di Valentina Stella
Il Dubbio, 24 febbraio 2024
Suicidi in cella, parla il segretario di AreaDg Giovanni Zaccaro: “L’edilizia penitenziaria ha tempi troppo lunghi”. “Amnistia e indulto per i reati minori e le pene detentive di breve durata”: è questa la proposta lanciata dalla corrente progressista della magistratura, AreaDg. Ne parliamo con il Segretario, Giovanni Zaccaro.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 24 febbraio 2024
Diciotto anni. Tanto è passato dall’ultimo indulto della storia Repubblicana. A Palazzo Chigi sedeva Romano Prodi, per il suo secondo e breve governo, in via Arenula c’era Clemente Mastella che un ruolo determinante avrà, di lì a poco, proprio per sgambettare il Professore. Eppure, al netto dell’instabilità ontologica di quegli esecutivi, il 31 luglio del 2006 il centrosinistra riesce a far passare in Parlamento (a maggioranza dei due terzi in ciascuna Camera) l’indulto “per tutti i reati commessi fino al 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie”, si legge sul sito del ministero della Giustizia. “Sono stati esclusi tuttavia i reati di maggiore allarme sociale, quali, ad esempio, associazioni sovversive, sequestro di persona, atti di terrorismo, pornografia minorile, violenza sessuale, tratta di persone, usura. Si applicherà la revoca del beneficio dell’indulto per i recidivi che, entro cinque anni, commettano un reato che preveda una pena detentiva non inferiore a due anni”.
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 febbraio 2024
Il piano sulle carceri: la legge Giachetti-Bernardini andrà riformulata, e resterà in capo all’opposizione. Contrordine: la Lega non ci sta. O meglio: Andrea Ostellari, sottosegretario alla Giustizia e primissima linea, sull’esecuzione penale, non solo del governo ma anche del Carroccio, dice che “il sovraffollamento non si risolve con gli svuota-carceri”. Lo fa dopo che prima la Stampa e poi il Dubbio hanno dato notizia della disponibilità, da parte dell’Esecutivo, a lasciar arrivare al traguardo la proposta di legge presentata da Roberto Giachetti.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 24 febbraio 2024
L’emergenza drammatica delle carceri italiane suggerisce - per quanto possibile - di liberare il tema dagli schemi rigidi delle contrapposizioni ideologiche, alla doverosa ricerca di soluzioni pragmatiche e concretamente perseguibili. Avviare un percorso di riforme che, senza la pretesa di impossibili abiure o palingenesi culturali sulle contrapposte idee della pena, porti fuori le nostre carceri dalle sabbie mobili di una incombente tragedia, è ragionevolmente possibile. Certo, bisogna sgombrare il campo dalle finte soluzioni.
di Pasquale Bronzo*
Il Riformista, 24 febbraio 2024
Il sovraffollamento carcerario è senza dubbio il primo male del nostro sistema punitivo. Anzitutto è l’ostacolo maggiore alla realizzazione della finalità rieducativa: risocializzare i detenuti - nel modo paradossale in cui il carcere ambisce a farlo, ossia separando le persone dalla società - è un affare faticoso, che richiede mezzi e competenze in grado di riempire di opportunità di autopromozione il tempo vuoto della detenzione. Nessun sistema espiativo, però, può permettersi un obiettivo così ambizioso coi nostri tassi di carcerazione; figuriamoci un paese come il nostro, in cui le risorse assegnate al sistema penitenziario fisiologicamente scarseggiano. Inoltre, i numeri elevati rendono pressoché impossibile far fronte alle problematiche che le persone recluse portano con sé in carcere o sviluppano durante la detenzione, come dimostra la quantità dei reclami per detenzioni irrispettose dei diritti che vedono riconosciute le ragioni dei reclusi.
di Riccardo De Vito*
Il Riformista, 24 febbraio 2024
Le statistiche hanno molto da insegnare: il carcere tende a produrre più recidiva rispetto alle pene espiate in forme alternative. Nel carcere sovraffollato, questa inclinazione diventa certezza. Nella prigione rigurgitante di presenze i detenuti possono fare soltanto “il pieno di veleno”, per usare un’efficace espressione di Beppe Battaglia. È possibile cambiare rotta, ridurre i numeri e rendere il carcere un luogo meno violento? La domanda, finché la prigione rimarrà una delle alternative punitive, ha una sola risposta: non solo è possibile, ma doveroso, se aspiriamo a una sicurezza fondata sul rientro in società di persone responsabili. Le strade da imboccare, tuttavia, possono essere diverse. La promessa di nuove carceri è il sentiero politico più remunerativo in termini di consenso, ma non porta da alcuna parte, come ha chiarito su queste pagine Mauro Palma.
di Fabio Gianfilippi*
Il Riformista, 24 febbraio 2024
Le case circondariali si fanno sempre più un “popoloso deserto”, in cui la condivisione forzata degli spazi angusti è dolorosa persino meno dell’assenza di prospettive. Un luogo dove le marginalità si sommano, quando invece dovrebbero essere affrontate. Il tempo in carcere è speso sempre nell’attesa. Innanzitutto della libertà. E poi della telefonata con i familiari, dell’udienza, dell’arrivo del medico specialista, del permesso, dell’autorizzazione a cambiare stanza, della visita dell’avvocato, dell’equipe di trattamento, del colloquio con il magistrato di sorveglianza. Con l’odierno sovraffollamento, nuovamente ai tassi che ci condussero alla condanna della CEDU nel 2013, le attese si fanno estenuanti, perché la fetta di attenzione che si può ricevere si riduce drasticamente, e il carcere si fa sempre più un “popoloso deserto”, in cui la condivisione forzata degli spazi angusti è dolorosa persino meno della persistente assenza di prospettive. Un luogo in cui le marginalità rischiano di sommarsi, quando invece dovrebbero essere affrontate per ridurre i pericoli di recidiva nel reato.
di Cosima Buccoliero*
Il Riformista, 24 febbraio 2024
Quella in cui ci sia sempre una contaminazione, in cui i detenuti possono essere messi alla prova con misure all’esterno, e dove si curano le relazioni. Le persone non decidono così automaticamente di avviare un percorso di cambiamento. Io sono direttrice della Casa Circondariale di Monza, ma la mia esperienza più lunga è stata nel carcere di Bollate, che nel panorama penitenziario non può più considerarsi una sperimentazione, è una realtà che ha dato modo di dimostrare che è possibile “un altro carcere”.
di Sofia Ciuffoletti*
Il Riformista, 24 febbraio 2024
Ho sempre pensato di vivere in un paese dove le mamme e i bambini sono tra i simboli nazionalpopolari più (fin troppo) intoccabili. É sconfortante riconoscere come dipenda da quali madri e da quali minori. Il carcerario è una prospettiva particolarmente illuminante in questo senso. Le donne in carcere sono poche rispetto agli uomini, sono sempre state poche e questo a livello globale (i dati rivelano una omogeneità che attesta le donne detenute su una percentuale di circa il 6% del totale della popolazione detenuta). Al di là della questione sociologica (perché le donne delinquono così poco? Tamar Pitch invitava a ribaltare la logica e a chiedersi: perché gli uomini delinquono così tanto?), il dato è importante perché rende pressoché incontrovertibile affermare che il carcere è ed è sempre stato una struttura punitiva sessuata e declinata al maschile.
di Francesca Pesce*
Il Riformista, 24 febbraio 2024
I costi globali della pena detentiva sono smisurati. È impossibile ignorarli. A fronte delle sempre più evidenti criticità della pena detentiva e del sistema carcerario, del suo comprovato effetto criminogeno, della disumanità del sovraffollamento carcerario, del dolorosissimo e macabro quanto angosciante dato del numero di persone che in carcere si suicidano o esprimono agiti autolesivi, è necessario e urgente scardinare la cultura carcero-centrica che ancora intossica il dibattito e quindi l’agenda politico giudiziaria del nostro paese, la società e parte della magistratura.
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