lettera21.org, 1 gennaio 2021
Un interrogativo che può essere anche la sintesi di quanto emerso durante la videoconferenza di presentazione del V° Dossier delle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi. Vecchie e nuove problematiche di un sistema penitenziario, che l'emergenza Covid, ha reso ancora più pressanti e per cui i fondi europei potrebbero rappresentare l'occasione per una sua messa a norma.
Spazi assenti, spazi inutilizzati, spazi inutilizzabili, strutture in alcuni casi fatiscenti o non attrezzate adeguatamente. Un elenco che ormai si ripete di anno in anno e a cui il ritornello da più parti abusato in questo 2020 che dalla difficoltà possono emergere opportunità sembrerebbe non essere stato di grande auspicio e monito. Eppure come precisato dal Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Bruno Mellano "Come non pensare che i fondi europei non siano l'occasione propizia per far fare un salto di qualità alla sanità e all'edilizia penitenziaria?"
Difficoltà croniche, sommate alle nuove dovute alla pandemia di Covid-19, che continuano a essere irrisolte e che hanno a che fare con le persone che gli spazi del carcere "vivono", dal sovraffollamento, ai presidi sanitari penitenziari, alle prospettive inerenti all'esecuzione penale esterna.
Tre temi emersi con forza in tutti gli interventi di presentazione del documento, elaborato dal garante regionale in collaborazione con il Coordinamento piemontese dei garanti. Presenti i garanti comunali di Alba Alessandro Prandi, Asti Paola Ferlauto, Biella Sonia Caronni, Cuneo Mario Tretola, Ivrea Paola Perinetto, di Torino Monica Cristina Gallo, di Verbania Silvia Magistrini, concordi sulla necessità di interventi di manutenzione ordinari e straordinari sempre meno rimandabili nelle 13 carceri del Piemonte.
Situazioni e "lavori" che se non continuamente rimandati avrebbero potuto sicuramente da una parte rispondere, almeno per il Piemonte, alle continue sollecitazioni dell'UE sul tema del sovraffollamento e rendere meno drammatica l'emergenza sanitaria in carcere.
In merito al sovraffollamento e risposta ottenuta dalla segnalazione pubblica ed istituzionale durante la fase più acuta della prima ondata di epidemia da Covid-19 in carcere del 3 aprile da parte del Collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà che "tutti gli organi di monitoraggio dei sistemi penitenziari europei e non solo, siano essi indipendenti o addirittura interni alle amministrazioni stesse, raccomandano che non si giunga mai al 100% di posti occupati ...", i numeri parlano chiaro. E la fonte è il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta.
A risultare sotto il 100% e il 98% raccomandato dal Collegio solo 3 carceri del cuneese (Cuneo 90%, Fossano 71%, Saluzzo 77%) e la Casa Circondariale di Alessandria 86%, da premettere che ad Alessandria sono due gli istituti penitenziari presenti e a fare da contraltare alla C. C. la Casa di Reclusione che presenta un tasso di affollamento del 135%. A Torino il sovraffollamento si attesta al 117%, mentre il resto degli istituti regionali va dal 112% di Novara alle punte del 139% di Alba e del 141% di Asti. Complessivamente in Piemonte al 28.12.2020 risultano 4164 persone recluse con un tasso di affollamento pari al 110%. Con una riduzione percentuale dell'11% rispetto al 29 febbraio, ma è bene sottolineare che il dato anomalo era il +121%. E se i detenuti sono diminuiti da allora di poco meno di 400 unità ad oggi sono pur sempre 381 in più rispetto alla capienza.
Numeri che da soli sono più che sufficienti per rispondere a chi ipotizzava "svuota carceri e masse di criminali a piede libero". Anzi dovrebbero ulteriormente far riflettere su quanto enunciato e quanto effettivamente realizzato.
Cifre che, è solo un'ipotesi, potrebbero essere state diverse se ad Alba si fosse riattivata la struttura dei semiliberi oggi chiusa o i lavori di ristrutturazione a seguito della legionellosi del 2016 fossero già partiti, se a Cuneo i lavori di restauro di un intero padiglione avessero subito una spinta, o ancora se alcuni spazi del carcere di Fossano oggi inutilizzati lo potessero diventare.
Spazi, quelli del carcere, che se lasciati a sé stessi, non oggetto di interventi di manutenzione o ancor peggio, pensati solo come luoghi da ampliare, senza pensare a chi dovranno ospitare, possono risultare un freno anche alle attività di reinserimento o porre difficoltà di gestione. Potrebbe essere il caso dell'annunciata realizzazione di una nuova struttura sull'attuale campo di calcio del carcere di Alta Sicurezza di Asti, per circa 120 detenuti, probabilmente, comuni. Uno spazio in meno per l'Alta Sicurezza, necessità di nuovo personale e spazi per la gestione dei detenuti comuni. Senza dimenticare la centralità della salute della persona, che per essere garantita necessita di spazi adeguati alla cura delle persone e non risultare inagibili come nel caso dei reparti per l'assistenza intensiva e psichiatrica del carcere di Torino.
Luoghi, e le persone che le abitano, messe a dura prova da 10 mesi di emergenza Covid, dove il distanziamento sociale forse paradossalmente è stato quello esterno, della società, o ha precluso importanti attività trattamentali. A Biella non essendo possibile attivare sul territorio o in altre strutture dell'istituto spazi per accogliere i detenuti in misura di sicurezza ospitati (una cinquantina) presso la Casa Lavoro, li si è condannati a una sorta di "ergastolo bianco", oppure si è dovuto sospendere un progetto sperimentale per il trattamento dei detenuti tossicodipendenti in quanto i locali dedicati sono stati utilizzati per garantire i necessari spazi d'isolamento all'interno dell'istituto. O bloccato attività importanti per il miglioramento della vita delle persone recluse, a Ivrea sono ancora due i piani non coperti dalla videosorveglianza, e le attività scolastiche sono possibili per meno di 10 persone, su una popolazione di circa 250 detenuti. A Saluzzo, trasformatosi recentemente in Casa di Reclusione ad alta sicurezza, il Covid ha determinato la chiusura del birrificio artigianale e reso palese la necessità di un potenziamento della rete informatica per garantire i colloqui a distanza.
Uno scenario ben riassunto a conclusione della presentazione dalle parole di Stefano Anastasia - Portavoce nazionale Garanti territoriali, per il quale "le carceri non possono restare nel mondo analogico o cartaceo del 900 e anche dentro il carcere assistenza sanitaria e sostegno sociale devono integrarsi. A partire dalle misure contenute nel Recovery fund che dovrà in qualche modo riportare i nostri istituti alle legalità penitenziaria". Una legalità che potrebbe essere perseguita con iniziative come quella dell'emendamento Siani alla Legge di Bilancio, dove si prevede la copertura finanziaria per finanziare l'accoglienza in case famiglia di genitori detenuti con bambini.
di don Domenico Ricca*
vocetempo.it, 1 gennaio 2021
Gentile Direttore, quasi come un debito di riconoscenza per le tante volte che in un modo o nell'altro mi ha ospitato nelle pagine del suo giornale, vorrei contribuire alla riflessione generale in tempo di Covid-19, sempre dal mio piccolo angolo di visuale, di un cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti. Vorrei anche raccontare a quanti domandano notizie (tra cui molti suoi lettori) come stanno "i miei amici" del Ferrante.
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 1 gennaio 2021
"Salimmo sù, el primo e io secondo, / tanto ch'i' vidi de le cose belle / che porta 'l ciel, per un pertugio tondo. / E quindi uscimmo a riveder le stelle" (Inferno XXXIV, 136-139). In questi eloquenti versi di Dante si coglie un messaggio universale: dopo ogni asperità, torna la luce. È la citazione che più spesso ho utilizzato nelle celebrazioni in carcere in questo periodo, per non spegnere la speranza che prima o poi avrà fine anche "la notte oscura" della prigionia, resa ancor più pesante dalla pandemia.
L'anno scorso i giorni in prossimità del Natale erano resi un po' meno pesanti dalla possibilità di incontrare nell'area verde i propri familiari. Anche i presepi all'interno venivano preparati con maggior entusiasmo, anche perché c'era una sorta di gara tra reparti: il più bello veniva premiato da una giuria esterna, alla fine delle festività. Le Messe domenicali, dell'Immacolata, di Natale erano celebrate con i detenuti degli altri reparti e vissute, insieme, con il sorriso. Il 25, dopo la celebrazione, si condividevano panettoni e cioccolata calda.
Tutto ciò quest'anno (e speriamo solo quest'anno) è rimasto solo un ricordo. Da fine febbraio gli incontri con i familiari consistono in 20 minuti di colloquio dietro una lastra di plexiglass, una volta alla settimana. O in una videochiamata. Le Sante Messe vengono celebrate per reparti singoli, in stanze adattate. I presepi e gli alberi sono stati allestiti e i panettoni arrivano grazie alla generosità di tante persone, ma quel pizzico di entusiasmo che c'era sembra smarrito.
In questo periodo sono pochissimi i volontari che entrano, previo tampone quindicinale a proprie spese; la scuola è sospesa da mesi; gli avvocati, quando riescono a entrare, portano il peso con cui il Covid sta rendendo la lentezza dei tribunali sempre più insopportabile. Così, chi aspetta con ansia la risposta a un'istanza di riduzione della pena o di pena alternativa alla detenzione in carcere... continua ad aspettare. Eppure sarebbero in molti ad avere i requisiti per una diversa esecuzione della condanna ricevuta.
Si parla da troppi anni della necessità di una riforma carceraria rispondente al dettato della Costituzione. Il 2020, segnato dalla pandemia, poteva essere l'anno giusto, ma molti politici sembrano non essere interessati o non accorgersene. Purtroppo le carceri sono ormai diventate una discarica sociale. Molti detenuti, quando usciranno, saranno costretti a vivere nuovamente ai margini della società e, forse, torneranno in carcere, non perché sono peggiori di altri uomini e donne, ma perché nessuno avrà consentito loro di preparare per tempo un vero reinserimento nella società. Tuttavia, comunque, si uscirà a rivedere le stelle. Da parte mia e di tutti i detenuti di Rebibbia i migliori auguri per il 2021 a tutti i lettori di Avvenire: che sia un anno con più luci e meno ombre.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia
di Rossella Grasso
Il Riformista, 1 gennaio 2021
Il dramma di una famiglia che chiede cure da anni. "Nelle carceri ti fanno morire". È a questa conclusione che è giunta Antonella Tamarisco, sorella di Francesco, 47 anni, detenuto dal 2013, prima al carcere di Secondigliano di Napoli, poi trasferito da circa un anno e mezzo a quello di Bari. Francesco soffre dalla nascita di megacolon congenito: una grave patologia che gli ha paralizzato parte dell'intestino e che gli impedisce anche di andare in bagno senza l'uso di clisteri.
Una malattia che gli crea importanti problemi alla salute e complicazioni anche al cuore. La famiglia Tamarisco racconta che il 28 dicembre è stato portato d'urgenza in ospedale per un malore, probabilmente un infarto. "Dal carcere non ci hanno detto niente - racconta Antonella - Abbiamo saputo che mio fratello era in ospedale da un altro detenuto che ha chiesto ai suoi familiari di avvisarci. Lo abbiamo saputo tre giorni dopo. Ci hanno detto che è stato intubato e operato ma adesso non possiamo sentirlo e non sappiamo precisamente cosa gli è successo".
La preoccupazione è ancora più grande perché Francesco negli ultimi anni è arrivato a pesare 40 chili. Quando è entrato in carcere ne pesava almeno il doppio. "Sono anni che chiediamo che venga adeguatamente curato ma non siamo ascoltati - continua Antonella - Quando stava a Secondigliano ogni 20 giorni veniva portato in ospedale ma a Bari non lo curano adeguatamente. Non chiediamo che venga scarcerato o messo ai domiciliari. Ha sbagliato e deve pagare, ma non con la vita. Chiediamo solo che sia curato in ospedale".
La circa 4 mesi la famiglia tramite gli avvocati chiede che Francesco venga visitato dai medici, come racconta l'avvocato Antonio Iorio: "Anche il giudice di sorveglianza aveva autorizzato le visite ma queste non sono mai avvenute. La non corretta organizzazione del penitenziario di Bari potrebbe aver portato alle complicanze al cuore, possibilità che avevamo più volte segnalato. Dal carcere ci dicono che può curarsi da solo. Ma come può farcela un uomo nelle sue condizioni?
È anche una questione di dignità umana oltre che di diritto alla salute non tutelato. Poi c'è stata una grande scorrettezza da parte del carcere nel non avvisarci che Francesco era stato male ed è in ospedale". Dalle notizie avute direttamente dall'Ospedale San Paolo di Bari sembra che le condizioni di Francesco siano stabili. Ma la preoccupazione della famiglia rimane. L'avvocato ha incontrato di persona Francesco ad agosto. "C'erano 40 gradi, faceva caldissimo, ma lui tutto smagrito aveva la felpa di pile perché sentiva freddo. Sta male e non lo curano". "La verità è che in carcere dei detenuti fanno quello che vogliono", conclude Antonella.
di Giustino Parisse
Il Centro, 1 gennaio 2021
Altra puntata nella controversia sui terreni di uso civico. Da decenni l'Asbuc di Preturo ne rivendica la restituzione. Dovrà essere il Tar a mettere la parola fine alla vicenda dei terreni di uso civico su cui sorge il carcere delle Costarelle a Preturo. Due giorni fa il Consiglio di Stato ha annullato una sentenza del Tar - a cui si era rivolta l'amministrazione per l'uso civico (Asbuc) di Preturo che da anni chiede la restituzione di quei terreni - che un anno fa circa aveva dichiarato il difetto di giurisdizione del Tribunale amministrativo a decidere sulla vicenda dichiarando competente in materia il Commissario per gli usi civici della Regione Abruzzo. Il Consiglio di Stato, come in una partita di tennis, ha ributtato la palla al Tribunale amministrativo regionale che ora dovrà far "eseguire" la decisione del Commissario per gli usi civici che da tempo ha riconosciuto che i terreni su cui è stato costruito il carcere sono di proprietà dei "naturali" di Preturo. Ma per districarsi e cercare di spiegare come si è arrivati all'ennesima sentenza (si spera quella finale) bisogna fare un passo indietro.
La vertenza. Da decenni l'Asbuc di Preturo rivendica la proprietà dei terreni su cui negli anni Ottanta del secolo scorso è stato costruito il carcere oggi in gran parte riservato a detenuti in regime di 41 bis. Ci sono state sentenze a vari livelli finché non si è giunti a una decisione "definitiva" che risale al giugno del 2016 quando la Corte d'Appello di Roma, sezione speciale degli usi civici, ha riconosciuto "la natura demaniale civica universale di una parte del terreno", circa 4 ettari, sul quale ora c'è il carcere.
Accordo mancato. A quel punto è nata una ulteriore questione: è possibile abbattere il carcere e restituire i terreni come erano in origine ai cittadini di Preturo? Basta un po' di buon senso per capire che bisogna fare una scelta diversa. E per questo sono partite delle interlocuzioni con l'Agenzia del demanio proprietaria del penitenziario. L'Asbuc si è detta disponibile a percorrere la strada dell'indennizzo cercando anche di limitare le pretese. Insomma una offerta di "pace" per evitare la demolizione. L'Agenzia del demanio avrebbe in sostanza dovuto pagare all'Asbuc i terreni oggetto della controversia e a quel punto sarebbe stato possibile avviare una procedura di cambio di destinazione d'uso e la questione finiva lì. L'Agenzia del demanio ha però fatto capire di non voler tirar fuori i soldi in quanto quei terreni sarebbero stati già pagati - a chi ne rivendicava all'epoca la proprietà (anche se in realtà si trattava solo di occupatori) - attraverso gli espropri. Lo Stato, secondo l'Agenzia del demanio, rischierebbe di pagare due volte gli stessi terreni. Insomma un intreccio infinito. Resta il fatto che c'è una sentenza "definitiva" che però di fatto resta sulla carta. Per questo l'Asbuc di Preturo due anni fa si è rivolta al Tar chiedendo di imporre l'esecuzione della sentenza: o demolire il carcere o far pagare il Demanio. I giudici del Tar un anno fa si sono pronunciati ma si sono dichiarati incompetenti a decidere. Competente sarebbe, in base alla decisione di 12 mesi fa, il commissario per gli usi civici della Regione che per primo (novembre 2014) si era espresso a favore dell'Asbuc.
L'ultima sentenza. Altro ricorso e con una sentenza pubblicata il 29 dicembre scorso il Consiglio di Stato ha detto invece che a decidere deve essere il Tar che quindi deve far "eseguire" la sentenza della Corte di Appello di Roma del 2016 che era favorevole ai "naturali" di Preturo. Secondo il Consiglio di Stato "nell'attuale ordinamento compete al giudice amministrativo e in sede di ottemperanza esercitare i poteri per dare attuazione a un titolo esecutivo giudiziale, come quello del Commissario agli usi civici, contenente una condanna di una pubblica amministrazione". A questo punto, esclusa l'opzione abbattimento del carcere, un "accordo" fra amministrazione separata di Preturo e Agenzia del demanio col riconoscimento dell'indennizzo economico sembra la strada più praticabile.
polesine24.it, 1 gennaio 2021
Il contributo servirà all'acquisto di vestiario per i detenuti indigenti. Il 2020 chiude con un altro gesto di grande solidarietà. L'associazione Bandiera Gialla, in collaborazione con l'assessorato ai Servizi sociali, ha voluto finire il ricco anno di attività sociali con una donazione al Garante dei Diritti dei Detenuti, volta all'acquisto di vestiario invernale per i detenuti indigenti, ristretti nel carcere di Rovigo.
Il comune di Rovigo ha attivato dallo scorso anno un Tavolo di coordinamento con le istituzioni, le associazioni e cooperative che si occupano del Carcere a vario titolo, al quale partecipano anche il Garante dei Detenuti e la direttrice dell'Istituto di pena. In questo periodo di emergenza Covid sono emersi diversi bisogni dalla realtà carceraria e per affrontare la stagione fredda l'associazione Bandiera Gialla ha così voluto essere vicina anche a questa realtà, destinando una donazione di 1.000 euro all'acquisto di scarpe, calze di lana, felpe ed altri indumenti da consegnare ai detenuti che hanno difficoltà economiche e che non possono acquistare tali beni.
Nel carcere di Rovigo ci sono oltre 230 detenuti e vi è anche l'esigenza di attivare progetti ed iniziative in grado di offrire opportunità di reinserimento sociale e lavorativo. Importanti progetti, come informa l'assessore al Welfare Mirella Zambello, si realizzeranno nel corso del 2021 grazie ad un contributo di 100.000 euro della Fondazione Cariparo, deliberato prima di Natale, per sostenere due attività dedicate alla realtà interna ed esterna al carcere che coinvolgeranno le associazioni locali da sempre impegnate in tale ambito. Si tratta del Progetto "Le Ali" con la possibilità di accoglienza ai detenuti in forme alternative alla detenzione ed il progetto "Dentro e fuori il carcere", che favorirà iniziative interne di lavoro ed animazione oltre a percorsi e tirocini lavorativi esterni.
La figura del Garante dei Diritti dei Detenuti, rappresentata dall'arch. Guido Pietropoli permette di individuare le priorità su cui poter orientare le azioni di sostegno sia delle istituzionali che del Terzo Settore per questo l'Associazione "Bandiera Gialla" ha risposto prontamente ai bisogni delle persone detenute. Un ringraziamento particolare dall'assessore Zambello e dall'amministrazione comunale a Bandiera Gialla per il prezioso lavoro sempre a fianco dei più deboli e alla Fondazione Cariparo per il sostegno e la vicinanza alla nostra città e ai suoi progetti, testimoniati anche da questo ultimo importante contributo, che va ad arricchire e a consolidare maggiormente il rapporto collaborativo e fattivo con l'ente.
di Federico Genta
La Stampa, 1 gennaio 2021
"Muoviamoci!" dona a 22 progetti due milioni di euro: dal Caprera al Sermig, premiata la vocazione sociale. Quelli della società canottieri Caprera hanno pensato sia alla loro storica casa sia agli ultimi. Hanno messo sul piatto un progetto di manutenzione degli spazi affacciati sul Po, ma anche percorsi di avvicinamento alla disciplina pensati per i figli delle famiglie più fragili e per i ragazzi disabili.
Fino a "Sportivi dentro", un'iniziativa rivolta ai detenuti, che potranno partecipare a un ciclo di incontri e per apprendere la tecnica grazie ai remergometri, vale a dire simulatori di voga. Così hanno ottenuto un contributo di 215 mila euro. Quasi la stessa cifra - 210 mila - destinata ai nuovi spazi che il Sermig sta costruendo in via Carmagnola. È "l'Arsenale dello sport" nel cuore di Aurora, luogo pensato non soltanto per i futuri atleti ma soprattutto come occasione di inclusione. Dove le discipline, offerte gratuitamente, diventeranno lo strumento di incontro di un tessuto multiculturale per troppo tempo rimasto ai margini.
Restituire al pubblico gli spazi dimenticati e dove possibile crearne di nuovi. Approfittare dell'inattività imposta dall'emergenza sanitaria per costruire nei prossimi mesi le basi per ripartire. È questa la missione del bando "Muoviamoci!", con cui la Compagnia di San Paolo ha raccolto più di cento progetti, arrivati da tutte le circoscrizioni di Torino. Di questi ha deciso di sostenerne ventidue, con un contributo complessivo di due milioni di euro.
"Sappiamo bene come anche lo sport risenta delle diseguaglianze - dice il segretario generale della Compagnia di San Paolo, Alberto Anfossi - L'attività fisica ha ricadute positive sulla salute, l'educazione e la socialità di chi la pratica. Un'occasione spesso preclusa alle fasce più deboli della popolazione". Ecco spiegato perché, per partecipare al bando, i progetti dovevano essere realizzati almeno da due associazioni: per prevedere interventi strutturali ma anche sviluppare percorsi educativi e con una forte connotazione sociale.
"Non è un caso che proprio le aree più periferiche risultino quelle da cui è arrivato il maggior numero di candidature" spiega Anfossi. Trend che non cambia nemmeno scorrendo la lista dei progetti vincenti: tredici di questi sono concentrati tra le circoscrizioni Sei e Sette, quelle dove insistono proprio i quartieri di Aurora e Barriera di Milano. Secondo le prime stime, "Muoviamoci!" aprirà le porte delle discipline sportive a più di trentamila cittadini torinesi, che significa oltre il tre percento della popolazione.
"Siamo felici che l'iniziativa inaugurata quest'anno, e che proseguirà anche in futuro, si stia muovendo in questa direzione - continua Alberto Anfossi - Il modello proposto dal Caprera e dal Sermig confermano la vocazione tutta torinese verso il sociale. Vogliamo pensare meno all'agonismo e più all'accessibilità delle varie discipline. Come accessibili devono tornare ad essere tante strutture pubbliche, che vogliamo contribuire a riaprire. La preparazione di questo bando ci ha permesso di mappare, insieme a Urban Lab, tutti gli impianti esistenti".
Così la Compagnia di San Paolo si affaccia al 2021, l'anno delle Atp Finals che arriveranno a novembre e della battaglia contro il coronavirus che ancora deve essere vinta. Anfossi si dice ottimista: "Torino ha voglia di riprendersi i propri spazi, riscoprendo il valore e l'importanza di muovervi e incontrarsi. Noi ci impegniamo a rendere questi luoghi di nuovo accessibili".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 1 gennaio 2021
"Non riuscirai mai a comprendere che cosa sia la vita del carcere e le sue necessità": le Lettere sono anche il diario della demolizione fisica, "molecolare", di un uomo forte, sensibile e solo.
Provo a rimettermi a giorno con gli studi gramsciani, per quanto è possibile con una mole di pubblicazioni internazionali ormai irraggiungibile. Nell'Edizione nazionale delle opere di Gramsci sono usciti otto volumi e decine di altri se ne preparano.
I due di lettere, che comprendono quelle dei e fra i corrispondenti, si fermano al 1923. Einaudi ha ora pubblicato nei Millenni un'edizione monumento delle Lettere dal carcere (dal 1926 al 1937, l'anno della morte, 6 giorni dopo la libertà) con 1.262 pagine di testo e 114 di introduzione, e un ricco apparato di note e corredo fotografico. Le lettere qui raccolte sono 511, 12 inedite. Nella prima edizione Einaudi, 1947, erano 218, non sempre pubblicate integralmente. Si contava da tempo su edizioni pressoché complete e liberate da omissioni aggiustamenti e censure. La NUE del 1965, curata da Sergio Caprioglio ed Elsa Fubini, ne comprendeva 428, delle quali 119 inedite. In quella in due volumi curata per Sellerio da Antonio A. Santucci, 1996, le lettere erano diventate 494, 16 delle quali erano però istanze giudiziarie, distinte dall'epistolario privato, che ne aveva dunque 50 in più rispetto alla NUE.
Francesco Giasi, il curatore del nuovo volume dei Millenni, ha anche appena curato con Gianni Francioni per l'ed. Viella "Un nuovo Gramsci. Biografia, temi interpretazioni", coi contributi di diverse studiose e studiosi, alcuni dei quali figurano anche nell'edizione delle Lettere. Là un saggio di Silvio Pons suggerisce che la lettera di Gramsci del 14 ottobre 1926 a Togliatti e attraverso lui al Comitato centrale del Partito comunista sovietico, "appare ispirata per aspetti essenziali dalla lettura del 'testamento' di Lenin". Cioè che la lettera di Gramsci (che Togliatti non inoltrò), "forse il singolo documento più controverso, fatale e lungamente sottoposto a oblio nella storia del comunismo italiano", derivasse dalla conoscenza del cosiddetto testamento di Lenin, "forse il singolo documento più controverso, fatale e lungamente sottoposto a oblio dell'intera storia del comunismo sovietico".
L'interesse per Gramsci è più urgente per l'imminenza del centenario della scissione di Livorno che portò alla fondazione minoritaria del Partito comunista d'Italia, di cui Amadeo Bordiga fu l'autore incontrastato e Gramsci l'aderente riluttante. Ezio Mauro ha appena rintracciato il palchetto laterale del teatro Goldoni dal quale Gramsci presenziò, senza prendere la parola. (Quanto a Togliatti, era rimasto a Torino). Il tempo passato e i muri crollati non sono bastati a togliere vivacità e anche virulenza alle polemiche attorno a Livorno 1921 e anche attorno al rapporto fra il prigioniero Gramsci e il suo partito, tema audacemente e spericolatamente caro a Luciano Canfora. Per Sellerio, 2015, Giorgio Fabre ha ricostruito la storia dei tentativi falliti di liberare il prigioniero: "Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato".
Un esempio rilevante si trova nel libro di Mauro Canali, "Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata", Marsilio 2013, che ha molti argomenti inconfutabili e qualche tono discutibile, in un ambito in cui i toni contano. Penso che Togliatti non avesse preservato il lascito epistolare e letterario di Gramsci invece di distruggerlo nella parte più pericolosa (malefatta per la quale avrebbe avuto del resto bisogno di troppi complici) solo per servirsene alla costruzione della genealogia della via italiana e della continuità Gramsci-Togliatti, ma anche per un intimo e inesplorabile rispetto e soggezione alle carte, a tutte le carte. Il comunismo nasconde le carte, non le distrugge: è una mania di tutti quelli che credono fermamente di precorrere la storia, e che la storia li assolverà.
Del fervore dello spettro del Pci che si aggira per l'Italia ha qui reso conto Francesco Cundari ("Cent'anni di tormenti e solitudine. Cosa resta del vecchio Pci", 30 novembre). Al congresso di Livorno e alla storia del Pci sarà dedicato un numero di Micromega, la rivista cui oggi bisogna fare auguri speciali. Sommariamente, a me pare che le virtù di tante donne e uomini che sono stati comunisti sotto il fascismo e nella repubblica debbano smettere di agire secondo una teleologia rovesciata, facendo celebrare una scissione che fu una sciagura per la democrazia e per il socialismo: giudizio drammaticamente sereno che può esser detto con le parole di Antonio Gramsci.
E che un simile giudizio, che può buffamente suonare ancora o coraggioso o temerario, secondo l'orecchio dell'uditore, non è che la proiezione di un altro e più drammatico giudizio che riguarda l'Ottobre russo. Del quale, nel punto cui era arrivato a distanza di tre anni, il congresso di Livorno fu una meccanica postilla. Di questo, caso mai, altrove. Intanto sono due gli aspetti particolari sui quali vorrei richiamare l'attenzione. Il primo riguarda la coprotagonista del carteggio di Gramsci, Tania Schucht. Questa magnifica donna, una magnifica donna normale, per così dire, era stata finalmente protagonista nel libro che le dedicò nel 1991 Aldo Natoli, "Antigone e il prigioniero. Tania Schucht lotta per la vita di Gramsci" (Editori Riuniti).
L'uomo Natoli poté farlo con la partecipazione e l'intelligenza che gli aveva dato anche la personale esperienza del carcere fascista, appena documentata dalla raccolta delle sue "Lettere dal carcere (1939-1942). Storia corale di una famiglia antifascista", curate per Viella da suo figlio Dario, a sua volta storico degli argomenti di cui stiamo trattando, ed Enzo Collotti. Nel 1997 Aldo Natoli e Chiara Daniele avevano finalmente pubblicato per Einaudi il carteggio fra Gramsci e Tatiana, 900 lettere corse fra il 1926 e il 1935, 1.532 pagine.
Degli affetti e dell'amore di e per Gramsci hanno scritto studiose partecipi come Adele Cambria, "Amore come rivoluzione. La risposta alle lettere dal carcere", SugarCo 1976; Noemi Ghetti, "La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924", Donzelli 2013, e ora "Gramsci e le donne. Gli affetti, gli amori, le idee", Donzelli 2020. Maria Luisa Righi, che per il volume dei Millenni ha curato la cronologia della vita di Gramsci e dei suoi interlocutori, documentò la vicissitudine romanzesca dell'amore di Gramsci per la sorella maggiore Eugenia prima dell'arrivo di Giulia.
Nel volume di Viella "Un nuovo Gramsci" e nel Millennio Einaudi con le lettere è Eleonora Lattanzi a scrivere di Tania. I nomi delle tre sorelle sollevano l'argomento del rapporto fra Gramsci e le donne, trattato ampiamente e variamente da autrici femministe. Ed evocato originalmente dalla ricerca di Antonio Gramsci junior, figlio di Giuliano e nipote affezionato di Antonio, che sta per così dire dalla parte delle donne Schucht: "La storia di una famiglia rivoluzionaria: Antonio Gramsci e gli Schucht tra la Russia e l'Italia", Editori Riuniti 2014.
Recensendo la nuova edizione delle lettere nei Millenni, Mattia Feltri ha riavvertito della condizione in cui Gramsci pensava e scriveva lettere e quaderni, la condizione oppressa ed esasperante di una prigionia senza romanticismo, e ne ha fatto occasione per una menzione del carcere contemporaneo. La galera infatti cambia davvero molto senza smettere di somigliare a se stessa. Le lettere dal carcere di Gramsci sono anche il diario della demolizione fisica, "molecolare", di un uomo forte, sensibile e solo. "Io devo scrivere di botto, nel poco tempo in cui mi vengono lasciati il calamaio e la penna" (1927).
Dall'arresto, nel novembre 1926, al gennaio 1929, Gramsci non poté scrivere. Alla corrispondenza era assegnato un tempo - due ore e mezza per due lettere - in un solo giorno della settimana, con "degli orribili pennini" e il rischio dell'epistolografia convenzionalmente carceraria. Succede di leggerlo come un classico della letteratura epistolare e civile dimenticando di che lacrime e di che sangue grondino le sue pagine, e di quali e quante censure.
Un detenuto, ogni detenuto, sta dirimpetto al mondo di fuori con un suo dolore e un suo pudore, persuaso che i liberi, anche i più affettuosi e generosi, non possano capirlo davvero, ed è tentato di protestarlo: Non vedi che io sono in galera? Che io non dormo? A volte lo tace, altre lo grida, e anche a Gramsci avvenne di non riuscire più a tacerlo, perfino con i suoi, le sue, con Giulia, con Tania. "Un carcerato di poca salute che ha sempre i nervi scoperti a vivo...".
"Da quattro anni e mezzo non mi sono visto in uno specchio". "Non riuscirai mai a comprendere che cosa sia la vita del carcere e le sue necessità" (1932). "Sono entrato in una fase della mia vita che, senza esagerazioni, posso definire catastrofica... Non credevo che il fisico potesse avere così il sopravvento sulle forze morali". "Non posso masticare neanche il pane... Negli ultimi cinque anni ho perduto circa 15 denti". "Hai contribuito a prolungare questo periodo di atroce agonia... Questo inferno in cui muoio lentamente". "Mi sono abituato a prevedere con abbastanza freddezza di potermi trovare isolato e distaccato da tutti" (1933). "Che impressione ho avuto nel vedermi allo specchio dopo tanto tempo: sono ritornato subito vicino ai carabinieri" (1936).
di Silvia Nugara
Il Manifesto, 1 gennaio 2021
Sorveglianza e giudizio ai tempi della pandemia. C'è chi rimane in tuta e pigiama e chi studia le luci, la "messinscena" delle lezioni. L'inquadratura del volto o del mezzo busto su sfondo più o meno domestico realizzata dalla videocamera integrata di pc, tablet o smartphone è ormai una delle forme estetiche familiari del nostro quotidiano in questo anno pandemico. Sono immagini visibili tanto da chi le riceve quanto da chi le produce. Ci si guarda mentre si è guardati, ci si sorveglia mentre si è sorvegliati come in uno specchio bifronte. "Gli specchi farebbero bene a riflettere prima di rinviare un'immagine", ammonivano J.L. Godard e A.M. Miéville citando Cocteau in 50×2, sguardo critico su un centenario del cinema che celebrava lo sfruttamento commerciale di un'arte altrimenti ignorata in quanto tale.
Cosa dicono di noi e al di là noi le immagini che fruiamo e produciamo in videochiamata? Sicuramente ci dicono che siamo più o meno sempre sotto esame, misurati da quel calibro che è lo sguardo altrui sull'immagine che diamo. C'è chi di quel riflesso se ne infischia e chi invece in questi mesi ha studiato come posizionare la camera per ottenere le inquadrature più nitide, chi ha imparato a scegliere le fonti luminose, a vestirsi appositamente - non abbandonando ma celando tuta o pigiama -, ad allestire lo sfondo più neutro per non rivelare nulla dei propri interni domestici o a sfruttare ogni occasione per mettersi in scena posizionando ad arte pile di libri e oggetti selezionati ad hoc per l'autopromozione.
Uno dei "luoghi" in cui il nesso tra immagine-sorveglianza-giudizio si fa più delicato è la scuola. "Nelle case degli studenti, la scuola deve entrare in punta di piedi" dice una delle insegnanti intervistate da Alberto Momoin La scuola prossima, in cui il regista prova a esplorare - e a illuminare - quel che resta della scuola in pandemia, quando vengono meno gli spazi, gli oggetti, i tempi, i riti e i corpi che danno sostanza all'esperienza scolastica. È forse presto per teorizzare processi ancora in atto e pesarne le conseguenze ma il film di Momo vive del tempo presente, documenta i tentativi e le difficoltà nel mantenere le relazioni quando la didattica rischia di farsi verticistica e i corpi sono solo immagini a frammenti, per di più realizzabili con strumenti tecnologici non accessibili a chiunque. Le diseguaglianze già presenti si accentuano e la divisione tra pubblico e privato decade disvelando spudoratamente la vita dietro le quinte: "Quando ho visto la casa della mia allieva mi sono messa a piangere" dice un'altra docente. L'invadenza dello sguardo è tanto maggiore quanto minore è la capacità o la possibilità da parte dei soggetti di controllare l'immagine e la messa in scena.
Filmare la scuola di oggi significa cercare una forma per raccontare il farsi e il disfarsi di un immaginario, quello del "prima" e quello dell'oggi, con le piattaforme che rischiano di vincolare l'estetica pedagogica al paradigma faccia-sfondo. Significa mostrare i tentativi di inventare modi altri di abitare lo schermo, di trasformarlo in acquario, in abisso stellare, in campo da gioco, in lavagna magica. Come fa una classe del cuneese che studia Primo Levi trasformandone Il fabbricante di specchi in un videosaggio (di cui il film propone alcuni momenti ma che è visibile interamente su youtube) sulla proiezione alla base di ogni legame affettivo e sulla percezione sempre relativa, dell'immagine di sé e dell'altro.
Momo si smarca poi dall'estetica del computer screen movie con un gesto cinematografico che scolla l'audio dal video e si muove dentro e fuori dallo schermo mostrando tanto la vita che irrompe nell'inquadratura - la mamma che passa in cucina mentre la figlia segue lezione - tanto ciò che vive intorno al tablet.
Ma in questi mesi pandemici, di fronte al dilagare della vita sullo schermo, c'è chi ha dato luogo ad esperienze didattiche letteralmente "iconoclaste".
Sempre in provincia di Torino, alcuni insegnanti di una scuola media di Ivrea hanno sperimentato la didattica via webradio proponendo - in collaborazione con l'emittente locale Radio Spazio Ivrea - dirette in orario scolastico e podcast per recuperare in qualsiasi momento lezioni perse o riascoltare passaggi non chiari.
Questa forma non esclude totalmente le videolezioni ma le integra o le affianca, soprattutto nel caso di discipline come la matematica che necessitano di supporto visivo. Fruibili a chiunque, queste lezioni sono diventate un modo per aprire la scuola alla cittadinanza e per impiegare la voce come stimolo all'immaginazione contro l'usura dell'immaginario.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 1 gennaio 2021
Come conseguenza della Brexit. Sugli irregolari resta solo la possibilità di accordi bilaterali con gli Stati. Certo, non ha la stessa importanza di un accordo commerciale, ma la questione tiene banco da mesi in Gran Bretagna tanto da essere entrata nelle trattative con l'Unione europea sulla Brexit senza però che il governo sia riuscito a trovare una soluzione. Per quanto possa ritenersi marginale, capire dunque cosa accadrà ai migranti che in futuro entreranno nel Paese senza un regolare permesso ha il suo peso, specie per un'opinione pubblica stressata dai continui allarmi per il crescente (si fa per dire se si paragonano i numeri a quelli di Italia, Spagna o Grecia) aumento degli arrivi di imbarcazioni cariche di disperati che attraversano la Manica sperando di poter vivere nel Regno unito.
Da domani, 1 gennaio 2021, la Gran Bretagna non potrà infatti più rimandare indietro i migranti provenienti dal continente europeo visto che il regolamento di Dublino, secondo cui la responsabilità di un richiedente asilo ricade sul Paese di primo approdo, non sarà più valido come conseguenza della Brexit. "Faremo valere il rigore della legge britannica a protezione dei confini" aveva tuonato lo scorso mese di settembre il premier Boris Johnson, quando l'uscita dall'Unione europea veniva ancora vista da Londra come "una chance per cambiare le regole di Dublino". Tre mesi dopo, cioè oggi, l'unica via che appare ancora seriamente percorribile è quella degli accordi bilaterali con Italia, Francia, Spagna, Cipro e Grecia, accordi sui quali il governo avrebbe già cominciato a lavorare ma che, da quanto se ne sa, sarebbero ancora in alto mare.
Anche se Londra ha sempre sottolineato come l'uscita dalla Ue non cambi l'obbligo del Regno unito di offrire protezione ai rifugiati come previsto dalla Convezione di Ginevra, tra i maggiori rischi paventati come conseguenza della nuova situazione c'è la perdita di un percorso legale per i ricongiungimenti familiari dei rifugiati. In passato, quando ancora si sperava di poter raggiungere un'intesa con Bruxelles, il governo ha proposto due accordi, uno per consentire il ricongiungimento familiare dei minori non accompagnati, e uno per la riammissione e il rimpatrio di cittadini di Paesi terzi privi di permesso di soggiorno.
Punto delicato quest'ultimo visto che Londra lamenta di riammettere dal 2016 più persone di quante riesca a trasferirne fuori dal Regno. Entrambi gli accordi, però, sono rimasti sulla carta. Da considerare, inoltre, la possibilità di una diminuzione delle risorse oggi destinate all'assistenza di coloro che già si trovano nel Paese come richiedenti asilo. Una delle conseguenze dell'uscita dall' Unione europea è infatti la perdita per la Gran Bretagna dei finanziamenti comunitari per l'integrazione e l'asilo, che per il periodo 2014-2020 sono ammontati a 500 milioni di sterline destinati dal ministero dell'Interno a ong e uffici locali.
Fino all'11 ottobre scorso sono stati 7.100 i migranti arrivati dall'inizio dell'anno in Gran Bretagna dopo essere partiti dalle coste francesi. Numeri che non dovrebbero rappresentare un problema ma che hanno scatenato una sorta di isteria nel governo Tory, tanto da arrivare a ipotizzare soluzioni a dir poco estreme pur di fermare gli sbarchi.
L'ultima, svelata dai media britannici, prevedeva l'uso di reti per bloccare le eliche dei gommoni sui quali viaggiano i migranti, in modo da poterli poi riportare in Francia utilizzando le motovedette che pattugliano la Manica. Ma prima è stata ventilata la possibilità di collocare i migranti su vecchie navi ancorate al largo, ma anche di sistemarli sopra piattaforme petrolifere in disuso.
Oppure di spedirli, come rivelato nelle scorse settimane dal Financial Times, in luoghi lontanissimi come l'isola britannica di Ascension, situata nell'Atlantico e distante 6.000 chilometri da Londra. Senza escludere la possibilità, rivelata questa volta dal Guardian, di creare dei centri di detenzione offshore sul modello australiano in Papua Nuova Guinea, Marocco o Moldava. Ipotesi, quest'ultima, che avrebbe incontrato il parere contrario del ministero degli Esteri per via dei costi e delle difficoltà di realizzazione. Tutti i progetti in seguito sarebbero comunque stati accantonati. Nel frattempo navi e aerei sono stati inviati nella Manica per rafforzare la "border force" impegnata a fermare i barchini dei migranti.
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