'ufficio il trasferimento dell'uomo in una struttura adeguata alle sue gravissime condizioni di salute. Questo il 21 dicembre, ma nulla da fare: nonostante ciò è rimasto in condizioni palesemente disumane nella Rems. Alla fine ieri si è tragicamente realizzato il pericolo prospettato dalla relazione della struttura stessa: è morto senza adeguate cure farmacologiche e assistenza continua.
sardegnalive.net, 29 dicembre 2020
L'uomo era ritornato nella Casa circondariale di Uta dopo un permesso premio trascorso in famiglia e stava effettuando il periodo di quarantena con altri detenuti. Si è tolto la vita in carcere Salvatore Floris, 80 anni, arrestato nel 2014 perché accusato di aver ucciso Salvatore Zanda, allevatore di cavalli che era stato freddato con una fucilata a pallettoni nelle campagne di Villasimius. L'allevatore e vicino della vittima, secondo l'accusa aveva agito dopo continue liti per gli sconfinamenti dei cavalli nel suo terreno. Era detenuto nel carcere di Uta. Questa notte l'estremo gesto: si è impiccato in cella.
"Il suicidio di una persona lascia senza parole ma purtroppo è un segnale doloroso e indelebile della condizione di solitudine e perdita della speranza. Una sconfitta che induce tutti a riflettere soprattutto in questa fase dell'anno", è il commento di Maria Grazia Caligaris, "Una tragedia imprevedibile considerando che l'uomo era ritornato nella Casa Circondariale dopo un permesso premio trascorso in famiglia e stava effettuando il periodo di quarantena con altri detenuti".
di Giulio Sensi
Corriere della Sera, 29 dicembre 2020
Il lavoro in carcere abbatte la recidiva dell'80 per cento. È fondamentale aiutare le persone detenute a ricostruire competenze personali per far sì che non tornino recluse.
La pandemia non ha abbattuto la carica di Luciana Delle Donne, imprenditrice sociale e creatrice del marchio Made in Carcere, né la sua voglia di continuare a lavorare con giovani, donne e chi vive ai margini della società per un nuovo modello di economia.
Ha cominciato una quindicina di anni fa, quando interruppe volontariamente una brillante carriera passata nel mondo della finanza ad occuparsi di innovazione tecnologica. Aveva fatto nascere la prima banca online in Italia, ma il richiamo etico del sociale era troppo forte.
"È stato facile - racconta- convertire la mia passione e il mio lavoro nel mondo dell'innovazione sociale, facendo sempre da apripista in nuove attività. Dopo anni di sforzi e sacrifici, il 2020 è stato però l'anno più difficile e massacrante - aggiunge - perché tutti i percorsi si sono bloccati e non è stato semplice convertire immediatamente le attività. Sembrava un incubo.
Ci siamo però rimboccati le maniche per produrre mascherine da donare alle comunità carcerarie e a tanti altri bisognosi per difendersi dal virus". Da Lecce Da anni dietro a Made in Carcere c'è un progetto che restituisce un'altra possibilità a chi si trova temporaneamente a vivere l'esperienza della reclusione, soprattutto donne e minori.
Dal primo laboratorio sartoriale avviato nel carcere di Lecce - e già riprodotto in altri istituti penitenziari - è nata l'idea di una "Social Academy": nel 2021 darà formazione, lavoro e prospettiva a oltre 60 persone in varie forme di detenzione. Coinvolgerà persone private dalla libertà a Bari, Lecce, Trani, Taranto, Matera, Nisida, grazie al sostegno di Fondazione con il Sud.
"Il nostro progetto - riprende Luciana - si sta consolidando verso un modello di economia generativa: non produciamo solo manufatti coinvolgendo i detenuti, ma lo condividiamo con percorsi formativi per altre realtà cooperative e imprenditoriali.
Il lavoro in carcere abbatte la recidiva denota ed è fondamentale aiutare queste persone a ricostruire competenze personali e dignità, a riappropriarsi della consapevolezza di sé, per fare in modo che non tornino recluse". Made in Carcere non è solo un modello efficace di innovazione sociale e di inclusione. È anche un esempio di sostenibilità ambientale, perché i materiali con cui sono cuciti i manufatti ricevono una nuova vita: sono tessuti donati da aziende che, invece di disfarsene, ingolfando il sistema di smaltimento ed inquinamento, preferiscono far sì che questi rivivano sotto le mani di chi cerca, ogni giorno, di ricostruire la propria vita.
"Diventerebbero rifiuti - spiega ancora Delle Donne - ma noi li trasformiamo in gadget personalizzati o accessori che non amiamo definire di moda ma di stile. Abbiamo cercato di costruire oggetti semplici da cucire, perché le persone nel giro di pochi mesi dovevano avere la possibilità di percepire uno stipendio per diventare autonome".
Grazie al carisma, alle relazioni col mondo dell'impresa di Luciana, a una forte strategia di presenza online sui social media e nell'e-commerce, al lavoro dello staff di Made in Carcere, il progetto ha avuto successo e i gadget hanno riempito eventi e attività in tutta Italia. Ha dato lavoro a centinaia di detenuti e favorito la loro riabilitazione: borse, pochette, fasce, sciarpe e tanti altri oggetti colorati, ricuciti come tenta di essere intessuta la vita delle donne che li realizzano. Luciana non è gelosa del suo marchio, risponde sempre alle chiamate degli altri territori per dare consigli, contatti e sostegno.
"Da Lecce siamo andati a Trani, poi Matera e Taranto. Accompagniamo sartorie sociali a Verona, Grosseto, Catanzaro. Adesso c'è l'ambizione della Social Academy nel 2021: un sogno che si realizzerà nonostante le difficoltà che stiamo vivendo. Anche in realtà non necessariamente legate al mondo del tessile, perché il modello di economia rigenerativa che portiamo avanti declina un po' le modalità di stare sul mercato dell'impresa sociale.
Non solo sartoria, ma anche agricole, alimentari, di falegnameria. Nel carcere di Bari abbiamo avviato una pasticceria che realizza e vende biscotti vegani certificati biologici, così come in quello di Nisida abbiamo aiutato un'altra pasticceria che impiega i minori". il motto di Luciana è "trasformare il Prodotto Interno Lordo in Benessere Interno Lordo", il Pil in Bil.
"Vuoi dire investire nel futuro. È un processo tutto da costruire, che necessita di consumatori consapevoli. L'altro giorno una signora si è avvicinata ad un nostro corner che noi definiamo "la Scala dei Valori" dicendo che voleva spendere un po' di soldi. Le ho risposto che non stava spendendo soldi, ma investendo nel nostro futuro. Che è il futuro di chi altrimenti non avrebbe futuro".
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