di Viola Giannoli
La Repubblica, 21 febbraio 2024
Ilaria Salis è in carcere da più di un anno a Budapest. In una vecchia prigione nel cuore della capitale ungherese, l’attivista brianzola divide la cella con 7 detenute. Grazie a un lavoro diplomatico portato avanti “nella dovuta discrezione”, il deputato Paolo Ciani ha potuto varcare la porta del carcere di massima sicurezza di Gyorskocsi Ucta, per incontrare Ilaria nella stanza dei colloqui. Sono da poco passate le 14. Ciani aspetta pochi minuti, poi vede arrivare Ilaria: è scortata, ma stavolta non ha le catene. “Le ho spiegato che sono andato a trovarla in quanto parlamentare che rappresenta la Nazione - racconta Ciani - Lei mi ha detto: ‘Mi raccomando onorevole, continui ad occuparsi di me’. Io l’ho sentito come un appello all’Italia”. Perché l’attenzione al caso le ha giovato. “Da quando si sono accesi maggiormente i riflettori in Italia - spiega Ciani - ha notato un miglioramento nel trattamento in carcere”.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 21 febbraio 2024
Il caso all’Alta corte britannica. La moglie: è come Navalny. Una cosa è certa. Si tratta di uno dei passaggi più importanti di uno dei casi più intricati iniziato 13 anni fa. Protagonista, Julian Assange. Nelle prossime ore, l’Alta corte di Londra dovrà decidere se respingere l’appello rivolto dal team legale del fondatore di WikiLeaks alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti che nel 2019 hanno incriminato Assange sulla base dell’Espionage Act del 1917. Diciotto capi di imputazione che costerebbero all’imputato 175 anni di carcere Oltreoceano secondo una stima dei suoi legali (gli avvocati di Stato americani parlano di 5-6).
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 21 febbraio 2024
Dopo due giorni di udienze oggi un tribunale di Londra dovrà decidere il destino del fondatore di Wikileaks che negli Stati Uniti rischia fino a 170 anni di prigione. L’udienza che si terrà oggi e che vede alls sbarra Julian Assange potrebbe essere l sua ultima, disperata occasione per evitare di essere estradato dalla Gran Bretagna in direzione Stati Uniti dove lo attende una pena di prigione di oltre 170 anni.
di Leonardo Clausi
Il Manifesto, 21 febbraio 2024
Alan Rusbridger, direttore del Guardian per vent’anni - e un po’ lo scopritore di Wikileaks: “Il punto di queste leggi è che non c’è difesa, non si può dire “ecco il motivo per cui l’ho fatto”, come nella maggior parte degli altri crimini. E non è un caso”. Alan Rusbridger è il direttore di Prospect Magazine, il principale mensile politico del Regno unito. Ha diretto il Guardian per vent’anni, dal 1995 al 2015. Negli ultimi cinque anni della sua direzione, il giornale ha pubblicato svariati scoop seguiti a livello globale, in particolare le rivelazioni dei cablogrammi diplomatici di Wikileaks, la divulgazione di torture ed estradizioni illegali e, nel 2013, le rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa da parte della Nsa.
di Maria Lucia Panucci
ilmondo-rivista.it, 20 febbraio 2024
Per rispondere alle annose criticità del sistema penitenziario italiano “è necessario investire sul territorio e sul personale sanitario”. Ne abbiamo parlato con uno dei fondatori dell’Associazione Antigone, Stefano Anastasìa. Strutture fatiscenti e sovraffollate, carenze di personale sanitario e suicidi in carcere: queste sono solo alcune delle criticità in cui versano gli istituti penitenziari italiani. 190 in tutto. Sembra un numero consistente ma di fatto non lo è considerando l’aumento costante nelle celle.
di Andrea Carli
Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2024
Nel 2023, per il secondo anno di fila crescono le presenze medie giornaliere. Minori in carcere: più di un reato su due è contro il patrimonio. E i casi di violazione della legge sugli stupefacenti sono in cima alla lista. Sono due degli elementi che emergono dal settimo rapporto sulla giustizia minorile in Italia di Antigone, presentato oggi a Roma.
di Giulia D’Aleo
La Repubblica, 20 febbraio 2024
Le carceri minorili prendono il cattivo esempio da quelle per adulti e, per la prima volta dopo tempo, registrano sempre più casi di sovraffollamento. All’inizio del 2024, i minorenni detenuti nei 17 Istituti penali minorili del territorio nazionale erano 496, una cifra che non veniva raggiunta da oltre dieci anni. Non è l’unico record: i ragazzi transitati dagli istituti nel 2023 sono stati 1.143, il numero più alto degli ultimi quindici anni. Basti pensare che due anni prima, nel 2021, erano 835, quasi trecento unità in meno. Secondo Antigone, che ha raccolto questi dati nel Settimo Rapporto sulla giustizia minorile, non sarebbe un caso. Ma si tratterebbe piuttosto dell’effetto di uno dei tanti decreti-legge del governo Meloni, il decreto Caivano, ribattezzato anche “Baby gang”.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 20 febbraio 2024
I reati non crescono, i minorenni in galera sì. Impennata dei giovanissimi reclusi: sono il 16% in più rispetto al 2015. Il governo inverte la tendenza sul recupero dei giovani autori di reato e inizia a distruggere un sistema che funzionava. Erano molti anni che non c’erano così tanti minorenni in carcere. Era dal 2009 che non si superava quota 500 giovanissimi dietro le sbarre. Questa soglia psicologica è stata sfondata proprio nelle ultime settimane: al 31 gennaio 2024 le tabelle del ministero della Giustizia segnalano 516 ragazzi chiusi nei cosiddetti Ipm, gli istituti di pena minorile. E non sono aumentati i reati: nel 2015, annus horribilis del crimine minorile, erano stati compiuti gli stessi reati del 2022, ma i giovanissimi in carcere erano 436. Ottanta in meno di quest’anno. Il dato del 31 gennaio è ancora più impressionante se messo a confronto con quello di pochissimi anni fa: nel 2020 e nel 2021 erano solo 320 i minori in cella, forse anche a causa della pandemia. Nel 2022 erano 382. Nel 2023, a fine anno, già si registrava un aumento 425 giovanissimi nei penitenziari a loro dedicati.
di Maria Rosa Tomasello
La Stampa, 20 febbraio 2024
Dacia Maraini sa cosa significa essere privati della libertà. Vivere una vita a parte, separati dal mondo, rinchiusi dietro mura sorvegliate. A partire dal 1943, per due anni, quella che sarebbe diventata una delle voci più importanti della cultura italiana, venne internata con i genitori, Fosco Maraini e Topazia Alliata, e le sorelle Yuki e Toni, in un campo di prigionia in Giappone. Aveva appena sette anni, Dacia, e quegli anni di infanzia perduti sarebbero diventati una cicatrice indelebile, una incisione nell’anima. Da quella storia, anche, viene la sua idea di ciò che il carcere non dovrebbe essere: “Il luogo della vendetta sociale, perché il concetto di vendetta è arcaico e fuori tempo”.
di Filippo Giordano
unibocconi.it, 20 febbraio 2024
Coinvolgere i detenuti in attività di formazione e opportunità lavorative, oltre a rientrare negli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030, abbatte il rischio che tornino a delinquere. Ma le imprese non rispondono all’appello tradendo i valori di diversity e inclusion. La mancanza di un impiego è riconosciuta come uno dei fondamentali fattori di rischio per la delinquenza, e per la recidiva, una volta usciti del carcere. In questo senso, le attività lavorative e di formazione al lavoro possono avere un impatto significativo sulla recidiva, principalmente attraverso due canali. In primo luogo, il fatto che un detenuto partecipi ad un’attività di questo tipo ne segnala la propensione positiva a potenziali futuri datori di lavoro, arricchendone il curriculum e facilitando quindi l’eventuale assunzione. In secondo luogo, aver lavorato dona al detenuto esperienza e abilità che aumentano le chance di mantenere il posto una volta assunti. Le attività trattamentali in carcere, specie quelle di tipo lavorativo, si innestano nell’ambito degli obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dalla comunità internazionale attraverso l’Agenda 2030, in linea con i Sustainable Development Goals (SDG) delle Nazioni Unite.
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