orticalab.it, 2 gennaio 2021
Ieri, giorno di Capodanno, ho fatto visita ancora una volta alla Casa Circondariale "Pasquale Campanello" di Ariano Irpino. I primi auguri di buon 2021 li ho voluti fare di persona ai detenuti ed al personale di polizia penitenziaria. Tutti stiamo soffrendo la pandemia Covid, ma vi assicuro che c'è chi non solo soffre più di noi ma, cosa peggiore, ha perso anche la speranza. Ebbene, il 2021 dovrà essere l'anno della speranza, della solidarietà e della rinascita, in primis per gli anziani, i sanitari, i pazienti, i detenuti e tutte quelle persone che sono sole.
Ma il 2021 non lo vivrò come una semplice speranza, bensì come un impegno, quello di realizzare la solidarietà e la rinascita. Ho potuto apprezzare i miglioramenti apportati nella vita carceraria e mi sono state ribadite le difficoltà oggettive di tipo organizzativo di cui il personale penitenziario ancora soffre. Ho, inoltre, potuto salutare ed ascoltare alcuni detenuti di vari padiglioni che mi hanno esposto varie problematiche personali. Ho ribadito la massima vicinanza da parte mia per questo momento di difficoltà e ho promesso un maggiore impegno per la risoluzione delle criticità illustratemi.
La visita è servita per verificare il lavoro svolto in termini di potenziamento del personale di polizia penitenziaria. Abbiamo, inoltre, fatto il punto sul ruolo svolto dal presidio ospedaliero di Ariano Irpino nell'assistenza ai detenuti, nonché sulla mancanza di personale, come i ragionieri, nelle funzioni amministrative. Un dato positivo è attualmente rappresentato dall'incremento del numero degli educatori, benché, purtroppo, siano costretti ad operare in modalità a distanza, ma si cercherà di metterli in condizione di lavorare in presenza. Abbiamo, ancora, affrontato la questione relativa ai vari progetti che si stanno mettendo in campo per i detenuti, attraverso l'organizzazione di laboratori, attività culturali e formative, ed attività lavorative fuori dal carcere con la collaborazione di imprese locali. Non c'è un giorno da perdere, nemmeno il primo dell'anno, per realizzare quella rete di rapporti istituzionali ed umani necessari a tutti noi. Un semplice gesto di solidarietà arricchisce non solo chi lo riceve. Oggi devo dire grazie ai detenuti, alla Direttrice Maria Rosaria Casaburo ed agli agenti penitenziari, perché questi auguri hanno arricchito la consapevolezza che avevo di questo angolo di umanità. Grazie di vero cuore e a presto.
di Luciano Nigro
La Repubblica, 2 gennaio 2021
Nel 1980 trovarono dei giovani incatenati e lo arrestarono. Rimase in carcere un mese ma molti erano con lui. Ha costruito la più grande comunità per tossicodipendenti, d'Europa. Una città con più di duemila ragazze e ragazzi che si ricostruiscono una vita lavorando la terra, producendo vino, formaggi e pellicce, stampando riviste e allevando polli e cavalli di razza. Una città visitata da capi di governo e ministri in pellegrinaggio alla ricerca di una politica sulla droga. (È su quella collina a due passi da Rimini che nacque la legge che aprì il carcere ai tossicodipendenti).
Personaggio straordinario, carismatico, grande comunicatore, Vincenzo Muccioli è stato una delle figure più controverse degli anni Ottanta e Novanta. Un santo, per le famiglie che vedevano in lui e nella sua San Patrignano l'unica speranza per strappare i figli da un vicolo cieco fatto di carcere, prostituzione e morte. Un truffatore, per altri, un megalomane che ha costruito un impero sulla violenza. Chi era davvero Vincenzo Muccioli e qual è la verità su San Patrignano?
Domande che hanno spaccato in due l'Italia per vent'anni, rese terribilmente attuali in questi giorni dalla docuserie "Sanpa" di Netflix. Una produzione avvincente e di alta qualità che esce in un momento in cui l'eroina e i cocktail di droghe tornano a dilagare e a uccidere. C'è un limite ai metodi di cura o per salvare un tossicodipendente è ammessa qualunque cosa, non solo la privazione della libertà, ma anche la violenza? E se lo si ammette, chi controlla che il terapeuta non abusi del proprio potere? Non c'è il rischio che metodi del genere sfuggano di mano?
In quella serie sono finito anch'io quando gli autori e la regista Cosima Spender hanno scoperto che San Patrignano era un pezzo della mia vita perché ero stato tra i primi a scriverne. Avevo 22 anni e lavoravo per radio e giornali locali. Attorno a me vedevo gente che aveva fatto politica, ragazzi della mia età distrutti dall'eroina, quando seppi di una comunità di drogati, così li chiamavano tutti allora. Li curano con il lavoro, diceva qualcuno. Un posto strano gestito da un santone con 12 apostoli che si fa dare denaro dai Vip, secondo altri.
Curioso, ci andai. Trovai i figli di Enrico Maria Salerno, di Paolo Villaggio... Ma c'erano anche decine di ragazzi, in quella casa colonia tra i campi con l'aggiunta di qualche roulotte, che guardavano Muccioli con ogni sognanti. E al centro Vincenzone, un po' padre padrone e un po' mamma. Che voleva bene a quei ragazzi e spiegava che la scimmia si cura anche con la forza. Io non li lascio perché vadano ad ammazzarsi, diceva. In tanti scappavano, correvano le voci più disparate. Santo o santone? Me lo chiedevo, volevo capire.
Un giorno di ottobre, era il 1980, la notizia: hanno arrestato Muccioli. La polizia aveva trovato dei giovani incatenati nel canile e nella piccionaia, tra lo sterco, al freddo. E quel mattino tirava un gelido vento di tramontana. Rimase in carcere un mese, Muccioli. E in quel mese andai spesso a San Patrignano: mi colpiva la forza di quei quaranta ragazzi. Che si arrabbiavano perché avevo scritto un articolo dal titolo "Faceva vedere persino le stimmate il santone di San Patrignano".
Divenni amico di alcuni di loro. E quando Muccioli uscì di galera, ero lassù e discussi con lui animatamente per ore. "Io li salvo, lo Stato non fa niente". "Sì, ma tu non puoi incatenarli e dire lo Stato qui non entra". "Lo Stato sa solo distribuire metadone". Mi sfidò a un duello televisivo su una tv locale. Lui, col suo vocione, stravinse. Ma gli spettatori chiamarono fino alle 3 di notte, si toccava con mano quanto fosse sentito quel dramma. Un giudice, Vincenzo Andreucci, disse che avevano sbagliato, ma non li mandò a processo. Ordinò però il rispetto di alcune regole, prima tra tutte il controllo dello Stato. Altre fughe. Altre denunce di violenze. Lo stesso giudice, due anni dopo, chiese il processo. Il famoso processo delle catene. Finì nell'85. Muccioli fu condannato, ma l'opinione pubblica era con lui. E due anni dopo fu assolto. Ormai era una star. La sua comunità era diventata una città. E c'era la fila fuori. Delle mamme, ma anche di ragazzi disposti a farsi rinchiudere e persino picchiare pur di liberarsi della droga. Io lasciai Rimini e per molto tempo non mi occupai più di Sanpa. Finché nel 1993 salta fuori il caso Maranzano: un ragazzo pestato a morte, nella macelleria, torturato con le scariche elettriche per i maiali. Il suo cadavere era stato gettato in una discarica vicino a Napoli.
Dissero che era scappato. E invece era stato massacrato di botte nella macelleria. Lo sapeva Vincenzo? Quella morte era figlia del metodo Muccioli? Cosa era accaduto? Troppo grande la Comunità? La violenza di piazza ritornava nella gestione dei capetti? Un incidente di percorso, rispondeva Sanpa, migliaia di giovani qui si salvano.
Era vero. Come erano vere le morti e le violenze, forse sfuggite di mano. E di nuovo la domanda: qual è il limite di una terapia? E chi controlla, se non lo Stato? Domande che sono tornate ad affiorare nel documentario di Netflix. E che anche oggi fanno discutere. Muccioli fu condannato a 8 mesi per favoreggiamento, ma la vicenda lo colpì nel profondo. Pochi mesi dopo morì. C'è chi giura che fosse Aids, ma la comunità smentisce. E anche la sua morte rimane
di Paolo Rodari
La Repubblica, 2 gennaio 2021
Le visite a sorpresa a case, ospedali, carceri raccontate nel docufilm "Solo Insieme" su Rai Tre il 4 gennaio. "Perdono per il male che avete subito anche da uomini che dicono di essere cristiani", dice papa Francesco mentre benedice una prostituta piangente. Scena inedita, come tante altre, che andrà in onda nel docufilm "Solo Insieme" su RaiTre il 4 gennaio prossimo, in seconda serata. Nel documentario per la prima volta saranno trasmessi i filmati sulle visite che, a sorpresa, papa Bergoglio dal 2015, l'anno del Giubileo della Misericordia, svolge in privato una volta al mese, lontano dalle telecamere e dalle migliaia di fedeli e pellegrini che in genere seguono le sue celebrazioni pubbliche.
Si tratta dei Venerdì della Misericordia nell'ambito dei quali Francesco, accompagnato dal vescovo Rino Fisichella, suo stretto collaboratore e presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione, visita e benedice case private, carceri, ospedali, case famiglia, ex prostitute, migranti, tossicodipendenti, soffermandosi a parlare come un amico della porta accanto, un "vecchio" parroco qualsiasi, spesso sedendosi a tavola intorno ad una bibita, un caffè, scherzando con bambini ed anziani, generando emozioni, pianti di gioia, sorprese. Ma anche momenti di riflessione, specialmente quando, incontrando un gruppo di ex prostitute salvate dalla strada dai volontari della Comunità "Papa Giovanni XXIII" fondata da don Oreste Benzi, chiede con la voce rotta dall'emozione "umilmente perdono per le violenze che avete subito anche da chi si professa cristiano e cattolico".
Sono scene e momenti mai visti dal grande pubblico, riprese solo dalle telecamere del Ctv (Centro televisivo vaticano), ma mai trasmesse, gelosamente custodite nell'archivio di Vatican Media. Il docufilm inizia dalle immagini dell'ultimo Venerdì della Misericordia prima della chiusura per la pandemia, quelle del 27 marzo, quando papa Francesco, nella solitudine di Piazza San Pietro, sotto la pioggia, dice al mondo che adesso più che mai non potremo "andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme".
Mentre il suono delle campane scandisce un tempo sospeso, le sirene delle ambulanze ci ricordano il terribile momento che stiamo vivendo. Immagini che resteranno nella Storia, e che fanno da apertura e da naturali compagne di viaggio a tutto il racconto successivo sui momenti in cui il Papa ha incontrato, a sorpresa, gli "altri", la gente comune, gli ultimi, senza essere atteso, senza essere annunciato. Quando ha abbracciato, ha carezzato, ha parlato, ha guardato, ha ascoltato il prossimo come un amico, incontrando il dolore, ma trovando anche la gioia e il sorriso negli occhi di chi lo ha accolto nella propria casa o in carcere, in comunità, nei luoghi del bisogno e dell'emarginazione.
Da queste immagini è nato "Solo insieme - la sorpresa di Francesco" diretto da Gualtiero Peirce. La voce narrante è di Nicole Grimaudo. Il racconto è arricchito anche da una intervista a monsignor Fisichella, che spiega il "perché" e la Genesi dei Venerdì della Misericordia. La produzione è di Cyrano New Media per Rai 3, il progetto è di Beppe Attene ed è stato scritto da Gualtiero Peirce con Orazio La Rocca, vaticanista di Repubblica e di Famiglia Cristiana.
di Silvia Morosi
Corriere della Sera, 2 gennaio 2021
Fa discutere la docuserie sul centro di recupero per tossicodipendenti, su Netflix dallo scorso 30 dicembre. I dirigenti: narrati solo pochi episodi critici. Il regista: raccolte 25 testimonianze e 180 ore di interviste. Ha fatto subito discutere la serie SanPa - Luci e Tenebre di San Patrignano, uscita il 30 dicembre su Netflix, dedicata alla comunità di San Patrignano fondata a Rimini nel 1978 da Vincenzo Muccioli, destinata a diventare il più grande centro di riabilitazione per tossicodipendenti in Europa.
"Il racconto che emerge è unilaterale, sommario e parziale, con una narrazione che si focalizza in prevalenza sulle testimonianze di detrattori, qualcuno anche con trascorsi di tipo giudiziario in cause civili e penali conclusasi con sentenze favorevoli alla Comunità stessa", sottolinea in una nota la Comunità, senza che venga mostrata allo spettatore "la vera natura delle fonti". Quella che viene mossa dalla Comunità al documentario è - soprattutto - una critica alla ricostruzione della vicenda: "Si tratta di un racconto sbilanciato, che ha voluto spettacolizzare alcuni episodi drammatici che non raccontano la storia della Comunità in quasi 40 anni e più di vita", sottolinea Alessandro Rodino Dal Pozzo, presidente di San Patrignano da settembre 2019, entrato come ospite in Comunità nel 1985.
"Metodo di accoglienza e non di violenza" - Per trasparenza e correttezza - sottolinea - "abbiamo ospitato per diversi giorni la regista della serie, che è stata libera di parlare con chiunque all'interno della comunità, e abbiamo fornito l'elenco di un ampio ventaglio di persone che hanno vissuto e tuttora vivono a San Patrignano e della quale conoscono bene storia passata e presente". Un elenco - chiarisce - "totalmente disatteso", ad eccezione del responsabile terapeutico Antonio Boschini.
"Quello che condanniamo - quindi - non è l'idea di realizzare un prodotto sulla nostra esperienza, ma il metodo con cui è stato proposto: la comunità in questi anni è cresciuta, e alcune vicende che vengono raccontate nel video - che si conclude nel 1995 e non va oltre - sono già state condannate. Il nostro è un metodo di accoglienza, non di violenza, e non è forse un caso se nel 2020, in piena emergenza Covid, abbiamo accolto circa 150 persone", chiarisce Rodino Dal Pozzo.
"Dannoso - conclude - è riassumere meno di vent'anni di storia della comunità così, generalizzando alcuni episodi, e dimenticandosi di raccontare cosa ha significato quest'esperienza, che - se non fosse stata fondamentale per l'Italia - non sarebbe in piedi ancora oggi. Temo - confessa - l'impatto che questo racconto così parziale potrebbe avere oggi sui nostri ragazzi".
Le 25 testimonianze e le interviste - La docu-serie è stata realizzata con venticinque testimonianze, 180 ore di interviste e immagini tratte da oltre 50 differenti archivi. A rispondere alle critiche è Carlo Garardini, co-autore del prodotto con la regista Cosima Spender: "Mi addolora il giudizio dato dalla Comunità, certo non mi sarei aspettato non ci fossero obiezioni. Se San Patrignano ci avesse riempito di lodi dicendoci "grazie, avete realizzato uno splendido spot per le nostre convention", sarei stato preoccupato. La nostra idea era - chiarisce - realizzare un prodotto documentaristico, raccontando la storia nella sua complessità, senza compiacere una delle mille parti in causa che, comunque, saranno sempre scontente".
Abbiamo voluto proporre - chiarisce - "una storia più grande, che aveva bisogno ed era doveroso raccontare anche nei confronti di quanti ne sono stati protagonisti - anche nelle zone buie. Una storia che parla del l'Italia del 1978 e dell'l'Italia di oggi. Dal tema della droga e del ruolo dell'uomo forte in una società". Molte persone - conclude Gabardini - "anche se contattate, non hanno voluto essere intervistate. San Patrignano ha rappresentato e rappresenta una pagina importante della nostra memoria collettiva. Non si può essere neutrali se si è vissuto o si vive dentro una storia come questa, e abbiamo voluto raccontare tutto senza fascinazioni".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 2 gennaio 2021
Potrebbe chiamarsi "Milano ti amo", l'ultimo libro di Davide Steccanella, avvocato e scrittore. Invece il titolo sembra parlare di tutt'altro: "Milano e la violenza politica 1962-1986". E non vuol dire che si ami una città "nonostante" quel che è successo in quei vent'anni, ma "anche" per quello.
Perché ogni evento ha una sua spiegazione, una propria logica, e la ritrovi in ogni angolo, in ogni viuzza che prima conoscevi perché lì c'era un piano bar o un cabaret, e dopo perché sul selciato era rimasto il corpo di qualcuno. Un periodo di storia che non si è mai voluto veramente elaborare, come fino a delegare tutto alla magistratura. Questo libro finalmente ci aiuta a farlo.
Un atto d'amore per la nostra Milano. Scritto da uno nato a Bologna e raccontato, in questo momento, da una nata a Parma, che è a cento chilometri da Bologna e 130 da Milano. Gliene hanno dette di tutti i colori, a 'sta città, che c'era la nebbia e il cemento, e piazzale Loreto con Mussolini a testa in giù e la Petacci scomposta, e i calabresi con la valigia di cartone chiamati terùn mentre i milanesi si ingozzavano di panettone.
E poi la strage e poi gli anni di piombo e poi la città da bere e i paninari, poi la moda, il design e l'Expo precipitati infine nel contagio più contagioso d'Italia. E quattordicimila cittadini milanesi che se ne sono andati nell'ultimo anno. Potrebbe chiamarsi "Milano ti amo", l'ultimo libro di Davide Steccanella, avvocato e scrittore. Invece il titolo sembra parlare di tutt'altro: Milano e la violenza politica 1962-1986 (Milieu edizioni, euro 18,40). E non vuol dire che si ami una città "nonostante" quel che è successo in quei vent'anni, ma "anche" per quello.
Perché ogni evento ha una sua spiegazione, una propria logica, e la ritrovi in ogni angolo, in ogni viuzza che prima conoscevi perché lì c'era un piano bar o un cabaret, e dopo perché sul selciato era rimasto il corpo di qualcuno. Ammazzato dalla polizia o da qualcuno cui era parso naturale, un certo giorno, prendere le armi.
Un periodo di storia che non si è mai voluto veramente elaborare, che si è tenuto lontano dalle nostre mani come fosse un tizzone ardente, fino a delegare tutto alla magistratura. La quale ha fatto i suoi conti: 269 sigle armate attive alla fine del 1979, 36.000 cittadini inquisiti, 6.000 condannati, 7.866 attentati e 4.290 gesti di violenza a persone.
Cui andrebbero aggiunte le leggi speciali e il nascente uso del "pentitismo". Cioè le prove generali di quel che sarà in seguito, con la fase di tangentopoli e quella dei processi per fatti di mafia, lo sviluppo di un uso politico della giustizia che prenderà la tangente dell'aggressione ai fenomeni criminali e anche sociali come prevalente rispetto al giudizio sul singolo fatto e sul singolo sospettato.
Non è un caso se Armando Spataro, che degli anni Settanta milanesi fu protagonista nel suo ruolo di pubblico ministero, rivendichi il fatto che "il terrorismo perse nei tribunali" ed esalti le leggi del ministro dell'interno Rognoni e, da parte dei magistrati, la "capacità di gestione di un fenomeno divenuto quasi 'di massa' come quello dei cosiddetti pentiti".
E dall'altra parte Cecco Bellosi, che fu militante della colonna Walter Alasia delle Brigate rosse, ricordi che "negli anni Settanta c'era un mondo attorno a noi, che voleva cambiare il mondo. La lotta armata -questo è il mio pensiero netto- ne è stata la parte estrema, non estranea. Ma di quegli anni è stato rimosso il contesto: un movimento denso di lotte, di condivisione, di appartenenza". Sono un po' i due poli di una stessa realtà.
Un corno del problema, quello espresso da Spataro, che chiede la resa, l'altro, quello di Bellosi, che dice "ma non eravamo solo criminali". Poi però c'è anche, nella Milano di ieri e di oggi, una come Claudia Pinelli. La quale, nell'introduzione del libro, spiega quanto per lei, sua sorella Silvia e sua madre Licia, sia stato "importante perseverare e rimanere nella città a cui sentiamo di appartenere, la città di mio padre, Giuseppe Pinelli, nato, vissuto e morto a Milano, il suo nome inciso in alcune di quelle lapidi che segnano il lungo itinerario di morti e dolore di questo territorio". Per noi è stato importante, concludono, decidere di resistere e di rimanere a Milano.
Non solo la città della strage, la città della morte violenta di un anarchico, la città degli anni di piombo (espressione quanto mai strampalata, assunta da un bellissimo film di Margaret von Trotta, che si riferiva agli anni del post nazismo in Germania), degli anni Sessanta che si aprirono con l'uccisione in piazza Duomo dello studente Giovanni Ardizzone, dei Settanta con le morti di Calabresi e Feltrinelli, gli Ottanta che riassumevano quindici anni di guerriglia urbana e di morti sul selciato.
Dietro e prima e durante c'è Milano, tutta intera, capace di tutto contenere, tutto amare e farsi amare. C'è la città dove è concentrato un quarto del capitale economico del Paese, dove si tengono insieme il Teatro alla Scala, lo stadio di San Siro e il Corriere della sera, dove nel 1950 riapre dopo la guerra La Rinascente e si inventa il panettone ("Non c'è Natale se non c'è Motta", "Si scrive Natale, si pronuncia Alemagna") e nel 1954 partono le prime trasmissioni della Televisione di Stato e un anno dopo va in scena Lascia o raddoppia.
E possiamo aggiungere la grandiosità del Palazzo del ghiaccio che con i suoi 1800 metri quadrati è la principale pista di ghiaccio coperta d'Europa). Sono gli stessi anni in cui viene inaugurato il primo supermercato d'Italia, ideato dal genio Caprotti, quello dell'Esselunga. E anche del concerto di Billie Holliday e della grande stagione milanese del jazz.
Può stupire il fatto che, in questi anni di meraviglia dopo due guerre e il fascismo, e in un contesto di sviluppo ma anche creatività di artisti come Lucio Fontana, architetti come Gio Ponti, scrittori come Umberto Eco, e giornalisti fotografi musicisti e cabarettisti, e il bar Giamaica e il santa Tecla e il negozio di Elio Fiorucci, Milano creasse dentro di sé anche tutte le sue contraddizioni sociali? E anche una certa voglia di illegalità? Basterà ricordare la famosa rapina di via Osoppo, quella che ispirerà il film Audace colpo dei soliti ignoti di Nanni Loy. Non fu un fatto politico. Ma il primo sasso era tirato, anche se non pareva.
La forza della polizia non fu inferiore a quella degli "altri". Nel 1962 lo studente Giovanni Ardizzone fu schiacciato da una camionetta della polizia durante una manifestazione. E gli anni Sessanta si chiuderanno in modo tragico, con la morte di Antonio Annarumma durante una manifestazione davanti al teatro Lirico, poco lontano e poco prima della strage di piazza Fontana. Non so se sia vero quel che disse qualcuno, e cioè che noi giovani di allora perdemmo la verginità quel 12 dicembre del 1969. So che sicuramente cambiò tutto.
E so che i nomi di quelle vie, dove prima andavamo al cabaret a vedere Jannacci, i Gufi o Cochi e Renato, o a ballare il rock con Adriano Celentano e Bruno Dossena, erano diventati i luoghi bui dove qualcuno era caduto. Milano città grande, o Milano grande città? La sua ricchezza, le sue contraddizioni. C'è Primo Moroni, il "libraio del movimento", che ha aperto la sua Calusca e Andrea Valcarenghi che ha fondato "Re Nudo" e Mauro Rostagno "Macondo".
E Dario Fo e Franca Rame sfondano con più spettacoli al giorno di Morte accidentale di un anarchico e nasce la Palazzina Liberty, luogo di vita quotidiana di migliaia di giovani. Ma Milano era stata anche la città di Pietro Secchia e della Volante Rossa, e dell'album di famiglia di cui parlò in anni successivi Rossana Rossanda.
Le immagini parlavano da sole. Andavi una sera al bar Oreste di piazza Mirabello e vedevi qualcuno che giocava a boccette e qualcun altro seduto a un tavolino che mostrava un disegno ai suoi amici, ed era il tracciato del percorso per una rapina di banca. La città teneva insieme tutto. I gruppi armati delle Brigate rosse e di Prima linea sono nati nelle fabbriche, ma cresce anche qualche forma di "spontaneismo armato". A Milano a un certo punto "nei giovani militanti si produce una sindrome terribile... le scelte paiono essere solo di tipo estremo e radicale", scrivono Nanni Balestrini e Primo Moroni. E si arriva al triennio 1978-1981, il più sanguinoso per la città di Milano, con un bilancio di 28 morti, "da una parte e dall'altra".
Il libro dell'avvocato Steccanella meriterebbe ben altro approfondimento. Per esempio sulle tante riforme che comunque in quegli anni il Paese seppe fare, anche e soprattutto per merito dei tanti movimenti, a partire da quello delle donne, e poi degli studenti e dell'"autunno caldo". E di persone come il mio indimenticabile amico Primo Moroni. È morto nel 1998, sono andata al suo funerale, anche sfidando qualche "intransigente", che lui avrebbe incenerito con la sua ironia, e che non mi voleva. Anche in questo Milano fu protagonista, qui abitarono i buoni e i cattivi. Ma qui "è ancora possibile ritrovare i luoghi di una storia che racconta di chi, nel corso di quel lungo e violento conflitto ha perso la vita. Da una parte e dall'altra, compresi quelli delle targhe che non ci sono e che nessuno ricorda". Un libro per capire, per ricordare.
di Giorgio Beretta*
Il Manifesto, 2 gennaio 2021
Egitto e non solo. La legge 185/90 fu approvata grazie alla forte mobilitazione della società civile e dell'associazionismo laico e cattolico che promosse la campagna "Contro i mercanti di morte" e che sostituì la norma di epoca fascista che impediva trasparenza. Ora è bene che intervenga la magistratura. Ma è innanzitutto compito del Parlamento richiedere che il governo riferisca alla Camere.
Segreto di Stato. È questo il principio che per quasi 50 anni, ha regolato le esportazioni di sistemi militari dell'Italia. Sancito nel Regio decreto n. 1161 dell'11 luglio 1941 - siamo in piena epoca fascista e guerrafondaia - firmato da Mussolini, Ciano, Teruzzi e Grandi, il principio vietava categoricamente la divulgazione di notizie su movimenti, esportazioni e trasferimenti di materiali militari.
Un principio che gli apparati e l'industria militare hanno sempre apprezzato. Anche per questo la legge n. 185 che il 9 luglio del 1990 ha introdotto in Italia "Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento" è sempre risultata indigesta alle aziende militari.
Come noto, la legge fu approvata, dopo due legislature di intenso confronto parlamentare, grazie alla forte mobilitazione della società civile e dell'associazionismo laico e cattolico che promosse la campagna "Contro i mercanti di morte".
La 185/1990 si caratterizza per tre aspetti. Innanzitutto, richiede che le decisioni sulle esportazioni di armamenti siano "conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia" e vengano regolamentate dallo Stato "secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". E su questo punto andrebbe aperto un ampio dibattito politico perché non è stato mai spiegato al parlamento come le esportazioni di due fregate Fremm e le trattative in corso per esportare all'Egitto 11 miliardi di euro di sistemi militari - facendo dell'Egitto il primo Paese acquirente di armamenti italiani - sia conforme alla politica estera e di difesa dell'Italia.
In secondo luogo la legge ha introdotto una serie di specifici divieti e un sistema di controlli da parte del governo, prevedendo specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni prima della vendita e modalità di controllo sulla destinazione finale degli armamenti. Infine, richiede al governo di inviare ogni anno al parlamento una Relazione annuale predisposta dal Presidente del Consiglio dei Ministri che comprenda le relazioni dei vari ministeri a cui sono affidate diverse competenze in materia di esportazioni di armamenti.
La legge riporta numerosi divieti ed in particolare due che attengono direttamente la questione delle esportazioni di sistemi militari all'Egitto. Innanzitutto il divieto ad esportare armamenti "verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere".
Ed è proprio a questo articolo che la Rete Italiana Pace e Disarmo ha fatto riferimento per evidenziare che la fornitura delle due fregate militari Fremm all'Egitto è in chiaro contrasto con la norma vigente. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nella sua risposta al Question Time lo scorso 10 giugno ha infatti affermato che "oltre al vaglio di natura tecnico-giuridica, il governo ha ritenuto di svolgere una valutazione politica, in corso a livello di delegazioni di governo sotto la guida della presidenza del Consiglio dei ministri".
Ai sensi della legge, questa valutazione da parte del governo può essere adottata solo "previo parere delle Camere". Ma in questi mesi - l'annuncio della possibile fornitura delle due Fremm è del febbraio scorso - non risulta alcuna consultazione né parere del parlamento.
Inoltre la legge prevede il divieto ad esportare materiali d'armamento (tutti e non solo le cosiddette "armi leggere" "verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell'Ue o del Consiglio d'Europa".
Nei confronti dell'Egitto, c'è una duplice chiara documentazione. Il Rapporto inviato nel maggio del 2017 dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite riporta che in Egitto la tortura è "praticata sistematicamente" ed è "abituale, diffusa e deliberata in un'ampia parte del Paese".
Inoltre la Risoluzione approvata lo scorso 18 dicembre dal Parlamento europeo evidenzia numerose gravi violazioni dei diritti umani in Egitto e che "gli arresti e le detenzioni in corso rientrano in una strategia più generale di intimidazione delle organizzazioni che difendono i diritti umani".
La famiglia Regeni ha annunciato un esposto contro il governo in carica per violazione delle norme della legge 185/1990. È bene che intervenga la magistratura. Ma è innanzitutto compito del Parlamento richiedere che il governo riferisca alla Camere circa le esportazioni di sistemi militari all'Egitto. Se non vogliamo che il "segreto di Stato" si tramuti nel "silenzio di Stato".
*Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal)
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 2 gennaio 2021
Per una strana cabala nel saltabeccare tra piattaforme d'intrattenimento in questo tempo sospeso, mi è capitato di vedere in sequenza due film, due thriller giudiziari su casi di uxoricidio. Il primo, su Netflix, è "Il caso Thomas Crawford", con Anthony Hopkins nella parte di un ricco ingegnere aeronautico di Los Angeles, California - che mette in piedi un piano diabolico che parte da una confessione, la propria, di avere sparato alla testa alla moglie, che è in coma, e che mira non solo alla propria assoluzione ma a incastrare il detective incaricato delle indagini, che lui sa essere stato l'amante della moglie; il piano verrà sventato da un procuratore e porterà alla condanna di Hopkins. È tutto inventato, ma sembra maledettamente vero.
Il secondo, su Amazon, è "Una intima convinzione", sulla improvvisa scomparsa di una donna di cui viene accusato il marito, professore di diritto all'università di Tolosa, Francia, soprattutto dopo che si è fatto avanti l'amante di lei per dire che voleva il divorzio ma il marito non glielo concedeva. Il film ruota intorno la figura di Nora, una madre e lavoratrice che assiste al processo di primo grado, si convince dell'assoluta innocenza dell'accusato tanto che diventa per lei una sorta di ossessione per cui trascura tutto, fino a coinvolgere un avvocato di prestigio a patrocinare la causa quando la procura ricorre in appello. Dopo dieci anni, il marito verrà definitivamente scagionato. È tutto vero ma sembra maledettamente inventato.
Invece si tratta proprio de l'affaire Suzanne Viguier. E se il personaggio di Nora è una finzione narrativa, l'avvocato di prestigio è un uomo reale in carne e ossa. Anzi, in tanta carne e tante ossa, perché lo chiamano - per la stazza, per la voce, per il carattere e per il suo "stile d'arringa" - "l'ogre du Nord, l'orco del Nord (è bretone)": Éric Dupond-Moretti. Così, mi sono incuriosito (d'altronde, Il Dubbio ne ha già parlato tempestivamente): Dupond-Moretti non è solo l'avvocato più famoso in Francia - dove è noto con il nomignolo di "l'Acquittator", l'assolutore, visto che ha vinto circa 150 delle cause patrocinate - una notorietà costruita anche sulla capacità di "intercettare" processi molto mediatici: l'Acquittator ama dire che lui difende persone e non cause, e che avrebbe difeso anche Hitler se glielo avesse chiesto, e anzi che lui difende proprio "lo zingaro che ha sventrato la vecchia signora per rubarle 40 euro", ma tra i suoi clienti, oltre lo zingaro, ci sono stati il calciatore Benzema, Julian Assange, Abdelkader Merah, fratello di quel Mohamed, le "tueur au scooter" che uccise sette persone, alcuni imputati del "caso Outreau", un processo per abuso su minori in cui erano coinvolte diverse persone, tenute in detenzione per anni, tredici dei quali sono andati assolti dopo un lungo calvario.
Da luglio Dupond-Moretti è ministro della Giustizia; anzi, nel cambio voluto da Macron e che eufemisticamente potremmo definire un "rimpasto", la sua nomina (era dai tempi di Mitterrand che un avvocato non ricopriva quel ruolo, con Robert Badinter, a cui si deve l'abolizione della pena di morte nel 1981) è quella che ha creato più allarme e più scandalo. Scandalo tra le femministe, che lo accusano di una cultura "sessista": nei giorni in cui veniva approvata la legge contro le molestie per strada Dupond-Moretti sparava frasi come: "Da giovane ho fischiato qualche ragazza che attraversava la strada... E una sciocchezza simile costerebbe 90 euro? Ma è una cosa da pazzi, queste cose vanno affidate alle buone maniere, non alla legge", oppure: "Un'anziana signora che adoro mi ha detto "A me dispiace che nessuno mi fischi più".
Hanno anche fatto una petizione internazionale contro Dupond-Moretti, con firme di premi Nobel. Allarme invece tra i magistrati: Céline Parisot, presidente dell'Unione sindacale dei magistrati, ha considerato la sua nomina come una "dichiarazione di guerra alla magistratura". Parisot aveva poi rincarato la dose dicendo che il nuovo ministro della Giustizia "sembra detestare i magistrati, che peraltro non si priva di insultare regolarmente".
In verità, Dupond-Moretti nel suo libro di successo, Le dictionnaire de ma vie, 2016, in cui parla della Francia come una "Repubblica dei giudici", proponeva addirittura di abolire l'École nationale de la magistrature, "incapable" di formare i futuri magistrati sia sul piano professionale che umano, deplorando che i giudici mancassero proprio di umanità.
Ma al momento di ringraziare per la nomina Dupond-Moretti, con sobrietà, si era limitato a ricordare le sue umili origini - la madre, di origine italiana, emigrata in Francia per lavoro, era una cameriera, e il padre, un operaio, era morto prematuramente quando lui aveva solo quattro anni - per dire che la Francia repubblicana offre a tutti una possibilità, e che il suo ministero sarebbe stato segnato da due cose: l'antirazzismo e i diritti dell'uomo.
In realtà, per quanto impegno riformatore il neo-ministro si possa proporre, davanti ha solo due anni, poi si andrà al voto. E Dupond-Moretti lo sa benissimo: in una recente intervista circoscriveva le possibilità di intervento "almeno" a due campi: la separazione delle carriere e il miglioramento delle condizioni dei detenuti (su questo aspetto, la Francia è stata messa spesso sotto critica a livello europeo). Molti hanno pensato che una nomina così "bollente" possa essere stata una mossa mediatica di Macron: Dupond-Moretti è un personaggio molto popolare, perché non le manda a dire e questa sua ruvida franchezza piace ai francesi (poco prima di essere nominato ministro stava per condurre una trasmissione radiofonica). Forse nei francesi rimane anche una sorta di rispetto e reverenza verso quelle battaglie giudiziarie in cui certi verdetti "già decisi" vengono poi ribaltati.
Però, con i magistrati non si tratta solo di schermaglie: benché il neo- ministro avesse subito dichiarato "Je ne fais de guerre a personne, Non faccio la guerra a nessuno", a dicembre due sindacati di magistrati lo hanno citato davanti alla Corte di giustizia della Repubblica per "conflitto di interessi". In una conferenza stampa, l'Union Syndicale des Magistrates (USM, maggioranza) e il Syndicat de la magistrature (SM, sinistra), hanno dichiarato: "Un ministro della Giustizia ha il diritto di intervenire in un caso che lo riguarda o dei suoi ex clienti? L'USM, lo SM e la stragrande maggioranza dei magistrati pensano di no. Éric Dupond- Moretti, pensa di sì".
I due sindacati accusano in particolare l'ex-avvocato di aver avviato procedimenti amministrativi contro magistrati che in qualche modo avevano "incrociato" l'attività di Dupond-Moretti come difensore. Dall'entourage del ministro parlano di "obsession et acharnement", ossessione e accanimento, da parte dei magistrati. Sembra un vero e proprio scontro, tra Dupond-Moretti e i magistrati, di quelli che lui è abituato a combattere nelle aule dei tribunali - solo che questo trasforma tutta la Francia in un'aula di tribunale.
di Luigi Manconi
La Stampa, 2 gennaio 2021
Prima scena. Roma, 20 agosto 2015. Lo sguardo della signora Mina Welby, mentre passa davanti alla chiesa di San Giovanni Bosco, nel quartiere Tuscolano-Cinecittà, viene attratto da due giganteschi manifesti attaccati alle colonne della cancellata d'ingresso. C'è scritto: "Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso".
È in corso il funerale religioso di Vittorio Casamonica, patriarca di una famiglia abruzzese di origine rom responsabile di ingenti affari criminali nel territorio romano. Mina Welby non può non ricordare un altro funerale religioso che, in quella chiesa, doveva essere celebrato e mai fu celebrato. Ora, che di questi fatti funebri si parli a Natale e nei giorni intorno a Natale, può sembrare a qualcuno fuori tempo e fuori luogo: quasi un'ombra sottile di blasfemia. E, invece, le cose possono essere viste anche in senso completamente rovesciato: è proprio nei giorni che ricordano la Natività che si può meglio pensare alle "cose ultime". E meglio capirne il senso profondo.
Seconda scena. È il 24 dicembre 2006. Nella piazza di quella stessa chiesa si celebrano i funerali di Piergiorgio Welby: "un povero cristiano", per dirla con Ignazio Silone, che narrava delle lacerazioni insanabili tra messaggio evangelico e imperativi del potere ecclesiastico negli ultimi anni del XIII secolo. Mina Welby aveva chiesto a un sacerdote di quella chiesa, che visitava il marito nei mesi della più atroce sofferenza, di celebrare le esequie religiose, ma questi le comunicò che non sarebbe stato possibile.
Di conseguenza, i funerali si svolsero in piazza San Giovanni Bosco, che costituisce come il lungo e ampio sagrato di quella chiesa. Su un lato della piazza, un palco modesto con sopra la bara di Welby e, accanto, la moglie, i parenti, gli amici, Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, e qualche parlamentare. Faticherei a definirla laica, quella cerimonia, perché il sentimento che circolava tra quel migliaio e oltre di persone era segnato da una tonalità sacra, da un senso forte di condivisione del dolore e della speranza e dalla ricerca di qualcosa che andasse "oltre", secondo la sensibilità e la cultura di ognuno.
Tra quella folla c'era don Filippo di Giacomo, sacerdote e oggi valentissimo giornalista. All'epoca, don Filippo, dopo undici anni da missionario nella Repubblica Democratica del Congo, era giudice presso il Tribunale del Vicariato di Roma e così ricorda: "con me c'erano due sacerdoti dello stesso Vicariato e riconoscemmo almeno una decina di confratelli". E numerose suore, come quelle della Congregazione Ancelle del Santuario (fondata nel 1882), accompagnate dalla Madre superiora, succeduta in quel ruolo alla cugina di Welby, e quelle della Scuola Santa Maria Ausiliatrice. E molti parrocchiani e moltissimi, radicali e non, tra coloro che avevano seguito, per giorni e giorni, la dolente vicenda di Piergiorgio Welby. Non c'era il parroco di San Giovanni Bosco e nemmeno quel prete che aveva chiesto di poter uscire dalla chiesa con i paramenti sacri per benedire la salma, ricevendo un categorico rifiuto dal superiore. Come si vede, una delle tante manifestazioni di quello "scisma sommerso", di cui scrisse il filosofo Pietro Prini in un importante libro, pubblicato da Garzanti, e molto citato da Pannella.
Terza scena: ma perché venne negato a Piergiorgio Welby il rito religioso? In un comunicato del Vicariato di Roma si attribuì il motivo al fatto che "il dottor Welby" ("in realtà non era laureato", sorride la moglie) aveva parlato pubblicamente di diritto all'eutanasia. In effetti, quel rifiuto si dovette a una scelta pienamente politica. Esclusivamente politica. Lo conferma il teologo Silvano Sirboni, intervistato da Famiglia Cristiana (agosto 2015): "né nel rito delle esequie né nel diritto canonico" si trova motivazione per negare la cerimonia religiosa al suicida, a meno che "il darsi la morte non sia stato un segno di esplicito ateismo" o una manifestazione di "odio verso la Chiesa". Nulla del genere, nel caso di Welby.
Il no della Chiesa si spiega con il fatto che la vicenda era diventata "un caso politico" e, dunque, con "ragioni di opportunità". Formulata così, la questione risulta davvero avvilente. Innanzitutto perché viene teorizzato il rifiuto "politico" - in base a considerazioni tutte extrareligiose - della richiesta estrema di un cristiano alla sua Chiesa; e perché l'intera controversia si svolse intorno a un equivoco, certamente non involontario. Ovvero, il fatto di considerare la scelta di Welby un gesto eutanasico. Ma così non era in alcun modo.
Al contrario: il suo fu l'atto di chi sottrae al proprio corpo un presidio sanitario meccanico precedentemente applicato, perché esso, col tempo, era diventato intollerabile, provocando sofferenze non lenibili. "Dal punto di vista della volontà del paziente, in nulla differisce dalla scelta di un cardiopatico che rinuncia a una pillola antipertensiva", commenta oggi Mario Riccio, responsabile della Rianimazione e Anestesia dell'ospedale di Casalmaggiore, che all'epoca si rese disponibile ad aiutare Welby a liberarsi del ventilatore meccanico.
L'aspetto più significativo di questa vicenda è che ciò che esprimevano quei sacerdoti e quelle suore presenti in piazza a San Giovanni Bosco, era condiviso da una parte delle gerarchie ecclesiastiche e da alcune personalità del Vaticano. E, infatti, non fu certo un caso che, proprio in quei giorni, il cardinale Javier Lozano Barragàn, Presidente del Consiglio Pontificio degli operatori sanitari, interpellato sulla vicenda, mentre ribadiva la netta opposizione della Chiesa all'eutanasia, insisteva sulla liceità del rifiuto dell'accanimento terapeutico.
E, sottolineando l'importanza del parere di medici e sanitari, mai esprimeva un esplicito giudizio critico su Welby. Fatto sta che quella ferita non si rimarginò. Essa, fu l'esito di una decisione presa da quella che era la componente "più politica" della gerarchia ecclesiastica italiana, ispirata dall'attuale Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Rino Fisichella, allora autodefinitosi "cappellano di Montecitorio", attivissimo nelle relazioni con la classe politica e assai presente nella vita pubblico-mondana.
A sostenerlo - o forse solo ad assecondarlo, a parere dei più informati - fu il Cardinale Camillo Ruini, all'epoca presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Ma meno di un anno dopo, i funerali di Giovanni Nuvoli, la cui vita si concluse esattamente nelle medesime circostanze, vennero celebrati solennemente nella chiesa di San Giuseppe, ad Alghero. E queste furono le parole del parroco: "Giovanni è stato schiodato dalla croce che ha portato per sette anni".
Sono passati quasi tre lustri e il comportamento tenuto al tempo dal Vicariato di Roma non sembra destinato a ripetersi. Molti i mutamenti intervenuti nella dottrina e nella pastorale; e, soprattutto, nel "popolo di Dio".
Nel 2017, quando venne approvata la legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, numerosi furono i voti di parlamentari cattolici a favore di un testo che prevede la possibilità di sospensione di nutrizione e idratazione artificiali (pratica sempre osteggiata dalla Chiesa). Ribadito che l'eutanasia è tutt'altra cosa, va anche ricordato che, in Spagna, lo scorso 17 dicembre, la Camera dei deputati ha approvato una legge sull'eutanasia, senza che ciò provocasse una particolare mobilitazione della Chiesa di quel paese da sempre definito "cattolicissimo". Molte le ragioni, ma ha contato certamente una più sensibile attenzione - da parte dell'attuale Presidenza "bergogliana" di quella Conferenza episcopale - verso il "fattore umano". Quasi che il messaggio di Marco Cappato di quel 24 dicembre, rivolto al Vaticano, fosse stato - un miracolo? - ascoltato: "Che cosa vi siete persi di questa piazza, che cosa vi siete persi di questo sole, che cosa vi siete persi di questa festa, di questo Buon Natale per tutti, per e con Piergiorgio Welby".
di Alessandro Di Matteo
La Stampa, 2 gennaio 2021
L'ex presidente della Corte Costituzionale: "Lascia perplessi che si debba ricorrere sempre al giudice per una possibilità di soluzione". L'esposto della famiglia Regeni contro il governo italiano è "comprensibile", secondo Giovanni Maria Flick. Per l'ex ministro della Giustizia e presidente emerito della Corte costituzionale è "giustissima l'ansia di verità dei genitori", ma dal punto di vista giuridico la vicenda è di "elevata complessità".
Non basta una violazione dei diritti umani come quella nei confronti di Regeni per far scattare il divieto di legge?
"La legge prevede un'autorizzazione alla vendita di armi ad altri Paesi, che deve essere rilasciata dal ministro degli Esteri dopo un'istruttoria notevolmente complessa. L'articolo 1, poi, vieta le esportazioni "verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani". Ma queste violazioni devono prima essere "accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell'Ue o del Consiglio d'Europa". Ci vuole un pronunciamento formale di uno di questi tre soggetti. E la violazione deve poter essere ascritta al governo di quel Paese...".
Cioè, l'omicidio deve essere attribuito direttamente alla responsabilità del governo, non basta che sia stato commesso da servizi o polizia?
"Esatto. Inoltre, è ragionevole presumere che in questa vicenda un'autorizzazione alla vendita di armi vi sia stata a suo tempo. Se l'autorizzazione è stata rilasciata prima della vicenda del povero Regeni sarebbe presumibilmente legittima; dovrebbe semmai essere oggetto di revoca o sospensione da parte del ministro degli Esteri se ricorrano le condizioni specificate prima, valutando anche la rilevanza delle prese di posizione del Parlamento europeo sulla vicenda. In tal caso il problema riguarderebbe non tanto l'autorizzazione per l'esportazione, quanto l'illegittimità sopravvenuta di essa; in altre parole sarebbe in gioco l'autorizzazione e non l'esportazione come tale".
Insomma, la questione potrebbe non essere facilmente risolvibile con un esposto...
"Io ho grande comprensione per il giustissimo e sacrosanto desiderio dei genitori di Regeni di arrivare ad accertare le responsabilità, anche di fronte al comportamento della magistratura egiziana rispetto alle conclusioni di quella italiana. Ma sarei attento nella valutazione: è una questione di notevole complessità sotto il profilo giuridico internazionale e nazionale. Peraltro, non entro sulle modalità con cui è stata annunciata questa iniziativa - in tv - che forse possono essere giustificate dal desiderio di verità e dalla necessità di continuare a tener vivo l'argomento; ma che rischiano di trasformarsi in una spettacolarizzazione, non certo per volontà della famiglia Regeni".
La famiglia Regeni ha voluto compiere un atto forte, anche mediatico, per evitare che tutto finisca nel nulla...
"Esatto, dà il senso della delusione di chi dice "ho chiesto giustizia e non la sto ottenendo". Sarebbe forse stato più opportuno prima un colloquio con la competente autorità che possa restituire fiducia. E verificare se l'autorità giudiziaria italiana non si stia già occupando di questi aspetti della vicenda. Lascia perplessi che si debba sempre e solo ricorrere al giudice per intravedere una possibilità di soluzione, anche in una controversia fra Stati".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 2 gennaio 2021
Esposto per la violazione della legge italiana 185/90 dopo il boom di vendite degli ultimi anni. Nel 2016 e nel 2019 Sardegna Pulita fece lo stesso per le bombe Rwm usate in Yemen e ci ha raccontato come è andata a finire. Poche ore dopo l'attracco della prima fregata Fremm di Fincantieri ad Alessandria, Claudio Regeni e Paola Deffendi su La7 a Propaganda Live hanno presentato la loro ultima iniziativa. Un esposto alla procura incentrato proprio sulla vendita di armi, che prosegue indisturbata, dall'Italia all'Egitto: "Assieme alla nostra legale abbiamo predisposto un esposto-denuncia contro il governo italiano per violazione della legge 185/90, che vieta l'esportazione di armi verso paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertati dai competenti organi della Ue, dell'Onu e del Consiglio d'Europa. Il governo egiziano rientra certamente tra quelli che si sono macchiati di queste violazioni".
Nel pomeriggio di giovedì era ben altro il clima dall'altra parte del Mediterraneo con i media egiziani impegnati a celebrare l'arrivo di Al-Galala, dopo un viaggio di 6mila miglia marittime, e a citare il capo della Marina militare egiziana, Ahmed Khaled, durante la cerimonia al porto: la fregata (inizialmente destinata alla Marina italiana, poi dirottata insieme a una seconda nave da guerra sull'Egitto) partirà per Suez dove sarà impegnata "contro ostilità e sfide nella regione".
Quella fregata, ex Spartaco Schergat F598, è parte di un pacchetto da 1,2 miliardi di euro che prevede per il 2021 la consegna di una seconda nave, la Emilio Bianchi F599. Non solo: il boom nell'esportazione militare all'Egitto del presidente golpista al-Sisi è dovuto anche all'autorizzazione alla vendita di 20 pattugliatori, 24 caccia Eurofighter e 20 aerei addestratori M346, per un valore complessivo che oscilla tra 9 e 11 miliardi di euro.
Un record che segue ad anni di incremento costante nel business bellico, coincisi con quelli della battaglia per la verità sul sequestro, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni: 7,1 milioni nel 2016, 7,4 nel 2017, 69 nel 2018 e ben 871,7 nel 2019. La famiglia del ricercatore chiede di fermare il flusso, richiesta che si aggiunge al ritiro dell'ambasciatore dal Cairo: "Chiediamo questo come atto forte. È importante che l'Italia dia l'esempio".
Una battaglia condivisa con tanti altri, da Rete Disarmo che fece lo stesso nel 2016 contro la vendita di armi dalla Rwm di Domusnovas all'Arabia saudita (un esposto per violazione dell'articolo 1 della 185/90 depositato alle Procure di Roma, Brescia, Verona e Pisa tra le altre) e dalle realtà pacifiste sarde che nel 2016 e di nuovo nel 2019 hanno denunciato i ministri competenti per concorso in strage.
La Rwm si conferma un pivot, punto di contatto tra due abusi, quelli commessi in Yemen dai sauditi e quelli subiti da Giulio Regeni: come riportavamo mercoledì su queste pagine, dalla provincia di Cagliari a giugno sono stati esportati 8,1 milioni di euro di munizionamento pesante all'Egitto. La Rwm è ovviamente la prima e unica sospettata.
L'ultimo esposto presentato da Sardegna Pulita risale al 27 febbraio 2019, diretto alle Procure della Repubblica presso i tribunali di Roma e di Cagliari: indagare per concorso in strage commessa in Yemen contro i civili i ministri di Esteri (all'epoca Moavero Milanesi), Interni (Salvini), Difesa (Trenta), Sviluppo economico (Di Maio) e Ambiente (Costa).
"Quei ministri sono responsabili perché è tramite il comitato interministeriale che danno il via libera all'Uama che poi autorizza le esportazioni - ci spiega Angelo Cremone di Sardegna Pulita - Li abbiamo denunciati come in passato denunciammo la ministra della Difesa Pinotti del governo Gentiloni. In quel caso l'esposto fu trasmesso per competenza da Cagliari a Roma e poi archiviato senza che ci venisse comunicato nulla".
"Anche questo secondo esposto contro i ministri del Conte 1 è stato trasmesso al Tribunale di Roma, ma non abbiamo notizie. Non sappiamo se sia stato archiviato, se così fosse avremmo potuto fare opposizione. La famiglia Regeni può rimettere in discussione quanto fatto da noi, parla di un problema che c'è. Ce n'è anche un altro: il ruolo della magistratura che non ha ascoltato le nostre denunce. La Procura della Repubblica non può archiviare violazioni di leggi da parte di chi dovrebbe essere il primo a rispettarle, i ministri di un esecutivo".
"Di fronte alla denuncia dei Regeni - conclude Cremone - il tribunale ci dica che fine ha fatto il nostro esposto e dove sono le bombe della Rwm. Si indaghi: i codici di quegli ordigni li conosciamo, vogliamo sapere chi è l'utilizzatore finale, dove e contro chi li ha usati".
- Giappone. L'odissea di Iwao Hakamada: 50 anni nel braccio della morte
- Libia. Il segretario generale Onu Guterres vuole schierare osservatori
- Cina. L'attivista Gulshan Abbas condannata a 20 anni di carcere
- Carcere, per i detenuti "un surplus di pena" durante la pandemia
- Le ultime ore di Sasà in galera: "Sta male? Fatelo morire..."










