di Vincenzo Scalia*
Il Dubbio, 31 dicembre 2020
Le carceri sono sempre state un luogo di sofferenza. Non soltanto per la privazione della libertà a cui sono soggetti i detenuti, ma anche per la separazione fisica e politica dal resto della società. Le guardie penitenziarie, i detenuti, ma anche i medici, gli infermieri, gli insegnanti e tutto il cosiddetto personale trattamentale che opera all'interno delle prigioni, finiscono per costruire un microcosmo all'interno del quale le dinamiche di sopraffazione, sofferenza, resistenza, si sovrappongono alle identità e alle personalità pregresse.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 dicembre 2020
Il sottosegretario Giorgis: ecco i fondi previsti in manovra. È un segno che forse supera per velocità e chiarezza le ipotesi del Recovery plan. Nella legge di Bilancio si comincia a investire sul serio sul sistema dell'esecuzione penale, sulla qualità del trattamento di chi si trova in carcere ma, finalmente anche sull'esecuzione esterna, vale a dire le misure alternative alla "detenzione inframuraria".
di Valter Vecellio
lindro.it, 31 dicembre 2020
Perché nei grandi network informativi non si parla di carcere? Notizie di cronaca 'spicciola', quella che viene utilizzata come 'riempitivo', quado occorre una 'breve'. Così, spesso, si liquidano quelle che sono comunque tragedie che meriterebbero maggiore attenzione e visibilità, anche se avvengono in carcere.
Come quella che giunge da Cagliari. Un detenuto ritorna nella Casa circondariale di Uta dopo un permesso premio trascorso in famiglia; si sottopone al previsto periodo di quarantena anti-covid con altri detenuti. Salvatore F., questo il nome dell'uomo, 80 anni, si toglie la vita. Sei anni fa era stato attestato, con l'accusa di aver ucciso un allevatore di cavalli con una fucilata, nelle campagne di Villasimius. Motivo del delitto continue liti per gli sconfinamenti dei cavalli nel suo terreno. Salvatore si impicca. Una breve, sui quotidiani locali. Eppure, qualche interrogativo, questo suicidio potrebbe giustificarlo. Invece...
In Puglia, ora. Un uomo internato nella Rems di Carovigno, malato terminale, non più socialmente pericoloso. Lo stesso direttore della struttura dichiara che è incompatibile, non ci sono gli strumenti per assisterlo 'negli ultimi giorni della sua vita'. Muore senza essere assistito adeguatamente: le Rems non sono strutture in grado di curare persone con gravi patologie fisiche; loro sono 'solo' attrezzate per i disagi psichici. Ennesima vicenda tragica, rivelatrice di come la giustizia sia amministrata in modo assurdamente burocratico.
Considerata la situazione dell'uomo, il 10 dicembre scorso si è celebrata l'udienza per il riesame della pericolosità sociale; l'avvocato rappresenta la grave situazione di salute del detenuto; il giudice è stato informato dalla Rems, è venuto meno ogni possibile pericolosità sociale. Poteva essere trasferito in una struttura idonea non solo per motivi di salute, ma anche per il fatto che non sussisteva più pericolo. La misura però non viene revocata. Il Tribunale si limita a rinviare l'udienza al 21 gennaio e chiede un aggiornamento alla Rems per l'individuazione della struttura dove ricoverare la persona.
Il 18 dicembre nuova relazione della Rems, nella quale si indica la necessità di un 'trasferimento urgente del paziente in ambiente idoneo alle sue attuali gravi condizioni di salute'. Esclusa ancora una volta la pericolosità sociale. L'udienza viene anticipata al 7 gennaio. Peccato che l'uomo sia stremato. La cartella clinica parla di 'disorientato, afasico, allettato, incontinente, si alimenta con fatica, iniziano le piaghe da decubito'. Si chiede di anticipare ulteriormente il riesame della pericolosità sociale, e di disporre d'ufficio il trasferimento dell'uomo in una struttura adeguata alle sue gravissime condizioni di salute. Ora non serve più: l'uomo è morto, senza adeguate cure farmacologiche e assistenza continua.
A questo punto, che cos'hanno in comune trasmissioni, le si cita alla rinfusa, come 'Porta a porta' di Bruno Vespa, o 'Stasera Italia', condotto da Barbara Palombelli; 'Quarta Repubblica' di Nicola Porro; 'Presa diretta' di Riccardo Iacona; 'Report' di Sigfrido Ranucci, e 'Piazza Pulita' di Corrado Formigli; 'Cartabianca' di Bianca Berlinguer e 'Di Martedì' di Giovanni Floris; 'Non è l'Arena' di Massimo Giletti e 'Che tempo che fa' di Fabio Fazio; "Propaganda live' di Diego Bianchi?
Sono tutte trasmissioni dove si affrontano questioni e tematiche di vero o presunto interesse. A volte si può discutere la qualità degli ospiti, una specie di compagnia di giro, centellinati a seconda della loro casella politica, il loro essere più o meno rissosi, conta più il sembrare dell'essere... I conduttori possono piacere o meno, non qui e non ora si vuole discutere delle loro qualità o lacune.
Quello che si vuole rimarcare che tutti hanno un singolare comune denominatore. Sono accuratamente evitati i temi e le questioni che agitano e le iniziative relative al carcere. Anche una questione apparentemente collaterale, come assicurare il vaccino ai detenuti e alla comunità penitenziaria: molti diranno, come, il vaccino ai delinquenti?
A parte che un buon terzo di detenuti è in attesa di giudizio, con altissime percentuali di proscioglimento o dichiarazione di innocenza, il fatto è che le carceri sono sovraffollate; nella promiscuità il virus prospera e dilaga; nelle carceri non ci sono solo detenuti, ma anche una grande comunità penitenziaria, costituita da personale e agenti di custodia, con relative famiglie.
Il virus entra nelle celle, ma dalle celle può facilmente uscire. È qualcosa di semplice da capire. Ma occorre che ci sia la volontà di comprendere, e di fare qualcosa che può apparire impopolare nell'immediato; ma non è certamente anti-popolare, e se si spiega lo si comprende. Che ne dite, Berlinguer, Bianchi, Fazio, Floris, Formigli, Giletti, Iacona, Palombelli, Porro, Ranucci, Vespa, non ne varrebbe la pena di parlarne un po'?
adnkronos.it, 31 dicembre 2020
"Per la situazione delle carceri, in un periodo così complesso ci sono ulteriori preoccupazioni che si aggiungono. Se posso, nel complesso, per fortuna, la situazione è sotto controllo per la pandemia, su 53mila detenuti abbiamo 844 casi di positività al Covid, di cui sintomatici 35, ricoverati solo 25. Nel complesso le cautele adottate, ho verificato io stesso, ci sono". Lo ha detto Giuseppe Conte nella conferenza di fine anno.
"I problemi più complessivi vanno in quadrati nel confronto con le forze politiche, qualsiasi intervento sistemico non può che passare da una sintesi politica. Ma comunque c'è stato un alleggerimento, perché circa 2mila detenuti hanno beneficiato di alcune misure. Altre misure vanno vagliaste e discusse con le forze di maggioranza rappresentate in Parlamento", ha spiegato il premier. "C'è la massima disponibilità anche a investire per l'edilizia penitenziaria per migliorare le condizioni delle carceri e anche per la Polizia penitenziaria: abbiamo programmato assunzioni straordinarie per circa 2mila nuove unità, stanziato circa 3mln e mezzo per il pagamento degli straordinari. La situazione delle carceri è all'attenzione del governo, tutte le discussioni per le soluzioni sono all'ordine del giorno e dovremo discuterle tutte insieme".
di Andrei Maicoci
tusciatimes.eu, 31 dicembre 2020
"I magistrati di sorveglianza hanno tempo fino a domani, per prorogare fino al 31 gennaio le licenze e i permessi straordinari per i detenuti in semilibertà o lavoranti all'esterno". Così il Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà e Garante di Lazio e Umbria, Stefano Anastasìa, in merito alla legge 176/2020 di conversione del primo decreto Ristori, entrata in vigore nel giorno di Natale.
"Poi - prosegue Anastasìa - sempre fino al 31 gennaio potranno essere concessi permessi straordinari anche a chi già usufruiva di permessi ordinari, anche se non lavorante all'esterno del carcere, ma sempre che non abbia reati ostativi. Infine, al 31 gennaio è fissato il termine per la richiesta della detenzione domiciliare di chi abbia da scontare meno di 18 mesi di pena. Sono giorni di festa - conclude Anastasìa - ma in carcere e nei tribunali di sorveglianza c'è - come sempre - molta apprensione e molto lavoro da fare, per evitare inutili detenzioni nelle nostre carceri sovraffollate".
camerepenali.it, 31 dicembre 2020
Con il voto del Senato sulla legge di bilancio è definitivamente approvata la norma che prevede il contributo alle spese legali per l'imputato assolto. Ora il Parlamento proceda con la separazione delle carriere per garantire l'effettiva terzietà del giudice e con la reintroduzione della prescrizione per impedire il processo infinito. Il documento della Giunta.
Con l'approvazione della legge di bilancio è introdotto nell'ordinamento l'articolo 177 bis del codice penale, che prevede un contributo dello Stato alle spese legali in favore dei cittadini già imputati in un procedimento penale ed assolti con formula piena in via definitiva.
È una scelta normativa da valutarsi positivamente e che premia l'iniziativa dell'On. Enrico Costa, alla quale hanno aderito gli On. Annibali, Lupi e Bartolozzi. Il processo penale rappresenta, infatti, per il cittadino non solo un patimento sotto il profilo morale e sociale, ma è spesso foriero di gravi conseguenze economiche. Finalmente l'ordinamento stabilisce che all'imputato assolto spetta un ristoro, seppure sotto il profilo di un parziale rimborso delle spese legali, da parte dello Stato che ne ha riconosciuto l'innocenza. È un importante segnale di coerenza con i principi costituzionali che tutelano il diritto di difesa e il giusto processo.
I fondi stanziati a finanziamento del rimborso per il cittadino assolto e il meccanismo previsto dalla legge ne renderanno tuttavia l'attuazione poco più che simbolica. Non possono essere, infatti, condivise né la scelta di prevedere il rimborso in tre rate annuali né la fissazione del limite massimo in € 10.500,00. Si tratta di una inopportuna sottovalutazione della prestazione del difensore nel processo penale che limita fortemente l'obiettivo perseguito.
Dunque, se da un lato è necessario ampliare e rafforzare le norme che prevedono il ristoro patrimoniale del cittadino dalle conseguenze ingiuste derivate dal processo penale, dall'altro occorre dare effettiva attuazione e concreta applicazione alla normativa che prevede la responsabilità del magistrato allorquando l'ingiustizia della decisione sia a lui addebitabile.
Va, in ogni caso, sottolineato con soddisfazione come la nuova disciplina sia segno di una generale consapevolezza della necessità che lo Stato si faccia carico anche del sacrificio individuale imposto al cittadino innocente. Per realizzare compiutamente lo schema del rito accusatorio, però, sono necessari interventi sistematici quali la separazione delle carriere tra il magistrato giudicante e il magistrato inquirente, unico strumento per garantire l'effettiva terzietà del giudice.
Nelle prossime settimane il Parlamento è chiamato a mettere mano a riforme del sistema processuale non coerenti con la scelta che oggi positivamente sottolineiamo. Le proposte governative contenute nel disegno di legge in discussione sono ispirate a logiche di mera efficienza che si risolvono nelle ennesime erosioni delle garanzie difensive ancorché tutti gli operatori avessero sottolineato la necessità di procedere con una seria depenalizzazione, il rilancio dei riti alternativi, la previsione di regole stringenti a presidiare l'esercizio dell'azione penale per evitare il processo in tutti quei casi in cui la prova mostri, sin dall'esito delle indagini, una capacità di tenuta insufficiente.
È prima di tutto necessario recuperare i principi di civiltà del diritto penale liberale e reintrodurre una seria e garantista disciplina della prescrizione. Vanno respinti i tentativi di depotenziamento e di burocratizzazione del sistema delle impugnazioni. Le riforme processuali, infine, devono essere accompagnate da riforme ordinamentali in grado di superare la separatezza e l'autoreferenzialità dell'organizzazione della Magistratura italiana, predisponendo nuovi percorsi di reclutamento e di formazione, stabilendo parametri di carriera ancorati al merito e alla verifica dei risultati professionali. Questo sarà l'impegno dell'Unione nei prossimi mesi.
La Giunta dell'Unione delle Camere penali italiane
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 31 dicembre 2020
Dopo la tragica morte di Willy Monteiro, all'inasprimento delle pene per il reato di rissa si era accompagnata l'estensione del Daspo. Le due norme sono finite nel più complesso decreto immigrazione. Ma sono scritte male.
Alla tragica morte di Willy Monteiro, il 6 settembre di quest'anno, il Governo aveva risposto nell'unico modo che questo Paese ormai conosce per reagire a episodi di eclatante violenza, ossia mettendo mano al codice penale. All'inasprimento delle pene per il reato di rissa si era accompagnata l'estensione dell'ambito di applicazione del Daspo, ossia del provvedimento di polizia con il quale il questore interdice a soggetti ritenuti pericolosi la presenza in certe zone delle città.
Le due norme sono passate quasi inosservate visto che hanno avuto in sorte di finire nel più complesso alambicco legislativo del cosiddetto decreto immigrazione (n.130/2020) che riformava, in alcuni punti, le scelte del precedente governo a trazione leghista. Il fatto che non si fosse aperta alcuna discussione sull'ennesima opzione punitiva partorita in ragione dell'emergenza di turno, non poteva però di per sé escludere che i lavori parlamentari offrissero un più ampio contributo sul tema.
La legge di conversione, invece, si è risolta in un mero aggiustamento grammaticale e sintattico dei vari errori contenuti nel testo governativo, una cosa da matita rossa e blu per capirsi, con l'aggiunta qua e là di una virgola o la sostituzione di qualche proposizione ("dei" invece "di"). Insomma una cosa da far impallidire qualunque docente di italiano delle scuole primarie e che, invece, è il distillato del drafting legislativo della presidenza del Consiglio che ha imposto le successive "correzioni" parlamentari.
È vero che si discute da tempo dello scadimento della qualità della legislazione in Italia (l'ultima presa di posizione autorevole è stata quella di Michele Ainis), ma che si arrivi alla falcidia della lingua italiana in testi aventi rilevanza penale e sanzionatoria costituisce la cifra di una crisi profonda del sistema delle fonti che risente di fratture culturali davvero estese.
Sin qui poco male ci sarebbe da dire; in fondo i chierici del diritto sono abituati e, svarione in più svarione in meno, l'atteggiamento di diffidenza verso la produzione normativa domestica non sarà certo cambiato dopo l'ennesima figuraccia. Se non fosse. Se non fosse che quelle norme hanno come destinatari, in primo luogo, proprio quei ragazzi e quegli adolescenti che, troppe volte, si affrontano nelle piazze e per le strade delle nostre città in scontri organizzati plateali e violenti.
La questione, in questo caso, non suo essere circoscritta alla sola pessima fi - gura delle istituzioni legislative nell'uso della lingua italiana (della quale i ragazzi nulla sapranno in verità), ma assume una diversa latitudine e molto più rilevante. Una cultura illuminista pretende che il cittadino abbia cognizione dell'esistenza delle norme per effetto della loro pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Consumato il rito pagano dell'ostensione del testo legislativo nelle pagine della Raccolta delle leggi, il dado è tratto.
Nessuna ignoranza della norma può essere scusata. Un principio, invero, che non solo la Corte costituzionale (1988), ma soprattutto la Corte di Strasburgo hanno varie volte sottoposto a verifica, soprattutto in presenza di testi legislativi oscuri, parziali, sostanzialmente inaccessibili al cittadino medio senza l'assistenza di un tecnico.
Ora immaginare che le gang di adolescenti e di giovani che vengono a fronteggiarsi con mazze e tirapugni possano attribuire un minimo senso alla norma contenuta nel decreto legge 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con modificazioni dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173 - secondo cui "All'articolo 588 del codice penale: a) al primo comma la parola "309" è sostituita dalla seguente: "2.000"; b) al secondo comma le parole "da tre mesi a cinque anni" sono sostituite dalle seguenti: "da sei mesi a sei anni"" - è ovviamente una ingiustificabile illusione.
Né è lecito pensare che prima di andare al Pincio a Roma o per le strade di Ercolano a darsele di santa ragione gli adolescenti diano un'occhiata alla Gazzetta ufficiale. Certo, obiezione scontata, si tratta di una tecnica legislativa inevitabile quando si deve modificare qualunque norma; si selezionano le parti da cambiare e si mettono accanto le modifiche. In questo caso, tanto per capirci, "309" e "2.000" non sono enunciati cabalistici, ma la pena pecuniaria prevista per la rissa che è stata innalzata da 309 a 2.000 euro; il resto è l'upgrading carcerario.
Sembra, però, del tutto evidente che non ci si possa, come dire, lavare la coscienza per quanto successo nelle strade di Colleferro al povero Willy o, dopo l'approvazione dell'inasprimento sanzionatorio, al Pincio o a Ercolano brandendo un'oscura norma di un oscuro decreto legge, pietosamente reso compatibile con la lingua italiana dal Parlamento.
La legge di conversione avrebbe dovuto offrire l'occasione per creare strumenti di comunicazione e di formazione ad hoc, espressamente indirizzati a quelle fasce giovanili troppo volte coinvolte in scontri organizzati e violenze di gruppo.
Non si tratta di fare lezioni sul bullismo, sul cyber bullismo o cose del genere, ma di spiegare semplicemente cosa il legislatore prevede nel caso in cui si venga coinvolti in episodi del genere e come ci si possa rovinare la vita per simili sconsideratezze. Per carità l'ignoranza della legge penale non è tollerata, ma neppure quella di coloro i quali ritengono che con una manetta qui e l'altra una lì ogni problema venga a soluzione.
di Fabrizia Candido
Il Manifesto, 31 dicembre 2020
Tecnologia e controllo della popolazione. Al di qua della muraglia si impiegano strumenti per prevedere suicidi o "minacce" alla sicurezza. Modelli predittivi, così vengono chiamati i sistemi che tramite algoritmi statistici e tecniche di machine learning, individuano schemi e andamenti ricorrenti per prevedere eventi futuri. Sebbene in certi settori il loro utilizzo sia ormai comune - per prevedere la risposta di un paziente a un trattamento, individuare probabili focolai epidemici o l'insorgenza di guasti negli elettrodomestici, ad esempio - la sfida più ardua resta la previsione dei singoli comportamenti umani, un traguardo i cui risvolti spazierebbero dal campo assicurativo al marketing mirato, dalla sorveglianza alla polizia predittiva.
I social network, dove il 45% della popolazione mondiale rilascia costantemente informazioni personali, sono un'inestimabile fonte di dati per l'allenamento di tali modelli. In questo contesto, anche la natura dei pensieri e delle emozioni condivise sul web diventa oggetto di analisi, come dimostra l'edonometro, l'algoritmo dell'Università del Vermont che ogni giorno dal 2008 analizza circa 50 milioni di tweet per valutare l'umore dell'opinione pubblica. Nel 2014 un sistema simile è stato usato da un gruppo di ricercatori cinesi per identificare coloro più inclini al suicidio.
Hanno esaminato un set di messaggi condivisi su Weibo, nota piattaforma di microblog cinese, per individuare caratteristiche linguistiche ricorrenti sulla cui base allenare un algoritmo capace di calcolare il Suicide Probability Scale Score dei vari utenti. Un altro studio ha invece usato Weibo per la sentiment analysis, nota come opinion mining.
L'obiettivo è comprendere che tipo di esperienza hanno avuto gli utenti circa un determinato prodotto, servizio o avvenimento, delineare la polarità delle loro opinioni e prevedere eventuali reazioni future: tendenze di mercato, azioni di protesta o persino attacchi terroristici. In Cina i modelli predittivi si intrecciano col piano per il sistema nazionale di crediti sociali, di cui sono già attivi dei progetti pilota con varianti locali. Catalogando dati su pagamenti di fatture, rispetto di contratti stipulati, attitudini individuali e relazioni interpersonali, il sistema valuta la condotta dei cittadini e delle aziende e fornisce le basi per predire il loro grado di "affidabilità". Una previsione, sebbene non del tutto irreversibile poiché influenzabile da "azioni di recupero", da cui dipende la possibilità di accedere ad alcuni servizi, tra cui prestiti, servizi sanitari, biglietti aerei o ferroviari.
Questi modelli, che calcolano la potenzialità e la probabilità di un evento, per quanto accurati non sfuggono però a margini di errore. Se l'algoritmo di Spotify, Youtube o Netflix non è stato in grado di prevedere quale contenuto l'utente avrebbe gradito maggiormente, lo scenario diventa più complesso quando i modelli predittivi vengono schierati da organi di controllo e sorveglianza. Non si tratta dei precog di Minority Report, ma di software di polizia predittiva già in uso.
L'Ijop (Integrated Joint Operations Platform) è il sistema fornito dalla Xinjiang Lianhai Cangzhi Company, sussidiaria della China Electronics Technology Group Corporation, appaltatrice militare di proprietà statale, che integra dati biometrici, attività online, relazioni interpersonali e informazioni di discutibile rilevanza - come la poligamia, l'uso anomalo di elettricità e l'accumulazione di scorte di cibo - per individuare potenziali minacce, allertare le autorità e avviare azioni "rieducative e preventive".
Non è una realtà esclusivamente cinese. La questura di Milano utilizza delia®, il software di analisi predittiva del crimine della startup Key Crime, e l'azienda californiana PredPol si definisce "market leader in predictive policing". L'estrazione di dati per l'allenamento di algoritmi predittivi coinvolge inoltre l'intero gruppo Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft), che spalancano così le proprie porte a quelli che la nota autrice di saggi e libri sul capitalismo della sorveglianza, Shoshana Zuboff, chiama behavorial futures markets, mercati basati sul passaggio da monitoraggio a orientamento verso esiti redditizi del comportamento individuale. In questo modo si favoriscono acquisti e tendenze, si influenzano opinioni e voti elettorali.
Monitorare, processare, quantificare e monetizzare, è questa la sequenza. I post di StocKTwits, il social per trader e investitori, vengono analizzati per prevedere volatilità e rischi associati alle obbligazioni, Behavioral Signals, una start up di Los Angeles, usa il machine learning per analizzare le emozioni nella voce e prevedere risposte binarie in specifici contesti e infine la chatbot Microsoft Xiaoice flirta, scherza e simula rapporti sessuali con i suoi interlocutori, al fine di creare profonde connessioni emotive che accumulando dati potenziano il suo algoritmo, rendendolo redditizio.
Nel 2019 è stato persino dimostrato che è possibile predire l'attività social di un individuo utilizzando i dati provenienti da altre 8 persone appartenenti alla sua rete Twitter. Significa che ogni interazione online espone dati anche di chi non è connesso e potenzialmente di chi non ha nemmeno un account: there's no place to hide ha commentato Lewis Mitchell, coautore dello studio. Il Processo di Kafka parla di una misteriosa polizia che indaga sulla vita del protagonista per ragioni che lui non riesce a capire. Una buona immagine per rappresentare l'individuo del XXI secolo che più o meno inconsapevolmente è oggetto della più grande operazione di data mining della storia.
di Andrea Bassi
Il Messaggero, 31 dicembre 2020
Provate a immaginare questo. Un giovane laureato con il massimo dei voti, che dopo la laurea, non appagato, ha deciso di proseguire gli studi con una specializzazione. Immaginate che abbia vinto anche una borsa di ricerca e magari, nei ritagli di tempo, abbia partecipato anche a un master.
Immaginate, insomma, che sia uno dei quei trentenni iper-formati che, a parole, ogni governo dice di voler trattenere in Italia evitando che vadano a cercar lavoro altrove perché nel loro Paese tutte le porte sono chiuse. Ora provate a immaginare che questo stesso ragazzo voglia entrare nella Pubblica amministrazione tentando un concorso. Del resto ogni volta che accende la Tv sente il ministro di turno che dice che i dipendenti pubblici sono troppo vecchi e bisogna fare spazio ai giovani nei ranghi dello Stato. Bene, ora prendete tutto ciò che avete immaginato e cancellatelo.
Il duro risveglio alla realtà si intitola "Concorso pubblico, per titoli ed esame orale, su base distrettuale, per il reclutamento di complessive n. 400 unità di personale non dirigenziale a tempo indeterminato per il profilo di Direttore, da inquadrare nell'Area funzionale Terza, Fascia economica F3, nei ruoli del personale del Ministero della giustizia - Amministrazione giudiziaria". Titolo lungo in perfetto burocratese. Ma la traduzione potrebbe essere: non è un concorso per giovani. Detto al contrario, il primo bando di concorso per "anziani".
Al distretto di Bologna, 37 posti in palio, 332 gli ammessi, il candidato più avanti con l'età ha addirittura 73 anni. Il più giovane, ma è l'unico sotto i 40, ha 37 anni. A Roma, 54 posti disponibili, 481 ammessi all'orale, ci sono solo due 35enni, poi svariati 60enni, il più anziano dei quali ha 67 anni, l'età che, secondo la legge Fornero, dà diritto alla pensione. A Potenza (9 posti disponibili) il più giovane candidato ammesso agli orali ha 46 anni, il più anziano 62 anni.
A Reggio Calabria si oscilla tra i 45 e i 65 anni, a Brescia tra i 44 e i 65 anni; a Milano c'è un solo 37enne, molti cinquantenni, diversi 60enni. Il più anziano ha 65 anni. In tutta Italia è così. Su 3.900 candidati ammessi agli orali, nessuno ha meno di 30 anni, una dozzina hanno tra 30 e 40 anni, diverse decine superano i 60 anni, la maggior parte sono nella fascia di età a cavallo dei 50 anni.
Non proprio uno "svecchiamento" in una Pubblica amministrazione in cui l'età media è di 50,7 anni e solo il 2,9% dei dipendenti pubblici ha meno di 30 anni. Alcuni dei candidati, se dovessero passare agli orali dopo la selezione fatta solo per titoli, si troverebbero ad essere assunti solo per pochi mesi prima di andare in pensione. L'avvocato 73enne che ha passato la prima selezione a Bologna, nemmeno potrebbe essere immesso in ruolo avendo superato i 67 anni. Ma come è stata possibile questa follia? Tutto dipende dai criteri di selezione decisi dal bando del ministero guidato da grillino Alfonso Bonafede. Vediamoli. Una laurea con 110 e lode vale 5 punti. Un master universitario vale 1 punto, un diploma di specializzazione 3 punti, un dottorato di ricerca vale 4 punti.
Ma attenzione, la somma dei titoli post laurea non può superare i 7 punti. Come dire, il ragazzo laureato con 110 e lode e iper specializzato non potrà avere più di 12 punti. Cosa viene premiato allora? L'anzianità. Un dipendente del ministero della giustizia ha potuto contare su 4 punti per ogni anno di servizio tolti i primi cinque; un magistrato onorario su 3 punti per ogni anno di servizio sempre tolti i primi cinque; e così un avvocato iscritto all'ordine. Più sei avanti nell'età, più esperienza hai maturato, più punti ricevi.
"È l'esatto contrario della meritocrazia", dice Massimo Battaglia, segretario generale di Unsa-Confsal, che ha battezzato la selezione dei 400 direttori del ministero della giustizia "il concorso della vergogna". Si tratta, dice Battaglia, "di un'assurdità giuridica. Uno schiaffo ai comuni cittadini, magari all'operaio che ha lavorato e sudato per far studiare il proprio figlio che oggi non può concorrere a un posto da funzionario nella Pubblica amministrazione".
E non è l'unico concorso che ha questo meccanismo. "C'è anche la selezione per 150 funzionari del ministero della giustizia, le cui graduatorie stanno per essere pubblicate, che ha le stesse regole", dice Giuseppe Cotruvo, esperto di didattica concorsuale, autore di diversi manuali di preparazione ai concorsi. "Diversi avvocati so che stanno preparando ricorso perché il bando ha profili di incostituzionalità", aggiunge Cotruvo. La Carta in effetti, dice che ad essere selezionati dovrebbero essere i più meritevoli, non i più anziani.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2020
La Cassazione rinvia per un esame di legittimità alla Corte costituzionale, nel mirino l'automatismo previsto dall'articolo 317-bis del Codice penale. Va alla Consulta l'automatismo della pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici per il reato di corruzione.
Va alla Consulta l'automatismo della pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici per il reato di corruzione. La Cassazione (ordinanza 37796) rinvia alla Corte costituzionale l'articolo 317bis del Codice penale, nella formulazione precedente alle modifiche introdotte dalla legge 3/2019, la cosiddetta Spazza-corrotti.
Quest'ultima norma ha comunque lasciato inalterato l'automatismo e inasprito il trattamento, allargando il paniere dei reati e abbassando a due anni, rispetto a tre, il tetto della pena principale oltre il quale scatta il "daspo" a vita.
La Spazza-corrotti prevede, però, un'incidenza nelle sanzioni interdittive della particolare tenuità e del ravvedimento operoso. I dubbi riguardano l'articolo 317- bis, rispetto alla corruzione (articolo 319 del Codice penale) per la "fissità" e la "perpetuità" della sanzione: una rigidità che non sembra compatibile "con il volto costituzionale della sanzione penale" come disegnato dalla Consulta dal 198 o, fino alle più recenti sentenze, con le quali il giudice delle leggi si è espresso in senso sfavorevole all'automatismo.
L'impianto prevede pene che raramente scendono sotto i tre anni e la pena accessoria perpetua finisce per essere identica anche per condotte di minor disvalore. Le interdizioni, per i reati dei colletti bianchi, lesivi di beni di rilievo collettivo ed economico, dovrebbero essere concepite - precisa la Cassazione - in relazione al fatto commesso e alla gravità e non solo in rapporto all'autore. E la "punizione" deve essere proporzionata e rispettosa della funzione rieducativa. La risposta è invece sproporzionata rispetto ai comportamenti tipizzati e dunque in contrasto con gli articoli 2 e 27 della Costituzione, in relazione a fatti meno gravi.
La Cassazione è consapevole della difficoltà di intervenire sulla norma censurata: un unicum in quanto pena accessoria perpetua e come tale strutturata nel sistema punitivo. Per il presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli l'automatismo è il punto critico della norma censurata. "Il dubbio di legittimità costituzionale riguarda l'automatica applicazione di una pena accessoria perpetua, che limita fortemente la capacità della persona, anche in materia elettorale, e può essere non proporzionata rispetto alla concreta gravità dei fatti.
L'automatismo sottrae al giudice ogni possibilità di valutazione, con l'effetto di non consentire la proporzionalità e la individualizzazione del trattamento sanzionatorio. Ne risulterebbero violati il principio di eguaglianza, sotto il profilo della ragionevolezza, e la finalità della pena. La definizione dei reati e la determinazione delle pene rispondono al principio di stretta legalità, vale a dire che la loro previsione e disciplina rientrano nella discrezionalità del Parlamento.
La Corte costituzionale può tuttavia valutarne la ragionevolezza e, se condividesse l'orientamento della Corte di cassazione, potrebbe superare l'automatismo dichiarando la incostituzionalità della disposizione nella parte in cui non prevede la condanna alla pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici sino a quella perpetua, restando libero il legislatore di stabilire diversamente il minimo". La sentenza della Consulta potrebbe avere effetti anche sulla Spazza-corrotti.
"Una eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale - dice Mirabelli - potrebbe colpire anche le disposizioni successivamente emanate dal legislatore, la cui illegittimità deriva come conseguenza della decisione adottata".
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