di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
La confessione di 4 omicidi estorta con la forza, l'attesa del patibolo, la svolta del Dna Oggi, all'età di 84 anni, ottiene la revisione del processo per avere piena giustizia. L'anno in cui lo arrestarono Leonid Breznev prende le redini dell'Unione sovietica, Aldo Moro diventa per la terza volta presidente del Consiglio, la Francia di De Gaulle abbandona la Nato e i Beatles pubblicano Revolver, il loro settimo album.
Era il 1966 e Iwao Hakamada aveva appena vent'anni; l'accusa che le autorità giapponesi gli rivolgono è pesantissima: l'incendio della fabbrica in cui lavorava e l'omicidio del suo principale, della moglie e i due figli. Il movente? Il furto dei 200mila yen chiusi nella cassaforte della fabbrica. Hakamada viene interrogato per giorni e giorni in sedute lunghe 16 ore senza la presenza di un avvocato: lo picchiano a sangue, lo privano del sonno, del cibo, dell'acqua, una tortura incessante che lo piega e lo spinge ad ammettere i delitti. Nessun sistema democratico potrebbe tener conto di quella confessione estorta con la forza, ma per la giustizia giapponese è sufficiente per stabilire la sua colpevolezza. Due anni dopo la sentenza del tribunale di Shizuoka: condanna all'impiccagione. La data? Da stabilire. Tanto che Hakamada ha passato quasi mezzo secolo nel braccio della morte in attesa dell'ora fatale che secondo la prassi del paese nipponico viene comunicata al condannato il giorno stesso: mai nessun prigioniero ha subito un simile trattamento nella storia della giustizia moderna.
Nel frattempo l'ex pugile, recluso sotto un regime di isolamento speciale (niente tv, visite limitate e sorvegliate, divieto di uscire dalla cella) ritratta la confessione, accusa la polizia di aver utilizzato la forza per farlo parlare. I suoi avvocati chiedono la revisione del processo che non viene accordata, ma almeno l'esecuzione slitta di proroga in proroga. Fino alla svolta: nel 2008 viene effettuato un test del Dna raccolto dai corpi delle vittime che risulta incompatibile con quello di Hakamada che, al contrario, è del tutto assente dalla scena del delitto; la traccia appartiene a qualcun altro. Il caso finisce prima sui media giapponesi, poi su quelli internazionali. La pressione sulle istituzioni diventa continua e nel 2014, a 48 anni dall'arresto, l'alta corte di Tokyo proscioglie Hakamda per insufficienza di prove.
La sua libertà viene salutata dall'opinione pubblica e accompagnata dalle scuse dell'ex capo della polizia e poi deputato Shizuka Kamei, che si inchina personalmente davanti l'ex detenuto. L'incubo sembra ormai finito, anche se nessuno potrà mai restituirgli mezzo secolo di crudele detenzione in cui è stato fiaccato e umiliato, vittima di persecuzione giudiziaria e di crudeltà.
Ma a Hakamada non basta avere riavuto la sua libertà, vuole che la sentenza di omicidio sia cancellata e tramite i suoi legali la scorsa settimana è riuscito ad ottenere dalla Corte suprema giapponese la revisione completa del processo fino a quel momento negata dai giudici: "Siamo davvero contenti di questa notizia, ci tremano le mani perché finalmente abbiamo ottenuto la giustizia che ci è stata negata per mezzo secolo", ha commentato il suo legale Yoshiyuki Todate.
La Repubblica, 2 gennaio 2021
Lettera ai paesi membri per nominare "monitor" per il cessate il fuoco. Non sarebbero armati. Fonti libiche: ok solo da paesi con "posizione e ruolo chiari" in Libia. Questo escluderebbe Turchia, Egitto, Qatar, Russia, ma anche Italia e Francia perché considerati troppo vicini a una parte o all'altra. Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha inviato una lettera ai Paesi membri per chiedere di indicare loro osservatori da inviare in Libia con il compito di sovrintendere al cessate il fuoco e per indurre i leader politici del Paese a mettere a punto un meccanismo per designare il nuovo primo ministro. Lo riferisce il Guardian, sottolineando che si tratta della "prima volta che l'Onu intraprende iniziative attive sul terreno" in Libia per garantire il rispetto del cessate il fuoco.
L'invito di Guterres a nominare osservatori è rivolto in particolare a "blocchi regionali", che potrebbero essere Unione europea, Lega Araba e Unione Africana. Questi osservatori dovrebbero sovrintendere alla tenuta del cessate-il-fuoco, sottoscritto il 23 ottobre scorso, e al rispetto dell'embargo sulle armi, che si ritiene venga violato in particolare dalla Turchia, schierata con il governo di Tripoli di Fayez al-Serraj, e da Emirati arabi uniti, Russia ed Egitto, sostenitori del cosiddetto "Esercito nazionale libico" del generale Khalifa Haftar.
Si tratterebbe di osservatori disarmati. I libici hanno chiesto che gli osservatori provengano solo da paesi con "posizione e ruolo chiari" nella crisi libica. Questo secondo fonti consultate da Repubblica, di fatto escluderebbe paesi come Turchia, Qatar, Emirati, Egitto, Arabia Saudita, Russia, ma anche Francia e Italia, tutti paesi verso i quali una delle parti potrebbe avere obiezioni.
Se l'invio di osservatori dovesse concretizzarsi, l'operazione partirebbe nel quadro della formazione di un nuovo "Governo di unità nazionale" al quale parteciperebbero le forze di Tripoli e quelle di Bengasi, con l'obiettivo di superare l'attuale divisione in due del paese. Attualmente le Nazioni Unite hanno solo una piccola missione politica in Libia con 230 rappresentanti. L'iniziativa di Guterres cade in un momento critico poiché il cessate il fuoco include una clausola che chiede a tutte le forze straniere di lasciare la Libia entro tre mesi, quindi entro il 23 gennaio, ma finora non vi è alcun segnale che ciò stia avvenendo. L'inviata speciale dell'Onu ad interim per la Libia, Stephanie Williams, ha detto che attualmente sono 20.000 i militari stranieri nel Paese, inclusi soldati regolari e mercenari.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
La donna, medico di etnia uigura, portata in un campo di detenzione. Ora anche le autorità cinesi hanno confermato ciò che le organizzazioni per i diritti umani e i familiari andavano dicendo da tempo, Gulshan Abbas, una dottoressa cinquantottenne di etnia uigura, è stata rapita e portata in un campo di detenzione. Pechino ha detto che il medico è in custodia anche se non ha specificato, come invece ha rivelato la famiglia che si trova negli Stati Uniti, se è stata condannata a venti anni di carcere.
Si apre dunque uno squarcio su una vicenda che ha preso le mosse nel 2018 quando Gulshan Abbas è scomparsa al suo ritorno in Cina dopo aver visitato i parenti negli Usa. La sorella, Rushan Abbas, in particolare è impegnata nella causa del suo popolo, gli uiguri. Minoranza musulmana che parla una lingua turca ed è il principale gruppo etnico dello Xinjiang, una vasta regione nel nord- ovest della Cina che ha confini comuni con Afghanistan e Pakistan.
Proprio per l'attivismo familiare che risale già alla giovinezza del nonno, Gulshan è stata prelevata e condotta in un luogo ancora sconosciuto. Forse uno dei grandi campi di rieducazione che Pechino ha instituito nello Xinjiang proprio per detenere gli indipendentisti uiguri. La Cina in realtà parla di centri di "formazione professionale" che servono a debellare l'estremismo religioso. In questi campi, secondo le informazioni raccolte da diverse organizzazioni in difesa dei diritti umani, vi sarebbero rinchiuse almeno un milione di persone anche se le cifre arrivano anche a tre milioni.
Appresa la notizia il governo statunitense ieri ha ne ha chiesto ufficialmente il rilascio. Durante un incontro organizzato con la Commissione esecutiva del Congresso sulla Cina degli Stati Uniti (Cecc), Ziba Murat, figlia del Gulshan Abbas, ha specificato i dettagli della vicenda rendendo noto che la famiglia ha solo recentemente (Natale) appreso che la madre ha ricevuto la sentenza nel marzo dello scorso anno per accuse legate al terrorismo.
Il portavoce del ministero degli Ester, i Wang. Wenbin ha detto che la donna "è stata condannata secondo la legge per aver partecipato al terrorismo organizzato, aver aiutato attività terroristiche e minato seriamente l'ordine sociale. Chiediamo ai politici americani di rispettare i fatti, di smetterla di fabbricare bugie che diffamano la Cina e di astenersi dall'usare la questione dello Xinjiang per interferire negli affari della Cina". Sembra così ripetersi il copione dello scontro tra Usa e il gigante asiatico così come è stato per Hong Kong.
di Andrea Oleandri*
Il Dubbio, 1 gennaio 2021
Un anno difficile come questo non poteva che avere un effetto negativo anche sui suicidi: nel 2020 sono stati 56. "Il 2020 delle carceri italiane è stato inevitabilmente segnato dallo scoppio della pandemia di Covid-19, che ha cambiato il volto anche di questi luoghi, chiudendoli ancor di più al mondo esterno, allontanando dagli istituti volontari, famigliari, personale scolastico e lasciando ai detenuti un in più di pena rispetto a quella che stanno scontando e di cui, a pandemia finita, non si potrà che tenere conto". Esordisce così Patrizio Gonnella, nel consueto punto di fine anno di Antigone.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 1 gennaio 2021
Dopo la rivolta nel carcere di Modena tra i detenuti trasferiti ad Ascoli c'era Salvatore Piscitelli, ufficialmente deceduto per "overdose di farmaci". Aperta un'inchiesta per omicidio colposo su esposto degli altri carcerati, sostenuti dal Garante, che raccontano di botte, mancati soccorsi e visite mediche fasulle.
"Assistente, assistente, chiamate il medico presto.... Sasà Piscitelli non si muove più, è freddo nel letto...". Sembra di sentirlo Mattia Palloni urlare e chiede aiuto dalla cella numero 52, al secondo piano del carcere di Ascoli Piceno. Sono le 10 e 20 della mattina del 10 marzo 2020 ed è già la seconda volta che prega gli agenti della penitenziaria di far visitare Salvatore "Sasà" Piscitelli perché "emette dei versi lancinanti".
Giornale di Sicilia, 1 gennaio 2021
"La legge di bilancio per il 2021 porterà forze fresche e ingenti capitali nei settori di competenza del Ministero della Giustizia". Lo scrive il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, su Facebook. "Le risorse disponibili da subito e quelle che saranno assicurate nei prossimi anni rappresentano un investimento straordinario", aggiunge il Guardasigilli: "Solo con l'immissione di risorse consistenti, adeguate assunzioni e investendo sulle strutture e infrastrutture, saremo nelle condizioni di garantire un servizio giustizia che possa rispondere in modo efficiente alle istanze di cittadini e imprese.
di Eduardo Savarese*
Il Riformista, 1 gennaio 2021
Il poeta Eschilo, nella tragedia intitolata Eumenidi, ricorda che il processo celebrato contro Oreste il matricida si risolve attraverso l'intervento di Atena che decide di graziare il colpevole per avviare un nuovo capitolo della storia umana. Diremmo che si tratta di una decisione poco "efficiente", in quanto poco prevedibile, eppure talmente giusta che le divinità vendicatrici del delitto materno (le Erinni) si tramutano in Benevole, le Eumenidi appunto.
Il Dubbio, 1 gennaio 2021
Plauso dei giovani avvocati all'emendamento Annibali. È "da apprezzare", per l'Aiga, l'Associazione giovani avvocati, "l'emendamento proposto dall'Onorevole Lucia Annibali con il quale si intende sospendere l'efficacia del cosiddetto "blocca prescrizione" fino all'entrata in vigore della riforma del processo penale".
di Livio Pepino
Il Manifesto, 1 gennaio 2021
La scissione. Cosa ha significato Md nella vicenda della magistratura italiana? Molte cose, ovviamente, ma, prima di tutto, la rottura del modello tradizionale di giudice e di pubblico ministero partecipe del sistema di potere, chiuso in una torre d'avorio, separato dalla società, insofferente alle critiche.
25 magistrati annunciano, con una lettera aperta, l'uscita da Magistratura democratica e, più o meno silenziosamente, fanno le valigie anche gli aderenti al gruppo eletti nel Csm. Come in tutte le scissioni, chi se ne va rivendica la fedeltà alle origini, anche attribuendo ai "padri fondatori" posizioni fantasiose.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 1 gennaio 2021
Come può il ministro della Giustizia - se esiste - non mandare subito, con grandissima urgenza, gli ispettori a Perugia, per capire come sia stato possibile dimenticarsi di scaricare gli sms dal telefono di Luca Palamara e perdere, forse in maniera irrimediabile, materiale decisivo per ricostruire tutto il Palamaragate? È strano che non li abbia già mandati per la storia dei messaggi whatsapp insabbiati, che noi del Riformista avevamo rivelato il giorno prima, ma ora davvero la questione diventa clamorosa.
- Se non ora quando? Le criticità delle carceri in Piemonte
- Torino. Questo Natale con i ragazzi in carcere
- Roma. In carcere un Natale duro, ma rivedremo le stelle
- Napoli. "Francesco sta male, è in ospedale e non ce lo hanno nemmeno detto"
- L'Aquila. Carcere "abusivo": la decisione finale spetterà al Tar










