brocardi.it, 31 dicembre 2020
In caso di sequestro di persona a scopo di estorsione, la lieve entità del fatto non è sufficiente per la concessione dei benefici penitenziari. Recentemente la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell'art. 4 bis, comma 1, della Legge sull'ordinamento penitenziario (L. 26 luglio 1975, n. 354) "nella parte in cui non esclude dal novero dei reati ivi ricompresi quello di cui all'art. 630 c.p., allorché sia stata riconosciuta l'attenuante del fatto di lieve entità, ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale n. 68 del 23 marzo 2012".
La vicenda ha avuto origine dall'istanza di affidamento in prova al servizio sociale proposta presso il Tribunale di sorveglianza di Firenze da parte di un detenuto, il quale era in possesso di tutti i requisiti che, ai sensi dell'art. 47 della citata legge sull'ordinamento penitenziario, erano idonei ad ottenere tale misura, ma che, tuttavia, essendo egli stato condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione ex art. 630 c.p., non risultavano sufficienti, in quanto il reato ascrittogli era incluso tra i c.d. reati ostativi per i quali non è possibile concedere tale beneficio.
Il Tribunale di sorveglianza ha proposto questione di legittimità costituzionale, ritenendo che l'art. 4 bis comma 1 contrastasse con con l'art. 3 Cost, nella parte in cui irragionevolmente parificava un condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione a cui erano state applicate le attenuanti per la lieve entità del fatto ai condannati per delitti più gravi che denotano un elevato rischio di pericolosità sociale, per i quali appunto era stata pensata l'introduzione del più restrittivo regime ex art. 4 bis.
Infatti, i reati contemplati dalla norma sarebbero quelli contraddistinti "dal necessario o almeno normale inserimento del reo in compagini criminose di gruppo o comunque collegate con organizzazioni criminali", carattere che, secondo il tribunale, non poteva dirsi sussistente nel caso in esame, in quanto l'applicazione dell'attenuante della lieve entità del fatto implicherebbe, oltre che una diminuzione della pena, anche "una valutazione di minore pericolosità degli autori o almeno un'attenuazione della presunzione di pericolosità".
Secondo il Tribunale, vi sarebbe poi stato un contrasto con l'art. 27 Cost., in quanto l'impedire l'applicazione della misura alternativa dell'affidamento in prova avrebbe ostacolato la funzione rieducativa della pena ed il reinserimento del condannato all'interno della società. La Corte Costituzionale si è espressa con la sentenza n. 52/2020, dichiarando la questione infondata. Nel farlo, ha ribadito quanto aveva precedente affermato in occasione della sentenza n. 188/2019, secondo la quale "l'unica adeguata definizione della disciplina di cui all'art. 4 bis della legge sull'ordinamento penitenziario consiste nel sottolinearne la natura di disposizione speciale, di carattere restrittivo, in tema di concessione dei benefici penitenziari a determinate categorie di detenuti o internati, che si presumono socialmente pericolosi unicamente in ragione del titolo di reato per il quale la detenzione o l'internamento sono stati disposti".
Per la norma incriminata, dunque, è esclusivamente in base al titolo del reato che va valutata la presunzione di pericolosità sociale; perciò, il fatto che al condannato sia stata riconosciuta un'attenuante non deve andare ad incidere sulla validità di tale presunzione nei suoi confronti. Infatti, le attenuanti hanno lo scopo di adeguare la pena al caso concreto, ma la loro applicazione non è necessariamente collegata all'effettiva pericolosità della condotta.
Per questi motivi, la Corte Costituzionale ha affermato che, come tutte le attenuanti, anche quella relativa alla lieve entità del fatto deve considerarsi rilevante solamente al fine della quantificazione della pena, mentre "non risulta idonea ad incidere, di per sé sola, sulla coerenza della scelta legislativa di ricollegare al sequestro con finalità estorsive un trattamento più rigoroso in fase di esecuzione, quale che sia la misura della pena inflitta nella sentenza di condanna".
avvocatocassazionista.it, 31 dicembre 2020
Cedu Sez. IV Neagu e Saran c. Romania. 10 novembre 2020, Ric. 21969/15 e 65993/16. Sono due carcerati che si lamentano del rifiuto delle autorità carcerarie di servirgli pasti rispettosi dei dettami dell'islam (senza carni suine), religione cui si sono convertiti durante la detenzione.
Le Corti interne hanno sempre rigettato i loro ricorsi concordando con le autorità penitenziarie sul fatto che non avessero provato l'avvenuta conversione. Il secondo però sostiene di aver dato prova scritta delle sue convinzioni religiose ex lege e di essere discriminato rispetto alla maggioranza dei detenuti di religione cristiana ortodossa.
Violato l'art. 9 Cedu: le autorità rumene non hanno attuato un giusto equilibrio tra i contrapposti interessi tanto più che il diritto e la prassi interna del 2013 impongono di offrire ai detenuti pasti conformi ai loro precetti religiosi.
I carcerati una volta entrati in carcere hanno l'unico onere di fornire una dichiarazione sul loro onore di appartenere ad un dato credo e, durante la detenzione, di essersi convertiti ad un altro. In limine la Cedu rimarca come le ragioni addotte dalla Romania sui problemi ad accogliere le richieste dei ricorrenti siano infondate dato che a Saran in uno delle carceri in cui è stato ristretto gli sono stati serviti pasti privi di carni suine secondo i precetti dell'Islam.
Sul tema: Raccomandazione n. 2/2006 del Consiglio dei Ministri del Coe sul regime penitenziario europeo in particolar modo su ciò che concerne il regime alimentare e le libertà religiosa e di opinione dei detenuti; Erlich e Kastro c. Romania del 20/6/20 e Leyla ?ahin c. Turchia [GC] del 2005. È analoga ad Associazione cristiana dei Testimoni di Geova della Bulgaria c. Bulgaria (Ric. 5301/11) della stessa data sulla mancata concessione edilizia per costruire un edificio di culto su un suo terreno.
torinoggi.it, 31 dicembre 2020
Presentato il Dossier delle Criticità Strutturali e Logistiche, elaborato dal Garante Regionale delle Persone Detenute Bruno Mellano con il Coordinamento Piemontese dei Garanti Comunali. Sovraffollamento, decadenza e obsolescenza delle strutture: si può riassumere così il Dossier 2020 delle Criticità Strutturali e Logistiche delle Carceri Piemontesi, elaborato dal Garante Regionale delle Persone Detenute Bruno Mellano in collaborazione con il Coordinamento Piemontese dei Garanti Comunali. Il documento punta a fornire una panoramica generale della condizione attuale dei tredici istituti presenti sul territorio regionale, con un focus specifico riferito a ogni singola situazione; a livello nazionale, nel frattempo, si sta facendo sempre più strada la richiesta di inserire il sistema carcerario tra le priorità della campagna vaccinale anti-Covid-19.
Gli ambiti prioritari di intervento - Secondo gli ultimi rilevamenti, datati 28 dicembre, le persone adulte attualmente detenute in Piemonte sono 4164. Nel dossier, per affrontare la situazione sono stati individuati tre punti di partenza: "Il primo - spiega Mellano - riguarda l'indicazione della soglia del 98% di presenze come condizione minima per avere spazio di manovra gestionale nei singoli istituti, soprattutto in tempi di pandemia dove il distanziamento è fondamentale; l'obiettivo prioritario visto che, in alcuni casi, raggiungiamo un affollamento superiore al 130%. Il secondo rileva la necessità di investire i fondi europei in interventi sulle carceri, in particolare sulle strutture sanitarie interne ma anche quelle legate all'istruzione e alla formazione. L'ultimo richiede con forza l'esecuzione penale di mamme con bambini in spazi esterni all'ambito carcerario come le case famiglia".
La situazione nelle singole carceri - Sono invece diverse, ma con alcuni tratti comuni, le situazioni dei singoli istituti presentate dai vari garanti comunali: a Torino la preoccupazione maggiore riguarda le strutture sanitarie, giudicate inagibili, il sovraffollamento di oltre 300 unità con la conseguente difficoltà a garantire l'uscita lavorativa a chi ne ha diritto e la precaria manutenzione dell'edificio. Da Ivrea, risolto il guasto al riscaldamento che aveva lasciato tutti al freddo per dieci giorni, la richiesta è quella di intervenire con una ristrutturazione generale e con l'installazione di un impianto di videosorveglianza nei piani attualmente scoperti per garantire la sicurezza di polizia penitenziaria e detenuti.
La provincia che vede la più alta presenza di carceri è Cuneo con quattro: nel capoluogo, i lavori di ristrutturazione a un padiglione interamente non utilizzato dovrebbero garantire maggiori spazi. Nell'istituto di Saluzzo, in attesa di una conversione in alta sicurezza, sarà necessario il potenziamento delle reti e delle attrezzature telematiche informatiche per i colloqui a distanza. Discorso a parte meritano, invece, Alba e Fossano: il primo, infatti, è ancora in attesa dell'inizio degli interventi da 4,5 milioni di euro che ne garantirebbero una migliore efficienza soprattutto in ambito di inserimento lavorativo, mentre il secondo è considerato il migliore di tutto il Piemonte.
Le problematiche relative alle altre province ricalcano quelle già citate: ad Alessandria la decadenza della vecchia Casa Circondariale Don Soria sta facendo emergere l'esigenza di una sua dismissione (in periferia è presente la Casa di Reclusione San Michele, ndr).
Ad Asti, la prevista costruzione del nuovo padiglione di media sicurezza, a fronte di una carenza di personale, rischia di mettere in crisi il sistema; a Biella, infine, la mancanza di spazi adeguati sta mettendo a repentaglio l'attività lavorativa tessile avviata con successo nel corso degli anni grazie alla collaborazione con Zegna.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Il documento si riferisce agli istituti penitenziari di San Vittore, Bollate e Opera. Il 7,7 per cento dei detenuti risulta positivo. Attività scolastiche ferme, niente colloqui coi familiari. La seconda ondata del virus si abbatte violenta sulle carceri e rende ancora più difficile la vita della popolazione carceraria registrando il cronico sovraffollamento oltre i limiti di guardia, un pesante aumento di positivi al Covid rispetto alla prima ondata e nuove misure coercitive ancora più stringenti in nome della sicurezza sanitaria mentre scompaiono del tutto le occasioni di socializzazione e vengono a mancare i servizi sanitari che da sempre sono affidati ai volontari, diminuiti drasticamente in questi mesi.
È il quadro drammatico che emerge da un documento elaborato dagli operatori dell'area Carcere della Caritas Ambrosiana sulla situazione degli istituti penitenziari di San Vittore, di Bollate e di Opera in Lombardia. Secondo fonti della Caritas nei tre istituti sarebbero almeno 260 i positivi tra detenuti e lavoratori con una percentuale del 7,7% della popolazione carceraria.
Numeri molto più alti di quelli della prima ondata e che solo in parte può essere spiegata con i trasferimenti delle persone contagiate dagli altri istituti della regione nei due Covid Hub allestiti nel frattempo a Bollate e San Vittore. Il tutto, ovviamente, a fronte di un sovraffollamento che conta 3.400 detenuti presenti con una capienza teorica di 2.923 posti.
Nonostante la popolazione carcerari sia diminuita dell'8% rispetto a quella registrata l'inizio dell'anno la riorganizzazione degli spazi legata alla necessità di predisporre reparti sanitari per gli ammalati e per l'isolamento dei detenuti positivi al Covid-19 ha costretto molti reclusi a essere trasferiti in altri reparti e a condividere le proprie celle con più persone rispetto alla loro situazione precedente, soffiando su una tensione ormai sedimentata da mesi.
Ma la condizione di sovraffollamento è resa ancora più intollerabile dalla chiusura dei reparti, dei piani e in diversi casi anche delle celle. Nel suo documento la Caritas denuncia che soprattutto nel carcere di San Vittore c'è stata una significativa rinuncia all'applicazione della sorveglianza dinamica che prevedeva nei reparti di media e di bassa sicurezza che le celle restassero aperte almeno negli orari diurni migliorando sensibilmente la vivibilità degli istituti.
Le occasioni di socialità hanno subito una brusca frenata anche a causa della chiusura di gran parte delle attività lavorative, delle attività culturali e ricreative e delle occasioni di sostegno psicologico e sociale che nei tre penitenziari erano garantite dalla presenza di operatori esterni all'amministrazione penitenziaria e di volontari. "Le attività scolastiche sono ferme e non è, a oggi, stata attivata alcuna forma di didattica a distanza, le attività trattamentali sono ridotte al lumicino", scrive la Caritas nel suo rapporto.
È un girone infernale: la mancata presenza di volontari ha influito pesantemente anche sulla distribuzione di indumenti e di prodotto per l'igiene personale (che l'amministrazione penitenziaria non riesce a garantire nemmeno nella misura prevista dalla legge). A farne le spese ovviamente sono i detenuti più indigenti e più fragili. A San Vittore ci sono detenuti che non hanno nemmeno abiti adatti per proteggersi dal freddo invernale.
Persino l'accesso degli avvocati è fortemente limitato e l'impossibilità di svolgere i colloqui con i propri famigliari è resa ancora più intollerabile dalla limitazione (e in alcuni casi addirittura la sospensione) di poter ricevere i pacchi con indumenti, prodotti alimentari e altri beni.
"Nonostante siano chiare - scrive la Caritas Ambrosiana - le esigenze sanitarie che, in carcere come fuori, suggeriscono di limitare le occasioni di contatto interpersonale, quel che più preoccupa è il protrarsi della durata di questo regime d'eccezione, con il blocco proprio di quelle attività che più di tutte assolvevano alla funzione rieducativa della pena stabilita dalla Costituzione e che dunque sono indispensabili per un corretto funzionamento del sistema penitenziario". Si attende che il ministro batta un colpo.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Il ministro Alfonso Bonafede ieri mattina ha fatto una visita a Poggioreale. "Insieme al vice capo del Dap Roberto Tartaglia ho visitato il carcere di Napoli Giuseppe Salvia nella consapevolezza che quest'istituto rappresenta una delle realtà più complesse e difficili dell'intero sistema penitenziario italiano", ha poi scritto il guardasigilli su Facebook.
"Ci tenevo a portare personalmente la mia vicinanza a tutti coloro che lavorano e vivono nell'istituto", ha aggiunto spiegando le ragioni della sua visita. "Sarebbe stato bello se il ministro avesse incontrato anche gli educatori, i volontari, coloro che accompagnano i detenuti nel loro percorso in carcere", la replica di don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale.
Sarebbe stato anche utile che il ministro avesse visitato tutti i padiglioni della casa circondariale, sia quelli dove i lavori di ristrutturazione sono stati fatti sia quelli dove l'umidità lascia i segni sulle pareti e si sta in dieci in una cella.
"Avrebbe avuto la giusta visione", spiega don Franco che al ministro ha posto il problema del sovraffollamento. "Gli ho spiegato che serve svuotare Poggioreale di almeno mille unità. Lui mi ha guardato perplesso - racconta - Gli ho chiesto di valutare seriamente l'idea delle case di accoglienza per detenuti adulti: costerebbero meno allo Stato e garantirebbero migliori risultati in termini di sicurezza per la società. Ma queste sono decisioni per persone coraggiose", conclude don Franco. Anche il garante regionale Samuele Ciambriello, incontrando il ministro, ha posto l'attenzione sulla necessità di interventi per rendere il carcere più umano: "Ho chiesto anche perché non vengono utilizzati i 12 milioni di euro per la riqualificazione dei padiglioni fatiscenti di Poggioreale".
Bonafade ha ascoltato ma non si è sbilanciato, ha avuto parole di ringraziamento per gli sforzi di amministrazione e personale penitenziario nella gestione dell'emergenza pandemica (nel carcere cittadino i contagi sono scesi a uno tra i detenuti e quattro tra il personale), ma non ha speso una parola sui detenuti che vivono nelle celle affollate, non ha fatto alcun riferimento alla campagna vaccinale nelle carceri su cui tanto si stanno mobilitando garanti e penalisti napoletani né cenni alle lungaggini burocratiche e giudiziarie che trattengono in carcere anche chi avrebbe diritto a misure alternative alla detenzione.
Eppure basterebbe osservarlo meglio il mondo del carcere per rendersi conto, sì degli sforzi di molte amministrazioni penitenziarie, di garanti, volontari, docenti del polo universitario penitenziario della Federico II, ma anche per notare le criticità e i drammi che vivono dietro le sbarre. L'anno sta per chiudersi ed è tempo di bilanci. Il 2020 è stato un annus horribilis per la popolazione carceraria campana, non solo a causa del Covid.
Il numero dei bambini in tenera età, che per stare con le proprie madri sono costretti a vivere in carcere, aumenta di mese in mese: secondo l'ultimo aggiornamento ministeriale del 30 novembre scorso, si contano 7 bambini nell'Icam di Lauro, 2 nel carcere di Pozzuoli, 3 nel carcere di Salerno. Quanto ai suicidi in cella e agli atti di autolesionismo, in Campania quest'anno si sono registrati 9 suicidi, circa 170 casi di autolesionismo e 80 tentativi di suicidio evitati dall'intervento della polizia penitenziaria. Ed è in aumento il numero dei detenuti con disturbi mentali.
Il 2020, inoltre, è stato l'anno della pandemia e delle tensioni che ne sono scaturite, dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere su cui la Procura sta indagando, l'anno del lockdown, delle attività trattamentali interrotte a causa del Covid e dei detenuti costretti a trascorrere le giornate quasi interamente in cella.
È stato l'anno dei processi rinviati, delle istanze inoltrate ai Tribunali di Sorveglianza e dei Tribunali di Sorveglianza che non ce la fanno a rispondere in tempi ragionevoli perché, come nel caso di Napoli, lavorano con il 42% del personale amministrativo in meno rispetto a quello che sarebbe necessario. Ma tutto questo il ministro Bonafede lo sa?
di Laura Berlinghieri
La Nuova Venezia, 31 dicembre 2020
Esplode il focolaio all'interno del carcere di Santa Maria Maggiore, dove sale a 42 il totale di positivi, di cui 38 tra i detenuti. I primi contagi, con numeri di un certo rilievo, erano emersi la settimana scorsa: 23 detenuti e tre agenti della polizia penitenziaria. Ma, nel giro di una settimana, le cifre sono praticamente raddoppiate.
"E probabilmente i positivi sono ancora più di quelli che conosciamo, visto che i tamponi vengono fatti a rilento, non interessando l'intera platea del carcere", denuncia Gianpietro Pegoraro di Cgil. "È vero che, tra il personale, i contagi sono pochi. Ma, vista la quantità enorme di detenuti positivi, sarà estremamente difficile circoscrivere il focolaio. La nostra speranza è nei vaccini, che potrebbero arrivare nelle carceri già a febbraio".
Anche per questo sembra tramontare l'ipotesi di trasferimento dei detenuti positivi nelle carceri di Rovigo (a medio - alta sicurezza) e di Trento, come ipotizzato alcune settimane fa. Rimane solo uno, invece, un positivo nel carcere femminile; all'interno del personale amministrativo. I casi emersi a Santa Maria Maggiore contribuiscono a dare una dimensione al picco dei 662 nuovi positivi emersi mercoledì, per un totale di 12.456 casi tuttora attivi nel territorio provinciale.
Quindici, invece, le vittime registrate nelle ultime 24 ore, che fanno salire a 1.084 i decessi nel Veneziano dall'inizio della pandemia. Diminuiscono i posti letto occupati tra gli ospedali e le strutture intermedie della provincia: sono 571 (-10) di cui 60 (stabili) in terapia intensiva. Intanto ieri è iniziata la campagna di vaccinazione contro il Covid all'interno degli ospedali. E continua il fuoco sul dibattito circa l'opportunità di rendere obbligatorie le somministrazioni per il personale sanitario.
L'adesione, a livello regionale, dovrebbe comunque essere prossima al 90%. "Io mi auguro che la sottoposizione rimanga volontaria; ma perché per un sanitario, sottoporsi al vaccino, dovrebbe essere automatico", sostiene Giovanni Leoni, presidente veneziano dell'Ordine dei medici. "Quanto mi sono iscritto alla facoltà di Medicina, nel lontano 1976, farsi la vaccinazione contro la tubercolosi era un prerequisito per essere ammessi. Quando ho iniziato a lavorare in un ospedale, con la mano destra mi hanno dato il camice e con la sinistra i moduli per esami del sangue e vaccinazioni. Se vuoi fare il medico, passi di lì. Non dimentichiamo che, nei Paesi non industrializzati, le malattie infettive rimangono la prima causa di morte. Ma noi non abbiamo questa percezione. La polemica sui vaccini è una polemica sterile; ci sono cose che la scienza ha già consolidato. I vaccini sono una di queste".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Il carceriere e il carcerato. Maresca e Bassolino. Sarebbe una bella sfida per Napoli, e saprei da che parte stare, indipendentemente dai partiti. O malgrado loro, o anche contro qualcuno di loro. Due uomini di giustizia, uno per scelta, l'altro per penitenza. Il primo è una star della trasmissione di Massimo Giletti, l'altro si è imposto un lungo silenzio che ha attraversato gli eterni anni della sua penitenza giudiziaria, circa una ventina. Potrebbe capitare di vederli uno di fronte all'altro, a sfidarsi nei prossimi mesi per la conquista di Palazzo San Giacomo e della fascia tricolore.
Potrebbe capitare e non avrei dubbi, se fossi una cittadina napoletana. Voterei Antonio Bassolino. Non avrei bisogno di turarmi il naso, anzi lo farei con allegria, i muscoli facciali ben distesi nel sorriso e nella speranza che Bassolino di oggi sia un po' ancora quello di ieri. Quello che ho avuto occasione di incontrare come uomo di sinistra non avvelenato dall'antiberlusconismo del suo partito, ancora un po' orfano dell'ingraismo del manifesto dove avevo militato per vent'anni, liberale di pensiero e di modi.
Mi piacerebbe, in campagna elettorale, vederlo su quel palco di Piazza del Plebiscito dove gli uomini del Pd di Walter Veltroni gli impedirono di salire nel 2008. In nome del rinnovamento, gli dissero, definendo così il loro stare dalla parte del "boia" invece che da quella della vittima. Da tempo era nata la sinistra giudiziaria, da quando il Pci era stato salvato dalle rovine di Tangentopoli. E Bassolino il brillante, Bassolino l'anti-demagogo, Bassolino il carismatico che, come ha ricordato Piero Sansonetti, sapeva tenere insieme l'utopia e la realtà senza mai permettere che l'una prevalesse sull'altra o l'altra sull'una, fu preso a calci con feroce tranquillità. Il lebbroso-imputato denunciato da uno di sinistra che a sua volta si seppe costruire su quello la sua carriera politica e parlamentare. Processato diciannove volte e diciannove volte assolto. Ma in quei giorni prevalsero indifferenza, cinismo, invidia. Il piatto del suo partito, dei suoi compagni, dei suoi amici, gli fu servito così. Con la freddezza di chi si bagna il dito e gira semplicemente la pagina.
Non credo che la sinistra avrà il coraggio di candidarlo a sindaco di Napoli. Non perché manchino le facce di bronzo, da quelle parti, lo so bene. Ma perché oggi il Pd di Zingaretti (ma anche il partitino di Renzi o Leu o altri segmenti locali della sinistra) è molto debole. E l'ingaggio di uno come Bassolino comporterebbe di saper disporre di una certa forza, di un progetto per la città, di una comunità coesa su quel progetto. E anche di un po' di fantasia e di sogni, da tempo rinchiusi a doppia mandata nei cassetti della sinistra.
Sarà fortunato il dottor Catello Maresca, se non avrà di fronte come contendente un uomo come Bassolino. Un uomo, non una maschera, un simulacro, un capetto, un burocrate. Un uomo che ha sofferto, non per mano di Catello Maresca, ma di alcuni che erano più o meno come lui. Pubblici ministeri come Paolo Sirleo, per esempio, quello che insieme al collega Giuseppe Noviello lo ha inseguito di processo in processo, persino sollecitando spostamenti di competenza territoriale pur di non farselo sfuggire, e perdendoli tutti.
Due pubblici ministeri che, come è nella storia di tutti i magistrati, hanno proseguito tranquillamente la propria carriera, senza che un'ombra potesse mai macchiarla. Il dottor Noviello è oggi giudice a Perugia, Paolo Sirleo è in Calabria, è un sostituto del procuratore Gratteri. È lo stesso che ha chiesto e ottenuto l'arresto del presidente del consiglio regionale Tallini, quello definito dal gip che non si vergognava (parola sue) di copiare le richieste del pm e che definiva l'uomo politico "ombra dietro le ombre".
Anche questa volta Sirleo ha perso, insieme al suo capo della procura antimafia Nicola Gratteri. Ma ha anche un po' vinto, perché Tallini, dopo esser stato scarcerato, ha detto che non si ricandiderà alle prossime elezioni regionali. Chi ha letto le carte dell'inchiesta che lo riguarda, sa con quanta insistenza la pubblica accusa aveva sottolineato in due note integrative al gip (in luglio e in novembre) della richiesta di custodia cautelare, il fatto che Tallini fosse il più votato nell'area crotonese e che questo fatto fosse di "attualità" e "continuità con i temi di prova".
Il problema sembrava quasi la ricandidatura dell'ex presidente del consiglio regionale. Il quale si è tirato indietro. Magari per non avere la stessa sorte di Bassolino. Di non dover diventare una sorta di turista giudiziario per i prossimi vent'anni. Sento già sullo sfondo, ma neanche tanto, le voci dei virtuosi dirigenti dei partiti del centrodestra napoletano obiettare che Maresca non è Sirleo (ah no?), perché da tutta una vita lotta contro la camorra e vive scortato da dodici anni, fin da quando ha arrestato Michele Zagaria, capo dei Casalesi, i quali gliel'hanno giurata.
Grazie, queste cose le sappiamo, perché il dottor Maresca le ripete ogni domenica sera sul set di Massimo Giletti. E ogni volta io penso che vorrei avere occasione per spiegargli una cosa che lui sa bene, ma che finge di ignorare, e cioè che il pubblico ministero, essendo un magistrato e La persecuzione Bassolino è un uomo, non una maschera.
Un uomo che ha sofferto per mano di altri pm come Sirleo e Noviello, che nonostante il grave errore giudiziario commesso hanno continuato tranquilli la loro carriera non un poliziotto, non deve proprio lottare contro nessuno.
Ma mi piacerebbe sapere che cosa pensano Silvio Berlusconi che, a quanto leggo sui quotidiani bene informati, ha parlato personalmente con il magistrato per proporgli la candidatura, e i garantisti di Forza Italia rispetto al comportamento tenuto da Catello Maresca sulla vicenda dei provvedimenti di sospensione pena e detenzione domiciliare dei carcerati malati durante la prima ondata di contagio da Covid-19.
Il diritto alla salute ha la forza costituzionale per prevalere su ogni altro, compresa la sicurezza. Dovrebbe essere chiaro a tutti, ma il procuratore Maresca evidentemente non la pensa così. È stato tra i più accaniti nel contestare la famosa circolare del Dap del 21 marzo in cui, in piena emergenza per il rischio di contagio di Coronavirus in luoghi affollati e ristretti come gli istituti di pena, si sollecitavano i direttori delle carceri a segnalare quali fossero i detenuti più anziani e più malati. Ha protestato, insieme a Giletti e a suoi colleghi a lui omogenei di pensiero quali Nino Di Matteo e il sindaco più populista d'Italia Luigi De Magistris, quando giudici e tribunali di sorveglianza hanno emanato provvedimenti di sospensione pena e di detenzione domiciliare. Ha definito "famigerate" la circolare e le scarcerazioni.
E quando il 6 giugno il nuovo corso del Dap, presieduto e vice-presieduto da pubblici ministeri "antimafia", ha fatto marcia indietro su quel provvedimento che era solo umanitario, ha festeggiato con parole solenni: "Si pone fine alla pagina più brutta della storia della gestione carceraria di questo Paese". Certo, leggo che il dottor Maresca, che ha già il suo gruppo di lavoro e un ufficio stampa, benché non abbia ancora sciolto la riserva sulla candidatura e ami farsi corteggiare ancora un po', è capace di gesti di coraggio. Come quello di stracciare la tessera del suo sindacato dopo che mezza Anm napoletana l'ha già fatto prima di lui. E anche che è vicino al mondo del terzo settore e fa molta beneficenza. Me ne compiaccio. Ma, rispetto a un magistrato che si definisce "anti", preferisco uno che sia "per". Scelgo la dignità del lungo silenzioso percorso di Antonio Bassolino. Non so se sia più iscritto al suo partito e non mi interessa. Io, se fossi cittadina di Napoli, come sindaco vorrei uno come lui. Anzi, proprio lui.
di Cesare Burdese
ilgiornaledellarchitettura.com, 31 dicembre 2020
Pubblichiamo una lettera di commento al concorso d'idee bandito dalla Triennale di Milano per ripensare gli spazi del carcere.
Spettabile redazione, nel solco dell'azione che da molti decenni conduco per contribuire a far crescere, nel nostro paese, il fronte culturale architettonico sul tema dell'edilizia carceraria, ancora una volta mi avvalgo di questo Giornale (per il quale ho curato l'inchiesta "Emergenza carceri") per portare alla ribalta questioni aperte.
Lo spunto mi è dato dal concorso d'idee "San Vittore, spazio alla bellezza", recentemente lanciato dalla Triennale di Milano e dalla casa circondariale Francesco Cataldo - San Vittore di Milano, rivolto a progettisti, architetti, designer, urbanisti, ingegneri. Obiettivo dell'iniziativa è promuovere una nuova concezione di casa circondariale, attraverso la riprogettazione di alcuni spazi del carcere, per cambiarne la percezione e migliorarne la funzionalità, iniziando dalla bellezza degli spazi che lo ospitano. Il prodotto finale consiste nell'elaborazione di studi di fattibilità tecnico-economica per ogni ambito d'intervento, ad opera dei progettisti selezionati, partendo dall'identificazione dei bisogni della casa circondariale, dei suoi attori, dei suoi utenti e dei cittadini. Un metodo questo già utilizzato all'estero, nella progettazione del nuovo carcere di Haren in Belgio, e che rappresenta indiscutibilmente una nota positiva nel desolante scenario nazionale della progettazione carceraria, fortemente caratterizzato da prassi che nulla hanno a che fare con la condivisione.
Osservo come nei testi introduttivi dei promotori, allegati al bando, si esprimano valori e temi che appartengono al "carcere ideale" della Costituzione e dell'Ordinamento penitenziario - peraltro da decenni sempre declamati e scarsamente concretizzati - in assenza di una loro contestualizzazione nel "carcere reale". Il fatto che la legge di riforma dell'Ordinamento penitenziario, risalente nella sua prima formulazione al 1975 e tutt'ora in vigore con qualche modifica recente di modesta rilevanza, non abbia ancora trovato compimento, rende non solo il senso dell'impotenza generalizzata a risolvere i problemi che affliggono il nostro carcere, ma velleitaria ogni azione per un suo reale cambiamento.
Lo stato deplorevole, sia dal punto di vista materiale che umano, degli istituti detentivi in funzione - che ha visto l'Italia nel 2013 condannata dalla Corte europea dei diritti umani per trattamenti inumani o degradanti - rimane una costante, nonostante i recenti sforzi governativi profusi per superarlo. Dobbiamo essere consapevoli del quadro deficitario che investe il nostro universo carcerario, fatto di risorse umane, materiali ed economiche insufficienti, ma anche caratterizzato dall'assenza di strumenti culturali in grado di affrontare i temi architettonici che appartengono al carcere.
Anche se in alcune aule universitarie il tema del carcere da alcuni anni viene insegnato, peraltro a volte in maniera episodica e fantasiosa, non si può affermare che, nel nostro paese, i giovani architetti e ingegneri ne abbiano adeguata contezza. Anche per questo motivo, ma non solo, giudico immotivata la scelta di circoscrivere l'accesso al concorso ai soli professionisti under 40 e iscritti agli Albi professionali di Milano e provincia. Meglio e più utile sarebbe stato offrire l'opportunità di espressione e raccogliere idee per la soluzione dei problemi architettonici che affliggono San Vittore, senza limitazioni anagrafiche o burocratiche e in un quadro reale di denuncia delle criticità in atto.
Il rischio che intravedo con questa pur meritoria azione culturale è quello di perdere, ancora una volta, l'occasione di occuparsi realmente di una condizione disumana, tanto drammatica quanto distante da noi, considerandola mezzo e non fine.
di Andrea Cassia*
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Sovraffollamento, carenze e gravi disagi rendono la detenzione un calvario. La lettera-denuncia di un recluso. Riceviamo e pubblichiamo l'ennesima lettera-denuncia arrivata a Nessuno tocchi Caino dal "Petrusa", il Carcere di Agrigento dove nulla pare sia cambiato, dopo le visite di Rita Bernardini e le interrogazioni parlamentari di Roberto Giachetti.
Sono detenuto nel reparto Alta Sicurezza della Casa Circondariale di Agrigento dal 16 luglio 2013, giorno in cui ebbe inizio il mio "calvario". Già in passato ebbi modo di udire delle strane analogie che accostavano questo istituto al penitenziario americano di Alcatraz. Sì, proprio a quella struttura che nell'immaginario collettivo suscitava sofferenza a dismisura, maltrattamenti e torture tanto decantate nelle pellicole hollywoodiane, ma nulla poteva farmi anche lontanamente pensare che tutto ciò che stavo vivendo fosse reale in barba a qualsiasi legge europea sui diritti dell'uomo prima ancora che alla nostra tanto promettente quanto inefficiente Costituzione.
E se oltre il danno deve esserci anche la beffa, questa si materializzava nelle nostre svariate forme di protesta (istanze al direttore o al magistrato di sorveglianza, scioperi della fame, mancati rientri nelle camere di pernottamento, ecc.) che puntualmente, dopo l'apparente concessione volta a calmare le pacifiche rivolte, si concludevano in un nulla di fatto.
Questo accadeva per assenza di acqua calda in cella; mancanza di riscaldamenti; sovraffollamento di 2 o anche 3 detenuti in celle create per ospitare una sola persona; infiltrazioni d'acqua dai tetti che ancora oggi si verificano nonostante la recente ristrutturazione; assenza pressoché totale di figure di vitale importanza come educatore e psicologo; area sanitaria, se così si può chiamare, carente in tutto; finestre delle celle arrugginite con conseguenti spifferi nonché infiltrazioni di acqua; saletta destinata alla socialità tra detenuti utilizzata anche come locale di spartizione spesa, scuola, cucina didattica, chiesa, oratorio, palestra e quant'altro e pure priva di bagno; sala colloqui con evidenti infiltrazioni d'acqua prive di caloriferi e maleodorante; bagni privi di infissi o, in alternativa, di aeratori funzionanti; assenza di bidet e doccia nelle celle; assenza di colloqui in "area verde" o aree ludiche nelle sale colloqui per i bambini in tenera età; TV con solo 10 reti funzionanti; mancanza di WC nella sala di attesa adibita alla consegna dei documenti di riconoscimento da parte dei nostri familiari quando vengono ai colloqui; carrello del vitto giornaliero in cui i pasti, da prassi, arrivano freddi o ancora semicrudi; erogazione idrica spesso e soprattutto nel periodo estivo interrotta senza alcun preavviso che nei casi peggiori ha costretto i detenuti ad espletare i bisogni fisiologici in secchi o bottiglie di plastica.
Più volte, come sappiamo, l'Italia è stata condannata dalla Corte europea per le palesi violazioni dei diritti dell'Uomo nelle nostre carceri, ma nulla o quasi si concretizza nel merito e laddove esiste una legge che possa intervenire in soccorso di una violazione di tali diritti questa viene ignorata dai magistrati, garanti supremi del rispetto della legge, come quelli di sorveglianza, con le motivazioni le più folcloristiche e tracotanti di sarcasmo.
È infatti ormai di pubblico dominio che della "legge Torreggiani" ad Agrigento non si possa usufruire in quanto anche d'inverno la nostra amata Sicilia gode di un clima mite. Non voglio nascondermi dietro un dietro un dito e razionalmente penso a quanto sia giusto scontare la pena se si è riconosciuti colpevoli di reato.
Ma non posso e non voglio credere di trovarmi sul banco degli imputati di un tribunale della Santa Inquisizione dove dei Torquemada di età contemporanea ordinano ed eseguono roghi quanto mai attuali. Infine, mi permetta di chiudere con una massima che ho letto di recente in un libro. Essa citava: "Il grado di civiltà di un Paese lo si misura anche dallo stato delle sue carceri".
*Detenuto presso la Casa circondariale di Agrigento
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 31 dicembre 2020
Nella Casa circondariale di Pistoia, il 15 dicembre scorso si è tenuta una cerimonia per una doppia inaugurazione: quella dello spazio riservato allo spaccio per il personale e quella per la sala polivalente destinata a iniziative peri detenuti. Loredana Stefanelli, direttrice della casa circondariale toscana, e Angela Venezia, dirigente del Provveditorato Regionale Toscana e Umbria, hanno illustrato i progetti di ristrutturazione dei due locali, realizzati con obiettivi, tempi e strumenti diversi ma entrambi frutto del notevole impegno in termini di risorse umane ed economiche investite.
Inaugurazione dello spazio spaccio nel carcere di Pistoia - Lo spaccio, ossia l'area che ospita il bar/ristoro e la vendita di articoli provenienti spesso da lavorazioni o attività produttive penitenziarie, è stato riaperto dopo quindici anni di chiusura grazie a una ristrutturazione radicale. Arredato in maniera confortevole con nuove sedie, tavoli e piante ornamentali, è stato pensato per offrire un luogo dove rilassarsi anche scegliendo un libro nella piccola biblioteca che vi è stata allestita e accessibile a tutto il personale.
"Favorire la lettura e la cultura - viene spiegato una nota della direzione - anche in locali non dedicati, può essere un'occasione di valorizzazione e di crescita dell'amministrazione penitenziaria in particolar modo quando tutto ciò avviene in una piccola realtà come l'istituto di Pistoia". Uno spazio soppalcato che sarà adibito a comfort-zone, utile soprattutto al personale residente in caserma, completerà a breve il progetto. Attualmente lo spaccio è funzionante nella fascia mattutina ma la direzione assicura che l'orario di apertura si estenderà al pomeriggio.
L'angolo dei libri all'interno del nuovo spazio spaccio/bar all'interno del carcere di Pistoia - La sala polivalente, interamente rinnovata nei rivestimenti e adeguata a tutte le norme in materia di sicurezza, è stata dotata di servizi igienici e di uno spazio palestra separato dall'area riservata alle iniziative organizzate per favorire il contatto con la comunità esterna. I lavori sono stati realizzati grazie a un progetto approvato da Cassa Ammende ed eseguiti da detenuti al termine di un corso di formazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Inaugurazione dello spazio palestra per i detenuti nel carcere di Pistoia - Al termine dell'evento la direttrice Stefanelli ha consegnato a Giovanni Mosca, funzionario della casa circondariale di Prato che ha seguito i lavori, sia per la progettualità sia per le fasi amministrativo contabili, una targa in segno di riconoscimento per "l'impegno e il costante supporto al progetto che, senza la sua competenza professionale, non avrebbe avuto gli esiti auspicati".










