meltingpot.org, 11 marzo 2026
“Siamo 20 persone e siamo nella peggiore condizione perché il trattamento qui è pessimo. Per favore, aiutateci. Non possiamo sopportare qui: ogni giorno la gente vuole suicidarsi”. Così inizia la denuncia contenuta in un comunicato stampa firmato da Assemblea No Cpr Macomer e LasciateCIEntrare, che riporta le testimonianze di 16 internati del Cpr di Macomer. Le parole raccontano una realtà di sofferenza estrema e rappresentano un grido d’aiuto rivolto alla società tutta: “Oggi sembra un anno [i giorni scorrono tanto lenti da sembrare lunghi come un anno]. Anche il nostro stato psicologico è pessimo. Anche il cibo non è buono e qui non tutto è buono, ci sono otto persone gravemente malate e non c’è personale medico. Hanno bisogno di cure il prima possibile. C’è molto razzismo: persone che non hanno fatto nulla di male sono qui nelle loro condizioni peggiori. Sono state portate qui direttamente dal mare. Non hanno fatto nulla di male. Non c’è personale medico, c’è molto razzismo. Vogliamo cambiare questo centro. Vogliamo andare in un altro centro. Per favore e grazie mille”.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 11 marzo 2026
Le opposizioni rilanciano: il governo sapeva che quei migranti sarebbero tornati indietro. “Deportati solo per fare campagna sul referendum”. E torna lo spettro del danno erariale. Un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi su quanto sta accadendo nel Cpr di Gjader. È la richiesta avanzata ieri in Aula dalla deputata Sara Kelany, responsabile immigrazione di FdI. “Apprendiamo, preoccupati ma purtroppo non stupiti, di un ulteriore provvedimento della Corte d’Appello di Roma che non convalida il trattenimento nel Cpr di Gjader (di un cittadino straniero) che riporta nel suo curriculum condanne per furto, spaccio e sequestro di persona, violenza sessuale e di gruppo”, ha dichiarato la parlamentare.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 11 marzo 2026
Durante la 69ª sessione della Commission on Narcotic Drugs dell’Onu, che si svolge questa settimana a Vienna, Forum Droghe è coinvolta in una serie di side event che, messi in fila, svelano come le politiche repressive sulle droghe producano sempre più spesso abusi, discriminazioni, violenza e impunità. Quattro finestre su come la war on drugs alimenti assetti di potere che è urgente rimettere in discussione: la corruzione che si insinua nelle pratiche quotidiane di polizia e giustizia; le uccisioni extragiudiziali presentate come strumenti di governo del fenomeno; la profilazione etnica come dispositivo di razzismo istituzionale e selezione sociale nei contesti urbani; la genesi neocoloniale delle convenzioni sulle droghe. Quattro incontri che delineano un’agenda per la riforma: se vogliamo parlare seriamente di salute e benessere sociale, anche sicurezza, dobbiamo guardare ai costi reali della guerra alla droga e costruire alternative fondate su diritti e accountability, riduzione del danno e giustizia sociale.
di Antonella Soldo
Il Domani, 11 marzo 2026
Alla conferenza della Commission on Narcotic Drugs (Cnd) delle Nazioni Unite molti Paesi chiedono un approccio basato sulle evidenze scientifiche. Un approccio che guarda al consumo di droghe prima di tutto come a una questione di salute pubblica. L’Italia va nella direzione opposta, con politiche repressive e illiberali, al fianco di Russia, Cina e di buona parte dei paesi arabi e africani. “L’Italia rimane fermamente contraria all’uso di sostanze stupefacenti per scopi non medici e non scientifici. Non crediamo che alcun sistema giuridico debba riconoscere il diritto all’uso di droghe. Il nostro impegno è quello di agire prima che la diffusione di queste sostanze causi danni irreversibili”.
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 11 marzo 2026
Se saltano le regole vince la forza. E se le democrazie arretrano avanzano le autocrazie. Bisogna decidere da che parte stare. Una battaglia dopo l’altra il mondo sta precipitando in una spirale molto pericolosa: la prevalenza assoluta della forza sulla politica, della guerra sul dialogo, del delirio sulla ragione. E, ciò che più atterrisce, delle autocrazie sulle democrazie. Circa il 72% della popolazione mondiale, tre persone su quattro, vive oggi sotto un regime autocratico. È il valore più alto registrato dal 1978. Il “Rapporto sullo stato della democrazia” pubblicato dall’Istituto di studi V-Dem, rende chiaro che esistono ora 88 democrazie e 91 autocrazie e che le democrazie liberali sono diventate il tipo di regime meno conosciuto al mondo, con un totale di 29 nel 2024, solo l’otto per cento della popolazione.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 11 marzo 2026
Quella in Iran è la prima guerra con l’intelligenza artificiale. E probabilmente quel tragico errore, lo scambio di una scuola per un complesso militare, è il frutto di un calcolo, velocissimo, sorprendente, ma non perfetto, di un sistema di Intelligenza artificiale. C’è un barlume di speranza se in una democrazia malata, come quella americana, gli anticorpi agiscono. Sono vivi, nonostante tutto. Lo si è visto con la pronuncia della Corte suprema che ha smentito Trump sui dazi. L’inchiesta di un grande giornale come il New York Times sulle presunte responsabilità americane nella strage in una scuola nel primo giorno di bombardamenti in Iran, ne è un’ulteriore prova. Questo è il ruolo di un grande organo di informazione che fa grande una democrazia. Il dovere di ricercare la verità dei fatti anche se questa è contro il proprio Paese e ne mette addirittura in forse la sicurezza. Accadde per il Vietnam, per la sciagurata guerra in Iraq, e non solo.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 11 marzo 2026
All’attacco dell’Iran che nessuno vuole vedere perché per noi conta solo il petrolio, non i popoli e la loro fonte di vita. Siamo come il colonialista britannico Lord Curzon: ogni goccia di petrolio, diceva, vale una goccia di sangue. Poi fingiamo che questa non è la nostra guerra e che non ci schieriamo. Siamo già schierati. È una guerra sempre più sporca perché gli obiettivi di Trump e Netanyahu - al di là delle dichiarazioni talora non verificabili del presidente americano - diventano sempre più opachi ogni giorno che passa. Tra i due l’unico con le idee chiare è Netanyahu che lo ha trascinato in guerra: per lui più i conflitti durano più si sente saldo al potere. Il premier israeliano ha due obiettivi: radere al suolo il Sud del Libano - diventerà come Gaza ha detto un suo ministro - e annichilire l’apparato militare del regime iraniano. Danny Citrinowicz, analista israeliano citato dal Financial Times, ha esemplificato così la situazione: “Se ci sarà un colpo di stato, tanto meglio. Se le persone scenderanno in piazza, tanto meglio. Se ci sarà una guerra civile, tanto meglio. Israele se ne frega del futuro e della stabilità dell’Iran”. Per Netanyahu l’importante è disgregare il Medio Oriente, fare l’Iran a pezzi e imporre il suo primato a tutta la regione: se gli arabi del Golfo un giorno entreranno nel Patto di Abramo lo faranno da sudditi e colonizzati. Ma tutto questo lo sapevamo già, altrimenti Netanyahu non sarebbe andato a Washington a convincere Trump a fare la guerra mentre ancora si stava negoziando. La guerra è sporca perché nasce sporca, contro il diritto internazionale: alla diplomazia sono stati dati degli ultimatum non spazi per trattare.
di Mattia Feltri
La Stampa, 10 marzo 2026
Nel 2012, Paolo e Vittorio Taviani vinsero l’Orso d’oro a Berlino con “Cesare deve morire”, film interpretato dai detenuti in alta sicurezza di Rebibbia, cioè detenuti per reati particolarmente gravi. La storia racconta la messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare per la regia di Fabio Cavalli, che da decenni insegna teatro in carcere. Alcuni di quegli attori oggi sono liberi e continuano a recitare, altri sono ancora a Rebibbia e continuavano a recitare a Rebibbia. Continuavano, perché ora una circolare del ministero della Giustizia - retto dal famigerato garantista Carlo Nordio - ha messo un po’ di ordine nella faccenda. I detenuti in alta sicurezza non potranno più andare nel teatro interno al carcere per le prove, potranno andarci soltanto per la recita, a patto che non ci sia pubblico.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 10 marzo 2026
A Rebibbia limiti alla compagnia di recitazione (che vinse l’Orso d’oro a Berlino). A Saluzzo vietato un progetto di lettura fra studenti e detenuti. Problemi anche a Padova. Una direttiva del Dap per recludere ancora di più i reclusi. In 23 anni ha ospitato circa 100mila persone. Non è solo il teatro del carcere, è un riferimento per l’intero municipio. Dove si fa cultura e si realizza l’incontro tra il dentro e il fuori. Tra i detenuti e le persone - studenti, appassionati di teatro, volontari - che vivono all’esterno. Eppure, quel palcoscenico, il palco del teatro del carcere romano di Rebibbia, sarà momentaneamente vietato ad alcuni detenuti. Quelli del circuito di alta sicurezza, che si collocano a metà tra il 41 bis e i detenuti comuni. Perché? Perché chi gestisce le carceri (l’amministrazione penitenziaria) ha deciso una sospensione di questa attività
di Elettra Raffaela Melucci
ildiariodellavoro.it, 10 marzo 2026
La scorsa settimana il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha pubblicato il report sui decessi in carcere riferito al 2025, con il dichiarato scopo di “fornire una base conoscitiva utile per comprendere l’entità e le caratteristiche del triste fenomeno”. Nel periodo considerato, i suicidi in carcere sono stati 76, dopo gli 83 del 2024, mentre negli ultimi anni la media è stabilmente sopra quota 70. Una diminuzione che, tuttavia, continua a confermare quella che è una vera e propria emergenza ormai divenuta strutturale del sistema penitenziario e di giustizia italiano.
- Nelle carceri italiane il numero delle morti “da accertare” è più che triplicato
- A un detenuto direi: “vota no”
- Rinvio della pena se il carcere è degradato
- Patrocinio a spese dello Stato, non va indicata la natura dei redditi sotto soglia
- Sì al mandato specifico a impugnare previsto solo per il difensore d’ufficio e non di fiducia










