di Mauro Armanino*
Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2026
Sono, le frontiere, uno degli specchi del nostro tempo. Dipendono dall’abito che si porta perché esso, malgrado tutto, fa il monaco. Dipendono ancora e soprattutto dal colore della pelle e i tratti somatici. Dipendono dai documenti che si possiedono o da quelli abbandonati nel viaggio. Dipendono dalle circostanze favorevoli o meno del destino. Dipendono da dove ci si trova e in quale momento, giusto o sbagliato. Dipende dalla classe sociale alla quale si presume si appartenga. Dipende dalla direzione del viaggio. Dipendono, molto banalmente, dall’attenzione e la buona volontà di chi si trova a decidere. Dipende dalla differenza, sempre labile, tra i meritevoli di fiducia e gli impraticabili. Dipende, infine, dai nuovi strumenti di controllo, programmati per eluderer la coscienza umana. Le frontiere delle frontiere sono senza nome.
di Gabriele Santoro
ansa.it, 22 marzo 2026
La denuncia degli attivisti corre sui social, “detenuti in trappola in caso di crolli”. Chi entra a Evin non può e non deve uscirne più. E se un missile colpisse il famigerato carcere dove gli ayatollah rinchiudono gli oppositori, questi muoiano come topi assieme al carcere, sepolti sotto le sue macerie. La denuncia dell’ennesimo orrore legato alla prigione più tristemente famosa della teocrazia di Teheran arriva dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Ncri), che segue da vicino le vicissitudini dei prigionieri e in particolare delle 200 donne recluse.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 21 marzo 2026
In fondo lo ha ammesso anche chi l’ha scritta. Questa riforma “non influisce sull’efficienza della giustizia”, è una frase detta un anno fa dal ministro Carlo Nordio a un convegno organizzato da Noi Moderati. Ma, d’altra parte, aggiunse, “nessuno lo ha mai preteso”. Anche Giulia Bongiorno, che di tribunali se ne intende parecchio, a gennaio, è arrivata a conclusioni simili. Così in aula al Senato: “Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere”. Difficile darle torto. Anche se quello dei tempi è il primo, più grave e ormai cronico problema della giustizia italiana.
di Samuele Ciambriello*
La Repubblica, 21 marzo 2026
Questa non è una riforma della giustizia. Non lo dico io: lo ha detto lo stesso ministro Nordio, che ha chiarito più volte che questo intervento non è esaustivo e non serve a riformare davvero la giustizia, né tantomeno il sistema penitenziario e carcerario. E allora partiamo da qui: se non è una riforma complessiva, perché viene raccontata come la soluzione ai mali della giustizia? Si dice: separiamo le carriere così i giudici saranno più imparziali, così non finiranno innocenti in carcere, così migliorerà tutto. Ma questa è una narrazione semplicistica, un grimaldello comunicativo.
di Franco Corleone
L'Espresso, 21 marzo 2026
Una brutta storia. Il referendum sulla separazione delle carriere è stato utilizzato da tanti mozzaorecchi del diritto e dagli inventori dei decreti sicurezza e di norme di emergenza per alimentare paure incontrollate, e spacciato come una occasione unica per la riforma della giustizia. Un falso sesquipedale e poche sono state le risposte chiare, limpide e comprensibili. I garantisti che storicamente hanno sostenuto il principio della distinzione tra magistrati inquirenti e giudicanti avevano chiara la posta in gioco: ridurre il potere dei pubblici ministeri, incontrollato, insindacabile e senza sanzioni per gli errori a danno della libertà dei cittadini.
di Gilda Maussier
Il Manifesto, 21 marzo 2026
Sì o no, come votano i detenuti? Se i sindacati di polizia penitenziaria sono quasi tutti sonoramente schierati per il sì, tranne qualche eccezione come la Uilpa che non ha dato indicazioni di voto, è lecito chiedersi quale potrebbe essere l’orientamento di chi vive dall’altra parte delle sbarre, finito in carcere per decisione di un giudice. Ma se è ovvio che l’interrogativo non può che rimanere aperto, la lettera scritta a questo proposito da una quindicina di reclusi nel carcere romano di Rebibbia può essere un ragionevole indizio. L’intervento, firmato dai “detenuti della redazione di Radio Rebibbia/Jail House Rock”, andrà in onda lunedì prossimo proprio dai microfoni della trasmissione che Patrizio Gonnella e Susanna Marietti curano e conducono da una quindicina d’anni su Radio Popolare.
di Nicola Petruzzelli
L’Unità, 21 marzo 2026
Al congresso che si è svolto a Milano nel teatro del carcere Cesare Beccaria sono intervenuti anche un direttore di istituto penale per i minorenni e un detenuto che è stato sia nelle carceri minorili sia in quelle per adulti. Il direttore e il detenuto sono oggi uniti da Nessuno tocchi Caino a cui sono iscritti: uno è alla ricerca di qualcosa di meglio del carcere, l’altro in carcere è diventato un uomo migliore. Dopo quarant’anni di navigazione tra i tribunali e le carceri, per adulti e per i minorenni, posso dire di avere scoperto una vocazione diversa. Dirigo l’Istituto Penale per i Minorenni “Nicola Fornelli” di Bari.
di Raffaele Stolder
L’Unità, 21 marzo 2026
Io vengo da Napoli centro, dal quartiere di Forcella. Sono cresciuto senza papà. Vivevamo tutti insieme in un “basso”. Oggi li chiamano “caratteristici”, li descrivono come posti pittoreschi e turistici, ma lì si mangiava e si dormiva, e basta. A due passi da casa c’erano le fogne, che poi sono diventate il mio habitat, perché da ragazzo ci scendevo dentro, scavavo tunnel, mi arrangiavo, non avevo paura dei topi. Io ho cinque figli, dieci nipoti e due pronipoti. Sono stato salvato da una grande donna, e non è facile incontrarne una così. È lei che ha cresciuto la famiglia: tutti i miei figli si sono laureati, nonostante la mia assenza per quasi tutta la loro vita.
stampalibera.it, 21 marzo 2026
Francesco Capria, 41 anni, non avrebbe dovuto rimanere in carcere: secondo i familiari, necessitava di cure adeguate che la detenzione non poteva garantirgli. Dopo un primo rigetto della richiesta di scarcerazione, si attendeva una nuova decisione da parte del giudice. Tuttavia, il procedimento non è mai arrivato a conclusione: l’uomo, originario di Messina, è deceduto all’interno della casa circondariale di Augusta prima che la sua situazione venisse riesaminata. I parenti, sconvolti dall’accaduto, si sono immediatamente recati ad Augusta appena appresa la notizia del decesso. Una volta giunti sul posto, però, non è stato loro consentito vedere il corpo, posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria. Raccontano di aver atteso fuori dall’obitorio, uniti nel dolore e in cerca di risposte che, al momento, non sono ancora arrivate.
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 marzo 2026
I reclusi lamentano un clima di tensione. E chiedono il rispetto delle giuste misure premiali e alternative: “Non si può fare di tutt’erba un fascio”. Nei giorni scorsi si sono incontrati il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bari, dott.ssa Rubino, ed una delegazione di otto detenuti insieme con il Garante regionale dei detenuti, dott. Rossi. Tale incontro era stato sollecitato con una lettera inviata qualche settimana prima a firma di tutti i detenuti della Casa di Reclusione di Turi. In tale lettera invitavano la dottoressa Rubino a prendere atto delle problematiche alla base del malcontento che regna tra i reclusi, soprattutto a causa di un atteggiamento eccessivamente sanzionatorio e giustizialista da parte del magistrato di sorveglianza assegnato alla Casa di Reclusione di Turi.
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