di Stefano Feltri*
saleincorpo.it, 28 dicembre 2020
Siamo portati a non scrivere dei pestaggi in carcere. Solo pochi giornali, tra questi Il Domani, hanno denunciato quello che è accaduto nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere. Il commento è di Stefano Feltri. Il 6 aprile scorso è successo qualcosa di inaccettabile in una democrazia: una spedizione punitiva di oltre 300 poliziotti è entrata nel carcere Uccella, a Santa Maria Capua Vetere, e ha picchiato i detenuti che protestavano per le proprie condizioni, aggravate dalla pandemia. Sapevamo che quella rivolta non era stata gestita come le altre che le carceri italiane hanno sperimentato durante i mesi del lockdown: a giugno 57 agenti sono stati perquisiti, le accuse dell'indagine includono reati molto gravi come tortura. Matteo Salvini si era precipitato a dare solidarietà. Non alle vittime, ma ai presunti torturatori.
di Roberto Saviano
saleincorpo.it, 28 dicembre 2020
In questi giorni ha creato grandi polemiche la decisione del Comune di Verona di togliere la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. Uno dei motivi alla base dello strappo è il fatto che lo scrittore è favorevole alla legalizzazione di cocaina e droghe leggere. Il tema è forte e divide. Pubblichiamo un'analisi di Saviano dove spiega i motivi della sua posizione. Un invito per tutti a discutere e riflettere.
"È il sangue e solo il sangue che genera attenzione, che pretende azione (per qualche giorno almeno). È una drammatica e sempiterna regola, inviolata sino a ora. Solo il sangue è la madre di tutte le comprensioni: fin quando non lo vedi a terra la mafia non c'è, fin quando non senti lo sparo non percepisci pericolo, se non si innescano le faide non esiste il problema.
Il sangue non si può nascondere e quando scorre cosa accade? Accade che si ridimensiona la vicenda. Con l'omicidio Sacchi il sangue a Roma è tornato a scorrere ma c'è un automatismo innato che si genera sempre dinanzi alle tragedie, cercare elementi per allontanarle da sé. Incidente stradale? Beh, ma guidava ubriaco.
Cancro? Grande fumatore. Un ragazzo sparato alla nuca? Beh, ma vedrai che qualcosa non torna. È tutto normale, un modo per sentirsi al riparo, per potersi dire che non capiterà a chi si comporta bene, un meccanismo che le istituzioni spesso usano come ansiolitico per calmare la legittima apprensione, quella che pretende che tutto cambi. Avviene per non dirvi la più semplice delle verità: siamo tutti esposti, nessuno è al sicuro.
Roma non ha i morti di Caracas, non è lontanamente paragonabile a San Salvador o Lagos, ma Roma deve smetterla di sentirsi diversa dall'essere una città mangiata dalla corruzione e occupata dai poteri criminali. Prima si rende conto di essere una Capitale mafiosa, prima può forse pensare di trasformarsi. Roma non è Gotham City? Molto peggio.
Perché Gotham sapeva d'essere Gotham, perché riconosceva il male in Joker e Pinguino ma soprattutto Gotham aveva Batman che su Roma non è Bruce Wayne ma Franco Fiorito "er Batman". Roma è luogo di riciclaggio privilegiato degli investimenti del narcotraffico da più di un decennio: elenchi sterminati di ristoranti, pub e gelaterie sequestrati alle cosche. Infinite speculazioni edilizie. Tutti spesso derubricati a fatti episodici, laterali alla vita della città quando ne sono l'essenza stessa, il sistema linfatico dell'economia.
Dinanzi a un omicidio come quello dei Colli Albani si usano sempre le solite immagini. La metafora cinofila: "Cani sciolti". Oppure quella equina: "Cavalli pazzi". Sovente: "Lupi solitari". Fesserie. Sono un esercito pronto ad affiliarsi, microcellule pronte al salto organizzativo e che nella parte maggiore dei casi non ci riescono perché finiscono ammazzati, arrestati o nel delirio sanguinario sparano alla nuca come se fosse uno spintone. Non c'è limite alla corsa per trovare spazio di guadagno.
Roma da oltre un decennio è diventata l'hub della coca (e non solo) in Italia eppure di questo non sentirete mai parlare seriamente nei dibattiti politici. La prova più eclatante è già nel 2014 quando in una sola operazione (una sola!) i carabinieri sequestrarono 578 chili di coca che avrebbero reso 24 milioni di dosi ossia 1.300 milioni di euro. Da lì in poi potrei fare un elenco infinito, passando per i 200 chili scovati nell'agosto scorso. Percentuali di sequestro minime rispetto a un flusso perenne e continuo. Immaginate questa massa di denaro in una metropoli dove il turismo garantisce che case, ristoranti e locali siano pieni e quindi pronti per riciclare.
Roma si racconta compiaciuta con i turisti che leccano i gelati e i selfie ai Fori Imperiali con i gladiatori. Ma è solo una scenografia. È invece la metropoli dove trovare lavoro senza essere protetto da un politico è quasi impossibile, dove un piccolo imprenditore per farsi pagare si deve rivolgere a bande che recuperano i crediti. In questa Roma ogni pistola è un'occasione per provare a farcela. Ancora pensate che siano le serie tv a ispirare i violenti? Quanta colpevole ingenuità, le serie raccontano il reale volto di ciò che accade e chi lo vive ci si specchia direttamente.
Roma è stata storicamente città aperta: Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Camorra si sono sempre mosse in equilibrio evitando scontri cruenti. La gestione negli anni si è evoluta: i clan meridionali hanno subappaltato il controllo del territorio e in questo spazio è nata un'organizzazione autonoma. Mafia Capitale la Cassazione non la definisce mafia, tutto questo è fisiologico perché ad oggi è solo su base etnica il riconoscimento penale del crimine organizzato: sembra assurdo ma è così (con la sola eccezione della Mala del Brenta).
La battaglia per il riconoscimento di un'organizzazione mafiosa è infinita: l'introduzione del reato è del 1982 (mentre Cosa Nostra esisteva già da un secolo) e la parola 'ndrangheta è entrata nel Codice Penale solo nel 2010 (esisteva da più di 120 anni). Ci vorrà tempo perché tutti comprendano il volto di ciò che è nato nel ventre di Roma, superando gli stereotipi che ancora cercano coppole e lupare. Questa battaglia però non si deve fermare.
E non può essere delegata alla magistratura. Deve essere l'ossessione della società civile - se ancora esiste - perché spesso per gran parte della politica (quando non complice) è solo un tema da risolvere con le manette. Nulla di più fallace. Le prigioni da sole non hanno mai sconfitto nessuna mafia. Trasformare le regole che rendono Roma una città a vocazione mafiosa sarebbe invece l'unico atto determinante.
Se l'omicidio Sacchi si configura come interno alle dinamiche della distribuzione delle droghe leggere, la politica per riscattare la sua inanità ha una sola strada: legalizzarle.
Sottrarre questo mercato immenso al crimine è l'unico modo per dimezzarne profitti e potere: ogni altra strada sarà effimera, perché retate e condanne apriranno vuoti nelle reti di spaccio che una leva sempre più giovane sarà felice di colmare.
Non sarà facile per una politica che si nutre di tweet prendere questa decisione. Ma bisogna imporre il tema nel dibattito pubblico. E costringere da subito ad affrontare i nodi del riciclaggio e dell'investimento mafioso che distruggono ogni libera iniziativa. Altrimenti Roma rimarrà una città corrotta sin nel midollo, dove l'unico modo per salvarsi è starne lontani".
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2020
Quando queste Storie italiane usciranno il Natale sarà già passato. Perciò non ha senso usarle, come avrei voluto, per scrivere un'ideale lettera a Babbo Natale o a Gesù Bambino. Semmai ne approfitto per raccontarvi di un bimbo di sei anni che ha scritto una commovente lettera al vecchio Santa Claus chiedendogli di portare le medicine alla nonna per farla guarire.
di Emanuele Lauria
La Repubblica, 28 dicembre 2020
L'impegno con l'Onu è del 1993. Da Pd-5S la proposta di legge per istituire una commissione nazionale indipendente. In aula entro gennaio. Ventisette anni, sette legislature, trascorsi invano. Due o tre ere politiche dentro le quali l'Italia non è riuscita a rispettare un impegno votato il 20 dicembre del 1993 all'assemblea generale delle Nazioni Unite: quello di istituire una commissione nazionale indipendente sui diritti umani.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 28 dicembre 2020
Il Procuratore generale Francesco Saluzzo: "Colpito il lavoro del settore giudicante. La criminalità punta a prendersi attività per un tozzo di pane". La verità è che ci vorrebbe un vaccino anche per la Giustizia, dopo un anno che ha sconvolto vite e incasinato scartoffie, ancor di più di quanto già non lo fossero: "Quando finirà la pandemia, e parliamo dell'autunno-inverno 2021, la macchina della giustizia sarà così depressa dal numero dell'arretrato accumulato, che ci vorranno anni prima di tornare ai livelli pre-Covid, che già non erano entusiasmanti", ragiona il
Procuratore generale Francesco Saluzzo, nell'ufficio al settimo piano del palagiustizia. Adesso, dell'attività nei mesi del virus, se ne può però tracciare un primo bilancio.
Procuratore generale, nel 2019 disse che c'erano "troppe assoluzioni": ora?
"C'è stato un leggero miglioramento nello scarto tra esercizio dell'azione penale ed esito dibattimentale".
Perché?
"A parte la maggior consapevolezza delle Procure di non mandare avanti cose senza futuro, ha determinato un cambio di rotta la messa alla prova, che ha funzionato. Così come ha influito la particolare tenuità del fatto, il 131 bis".
Morale?
"Un gran numero di provvedimenti che andavano a giudizio, perché scrivere l'archiviazione è più faticoso che mandare a processo, muoiono in Procura. Dopodiché, resta sempre una questione".
L'articolo 112 della Carta.
"Si torna sempre lì: è sostenibile un sistema nel quale tutti i fascicoli debbono essere trattati allo stesso modo?".
Lei cosa risponde?
"No. E non perché sia un abolizionista dell'obbligatorietà dell'azione penale, assolutamente no, perché è garanzia per il cittadino. Ma perché bisognerebbe validare un meccanismo in base al quale, sia normativo o del Csm, il Procuratore possa dire, con criteri trasparenti: "questi non li faccio, o li faccio se mi avanzerà tempo".
E invece?
"Nelle valutazioni, il Csm guarda in maniera ossessiva al numero dei procedimenti lavorati. E se io ho il vicino di stanza che ne fa tanti, di fascicoli, e magari neanche tanto bene, mi trovo in difficoltà perché ho minore produttività. Vagli a spiegare che la mia, magari è qualitativamente migliore: non interessa a nessuno. La quantità si pesa, la qualità no".
Le risultano ritardi nell'esecuzione delle sentenze?
"Detto che la Procura generale e le Procure sono un'eccellenza nel panorama nazionale, quanto a velocità di esecuzione, il settore competente della corte d'Appello è in gravissima crisi: ci sono 6.000 sentenze per le quali occorre fare l'estratto esecutivo e comunicarlo all'organo dell'esecuzione, Procura o Procura generale appunto".
Come si risolve?
"C'è una nuova struttura centralizzata, per smaltire l'arretrato, ma il problema sono i numeri, in termini puramente aritmetici, che non si possono affrontare".
Allarme per appalti e contributi pubblici nell'era Covid: che ne pensa?
"Le malversazioni ci sono sempre state e ci saranno, perché la torta è ghiotta".
Sta aumentando l'usura?
"Si stanno moltiplicando i fenomeni. Ai danni del piccolo commerciante, o imprenditore: non è usura classica, soldi per interessi a strozzo, ma strisciante, che porta all'acquisizione dell'attività commerciale".
L'obiettivo dei criminali?
"È il momento in cui possono pensare di prendersi un'attività per un tozzo di pane, invece di mandare scagnozzi o di mettere la molotov alla saracinesca".
Che effetto ha avuto il virus sulla giustizia?
"Le Procure, per necessità di cose, hanno sempre lavorato, anche se siamo al 65-70% di attività e risultati, ovviamente. L'impatto grave c'è stato per il giudicante".
Cosa ci aspetta?
"4-5 anni per tornare ai livelli pre-Covid: sarà un lavoro immane".
Sul rinvio dei processi di 'ndrangheta per virus fece incavolare gli avvocati.
"Premessa. Il legislatore, in determinati casi, consente di far andare in carcere un cittadino non ancora giudicato, e quindi non colpevole".
Quindi?
"Non mi rimangio neanche una parola. Sennò gli avvocati devono trovare motivo di scandalo nella stessa custodia cautelare; non nel fatto che se viene a cessare, e mica per ragioni fisiologiche, sia un fatto non indifferente per la collettività e per la prevenzione dei fenomeni criminali".
di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2020
La Cassazione chiarisce gli effetti della dichiarazione di estinzione del reato. La sentenza non accerta responsabilità e non vale come precedente. Il buon esito della messa alla prova estingue il reato e non integra un precedente penale, ma presuppone l'accertamento di un fatto, che può essere rilevante nei casi in cui la reiterazione della condotta comporta l'applicazione di una sanzione accessoria in un successivo giudizio penale.
Lo afferma la Cassazione con la sentenza 32209 del 17 novembre scorso, che riguarda la possibilità del giudice di merito di valutare un precedente illecito di guida in stato di ebbrezza alcolica per la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente, anche se nel precedente giudizio l'imputato si è sottoposto alla messa alla prova, prevista dall'articolo 168-bis del Codice penale, con esito positivo. Non è la prima volta che la Cassazione affronta problematiche connesse alla messa alla prova.
L'istituto, inserito nel Codice penale nel 2014, si applica ai reati puniti con pena pecuniaria o con pena detentiva non superiore a quattro anni (e ad altri delitti specificamente individuati); l'imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova, che comporta il suo affidamento al servizio sociale per lo svolgimento di un programma, ad esempio con attività di volontariato e condotte volte a eliminare le conseguenze del reato e a risarcire il danno.
Dopo aver sentito le parti, se il giudice accoglie la richiesta, con ordinanza fissa il temine entro il quale il programma deve essere eseguito e sospende il giudizio per un periodo non superiore a due anni. Al termine il giudice, se ritiene che la prova abbia vuoto esito positivo, dichiara con sentenza estinto il reato. Questa decisione - ha chiarito la Cassazione - non è idonea a esprimere un compiuto accertamento sul merito dell'accusa e sulla responsabilità.
Per questo, ad esempio, non può essere parametro del contrasto tra giudicati rispetto ad altra sentenza resa nei confronti di un coimputato (Cassazione, 53648/2016). Poiché prescinde dall'accertamento di responsabilità - ha scritto inoltre la Cassazione - la sentenza che dichiara estinto il reato, in procedimenti per reati di contraffazione di prodotti, non può giustificare la confisca dei beni serviti per commettere il reato o che ne costituiscono provento (Cassazione, 49478/2019).
Nelle ipotesi di reati tributari, è stata anche esclusala confisca per equivalente, perché connessa all'accertamento della responsabilità penale, mancante dopo la messa alla prova; tuttavia, è stata ammessa la possibilità di applicare le sanzioni amministrative accessorie, se previste dalla legge (Cassazione, 47104/2019).
In materia di reati edilizie urbanistici, il giudice penale non può emettere l'ordine di demolizione con la sentenza di estinzione, ma si è ritenuta legittima l'emissione di analogo ordine da parte dell'autorità amministrativa sulla base degli elementi raccolti nel procedimento penale (Cassazione, 39445/2017 e 53640/2018).
Per i reati previsti dal Codice della strada è stata seguita la stessa linea: l'estinzione del reato non consente al giudice penale di applicare le sanzioni amministrative accessorie, come la revoca della patente di guida, che può però essere irrogata in separato procedimento amministrativo dal Prefetto (Cassazione, 40069/2015, 39107/2016 e 29796/2017).
Ora la Cassazione, conia sentenza 32209, aggiunge che, nonostante l'estinzione per l'esito della messa alla prova, una precedente condotta di guida in stato di ebbrezza può essere valorizzata dal giudice per la verifica della "recidiva nel biennio" prevista dall'articolo i86, comma 2 lettera b) del Codice della strada, presupposto per l'applicazione della sanzione accessoria della revoca della patente.
globalist.it, 28 dicembre 2020
"In questa domenica di festa sono venuto a portare il saluto alle donne e agli uomini della Polizia penitenziaria che fanno un lavoro prezioso, costante, senza sosta spesso poco conosciuto in balia di gente varia ed eventuale. Qui a San Vittore oggi l'80% dei detenuti è straniero, otto su dieci sono immigrati e questo ci dice che c'è qualcosa che non funziona", dice il leader leghista, che non manca di mandare la solita frecciata razzista.
"Altri fanno polemiche, Salvini va ad aiutare i senzatetto, porta i pacchi alle famiglie, va a visitare gli agenti in carcere, domani va a donare il sangue", io lascio a loro le polemiche e mi tengo la voglia di aiutare nel mio piccolo chi ha bisogno di una mano e chi in questi giorni di festa si sente ancora più solo. C'è chi polemizza e chi aiuta, io preferisco far parte degli italiani che fanno e che non chiacchierano", conclude Salvini, recordman di assenteismo in Parlamento e una vita passata in campagna elettorale.
Il Tirreno, 28 dicembre 2020
"In un luogo come questo, in cui si accoglie un'umanità ferita accompagnandola verso percorsi di reinserimento sociale, si può sperimentare il senso di questo Natale diverso ma forse più vero". Per celebrare il Natale il direttore della Caritas di Pisa don Emanuele Morelli ha scelto "Misericordia tua", la casa d'accoglienza della diocesi a Sant'Andrea a Lama a Calci che da due anni ospita carcerati ammessi alle misure alternative ed ex detenuti. Sette quelli accolti dall'inaugurazione a oggi, quattro quelli presenti ora.
Nella chiesa di Sant'Andrea Apostolo (la più antica di Calci e attigua alla canonica che ospita la casa d'accoglienza) il 25 dicembre erano presenti anche alcuni componenti della "squadra" di "Misericordia tua": dallo psicologo Lorenzo Lemmi al custode Luciano Zorzi, ad alcuni dei volontari che svolgono servizio nella struttura e ad un gruppo di credenti dei dintorni che hanno celebrato il Natale con i "vicini di casa" e a Vittorio Cerri, per 19 anni direttore del "Don Bosco" di Pisa e ora responsabile di "Misericordia tua": "La nostra comunità vive in questo luogo da due anni e ce la stiamo mettendo tutta per "fondare la casa sulla roccia" - ha detto.
Una roccia spirituale innanzitutto, perché come diceva sempre don Bosco, citando il salmo 126: "Se il Signore non fonda la casa, invano i costruttori si adoperano...". Per questo ringraziamo l'arcivescovo che ci mostra la sua vicinanza ed il frutto della sua preghiera, i sacerdoti dell'arcidiocesi, la Caritas e la cappellania del carcere.
Ma anche una roccia sociale, perché il nostro sviluppo è dovuto alla bella e proficua sinergia con la Magistratura di sorveglianza con l'Ufficio di esecuzione penale esterna di Pisa, la direzione generale di Firenze, il carcere di Pisa e gli "angeli" locali della legge: i carabinieri di Calci. Auguri dunque agli abitanti di Sant'Andrea e infine un abbraccio ai nostri operatori e volontari: il vicedirettore, il ragioniere, il brigadiere della polizia penitenziaria, il cappellano, la suora, Daniela e Maria Chiara di Controluce e soprattutto Luciano, il prezioso custode, Paolo, Matteo e Alessio".
di Massimiliano Nerozzi
Corriere Torino, 28 dicembre 2020
L'ordine e la Camera penale dopo l'allarme del Pg Saluzzo "Tanti problemi che già c'erano, si investa su uomini e mezzi". La pandemia - ragiona il presidente della Camera penale, l'avvocato Alberto De Sanctis - "non può essere l'alibi per giustificare la disfunzione del sistema giudiziario piemontese per i prossimi cinque anni". Una prospettiva, pericolosamente realistica, adombrata ieri sul Corriere dal Procuratore generale Francesco Saluzzo, e che agita pure l'ordine degli avvocati: "Che non può che esprimere viva preoccupazione a proposito della previsione, sul peso dell'arretrato ulteriormente maturato durante il periodo Covid e sugli anni necessari, 4 o 5, per il suo smaltimento". È il tempo di reagire, per De Sanctis: "Paradossalmente, deve essere un'occasione per risolvere i problemi che già esistevano". Alla André Gide: non ci sono guai, ma soltanto soluzioni.
Il consiglio dell'ordine, presieduto dall'avvocato Simona Grabbi, coglie l'occasione per ricordare l'esigenza di investire, sulla Giustizia: l'impressione dei legali è che "la pandemia abbia messo in luce le fragilità di un sistema giudiziario che deve essere aiutato investendo risorse in uomini, donne e mezzi, e non intervenendo esclusivamente sull'abolizione della prescrizione, ponendo la parola mai alla fine del processo penale e comprimendo così una garanzia fondamentale del cittadino".
Di certo, tutti si sono impegnati, in questi mesi: "Si conosce il lavoro immane fatto collaborando con i capi degli Uffici giudiziari, da marzo in avanti, per cercare di far ripartire con i diversi protocolli il lavoro processuale civile e penale - spiega il Consiglio - e da settembre in poi per non farlo fermare, nonostante le diverse difficoltà anche logistiche: il blocco delle maxi aule, e il timore degli assembramenti".
Altro resta da fare: "Il Consiglio ha anche proposto ingressi degli avvocati facilitati dall'uso dei badge con appositi lettori proprio per evitare code e attende risposta". Propone correttivi anche la Camera penale: "In primo luogo - aggiunge De Sanctis - bisogna incidere sull'organizzazione, coniugando qualità e quantità. Non ci si può rassegnare a un futuro di arretrato. E l'indipendenza del magistrato non è incompatibile con un'organizzazione più vicina a criteri aziendalistici".
Altri passi: "La digitalizzazione nell'accesso agli atti processuali rischia di creare forme inedite di burocrazia informatica ma, se ben utilizzata, può dare efficienza al sistema, senza ridurre i diritti". Attenzione petribunali". rò alle carte di cui s'è riempita l'emergenza: "Bisogna tornare al primato della Legge nel disciplinare il processo penale - dice De Sanctis - ed evitare l'abuso di protocolli che creano sperequazioni territoriali, confusione e inutile burocrazia".
Morale: "I protocolli dovrebbero essere solo quelli "interni", per migliorare il sistema organizzativo dei Occhio anche, avvertono i penalisti, ai processi modello web: "Si deve uscire dalla fase emergenziale che ha creato pericolose suggestioni apparentemente "smart" e "cool", che celano invece la neutralizzazione del contraddittorio: processi da remoto con il difensore lontano dall'aula e camere di consiglio non partecipate (nemmeno dai giudici)".
Altro tema sollevato da Saluzzo, quello attorno all'articolo 112 della Costituzione: "Ben venga un esercizio molto ponderato dell'azione penale (anche solo perché il processo è di per sé una sanzione) - commenta il consiglio dell'ordine - salvaguardando comunque anche nei fatti il principio fondamentale della sua obbligatorietà, garanzia di uguaglianza del cittadino di fronte alla legge".
Chiusura, sul ruolo del legale: "I numeri delle assoluzioni non dipendono soltanto da un esercizio dell'azione talvolta superficiale da parte della Procura o dal ricorso a istituti deflativi, ma anche dal fattivo contributo alla dimostrazione dei fatti e della innocenza dell'imputato da parte dell'avvocato".
Sull'articolo 112 interviene pure l'avvocato Mauro Anetrini, indicato da Stampa come possibile successore di Bonafede: con l'idea di "un intervento correttivo che, sotto il controllo della legge e con criteri prestabiliti e uniformi, consenta, ove necessario, una gradazione di priorità. Soluzione prospettata nella Bicamerale presieduta da Bozzi. Riforma semplice, che non esporrebbe il magistrato a rischi di azione disciplinare e agevolerebbe la realizzazione degli scopi che la Giustizia persegue".
di Elisabetta Pierazzi
giustiziainsieme.it, 28 dicembre 2020
Intervista ai neuropsichiatri infantili Lino Nobili e Sara Uccella. Quali sono gli effetti e breve e lungo termine del lockdown sulla costruzione dell'identità, e dell'identità sociale, dei ragazzi? Quanto e come i social media possono aiutare, e quali sono le strade da evitare? Come dovrà cambiare la scuola quando si tornerà, appena possibile, alla normalità? Dieci risposte di due importanti neuropsichiatri infantili per orientarci nel groviglio di domande, preoccupazioni e incertezze sugli effetti della forzata limitazione dei contatti sociali dovuta alla pandemia.
I possibili rischi per i bambini e gli adolescenti, i segnali da tenere sotto controllo, le migliori strategie personali e familiari e le priorità da seguire come collettività per fare i conti con le conseguenze di quell'incredibile esperimento sociale che, tra le altre cose, è stato il lockdown.
1. Nel giugno scorso il Dipartimento di Neuropsichiatria infantile dell'Ospedale Gaslini di Genova da lei diretto, professor Nobili, ha svolto una ampia indagine sull'impatto psicologico e emotivo del lockdown sulle famiglie italiane. Cosa è emerso, quali sono stati e con quale incidenza i disturbi o comunque le conseguenze a breve termine del lockdown e della pandemia in generale per i bambini e gli adolescenti? E ci sono state differenze tra le varie fasce d'età?
L'indagine in realtà, pur essendo stata pubblicata sul sito del Ministero a giugno, è nata agli esordi del confinamento in Italia. Quando l'abbiamo lanciata nel web, il primo intento era cercare di capire che effetto stessero avendo la pandemia ed il confinamento, dettato dalle misure di contenimento del contagio, sulle famiglie. In particolare volevamo vedere se c'erano differenze tra famiglie con o senza minori in casa.
All'indagine hanno risposto in quasi settemila partecipanti adulti, chi con figli chi senza. Nella maggioranza della popolazione (più del 95%) sono stati dichiarati cambiamenti comportamentali, vale a dire maggiore difficoltà a concentrarsi, disturbi del sonno (come risvegli notturni, incubi, difficoltà ad addormentarsi), cambiamenti d'umore, esacerbazioni di malattie croniche o sensazioni corporee inspiegate (che afferiscono all'area delle reazioni che il corpo ha nei confronti di un evento stressante o traumatico). Nella popolazione dei genitori di bambini e ragazzi al di sotto dei 18 anni lo stress è stato in media maggiore, con picchi più elevati nella fascia dei genitori con figli in età prescolare (al di sotto dei 6 anni). Nelle risposte dei genitori poi, i cambiamenti comportamentali nei figli sono stati riportati da più della metà dei figli, con circa il 64% dei figli al di sotto dei sei anni e circa il 72% nei figli nella fascia di età 6-18. Per i più piccoli, i sintomi maggiormente osservati sono stati maggiore irritabilità, difficoltà ad andare a dormire da soli e risvegli notturni. Per la fascia 6-18 invece più frequentemente si sono osservate sensazioni corporee come sensazione di fame d'aria e disturbi del sonno a tipo "ritardo di fase" ovvero difficoltà ad addormentarsi e a svegliarsi la mattina. Il disagio dei figli correlava con il disagio dei genitori (che era maggiore se in casa erano presenti anche persone con più di 65 anni o se il genitore riferiva fragilità psicologiche pregresse).
2. Quali prevedete possano essere le conseguenze a medio e lungo termine?
È difficile prevedere le reali conseguenze a lungo temine di questo momento storico. Attualmente ci rendiamo conto, anche nella nostra attività clinica, che questa situazione di isolamento sociale e di paura ha esacerbato (soprattutto nelle famiglie meno fortunate da un punto di vista socioeconomico, dove gravano disagi psichici noti o misconosciuti, o pregresse problematiche relazionali interne) disturbi psicologici e comportamentali anche severi.
3. Quali "strategie di sopravvivenza" domestica si sono rivelate migliori durante il periodo del lockdown? Quali gli elementi di rischio e quali quelli di forza all'interno delle famiglie?
La World Health Organization[1] e l'Unicef[2] (per i bambini) avevano stilato a inizio della pandemia dei suggerimenti per affrontare il confinamento forzato. Sicuramente cercare di stare assieme bene in famiglia, impiegando del tempo per intrattenersi, provando a distogliere l'attenzione da notizie sul virus è la prima cosa da fare. Cercare di scandire i ritmi della giornata, fare esercizio fisico regolarmente, mangiare sano e trovare delle abitudini regolari (anche nell'andare a dormire) sono le regole d'oro per la "sopravvivenza domestica". Questo, è stato anche quanto emerso dalla nostra indagine, dove chi ha avuto meno tempo per mettere in atto queste strategie, sono stati proprio i genitori dei bambini più piccoli, che hanno dovuto lavorare, gestire i bimbi a casa ed occuparsi dei nonni (categorie a rischio), nello stesso tempo.
4. Pochi mesi dopo la vostra indagine, a novembre, uno studio pubblicato sulla rivista Psychiatry Advisor[3] ha evidenziato che i bambini e gli adolescenti che svolgono più ore di attività nella "vita reale" sono più soddisfatti della propria vita, più ottimisti e in sostanza più felici, mentre quelli che trascorrono più tempo davanti agli schermi hanno livelli superiori di ansia e depressione. Avete rilevato anche voi questa correlazione, anche nel periodo precedente la pandemia?
Abbiamo letto l'articolo non appena uscito, davvero interessante. Dice tante cose che sarebbero dovute essere ribadite anche prima e dovrebbero esserlo ancora di più ora.
Sicuramente, come già hanno mostrato anche studi su animali, l'attività fisica e ludica, svolta insieme ai propri pari, è in grado di far produrre "neurotrasmettitori" benefici per la nostra salute psico-fisica, in modo nettamente maggiore che se eseguita in solitudine.
Il nostro studio non prendeva strettamente in considerazione questi aspetti, anche se fondamentali, perché abbiamo cercato di avere informazioni a largo raggio su adulti e loro figli e non volevamo che il questionario durasse troppo tempo. Sicuramente il confinamento ha messo un freno a mano forzato a quelle attività della "vita reale" che colorano l'esistenza umana e fanno crescere, oltre a rendere più felice. Ci sarà da lavorare in questo senso (nel favorire gli incontri, quelli in carne ed ossa), cercando di rispettare comunque le norme di prevenzione pubblica di contenimento dei contagi.
5. In questo periodo quanto e come la socialità a distanza ha saputo supplire alla assenza della socializzazione in presenza? Ci sono differenze nell'utilizzo dei social da parte dei ragazzi rispetto a prima della pandemia?
Sicuramente le videochiamate via Zoom e Skype, gli eventi in streaming su piattaforma digitale (Facebook, Instragram, Youtube...) possono aver dato un certo grado di beneficio, che è stato osservato anche nel nostro studio. Dall'altro lato, un utilizzo improprio dei socials per restare iperconnessi ha dato l'effetto contrario, anche nel nostro campione (per quanto riguarda i ragazzi e adolescenti tra i 6 ed i 18 anni di cui i genitori hanno descritto i cambiamenti comportamentali nella nostra intervista). Questo è un po' quello che sta raccontando anche la letteratura di questi mesi: se da una parte potersi connettere agli altri dà un senso di appartenenza, dall'altro può anche generare alienazione; così come l'utilizzo della tecnologia e dell'informazione può avvicinare chiunque alle recenti innovazioni, dall'altro può aumentare sentimenti di frustazione ed impotenza, portando anche a sviluppare sintomi ansioso-depressivi, anche nei più giovani.
6. Il lockdown ha imposto anche agli adolescenti che trascorrevano poco tempo in casa di "rimanere in famiglia", e tutt'ora la socialità con i gruppi dei pari è fortemente limitata per le restrizioni agli incontri. A me pare che l'isolamento abbia un impatto diverso su un adulto, un bambino e un adolescente, perché le relazioni sociali degli adulti si sono costruite nel tempo e dunque possono meglio resistere ad un momentaneo allentamento dei rapporti; quelle dei bambini sono in fase di sperimentazione, anche se forse sono ancora legate in prevalenza alla famiglia, mentre per gli adolescenti questo è il momento in cui tutto succede. Vi domando, quindi, quali sono per i bambini e gli adolescenti gli effetti di un periodo così lungo di deprivazione sociale?
Riteniamo che lei abbia toccato molti spunti interessanti. Da un lato, è vero che i bambini più piccoli potrebbero avere risentito meno dell'aspetto di deprivazione sociale, ma sicuramente hanno vissuto molto i sentimenti e le emozioni dei loro genitori (mai come in questo periodo i bambini hanno respirato "l'aria che tira" in casa). Pertanto, l'esperienza dei più piccoli è stata fortemente e inevitabilmente correlata con la modalità di reazione familiare al confinamento. Per quanto riguarda invece gli adolescenti, la traiettoria è stata sicuramente diversa. L'adolescenza è il momento di differenziazione di un individuo che, distaccandosi dalle idee di riferimento del gruppo parentale e familiare, intraprende il suo processo di individuazione. Sicuramente i vari socials (Whatsapp, Instagram, e tanti altri che adesso vanno di moda tra i preadolescenti e gli adolescenti e di cui nemmeno conosciamo il nome) possono aver aiutato a supplire una carenza di esperienze ed affettiva. Gli adolescenti infatti sembrano un mondo a parte, in grado di fare coesione e gruppo tra pari. Tuttavia, i ragazzi più isolati o provenienti da contesti familiari più sfavorevoli o che già prima dello scoppio della pandemia presentavano fragilità psicologiche sono stati sicuramente penalizzati da questo momento storico. C'è chi, tra questi ultimi, ha sofferto molto (i ricoveri per urgenze psicologiche nel nostro reparto sono raddoppiati, per non parlare del numero di accessi in pronto soccorso) e chi invece ha mantenuto una apparente condotta di comfort durante questo isolamento sociale. È possibile che in quest'ultima situazione abbia svolto un ruolo anche la paura dell'altro e del nuovo. Ne verificheremo gli effetti nel momento di normalizzazione della regolamentazione sociale. Nel nostro campione, dove è possibile che abbiano riposto i genitori più in difficoltà, i cambiamenti comportamentali nella fascia 6-18 sono stati osservati, come menzionavamo prima, ad ampio raggio.
7. La fortissima pressione sui ragazzi in questo periodo per "restare a casa" e dunque con i genitori può avere avuto un effetto dannoso sulla loro capacità di acquisire e costruire la loro indipendenza? Quali possono essere le conseguenze? E quali spazi di intimità e autonomia è possibile e sano offrire ai bambini e a ai ragazzi anche in questa fase?
Siamo comunque fiduciosi nella forza dell'adolescenza e degli adolescenti. Sarà stato e sarà faticoso, ma pensiamo che i ragazzi sapranno cogliere da questa esperienza forze per il futuro. Certo, tutto ciò dipende anche dalla loro maturità e dall'ambiente familiare, nonché dal substrato culturale. Anche pur restando in casa è comunque necessario mantenere un giusto compromesso tra indipendenza e osservanza delle regole; questo per tutti, grandi e piccini.
8. Questa domanda sono, in realtà, due domande. I genitori e chi si occupa di bambini e adolescenti si chiedono come ha influito sui ragazzi l'allontanamento dal luogo fisico della scuola e dalla vita comunitaria, e come influirà nel lungo periodo per quelli che ancora devono frequentare le lezioni a distanza. La prima domanda dunque è se ci saranno problemi a medio e lungo termine per l'apprendimento e l'educazione a stare insieme.
Sono consapevole però anche della complessità e varietà delle diverse possibili situazioni. Ad esempio, la stragrande maggioranza dei bambini e dei ragazzi chiede a gran voce di poter tornare in classe, ma una cara amica che insegna in un liceo mi ha raccontato che alcuni studenti, che a scuola rimanevano abitualmente in disparte, nel lockdown hanno inaspettatamente cominciato a partecipare alle lezioni e a interagire con i compagni e gli insegnanti molto vivacemente (lei ha detto che sono "rinati").
In questo caso, quali sono i meccanismi che possono spiegare il cambiamento? La mancanza della scuola in questi mesi è sicuramente un costo che stiamo pagando e pagheremo tutti come società. Non è pensabile che un anno tra le mura di casa sia paragonabile a quello che accade tra i banchi di scuola, non solo a livello di apprendimento ma soprattutto per quel che riguarda la quantità di esperienze che la scuola porta con sé (il rapporto con i pari, quello con altri adulti differenti da quelli circolanti attorno al proprio nucleo familiare, la varietà di culture e la crescita stessa delle autonomie individuali). Ora la scuola deve adattarsi a questi tempi e trovare una didattica alternativa, che non sia solo frontale (così come spesso avviene anche in modalità "didattica a distanza") ma che consenta di sviluppare il più possibile l'interazione, la discussione e che, ancor più di prima, cerchi di infondere nei ragazzi il piacere del sapere, della ricerca, anche autonoma, del sapere. In questo modo, quando potremo ritornare a una situazione "normale", i nostri ragazzi potranno avere anche forse risorse in più.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, riguardante i ragazzi più "isolati", questi probabilmente messi in una condizione di comfort come quella delle mura domestiche (dove sono meno giudicati per l'aspetto fisico, il loro modo di essere o di vestire) potrebbero in effetti essere stati avvantaggiati da una didattica a distanza. Si tratta comunque di un risultato, di cui però non bisogna accontentarsi: bisognerà controllare che questi ragazzi restino agganciati all'interno del gruppo, pur mantenendo la propria individualità ed unicità.
9. Secondo voi, ci sono state differenze nell'utilizzo dei social da parte dei ragazzi rispetto a prima della pandemia? E la socialità a distanza ha saputo supplire alla mancata socializzazione in presenza? Lo domando anche perché mi è stato suggerito che forse le maxirisse dei ragazzi delle settimane scorse potrebbero essere in qualche modo correlate con le limitazioni sociali dovute alla pandemia. È possibile che l'assuefazione ad una socialità virtuale renda meno empatici i bambini e gli adolescenti? E in questo caso, quali sarebbero i rischi per i singoli e per la collettività?
Come spiegavamo prima, sicuramente in parte i social hanno supplito. Ma non potrà essere così per sempre. Sicuramente i ragazzi ora sono abituati, si sono organizzati quindi in media potrebbe esserci un utilizzo più consapevole; dall'altro lato però sono anche stanchi e questo ha generato molto più malumore ed apatia, anche nel cercare l'altro a distanza.
Quanto alle vicende di cronaca legate alle maxirisse, crediamo più che altro che le persone non siano abituate a sentire la propria libertà limitata. Siamo tutti figli di una società che non ci ha insegnato il diniego ed il sacrificio e culturalmente siamo abituati, noi occidentali, ad avere un sufficiente margine di scelta. Ciò può aver aumentato i livelli di rabbia ed esplosività in alcuni gruppi di adolescenti. È sottile comunque parlare di assuefazione alla socialità virtuale e di riduzione dell'empatia. Uno studio interessante di Tomova ed altri[4], uscito in parallelo con l'inizio del confinamento, spiegava che l'isolamento porta a dei meccanismi simili alla fame, attivando circuiti molto ancestrali. Senza dilungarci oltre sulla biologia e le neuroscienze di questo tipo di fenomeni, è possibile che questo periodo di isolamento del primo "lockdown" abbia avuto i suoi effetti.
10. Infine, una domanda specifica sui bambini: la rappresentazione della vicinanza fisica come fonte di pericolo dal quale guardarsi, in una fase evolutiva nella quale si sperimenta e si incontra il mondo, rischia di avere delle conseguenze sulla loro capacità di avvicinarsi e fidarsi dell'altro? Quali sono le strategie per evitare che questo accada?
I bambini fanno tendenzialmente quello che i genitori insegnano loro. La rappresentazione della vicinanza fisica come fonte di pericolo è un problema che andrà affrontato, ma crediamo non per tutti. Ci sarà da rinsegnare ad alcuni bambini a non avere paura dell'altro. E come società dovremo essere pronti a questo passo.
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